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Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico

Posted by on Gen 1, 2021

Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico

Facendo perno sull’esame dell’opuscolo, Analisi politica del brigantaggio attuale nell’Italia meridionale (pubblicato, nel 1865, dal capitano del disciolto esercito borbonico, Tommaso Cava de Gueva e riesumato da Leonardo Sciascia nel 1968) e su altri documenti pressoché inediti, Eugenio Di Rienzo nel volume, Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico presenta il problema dell’insorgenza meridionale contro il neonato Stato italiano non unicamente come reazione del patriottismo napoletano alla caduta del Regno delle Due Sicilie «che non si dissolse per un moto interno, ma che venneabbattuto da un urto esterno sia pure dall’urto di una forza italiana» (Benedetto Croce). 

Reazione nella quale confluirono sicuramente elementi del banditismo rurale, ma soprattutto masse contadine, ceto civile, reduci dell’esercito di Francesco II, militanti del partito liberale antiunitario napoletano, foreign fighters dell’internazionale legittimista e persino numerosi garibaldini delusi. 

Il fenomeno del cosiddetto «banditismo politico» non fu, scrive Di Rienzo, solo la prima guerra civile italo-italiana ma anche un conflitto intestino alla Nazione napoletana, da leggere come fase culminante della guerra di fazione, insorta già dopo la rivoluzione costituzionale del 1848 all’interno della borghesia provinciale meridionale, tra «galantuomini liberali», collusi con la camorra napoletana, la delinquenza comune, le “mafie” pugliesi, lucane, calabresi, e «galantuomini legittimisti», sostenitori e finanziatori dell’insorgenza antiunitaria (come la famiglia di Giustino Fortunato). Due ceti sociali che, dal 1860 fino almeno al 1868, si trovarono, gli uni contro gli altri armati, nella lotta intestina per l’acquisizione o la conservazione di margini di potere economico e politico, tra le cui fila l’opportunismo e l’amore della «roba», per citare il titolo di una novella di Giovanni Verga prevalsero, molto spesso, soprattutto nel fronte dei novatori, sulle motivazioni ideali. 

E di questo fenomeno si rese perfettamente conto, ci ricorda Di Rienzo, il generale Giuseppe Govone, uno dei maggiori artefici della repressione del grande moto antiunitario, poi nominato ministro della Guerra nel dicembre 1869, che, nella Memoria sull’origine del brigantaggio del 2 aprile 1863, scriveva:  

È vero che in molti paesiil partito che si chiama liberale attribuiva le cause del brigantaggio ai Comitati borbonici. Così nei primi tempi del mio soggiorno sulla frontiera pontificia, e meno poi nel seguito, ebbi frequentissime denunzie di cospiratori borbonici, di comitati e via via. Ma successivamente conobbi personalmente parecchie delle persone che erano state denunziate e vidi l’assurdità delle accuse, e quanta stima meritassero, invece, parecchie delle famiglie accusate. Cercai di rendermi ragione di questo fatto, e investigai i precedenti di quelle famiglie che, in generale, erano una o due, per ogni Comune, le più ricche e le più rispettabili. Feci l’esame per una quindicina di casi. E giunsi a conoscere che questa per avere un membro negli alti impieghi del Governo borbonico, quella per una relazione a Corte, quell’altraper maggiori ricchezze solamente, godevano, sotto un regime di dispotismo, ove tutto era dato dal favore, anche incarichi di giustizia di una posizione eccezionale, e delle cariche comunali, di cui alcuni si giovavano per dominare, ed altri per commettere soprusi e ingiustizie. Da qui, derivano invidie antiche e talora anche odi radicati, violenti e giustificati. Venne, poi, la rivoluzione del 1860. E chi era sotto, e covava invidia e odio, fece lega con la rivoluzione, e non si tardò a rovesciare chi, in addietro, stava sopra… Alla rivoluzione i nuovi potenti si dissero liberali, e chiamarono borbonici gli altri. Fra i primi, ho conosciuto onesti liberali ma anche molti individui cui la bandiera era solo di circostanza e i moventi erano unicamente l’odio, l’invidia, e l’avidità. Fra i secondi, vi sono alcuni di tendenze borboniche ma più numerosi sono quelli colpevoli unicamente di aver destato rancoroso malanimo per maggiore censo, o maggiore responsabilità personale e onestà. Quindi, io e i miei subordinati sentivamo dover andare assai guardinghi nel giudicare le cose e apprezzare le persone, comprese sotto le due denominazioni di borboniche e di liberali.

Avvalorava questa testimonianza, un passo volume, Il brigantaggio alla frontiera pontificia, pubblicato a Milano nel 1864, dal cuneese, Alessandro Bianco, conte di Saint-Jorioz, distaccato presso la Brigata mobile comandata da proprio da Govone, schierata, dall’ottobre 1860, lungo i confini dello Stato pontificio.

L’origine del brigantaggio soprattutto sta nelle inimicizie feroci che in ogni Paese dividono i pochi notabili tra di loro. I più ricchi son chiamati borbonici dai meno facoltosi, e questi s’intitolano liberali, sena esserlo per rendersi forti con questo nome, e poter denunziare gli altri o infierire con la violenza su di essi. I sedicenti signorotti liberali sono, adesso, padroni delle cariche comunali e dei gradi della Guardia Nazionale. Di quelle si servono per sperperare il denaro del Comune, di questi per dominare e tiranneggiare, insieme ai camorristi ai quali sono stretti da una sacrilega alleanza. La plebe è maltrattata in ogni maniera dai liberali, arrestata senza colpa e senza prove o indizi di colpevolezza, taglieggiata, malmenata, torturata e derubata con usure spaventevoli e scellerate, di cui non vi è memoria nel precedente reggimento dei Borbone. E questo soprattutto è cagione del brigantaggio.

Un altro merito del volume di Di Rienzo è quello di aver fatto emergere dalle tenebre del passato le biografie di notabili e aristocratici napoletani che dopo aver partecipato all’insurrezione del 1848, scelsero la via dell’esilio verso il Piemonte dove parteciparono attivamente alla lunga preparazione della rivoluzione nazionale del 1860. Rientrati nel Mezzogiorno sul carro dei vincitori, molti di essi, dopo un breve periodo di sincera e a volte entusiastica adesione al governo di Vittorio Emanuele II, preso atto del clima d’indiscriminata violenza instaurato dal nuovo regime nel reprimere ogni forma di resistenza armata o semplicemente di movimento di opinione critico verso lo Stato unitario, si trasformarono in attivi agenti della causa borbonica, sostenendo «che la polvere e il piombo piemontesi hanno il colore stesso e l’odore della polvere e del piombo borbonici, né con meno triste animo si entra in una prigione perché un vessillo tricolore vi sventoli alla sommità al posto della bandiera gigliata dei nostri antichi regnanti».   

Emilio Gin

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1 Comment

  1. Insomma Il Gattopardo è sempre stato attivo!

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