Alta Terra di Lavoro

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I RIVOLUZIONARI CILENTANI DEL ’48 VERI EROI O……..(VIII)

Posted by on Lug 2, 2020

I RIVOLUZIONARI CILENTANI DEL ’48 VERI EROI O……..(VIII)

Cari amici di Alta Terra di Lavoro, ogni cosa nella vita se viene affrontata con impegno passione e serieta’ rischia di diventare un servizio  utile alla societa’, cosa che e’ successa al Blog dell’Ass.Id. Alta Terra di Lavoro.

Grazie alla mia curiosita’ di guardare i fatti storici da ambedue i lati mi sono incuriosito su alcuni personaggi facendo l’ elenco corposi dei liberal giacobini del Vallo di Diano In Cilento considerati padri della patria. Leggendo le loro biografie mi sono accorto che si faceva una certa propaganda forzata pur di cercare di enfatizzarli come personaggi che si sono prestati alla causa dell’ abbattimento della casata borbonica affinche’ ci fosse un taglio netto con il vecchio regime e trionfassero i principi di liberta’ che essi volevano portare in zona appoggiando  qualsiasi personaggio che fosse disposto a organizzare il colpo di stato contro i Borbone. Ma esaminiamo attentamente questi personaggi giu elencati perche’ lo facevano, quali erano i veri interessi e chi avevano dietro.

Tutti proprietari terrieri o appartenenti a famglie benestanti che come e’ risaputo venivano tassati dai Borbone a favore dei contadini e frenati nelle loro ambizioni contro l’ arricchimento e prepotenze nei confronti dei meno abbienti che venivano protetti da quel re che si basava su principi cristiani dove il vangelo era al primo posto e il profitto al servizio del essere umano ( prerogativa degli ancien regime ) e non viceversa, cosa che avverra’ con le ideologie liberali.

I valori delle monarchie in nome di Dio sono praticamente stati distorti e ridicolizzati dalle propagande giacobine che predicavano le LIBERTE’ alla francese e gli stessi preti appartenenti a quelle ideologie piantavano gli alberi della liberta’ che rappresentavano l’ opposto del crocifisso ovvero l’anticristo tanto e’ vero che e’ risaputo che le ideologie mutuate dalla Rivoluzione Francese avevano distrutto chiese e ucciso sacerdoti che si rifacevano alla tradizione, in pratica si voleva creare un mondo che, con la scusa di creare democrazie, costituzioni e parlamenti in nome del popolo ma gestite dai ricchi che  non vedevano l’ora di togliersi di torno quel Re garante del popolo e creare un mondo di ipocrisia, di poveri, di guerre, di appiattimento culturale, di manipolazione mentale, di degrado culturale che tendesse ad una societa’ che era nata solida piena di valori e tradizioni ma doveva diventare liquida corrotta tendente al nichilismo piu’ assoluto  dove i pricipi demoniaco satanisti la facessero da padrone e tutti questi personaggi sotto elencati hanno contribuito a questo sfacelo intellettuale che e’ quello oggi gestisce le nostre menti.

Che e’ quello gestisce le menti delle masse inconsapevoli che si lasciano trarre in inganno dal vitello d’ oro di biblica memoria che non e’ altro che la materializzazione del demonio che nel momento in cui si toglie la sua maschera dorata nei esce il mostro che fagocita l’ uomo in un sol boccone distruggendolo e bloccandone la sua anima nella tensione e nel viaggio verso l’ infinito o Dio.

Ennio Apuzzo

oggi parliamo di…

Giovanni FLORENZANO (Salerno, 1840 – Sant’Arsenio, 1916). Avvocato, pubblicista, poeta e parlamentare.  Primogenito di Candido, docente di medicina all’Università di Napoli, e di Francesca Carimando, figlia del notaio Antonio, fu santarsenese per parte di madre. Dopo gli studi umanistici, che completò presso il Collegio di Montecassino,  si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza della “Federico II” di Napoli, laureandosi a soli 20anni; svolse, poi, il praticantato presso il  penalista napoletano Enrico Pessina. La sua passione per la politica lo portò ad essere uno degli animatori del Movimento Liberale nel Vallo di Diano e a Sant’Arsenio in particolare,  organizzando il folto gruppo di armati santarsenesi, che accorsero incontro al Generale Garibaldi, a Sala, il 5 settembre 1860.  A Garibaldi dedicò la Cantata Dall’Etna al Vesuvio, rappresentata al Real Teatro di San Carlo in Napoli il 6 settembre 1861, che unitamente ad altre poesie, romanze, preghiere, orazioni, inni e canti, composti tra il 1859 ed il 1869, fu pubblicata nel libro Canti (1869). Pubblicò poi una raccolta di inni, idilli e cantate dal titolo Patria e Amore (1862). Compose altresì Idillio (1860), A Lisa e La Giovinezza (1862). In occasione dell’inaugurazione del canale artificiale di Suez (1869),  Giovanni era presente come inviato per alcuni giornali nazionali. Da qui inviò 7 lettere indirizzate alla “Riforma” di Firenze, 4 lettere al “Pungolo” di Napoli e 2 al “Popolo Italiano” di Genova.  A Napoli assunse l’assessorato nella Giunta presieduta dal Sindaco Nicola Amore.  In occasione della morte di Garibaldi, non mancò di scrivere, il 7 settembre 1882, un discorso commemorativo per il Grande generale, presso la Società Centrale Operaia in Napoli. La passione per la poesia e le cantate non assopirono l’interesse primario per la politica e, pur se esponente della Sinistra Liberale e amico di Giovanni Nicotera, dal 1870 in poi tentò, senza riuscirvi, la scalata a Montecitorio. Frequentando Sant’Arsenio, conobbe e sposò Donna Agnese Costa-Mele, che al pari della mamma, poteva vantare nobili origini e un’agiata condizione. Il matrimonio portò Giovanni ad essere sempre più presente nel Vallo di Diano, dove non mancò di intraprendere iniziative di carattere socio-economico. Qui la condizione dei contadini e della relativa agricoltura valligiana lo portò a dare alle stampe il suo capolavoro editoriale, Dell’emigrazione italiana in America, studi e proposte” (1874). Pubblicò poi un saggio Sulle condizioni morali e politiche del Paese (1877). Una serie interminabile di problematiche, fra cui la pubblica istruzione, la lotta alla criminalità e alle mafie, la legalità e i presidi di giustizia e la riforma della Legge elettorale appassionarono sempre il Florenzano, che nel 1822 lo videro premiato per l’interessamento mostrato allorquando si procedette alla modifica dei requisiti per l’esercizio del voto e del sistema elettorale. Dopo aver affrontato diverse prove al vetriolo, venne eletto deputato al Parlamento del Regno nella XVI legislatura (1886-1890), per il Collegio Salerno III. L’esordio alla Camera fu dei migliori, tanto da fare breccia nel cuore degli onorevoli colleghi. Di cultura polivalente, si mostrò particolarmente preparato nelle questioni di statistica e di diritto amministrativo. In poco tempo crebbe di credito ed autorità; indipendente di carattere, votò quasi sempre a favore del Governo, salvo, quando era in contraddizione con i principi da lui perseguiti.  La sua solerzia per il Vallo di Diano, oltre a manifestarsi con i discorsi e le attenzioni istituzionali, si realizzò con la creazione di una Banca Popolare Agricola del Circondario di Sala Consilina, Società Anonima Cooperativa di Credito. Sollecitato dagli amici di partito e dagli amministratori locali s’interessò a che fosse ultimata la costruzione della ferrovia Sicignano-Lagonegro (1884-1892), tratta ferrata che attraversa da Nord a Sud l’intero territorio. Nel suo paese non mancò di volgere prodighe attenzioni per l’istituzione di un luogo idoneo alla ricreazione dei fanciulli e di una scuola lavoro. Nel 1884, a seguito del colera che aveva colpito Napoli, si mostrò disponibile e generoso verso gli ammalati. A lui è ascrivibile la fondazione in Napoli, più precisamente nell’ex convento di Sant’Antonio a Tarsia, della scuola di lavoro. Non più rieletto, a causa di una serie di scorrettezze perpetrate a suo danno e riconosciute da apposita commissione parlamentare, si dedicò, fino alla morte, sopraggiunta in estrema povertà, ad attività culturali e filantropico-sociali. Al Florenzano sono ascrivibili anche diversi altri titoli, come In ricordanza di Gennaro D’Elia, (1866); Pel car. Filippo Satriano, In morte di Laura Beatrice Oliva Mancini, Canto; I giurati e la pena di morte, tutti editi nel 1869,  Suez e il Nilo (1870), Accanto al Vesuvio, Salmo (1872); e nel 1875 La Società Geografica italiana e le sue spedizioni. Donne traviate, note di ufficio (1879), Il Congresso e le esposizioni di Venezia (1881);  Bisogna sventrare Napoli (1884), Discorsi del Deputato Florenzano e Parigi, Ricordi e giudizi (1889),   Elezione del III Collegio di Salerno. Alla Giunta per le elezioni ed alla Camera dei Deputati. (1891).

Carlo MELE (Sant’Arsenio, 1792 – 1841). Letterato, umanista, liberale e direttore del giornale napoletano “La voce del Secolo”. Scarsissime sono le notizie riguardanti la sua vita, anche se si riesce a ricavarne un discreto ma interessante profilo bio-bibliografico. A Napoli intraprese lo studio del Diritto, laureandosi presso la “Federico II” ed esercitando poi la professione forense. Sempre a Napoli coltivò gli studi letterari e filosofici. Nel 1811, a soli 19 anni, divenne “controloro nelle contribuzioni dirette”. In seguito alla diffusione dei moti carbonari il Mele sostenne ed ammirò Michele Morelli, Giuseppe Silvati e Luigi Minichini, i veri fautori della rivoluzione napoletana, che scoppiò ai primi di Luglio del 1820 e tra agosto e settembre scrisse e pubblicò su “La Voce del Secolo”, di cui era Direttore, tre lettere inerenti la rivoluzione napoletana, dalle quali traspare profondamente sia l’affermazione della libertà sia la difesa della Patria e l’Istruzione del popolo e la rinascita della morale. Scrisse La Costituzione spagnola esaminata secondo i principi della ragione (1821) e nel 1823, a seguito della repressione Borbonica, fu costretto ad allontanarsi dal regno e a vivere per alcuni anni tra Firenze, Roma, Bologna, Parma e Torino. A Firenze conobbe e strinse amicizia con Viesseux ed il gruppo dell’Antologia, con Gino Capponi e il Conte Giovanni Marchetti Angelici, con i quali mantenne proficui rapporti epistolari. Negli anni ha rivolto grande attenzione all’istruzione dei fanciulli. Sostenitore della diffusione dell’istruzione pubblica, necessaria per proseguire sulla via del bene e della libertà sia civile sia morale, scrisse una introduzione alla Grammatica del Gherardini con l’aggiunta di un vocabolario domestico contenente le parole di uso comune tradotte in lingua toscana. Non mancò di fornire libri di testo alle scuole del Regno con, in aggiunta, la compilazione del vocabolario napoletano-toscano. Non lesinò nel corso degli anni puntualizzazioni mordaci contro il Ministero dell’Interno, ritenuto causa prima della mancanza di libertà di stampa, contribuendo così alla inettitudine della promozione del bene comune. Il lavoro del letterato napoletano si andò intensificando sempre più (1826-1830), non lesinando forze ed energie per le diverse pubblicazioni, come ci mostrano alcuni dei suoi volumi presenti nella Biblioteca Nazionale di Napoli, mentre tanti altri titoli sono andati perduti (Sallustio, volgarizzato da Bartolomeo da S. Concordio, la Passione di Cristo, attribuita al Boccaccio, un saggio di nomenclatura familiare). Tradusse La giovane libera ed Il Lebbroso del De Maistre. Stampò Il Parnaso Nuovissimo e L’Opera degli Odierni). All’indomani della morte furono dati alle stampe degli inediti: Degli odierni uffici della tipografia e dei libri (Napoli 1844), Discorso sul libero esercizio delle industrie e Trattato della pronunzia italiana, Della proprietà della stampa e la versione di due romanzi di De Maistre (Napoli 1843).

Domenico Giulio MELE (Sant’Arsenio, 1825 – Ivi, ?). Sindaco, liberale e patriota. Della nobile famiglia del “Lemetone”, lasciò il paese natio alla volta di Napoli, dove frequentò gli studi ginnasiali e liceali. Rientrato in Sant’Arsenio, grazie alle sue doti di bontà e di dedizione al bene comune, fu sindaco di Sant’Arsenio per varii anni (1866-1875; 1882 -1887). Fu grande patriota e cospiratore: nel 1848, unitamente ad altri santarsenesi, aderì attivamente ai moti antiborbonici. Venne arrestato e rinchiuso nel carcere mandamentale di Polla per sobillazione e rivolta contro il Re. Fondatore e membro di sette fra loro unite dal vincolo del giuramento e della segretezza, unitamente ad altri quattordici e più concittadini, venne accusato di sedizione dell’ordine pubblico e incitamento alla rivolta. Nel 1860,  in piena tormenta politica e governativa, non esitò a dare ospitalità al comandante in capo delle forze insurrezionali Nicola Fabrizi, in casa sua. Impavido e sprezzante del pericolo, non esitò ad intimare la resa ad alcuni ex militi del disciolto esercito borbonico. Infatti, questi concittadini, dopo essersi resi rei di alcuni episodi spiacevoli, rischiavano di restare uccisi dai colpi della milizia. Il tentativo non sortì gli effetti sperati, ma non per questo il Mele si scoraggiò. Eccezionali e di valore furono le attenzioni amministrative riservate  ai suoi concittadini bisognosi. L’attività amministrativa, volta a dare benessere alla collettività locale, non mancò di rivolgere attenzioni al vasto panorama degli agricoltori e dei contadini locali, sempre più alle prese con le difficili condizioni di vita e di difficoltà economiche. Nuovo e maggiore impulso venne dato all’agricoltura, al fine di migliorarne la resa e la qualità del prodotto, e perciò non mancò di dispensare savi consigli agli agricoltori del posto, senza mai mancare di offrire, gratuitamente, conoscenze e saperi. Implementò l’utilizzo dei concimi, nella giusta e ponderata dose; inculcò nella mente dei contadini la rotazione delle colture agricole. Unitamente al figlio Francesco, sul finire del 1800, introdusse alcune cultivar di viti da vino, identificabili con barbera piemontese e merlot, prodigandosi, nel contempo, ad una razionale piantumazione e coltivazione dei vigneti al fine di migliorare la produzione locale di vino. Nei suoi diversi viaggi in Francia ebbe modo di conoscere  apprezzare alcune fra le più moderne ed importanti aziende agricole vitivinicole. E di ritorno non mancò di realizzare, nella sua casa paterna di via Palco sottano, oggi dell’Unità d’Italia, una piccola ma importante attività di trasformazione ed imbottigliamento del vino locale. A tal proposito non mancò d’essere apostrofato in paese come alchimista. La sua cantina sperimentale, unica nel panorama del Vallo di Diano del suo tempo, lo portò agli onori delle cronache del tempo. Le nuove viti non mancarono di produrre un vino dalle elevate proprietà organolettiche. Dismessa da diverso tempo la coltivazione della vite e la produzione del vino mediante trasformazione dell’uva locale, solo da  qualche anno essa è ripresa, grazie all’indefessa capacità di alcuni piccoli imprenditori del posto che nella zona Tempe, in agro di San Pietro al Tanagro, sta riproponendo la produzione di vino locale.

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