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“Grande Brigantaggio” UNA RIVOLTA DURATA PIU’ DI 15 ANNI!

Posted by on Apr 22, 2020

“Grande Brigantaggio” UNA RIVOLTA DURATA PIU’ DI 15 ANNI!

Il brigantaggio post-unitario, ha assunto una certa importanza agli occhi degli storici per le dimensioni e per la sua intensità, tant’è che gli avvenimenti che iniziarono con l’insurrezione del Melfese dell’aprile del 1861 presero il nome di “Grande Brigantaggio”, proprio per sottolinearne le dimensioni. 

Va evidenziato che il brigantaggio postunitario, va inteso come rivolta antisabauda e generalmente antiunitaria, ed interessò quasi esclusivamente i territori meridionali continentali ex-borbonici, mentre non si verificò nei territori di tutti gli altri Stati preunitari italiani annessi al Regno di Sardegna a formare l’Italia unita durante il Risorgimento. Tale diversità di avvenimenti e comportamenti indica la profonda differenza, già esistente nel 1861, tra il nord ed il centro da un lato, ed il sud della penisola dall’altro, divario che sarà meglio noto con la locuzione “questione meridionale”, di cui ancora oggi se ne dibatte, perché non definita unanimemente nelle sue cause dagli storici e studiosi, nonché oggetto del dibattito nelle interpretazioni revisionistiche del Risorgimento. Lo studio del brigantaggio post-unitario quindi assume grande importanza, in quanto và affrontato in relazione ad altre tematiche storiografiche quali la nascita dello Stato-nazione Italia, ma vanno rivisti i tempi in cui si è svolta l’attività brigantesca di natura politica. Già nell’ultima fase della spedizione dei mille, i borbonici, asserragliati a nord del Volturno intorno Gaeta, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari ancora attive tra il Sannio e l’Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all’avanzata verso sud dell’esercito sabaudo, guidato dal generale Enrico Cialdini. Già in precedenza, durante le giornate della conquista di Palermo il brigante calabrese Giosafatte Talarico, graziato da Ferdinando II nel 1845, venne inviato in Sicilia allo scopo fallito di assassinare Giuseppe Garibaldi, ma la missione non ebbe successo perché Talarico fu conquistato dalla personalità del condottiero. Nell’autunno 1860 Pietro Calà Ulloa, ministro della Polizia del nuovo governo borbonico costituitosi a Gaeta sotto il generale Casella, diffuse un documento di istruzioni per una brigata di volontari stanziata a Itri, con le seguenti indicazioni:
– ricostruire il governo di Sua Maestà (D.G.) – disarmo delle guardie nazionali e conseguente armamento di chi si unisse alla colonna dei volontari; – impadronirsi della casse pubbliche; – possibilità di imporre tasse per i bisogni dei volontari; – possibilità di esigere il pagamento delle tasse in equivalenti in cereali in mancanza di denaro; – arrestare chi si opponesse alla colonna o potesse successivamente recarvi danno, agendo alle sue spalle; – arrestare ugualmente chi potrebbe agitare lo spirito pubblico contro la monarchia borbonica; – tenere stretti collegamenti con i propugnatori della causa regia;
– mantenere l’ordine e il rispetto della religione e dei suoi ministri;
– proclamare l’antica fedeltà degli abitanti verso Sua Maestà e l’avversione contro gli invasori del Regno.
Conseguentemente a queste istruzioni si mosse una colonna agli ordini del prussiano Theodor Friedrich Klitsche de la Grange diretta verso l’Abruzzo e la fortezza di Civitella del Tronto con l’obiettivo di provocare una serie di focolai di ribellione in grado di tagliare i collegamenti fra l’esercito meridionale di Garibaldi a sud e l’armata sarda a nord. La colonna non era costituita da truppe di linea, impegnate nella difesa dell’area circostante Gaeta e Capua, ma da uomini della milizia urbana e della polizia siciliana ritiratasi sul continente. A questa seguirono altre due colonne, guidate dai generali Luigi Scotti Douglas e von Meckel, sempre dirette verso gli Abruzzi e il Molise. Il 20 ottobre la colonna di Scotti Douglas viene sconfitta e fermata nella sua avanzata da Cialdini nella battaglia del Macerone. Mentre in provincia di Isernia il 17 ottobre nello scontro di Pettorano la colonna garibaldina, guidata da Francesco Nullo venne sconfitta a seguito di un’imboscata ad opera forze filoborboniche irregolari. A seguito della partenza dei Borbone da Napoli il 6 settembre, della successiva sconfitta subita ai primi di ottobre nella battaglia del Volturno e dell’assedio di Gaeta, il partito legittimista e la corte borbonica in esilio a Roma, sotto la benevola protezione papale, presero ad organizzarsi per tentare di ripristinare il regno soppresso; il loro quartier generale si trovava a Palazzo Farnese, dove aveva preso alloggio Francesco II, mentre le osterie di Piazza Montanara, tradizionalmente luogo di raccolta di persone provenienti da fuori Roma oltre che da territori esterni ai domini papali (a cui si aggiunsero sbandati e avventurieri), divennero un luogo di pubblico reclutamento di uomini con cui formare bande da inviare nel sud per compiere scorrerie. Questa attività di reazione all’unificazione italiana sotto il regno di Sardegna era aiutata dall’arrivo volontario di nobili legittimisti da Belgio, Francia, Baviera e Spagna, da gruppi clericali intenzionati a battersi per la “causa del trono e dell’altare” e dalla sete di avventura, tra questi vi fu un significativo gruppo di attivisti carlisti spagnoli rimasti senza guida e obiettivi a seguito del fallimento del pronunciamiento carlista di Carlo Luigi di Borbone-Spagna avvenuto nell’aprile 1860 e quindi di poco precedente gli eventi italiani. I più famosi capi banda stranieri arruolati, e definiti come “avventurieri” nel rapporto della commissione Massari furono gli spagnoli Tristany e Borijes, i francesi Emile Theodule de Christen, Lagrange e Langlois e il tedesco Zimmerman. Alla fine di gennaio 1861 a Messina sono arrestati, e processati 4 francesi, accusati di essere emissari borbonici e il prussiano Enrico Klickli, che come conte di Kalkreut era capitano dello stato maggiore borbonico, imbarcatisi a Civitavecchia, quest’ultimo aveva con sé delle lettere di Gaeta, oltre 400 napoleoni d’oro, due revolver, due sciabole e una carta topografica delle Provincie d’Abruzzo lasciando supporre che vi dovesse scoppiare la rivolta. Nelle formazioni irregolari, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell’esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano alle grassazioni nei periodi in cui non potevano trovare impiego in agricoltura. Viceversa, nessun principe reale o generale borbonico si impegnò direttamente, mettendosi a capo di una banda armata nella lotta contro lo stato sabaudo. Questo è il motivo che lo svilupparsi ed il diffondersi del brigantaggio postunitario nel periodo 1861-1865 è stato definito grande brigantaggio per distinguere le peculiari connotazioni che questo ebbe, soprattutto a livello politico, rispetto sia al brigantaggio preunitario, per lo più consistente in fenomeni di mero banditismo e sia rispetto al suo strascico posteriore. Il fenomeno ha una data di inizio certa che è l’8 agosto 1860 a Matera con l’eccidio del conte Gattini latifondista e di due suoi collaboratori, fu la conclusione di un moto popolare richiedente le terre demaniali da coltivare, di cui i latifondisti locali, tra i quali il conte, si erano impossessati negli anni precedenti; nella sua conclusione fu precursore delle agitazioni antiunitarie che scossero la Basilicata e altre terre dell’Italia meridionale durante gli anni del brigantaggio postunitario. Il conte, adirato dalla confusione dei contadini, si affacciò al balcone e lanciò monete d’argento alla folla, gridando “mangiate facchini i demani son vostri”., ma questo gesto fece inferocire ancora di più la folla, che irruppe nel palazzo Gattini. Il conte, nel tentativo di fuggire, saltò nel fienile di palazzo Malvinni-Malvezzi. Infuriati, i contadini prelevarono con la forza il possidente e il suo segretario Francesco Laurent dal suo palazzo e li portarono nella piazza del Sedile di Matera, luogo in cui si amministrava la città, uccidendoli a colpi di falce su una scalinata che guardava alla piazza, con l’accusa di essersi impossessati delle terre del demanio destinate alla popolazione. Il giorno seguente molti tra i congiurati furono condannati a pene molto pesanti, alcuni all’ergastolo. Il popolo inneggiava Francesco II di Borbone, al grido “evviva ‘u Rrè”, opponendosi al comitato di unità nazionale lucano per le assicurazioni non rispettate, mentre le guardie civiche assistevano impassibili ed in taluni casi incitanti. Come riflesso delle notizie in arrivo dalla Sicilia, vennero messe in atto numerose sommosse popolari in diverse zone continentali del regno borbonico: nel Salernitano, a Vasto, a Venafro, altre località del Molise e in Lucania, miranti a una distribuzione popolare delle terre del demanio, permessi di utilizzo di usi civici e pesantezza delle imposte locali; nella primavera del 1861 la rivolta si era ormai diffusa in tutto il sud Italia continentale, assumendo spesso le forme di estese jacquerie contadine, spesso represse violentemente nel sangue. L’azione di contrasto venne in gran parte affidata inizialmente ai bersaglieri; dapprima ne furono inviati 11 nuovi battaglioni formati a seguito della riforma dell’esercito disposta col decreto 23 gennaio 1861 a cui si aggiunsero in seguito tre battaglioni di veterani, di modo che il 25 settembre 1861 erano impegnati nella lotta al brigantaggio 17 battaglioni su 34 dell’organico complessivo dei bersaglieri. Con un’azione centrata fra Irpinia e Lucania, con un incremento notevole sia delle forze impegnate, sia della ferocia con la quale la repressione delle insorgenze fu attuata. A Napoli, l’ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agiva la propaganda del comitato borbonico della città, che riuscì, perfino, a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile venne sventata una cospirazione anti-unitaria e arrestate oltre 600 persone, fra cui 466 ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico. Si registrarono inoltre sollevazioni diffuse, seguite dal rovesciamento violento di vari comitati insurrezionali, sostituiti con municipalità legittimiste, a cui seguiva l’azione repressiva delle forze unitarie, come la rivolta di Montefalcione nei paesi di Montefalcione e Montemiletto tra il 6-10 luglio 1861. A seguito di queste rivolte il conte Gustavo Ponza di San Martino, da meno di 2 mesi nominato luogotenente del re Vittorio Emanuele II per le “provincie napoletane”, rassegnò le dimissioni e il 14 luglio 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini, con poteri eccezionali per affrontare l’emergenza del brigantaggio. Egli seppe rafforzare il partito sabaudo, arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni arbitrarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati. Fucilazioni sommarie e incendi di villaggi erano frequenti, tra quelli più famosi ricordiamo l’eccidio di Auletta avvenuto il 30 luglio, dopo la repressione di una rivolta filoborbonica nel paese, e i fatti di Pontelandolfo e Casalduni del 14 agosto 1861, eseguiti dai bersaglieri, per rappresaglia dopo il massacro di oltre 40 militari perpetrato tre giorni prima da briganti con l’appoggio di elementi attivi della popolazione locale. Le forze a sua disposizione consistevano in circa 22.000 uomini, che presto passarono a 50.000 unità nel dicembre del 1861. I metodi repressivi di Cialdini impressionarono perfino il governo di Torino e scandalizzarono la stampa estera, per cui venne sospeso nel settembre di quello stesso anno e sostituito dal generale Alfonso La Marmora. Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1861 José Borjes, generale spagnolo carlista, partito da Malta, sbarcò con 20 soldati a Brancaleone, in Calabria ingaggiato da re Francesco II di Borbone per riconquistare il Regno. Dopo il fallito tentativo di una duratura alleanza col brigante calabrese Miticca, che lo abbandonerà, si mosse in Basilicata arrivando il 22 novembre ad unirsi al capobanda Carmine Crocco, con cui compì alcune scorribande nella regione e partecipò a scontri con le truppe italiane; tuttavia i loro rapporti reciproci, sempre diffidenti in quanto Crocco non volle cedergli il comando delle operazioni, si deteriorarono col passare dei giorni, anche sotto l’incalzare dei militari italiani. Infine abbandonato da Crocco, Borjes cercò di raggiungere Roma per informare Francesco II della situazione, desiderando organizzare un esercito di volontari per ripetere l’operazione. Lo spagnolo venne catturato da un reparto di bersaglieri vicino al confino pontificio nei pressi di Sante Marie e fucilato l’8 dicembre 1861 a Tagliacozzo assieme ai suoi pochi uomini rimastigli. Il 18 settembre 1861 con trentadue uomini, sbarcò ad Agropoli nel salernitano il legittimista Giuseppe Tardio, imbarcatosi a Civitavecchia (porto dello stato pontificio), iniziando a raccogliere volontari, in qualità di capitano dell’esercito delle Due Sicilie. Durante un dibattito svoltosi alla Camera il 2 dicembre, la Francia venne accusata dal deputato calabrese Benedetto Musolino, di favorire e guidare il brigantaggio in quanto “Napoleone III non ha rinunziato al programma di Plombières e si avvale del brigantaggio per impedire che il nostro Stato si consolidi”. E il 7 dicembre il giornale “l’Operaio” di Napoli, da una cronaca da Roma commentava: “Il comando e la polizia francese in Roma non solo non reprime, ma si può anche dire che favorisce il brigantaggio. Prima di tutto non si capisce come il Governo di Francia permette l’opera impunita dei comitati legittimisti di Marsiglia e di Parigi, i quali forniscono alimento al brigantaggio, in uomini, armi o denaro.” ed aggiungeva che il generale De Goyon comandante della guarnigione francese nella capitale, rivolgendosi alle nuove truppe durante il cambio del contingente francese le aveva esortate a non essere troppo zelanti nella repressione del brigantaggio. Il giornale forniva anche una sua descrizione su come avveniva l’aiuto francese al brigantaggio tramite il comitato legittimista di Marsiglia, facente capo al deputato Anatole Lemercier, che fingendo di arruolare Belgi e Francesi come volontari per servizio della Santa Sede, li invia tramite i postali francesi al porto di Civitavecchia, e quindi per ferrovia a Roma. Qui sono presi in consegna da Luzzi, segretario particolare di De Merode al tempo ricoprente una posizione definibile come ministro della difesa, e ricevono divisa, armamento e istruzioni con l’incarico da svolgere e sono arruolati nei ruoli borbonici. Sono temporaneamente alloggiati nei quartieri dei battaglioni esteri presso S. Maria Maggiore, fino a quando o vengono inviati vengono ai confine nella banda di Chiavone, o ritornano a Civitavecchia, dove tramite Galera console napoletano, nuovamente tramite i postali francesi arrivano a Napoli, se non sospettabili da parte delle autorità italiane, oppure a Malta. Nel luglio 1862 i due fratelli La Gala, capi briganti, rifugiatisi nello stato pontificio, in fuga da Terra di Lavoro dove avevano precedentemente spadroneggiato, vennero imbarcati a Civitavecchia, assieme ad altri tre briganti della loro banda sulla nave francese “Aunis”, per essere condotti al sicuro a Barcellona in Spagna dove la legazione spagnola aveva fornito un salvacondotto. Il loro viaggio venne interrotto a Genova, quando a seguito all’attracco della nave, vennero imprigionati dal prefetto cittadino, che avuta notizia della loro presenza salì a bordo. Ne seguì un caso diplomatico, essendo stati arrestati su una nave battente bandiera francese, ricomposto con la riconsegna temporanea dei cinque alla Francia che li custodì in una prigione al confine con l’Italia fino a quando la richiesta di estradizione fece il suo corso in settembre. Il caso mise alla luce le problematiche legate all’appoggio europeo legittimista verso il brigantaggio e la difficile posizione francese a Roma, le cui truppe presidiavano per la difesa del Papa, la cui presenza indirettamente favoriva una politica ostile all’alleato Regno d’Italia. Il 28 giugno 1862, in un bosco vicino all’abbazia di Trisulti, venne catturato e fucilato il capo brigante Luigi Alonzi (detto Chiavone) ad opera di Rafael Tristany de Barrera e Ludwig Richard Zimmermann, due mercenari, rispettivamente spagnolo e tedesco, assoldati dai borbonici per guidare militarmente le bande dei briganti e che erano diventati avversari di Chiavone in seguito a continui scontri dovuti a gelosie di potere che stavano dividendo in briganti in “tristanisti” e “chiavonisti”. Le bande di briganti tuttavia facevano ancora assegnamento sull’invio di rinforzi dalla corte borbonica in Roma, e sul ritorno di Francesco II, utilizzando questa eventualità come mezzo di pressione e ricatto verso le autorità locali. Al fine di contrastare più efficacemente il fenomeno, il 16 dicembre 1862 la Camera dei deputati decise la costituzione di una commissione d’inchiesta sul fenomeno, da inviarsi nelle province meridionali per prendere diretta conoscenza dei fatti, con Giuseppe Massari alla segreteria e Giuseppe Sirtori alla presidenza. Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l’istituto del domicilio coatto, quest’ultimo introdotto dalla legge Pica; emanata il 15 agosto 1863 era una legge speciale che colpiva non solo i presunti e veri briganti, ma affidava al giudizio dei tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti di manutengolismo (ossia collaborazione) coi briganti. Il 21 dicembre del 1863 Garibaldi inviò da Caprera al Presidente della Camera dei deputati del Regno d’Italia, all’epoca Giovanni Battista Cassinis, una lettera di rinuncia al mandato per protestare energicamente sia contro l’estensione alla Sicilia della legge Pica (“vituperio della Sicilia, che io sarei orgoglioso di chiamare la mia seconda terra di adozione”) e inoltre per condannare la cessione di Nizza. Negli anni dal 1862 al 1864 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a 105.000 soldati, circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo. Il generale Emilio Pallavicini, che preferiva favorire il “pentitismo” tra i briganti, giunse ad eliminare le grandi bande a cavallo con i loro migliori comandanti: il 5 gennaio 1863 venne ucciso in combattimento Pasquale Romano, attivo nella zona di Bari ed ex sergente dell’esercito borbonico considerato un abile stratega: la sua morte in battaglia rappresentò la fine della guerriglia organizzata militarmente in Puglia, nel corso dell’anno furono sgominate le bande di Crocco nel Vulture. Grazie soprattutto alla resa del suo luogotenente Giuseppe Caruso il 14 settembre 1863 e la sua collaborazione con le autorità italiane, nella zona di Foggia Michele Caruso fu fucilato il 23 dicembre dello stesso anno. Carmine Crocco, rimasto con pochi uomini e incalzato senza tregua dalla truppe italiane, cercò riparo sconfinando nello Stato Pontificio ove sperava di ricevere aiuti come era accaduto per molti altri capi briganti, ma diversamente dalle sue previsioni, venne arrestato dalle guardie pontificie il 25 agosto 1864, e tenuto imprigionato a Roma senza processo fino al settembre 1870, quando a seguito della breccia di Porta Pia si trovò prigioniero dello stato italiano finendo sotto processo. Il 27 ottobre 1864 venne arrestato a Tivoli dalla gendarmeria pontificia anche il brigante abruzzese Giuseppe Luce della cosiddetta banda di Cartòre (guidata da Berardino Viola) che, il 18 maggio 1863, insieme ad altri complici, rapì e uccise, bruciandolo vivo, il ricco possidente terriero e capitano della Guardia Nazionale Alessandro Panei di Sant’Anatolia. Nel 1864 inizia il ridimensionamento delle truppe destinate alla repressione ridotte a 8 reggimenti granatieri, 8 di cavalleria, 34 reggimenti di fanteria con il solo IV battaglione e 13 battaglioni bersaglieri. Con le sue azioni, il generale Pallavicini aveva raggiunto l’obiettivo strategico principale della lotta contro il brigantaggio, scongiurando le premesse per una possibile sollevazione generale militarmente coordinata dei guerriglieri delle province meridionali: l’insurrezione non era ancora terminata, come dimostrò pure la rivolta del sette e mezzo a Palermo, ma venne meno il carattere di azione collettiva, avendo affievolito l’appoggio popolare. Alla fine del brigantaggio contribuì anche il cessare dell’appoggio da parte dello Stato pontificio, che per i primi anni costituiva una terra di rifugio ed asilo a tutti quelli che sconfinavano nel suo territorio. Nel 1864 la rivista La Civiltà Cattolica scriveva: “una delle piaghe più cancrenose del preteso regno d’Italia è il cosiddetto brigantaggio che da quattro anni infierisce nelle province meridionali”, e dopo aver descritto e denunciato le azioni repressive del governo e l’impoverimento delle popolazioni causato dall’incremento dei prezzi e concludeva “che la cagione del brigantaggio è politica, cioè l’odio al nuovo Governo”. La fine del brigantaggio per gli storici termina con la lettera datata: Melfi, 6 marzo 1865, manoscritta dal generale Govone che termina col commento: “il brigantaggio nel Melfese è ora completamente distrutto” – Scritta su carta intestata “Comando generale delle zone riunite di Melfi, Lacedonia e Bovino”. Con successive proroghe, la legge Pica restò in vigore fino al 31 dicembre 1865. In realtà il Brigantaggio continuò, certo non con i numeri che abbiamo visto e divenne ancora più sfuggente e subdolo di quello della prima maniera. Nel 1867 La Civiltà Cattolica riportava un editto del 17 marzo 1867 del monsignor Luigi Pericoli delegato apostolico, emanato allo scopo di contrastare il brigantaggio dalle province di Frosinone e Velletri. Il contenuto dell’editto era preceduto dalla premessa che “tra le miserande conseguenze dell’usurpazione violenta del reame di Napoli, si ha purtroppo da deplorare già da sette anni, e produsse già troppe rovine, quella del brigantaggio, che imperversa sulle frontiere delle province meridionali dello stato Pontificio, dove si annidò fra le giogaie de’ monti e le selve inestricabili, per quinci piombare, quando dall’uno o dall’altra parte dei due stati confinanti, a compiere le più esecrabili ribalderie”. Tra le varie norme introdotte l’editto considerava “conventicola” (vietata) anche la riunione di due soli briganti armati, taglie variabili da 2.500 a 6.000 lire per la consegna o uccisione di briganti e premi in denaro per briganti che consegnino alla giustizia loro compagni (sia vivi che morti), 10 – 15 anni di galera per chi ostacolasse la lotta al brigantaggio, possibile allontanamento dalla provincia di dimora dei familiari di briganti, divieto di muoversi in campagna portando con sé un eccesso di viveri e di indumenti, divieto di assumere come pastori o custodi per il bestiame i parenti di briganti, la chiusura di osterie, case di campagna e distruzione di capanne che potessero servire come rifugio ai briganti. Con la “Convenzione di Cassino”, il 24 febbraio 1867 venne sancito dall’incontro fra il Conte Leopoldo Lauri Maggiore Comandante la 2ª suddivisione della gendarmeria della provincia di Frosinone e Lodovico Fontana Maggior Generale Comandante la 1ª zona militare di Cassino il permesso alle truppe di uno Stato di sconfinare nell’altro durante l’inseguimento di briganti in fuga. La resistenza degenerò così, sempre più verso un mero banditismo. Nel 1867, Francesco II sciolse il governo borbonico in esilio, anche se l’azione delle bande andava progressivamente diminuendo, vista l’impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in una guerra civile. Nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio.
Nel 1870, Civiltà Cattolica pubblicò l’ articolo intitolato “Il brigantaggio distrutto negli stati pontifici”, in cui affermava che negli Stati del Papa il brigantaggio è già da più mesi del tutto estinto: oveché negli Stati occupati da Vittorio Emanuele seguita ad inferocire. Entrate a Roma le truppe italiane, annesso al Regno d’Italia il Lazio, e trasferitosi a Parigi nel marzo 1870 Francesco II, cessò la necessità di mantenere le zone militari ancora esistenti che furono soppresse proprio nel 1870. Con la fine dello stato d’assedio non terminarono tuttavia le scorribande brigantesche poiché alcuni briganti sopravvissuti agli scontri, continuarono per alcuni anni successivi, anche se per lo più in modo disorganizzato. Nel 1872 Carmine Crocco, divenuto prigioniero del Regno d’Italia, dopo la breccia di Porta Pia, venne processato, il suo procedimento giudiziario durò un anno, si concluse con la sua condanna a morte, ma essendo terminata l’emergenza della lotta al brigantaggio, la pena fu commutata in condanna a vita ai lavori forzati; Crocco morirà nel 1905 sopravvivendo a gran parte dei briganti del suo tempo.

fonte https://www.facebook.com/UNPopoloDistrutto/posts/2474766492628711?__tn__=K-R

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