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Il presepio, segno per eccellenza del Natale

Posted by on Dic 16, 2017

Il presepio, segno per eccellenza del Natale

Che ci si pensi o non ci si pensi, che lo si attenda o no, il 25 dicembre arriva per tutti. Per i credenti arriva anche un tempo di 4 settimane – l’ultima non sempre è completa – di preparazione al Natale, denominato Avvento (per gli ambrosiani è più lungo e comporta ben 6 domeniche).
Oltre a ciò che accade per così dire “in automatico” e in forza del calendario, c’è poi una preparazione personale o di gruppo che invece è di libera scelta e che comporta diverse iniziative, tra quali l’approntare alcuni segni del Natale. Vediamone qualcuno.

L’Etimasia è l’icona del trono vuoto del Pantocrator, cioè di Gesù Cristo Signore e Giudice del mondo e della storia. Evoca senz’altro l’Incarnazione perché Gesù Cristo è vero uomo, ma evoca anche il fatto che il Signore, nato nell’umiltà a Natale, tornerà glorioso alla fine dei tempi. Per cui adesso – icone del “Vero Volto” permettendo – siamo privi dell’immagine fisica di Gesù Cristo e siamo in un tempo di attesa. L’Etimasia, come icona da esporre e da onorare, congiunge strettamente la prima e la seconda venuta di Cristo, è un simbolo del Natale molto liturgico, ma anche molto dotto e per iniziati. Comunque per chi può o per chi vuole…

L’Albero di Natale è un segno più complesso, in quanto i riferimenti cristiani e in particolare scritturistici non sono evidenti; poi evoca arcaiche radici pagane, anche se oggi meno avvertite; infine spesso e senza problemi è adottato dalla cultura consumistica del Natale proprio perché direttamente non parla di Gesù Cristo (il che dovrebbe invece porre qualche domanda ai credenti). In Italia fu la Regina Margherita, moglie di Umberto I, che a Torino e poi a Roma nel 1884 decorò e illuminò per la prima volta un albero, imitato e diffuso come “Pino Margherita” e successivamente divenuto l’Albero di Natale. Di per sé i fondamenti biblici ci sarebbero, ad esempio l’albero della vita o il tronco di Iesse (Gen 2,9; Is 11,1), però per il cristiano medio il collegamento con questi riferimenti è per lo più estraneo.

La Corona dell’Avvento è un segno di origine nordica, che in una corona di verde comporta quattro ceri da accendersi con il susseguirsi delle domeniche. È realizzabile in casa, ma anche in chiesa ed è aperta alla semplice ma profonda spiegazione che stiamo camminando verso la luce che è Cristo.

Ma è il Presepio che nella cultura latina resta il segno più diffuso e popolare del Natale.
Com’è noto, il racconto di Lc 2,7 recita che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio». Da qui in avanti il racconto si arricchì di particolari e la devozione dei fedeli crebbe.

Il primo particolare aggiunto si deve agli scritti di san Giustino († 165), che per la prima volta parla di una “grotta”, in ciò concorde con gli apocrifi: «A Betlemme nacque il bambino. Poiché Giuseppe non sapeva dove alloggiare in quel villaggio, riparò in una grotta nelle vicinanze. E mentre erano là, Maria diede alla luce il Cristo e lo depose in una mangiatoia» (Dialogo con Trifone 78,5).

Origene († 254), in polemica contro Celso che metteva in discussione le profezie su Betlemme, ci informa che la grotta era ormai nota ed era chiaramente indicata: «si sappia che conformemente al racconto evangelico della sua nascita, a Betlemme si mostra la grotta dove egli è nato e nella grotta la mangiatoia dove egli fu avvolto in fasce» (Contro Celso 1,51).

Va da sé che il luogo fu nobilitato con la costruzione di una soprastante basilica al tempo degli interventi costantiniani (sant’Elena, madre di Costantino). La basilica, come prevedibile, fu arredata in modo ricco, arricchimento, del quale san Girolamo († 420) si lamentava aspramente: Cristo «non nasce tra l’oro e le ricchezze, ma nello sterco, cioè in una stalla (laddove c’è una stalla, c’è sempre dello sterco), dove erano i nostri peccati più sporchi (…). Oh se mi fosse ancora possibile vedere quel presepe nel quale giacque il Signore!». Poi però si corresse un poco e dallo sterco passò al fango: «noi oggi, quasi volendo onorare Cristo, abbiamo tolto il fango e abbiamo messo dell’argento: ma per me è più prezioso quello che è stato tolto (…). Chi è nato in questo presepio, condanna l’oro e l’argento». Poi si corresse ulteriormente e arrivò a una formula accettabile: «Io non condanno quanti così hanno agito per onorare il Signore, né condanno quanti hanno posto nel tempio vasi d’oro, ma ammiro il Signore, che, essendo il creatore del mondo, è nato nel fango e non nell’oro e nell’argento» (Omelia del Natale del Signore 4 in PLS 2,189).

La grotta divenne presto meta di pellegrinaggi per vedere i luoghi del Signore e in qualche modo il Signore stesso. Di nuovo lo testimonia san Girolamo parlando di Paola, una matrona da lui conosciuta a Roma e che lo aveva raggiunto in Palestina. Questa, giunta a Betlemme, «entrò nella grotta del Salvatore, dopo aver visitato il sacro rifugio della Vergine e la stalla dove il bue riconobbe il suo padrone e l’asino la greppia del suo Signore (Is 1,3). Voleva attuare anche lei quanto sta scritto nello stesso profeta: Beato chi semina vicino alle acque dove sono passati il bue e l’asino (Is 32,20). L’ho udita con le mie orecchie: Paola giurava di vedere, con gli occhi della fede, il Bambino avvolto nelle fasce mentre vagiva nella greppia, i Magi che lo adoravano come Dio, la stella che risplendeva al di sopra, la Vergine madre, il suo sollecito custode, i pastori che vi accorrevano di notte per constatare con i propri occhi la comparsa del Verbo (…). Con gioia mista a lacrime, diceva. “Ave, Betlemme, casa del pane, dove è nato quel Pane che discende dal cielo!”» (Lettera 108,10). In ciò che Paola vedeva con gli occhi della fede, non sembra già di vedere quello che sarà il presepio?

Oltre ai personaggi nominati dal Vangelo, come già abbozzato in san Girolamo, anche il bue e l’asino trovarono il fondamento biblico definitivo riferendo a Gesù Cristo due citazioni dell’Antico Testamento in cui Dio ha a che fare con due animali: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Is 1,3); «In mezzo a due animali tu ti manifesterai; quando gli anni saranno vicini, tu sarai conosciuto; quando sarà venuto il tempo, tu apparirai» (Ab 3,2 secondo la LXX).

L’identificazione già presente in san Gerolamo tra Betlemme e “casa del pane”indusse a legare il presepio all’Eucaristia, a volte con allegorie medievali molto spinte, che invece san Gregorio Magno († 604) aveva condensato in una discreta sintesi omiletica dicendo che il Salvatore «venne adagiato nella mangiatoia per pascere tutti i fedeli – questi santi animali – con il frumento della sua carne e saziarli con il pasto della scienza divina» (Omelia 8,1).

È il momento di tirare le file del discorso con qualche riflessione.

La prima riflessione è che si potrebbero addurre tante altre testimonianze, ma quelle riportate bastano per ricordare che allestendo il presepio non stiamo lavorando di fantasia come sulle origini storiche di Babbo Natale. Siamo all’interno di un fatto cristiano salvifico ben documentato e non di fronte a «favole artificiosamente inventate» (2Pt 1,16).

La seconda riflessione è che l’attenzione alla grotta, il pellegrinaggio ivi, il desiderio di “vedere” i personaggi ecc. sono documentati già nella antichità cristiana e non sono la solita pratica devozionale da mettere in discussione “dopo il Concilio”. Anzi questi atteggiamenti sono una testimonianza di fede e – ritorneremo sull’argomento – sono proprio quelli che si vogliono oscurare quando “qualcuno” decide che oggi “il presepio non s’ha da fare”.

La terza riflessione è che un presepio non nasce in fretta e la sua preparazione è tecnicamente laboriosa. Ma, al di là della tecnica, la preparazione coinvolge molte energie emotive che vanno ben orientate. Come dai testi precedentemente citati e in particolare dalla considerazione di san Gregorio Magno, il tempo speso a preparare il presepio deve essere un rinnovato cammino verso le due mense della Parola e della Eucaristia, altrimenti resta un tecnicismo o un sentimentalismo. E assicurare questo orientamento è urgente oggi in un mondo che magari fa ancora il presepio ma che tende sempre più a scristianizzarsi.

In ogni caso la tradizione cristiana ci offre un modello, del quale parleremo in un intervento a venire.

(1. continua)

Riccardo Barile

fonte

lanuovabq.it

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