Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro (IV parte)

Posted by on Mag 4, 2018

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro (IV parte)

La religione nei detti popolari

(Pignataro Maggiore, Agosto 1999 – IV parte)

Prete, monaco, bizzoca, vescovo e Papa
La presenza di un prete in famiglia significava prestigio e ric­chezza, perciò si diceva: “Viata a chella casa – addò ‘a chiereca ce trase!” (Beata quella casa, dove entra [c’è] la chierica, la ton­sura, il prete).

E ancora, confrontando la condizione del prete con quella dello sposato e addirittura del maiale, si diceva: “’U spusato sta buono ‘na settimana; ‘u puorco ‘n’anno; ‘u prèuto ‘na vita sana” (Lo sposato sta bene una settimana; il maiale un anno; il prete una vita intera) con allusione, per il primo, alla settimana di luna di miele; per il maiale che in capo ad un anno viene ammazzato; mentre il prete vive comodamente e tranquillamente per tutta la vita [sano = intero dall’agg. lat. sanus nel senso di incorrotto, intatto].
Perciò la famiglia del prete era oggetto di invidia, a tal punto che qualcuno inventò gli “strangulaprieuti” (strangolapreti), che però sono – come tutti sanno – gli gnocchi.
Il prete è detto secolare, perché vive nel “secolo”, cioè nel mondo a contatto con la gente; c’è invece chi sceglie di vivere lontano dal mondo, ritirandosi in convento. Alla vita conventuale si riferiscono i seguenti detti:
“Arreterarse comme i muoneci ‘o cummento” (Ritirarsi come i monaci al convento), in fila, uno dietro l’altro, mogi mogi, dopo la fatica del viaggio a piedi per la “cerca”; e ancora si dice: “Chesto passa ‘u Cummento” (Questo passa [dà, offre] il Convento) cioè poco, considerata la povertà dei frati.
Curioso poi è il detto assai stringato: “Cchiù carne ‘o monaco” (Più carne al monaco), cioè la carne in più si dia al monaco que­stuante; il detto si riferisce a chi a tavola desidera per sé la porzione di cibo che un altro commensale non vuole.
Tra gli Ordini “regolari”, va ricordato in particolare quello dei Francescani i quali, come si sa, vivono in povertà e indossano sai scuri. A proposito dei sai francescani, abbiamo ascoltato questo detto: “Si nun so’ bianchi, so* frischi: comme ‘e panni ‘e San Francisco” (Se non sono bianchi, sono freschi: come i panni di San Francesco), di abiti rattoppati, ma puliti.
Un riferimento allo stato monacale troviamo nel seguente detto: “Si comm’a Criscienzo ‘e papà: se vuleva fa’ monaco e se vuleva ‘nzurà” (Sei come Crescenzo di papà: voleva farsi monaco e voleva sposarsi) di chi vuol fare una cosa ma anche l’opposto. Il personale Crescenzo è naturalmente un nome come un altro; “… di papà” è espressione affettiva e allude a protezione (anche economica) del figlio da parte del padre; “’nzurarse” dal tardo lat. “inuxorare” da’ìn uxorem ducere = prendere in moglie, detto dell’uomo (mentre della donna si dice: mmaretarse = maritarsi, prendere marito).
A proposito di cariche ecclesiastiche, ce n’è una che fa riferimento al Vescovo: “Giorgio se ne vuleva i’ e ‘u Vescovo n’u vuleva mannà” (Giorgio se ne voleva andare e il Vescovo ne lo voleva mandare); pare che questo detto sia di origine prettamente pignatarese: è infatti da notare che San Giorgio è protettore di Pignataro e che il nostro paese fu sede vescovile dagli inizi del ‘600 fino agli anni Venti di questo secolo; probabilmente il Ve­scovo doveva avere tra gli inservienti qualcuno di nome Gior­gio. Il detto si usa quando una cosa non è voluta da nessuna delle due persone interessate.
Va ricordata anche l’espressione “Pare ‘na papessa!” (sembra una papessa!) detta di una donna grassa e pacioccona.
C’è poi la particolare condizione della “bizzoca”, o “monaca ‘e casa”, cioè la zitella che, non avendo trovato marito, si dedica tutta alla vita di chiesa; essa si deve rassegnare a vivere da sola, ma talvolta pensa con nostalgia al tempo della giovinezza in cui ha rifiutato, perché troppo scontrosa, qualche buon partito, e prova anche invidia nei confronti delle sue compagne che il marito l’hanno comunque trovato. A tal proposito ci è stato riferito il seguente detto: “Chi tanta amanti – Chi tanta lenzola – chi rorme sola!” (Chi tanti amanti, Chi tante lenzuola, Chi dorme sola!) così dice sospirando la “bizzoca”. Qui il termine “amante” non ha valore spregiativo, ma significa semplicemente “innamorato”; le lenzuola alludono alla parte più importante del corredo della donna che si sposa, ma soprattutto all’intimità de­gli sposi, come è confermato dall’ultimo versetto del detto che chiaramente denota il desiderio di avere accanto nel letto la pre­senza dell’uomo.
(A proposito di “bizzoche”, presso la parrocchia dei Santi Filip­po e Giacomo di Giano Vetusto, sul primo foglio del “Liber natorum qui incipit ab anno 1860 [Libro dei Nati, che incomincia dall’anno 1860], abbiamo trovato scritto quanto segue: “Guai a chella casa // addò ce stanno le bizzoche: // fanno sempe ‘o foca-foca // mai ‘a pace ce fanno sta” [Guai a quella casa – dove ci sono le pinzochere: – fanno sempre fuoco-fuoco – mai la pace ci fanno stare] dove l’espressione foca-foca vuol significare più precisamente attizzare fuoco, seminare zizzania. Si noti anche la rima baciata tra bizzoche e foca. A comporre la quartina dovette essere certamente il parroco!).

Auguri
In occasione delle grandi feste, Natale, Capodanno, Pasqua, i ragazzi erano soliti recarsi a casa dei nonni a dar loro gli auguri, ricevendo in compenso una “mazzetta” in danaro. Se il nipote non andava, naturalmente non riceveva nulla. Da ciò il detto: “Chi vene conta – chi nun vene nun conta” (Chi viene conta, chi non viene non conta) dove il “contare” è chiaramente riferito alla conta delle monete ricevute.
Ad uno che starnutisce, si augura: “Crisci santo!” (Che tu possa crescere santo); la risposta era: “Grazie tante”, dove è da notare la rima santo-tante, considerando che la vocale finale si pronuncia in modo indistinto.
Va ricordato anche “frisco all’àneme r’u Priatorio!” (fresco alle anime del Purgatorio) dove si augura “frescura” alle anime che si purificano nel fuoco del secondo regno dell’Aldilà.
Ma c’è anche una esclamazione “diabolica”: “Riàulo, fallo!” ([o] Diavolo, fallo! [tu]) che letteralmente dovrebbe essere una invocazione al Demonio al quale si chiede di fare una cosa che l’uomo non riesce a fare; l’espressione però sembra aver perso il significato originario e pronunciandola tutta d’un fiato, si mette l’accento solo sul verbo: Riaul(o)fàllo!

Deformazione di espressioni latine
Il popolo dei fedeli, per la maggior parte ignorante, pronunciava le preghiere in latino, non conoscendo questa lingua, per cui dalla sua bocca uscivano frasi storpiate:
L’inizio dell’Ave Maria suonava così: Au, Maria, grazia prena… Dal Pater noster, come già si è osservato, veniva ricavata la fi­gura di una Santa inesistente: il “santificetur”, diviso e adattato, dava vita ad una Santa Ficeta.
La preghiera per i morti dava luogo ad una “requie” “materna” (da requiem aeternam); e “luceat eis” diventa ‘u ricètte a is (che tradotto in italiano significherebbe: lo disse a lui).
Nella litania per i defunti “Ora pro eis” è diventato “Ora pru eis”; in quella per la Madonna, l’invocazione Regina Sanctorum omnium diventa Regina Santo rummonio (che sarebbe poi il demonio).
Il Dies ille si è trasformato in una “riasilla”, cioè una “lamentela, un pianto incontenibile di bambino, un discorso lungo e noioso”, come scrive il Beccaria (pag. 74); lo stesso linguista riferisce ancora (pag. 37) che “il terrifico Dies irae è stato rimosso coniugandolo in numerose varianti scherzose rimate (un adagio napoletano recitava diasillo, diasillo, Signò pigliatillo)”.

Durata del tempo
Ricordiamo infine come il linguaggio ecclesiastico abbia influito nel determinare i nomi riferiti a durata del tempo: un tempo lungo era come un “Credo”; un tempo breve invece era come un “Amen”; mezz’ora dopo il tramonto del sole suonava l’Ave Maria.
Abbiamo già riferito l’altra espressione “’na fatta ‘e Croce”, che voleva indicare un attimo.
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Bibliografia essenziale
– GIAN LUIGI BECCARIA Sicuterat II latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti, Garzanti, 1999
– SALVATORE PALUMBO La parlata dell’agro caleno-sidicino Fonesi e metafonesi del medio versante destro del Volturno a cura di Antonio Martone. Tesi di laurea Università di Napoli 1954-1955. Tip. Boccia, Capua, 1997

[Fine]

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XII 2015 – n. 11 Novembre)

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