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I “Placiti cassinesi” possono essere considerati come genesi dell’italiano?

Posted by on Giu 30, 2020

I “Placiti cassinesi” possono essere considerati come genesi dell’italiano?

Dopo la caduta dell’impero romano nel V secolo, la naturale evoluzione del latino, già in atto per la spontanea tendenza delle lingue a mutare nel tempo, conobbe un’accelerazione dovuta a una serie di fattori, tra cui da un lato la scomparsa delle istituzioni romane che svolgevano un ruolo di freno rispetto a questa evoluzione e dall’altro il contatto con nuovi popoli e nuove lingue, diverse dal latino.

Per lunghi secoli questa evoluzione si svolse in gran parte nell’ombra, poiché nella scrittura si continuava a usare il latino, certamente non più identico al latino classico ma comunque in stretto rapporto di continuità con quello, mentre nell’oralità – e quindi a un livello non documentato – dalla comune base latina si erano ormai via via formate delle varietà di lingua molto diverse l’una dall’altra e dallo stesso latino, i cosiddetti volgari. Ciò accadeva in ogni parte dell’ex Impero d’Occidente, e in particolare nelle zone oggi occupate da Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Romania, eccetera.

In questo contesto, definito di “diglossia”, in cui il latino era l’unica lingua scritta e i differenti volgari erano l’unica maniera per comunicare oralmente nella vita quotidiana, accadeva di tanto in tanto che qualcuno, per differenti motivi, violando la regola che imponeva di usare solo il latino nella scrittura, produceva brevi testi scritti nel proprio volgare. Quando ciò accadeva, non si trattava evidentemente della “nascita” di una nuova lingua, ma soltanto di una delle prime attestazioni scritte di quel particolare volgare locale, già in uso da secoli ma mai scritto prima di allora (o, se per caso era stato scritto, non giunto fino a noi).

I Placiti cassinesi o Placiti campani, prodotti probabilmente a Teano nel X secolo, sono uno degli esempi più antichi di scrittura in uno di questi volgari Italo-Romanzi. La varietà linguistica in cui sono redatti è il volgare campano settentrionale di quel periodo, antecedente dei nostri dialetti odierni ma non certamente antecedente diretto dell’italiano, che invece è il risultato, come è noto, dello sviluppo del volgare di Firenze e dell’area toscana a partire dal XIII secolo. 

Si può quindi parlare riguardo ai placiti di uno dei più antichi documenti scritti in uno dei tantissimi volgari d’Italia, il volgare campano settentrionale, ma non è corretto affermare che essi rappresentino un momento dell’evoluzione della lingua toscana, che oggi chiamiamo lingua italiana.

Pietro Maturi

1 Comment

  1. Negare alla Magna Charta Cassinensis, meglio nota come placiti campani la posizione giuridica di primo documento conosciuto in cui si rinvengono parole e periodare tipico della lingua italiana è sbagliato. Quelle parole e quel modo di articolare il periodo dimostrano piuttosto che l’italiano non è la linqua fiorentina ma è il risultato di una evoluzione popolare che ha poi trovato negli scrittori fiorentini chi ha saputo coglierne la portata innovativa. Ed io aggiungo ..dopo aver risciacquato i loro panni nel Gari Garigliano, Volturno e Marechiaro, pensando ai soggiorni campani di Boccaccio. Petrarca et comp.

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