Alta Terra di Lavoro

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Lo sai che si dicono molte sciocchezze su tortura e inquisizione?

Posted by on Ago 11, 2019

Lo sai che si dicono molte sciocchezze su tortura e inquisizione?

“Se c’è un’immagine intimamente legata all’Inquisizione, è proprio la tortura. Infatti, nell’inconscio collettivo, essa riassume e simboleggia (insieme al rogo!) tutta la storia di questa istituzione. Feroce, sadica, con i suoi cavalletti, il suo supplizio della corda, la torcia infiammata e cento modi nuovi di tortura», così lo storico Leo Moulin (“L’Inquisizione sotto inquisizione”). Quanto spesso ci è giunto dalla storia dell’Inquisizione è, spesso, la descrizione della sua violenza e crudeltà perpetrata attraverso i più perversi metodi di tortura, rappresentati su e giù per l’Europa in decine e decine di “musei della tortura”. Niente di più falso! “Oggi sappiamo che l’Inquisizione – sostiene lo storico americano Thomas Woods – non fu affatto così aspra come la si è dipinta in passato, e che il numero di individui portati al suo cospetto fu assai minore di quello, esagerato, un tempo accettato”. Non è che si voglia per forza tirare l’acqua verso il proprio mulino, “questa è la conclusione – prosegue Woods – chiara e netta, cui sono giunti i migliori e più recenti studi”. Ma veramente la tortura era qualcosa di estraneo al mondo dell’Inquisizione? Partiamo con ordine. La tortura non è un’invenzione dell’Inquisizione medievale. «Nel IX secolo, Papa Nicola I – ci ricorda sempre Moulin – aveva dichiarato che questo metodo di inchiesta “non era ammesso né dalle leggi umane né dalle leggi divine”. Fu lo sviluppo del diritto romano nel XIII secolo che riportò questa pratica, all’inizio nella giustizia secolare (Codice Veronese 1228; Costituzioni Siciliane di Federico II, 1231), e poi nella giustizia inquisitoriale, nel Mezzogiorno della Francia, verso il 1243. Papa Innocenzo IV non ne autorizzò l’uso che nel 1252, decisione confermata in seguito dai Papi Alessandro IV (1259) e Clemente IV (1265). Fu tuttavia stabilito che la tortura dovesse sempre essere applicata senza che l’integrità fisica o la vita dell’accusato fossero messe in pericolo – “citra membri diminutionem et mortis periculum”». Secondo i manuali degli inquisitori la tortura, dunque, doveva arrestarsi prima di infliggere ferite sanguinanti (la corda o il cavalletto erano gli unici strumenti consentiti) e non doveva produrre alcuna diminuzione nell’efficienza fisica del torturato. Non solo, giovani e anziani erano esclusi da questa pratica che doveva essere eseguita sempre sotto controllo di un medico. Nel volume “Processi alla Chiesa” a cura di Franco Cardini viene ricordato che la tortura “non deve porre l’imputato in pericolo di morte” e che essa “può essere impiegata soltanto contro quanti sono già fortemente indiziati e deve essere dosata secondo la gravità del crimine”. Sempre l’autorevole medievalista Molulin ci ricorda che “il supplizio non era permesso, che per stabilire la colpevolezza; a tal segno che, se l’Inquisitore poteva raggiungere in altro modo la prova giuridica, doveva fare a meno della tortura. Il suo dovere era di evitarla il più possibile; egli non vi si decideva che dopo aver utilizzato tutti gli altri mezzi e atteso a lungo. Solo quando fosse persuaso che il sospettato negasse sistematicamente, e in questo caso soltanto, lo avrebbe destinato al supplizio; ma, anche allora, egli doveva esortarlo fino all’ultimo minuto, cioè doveva ritardare la tortura il più possibile“. Anche nei tempi d’esecuzione le disposizioni erano molto accurate: la tortura non poteva superare la mezz’ora e non poteva essere ripetuta. Ciò che interessava il tribunale dell’Inquisizione (che aveva giurisdizione soltanto sui diritti di fede) era giungere alla certezza della colpa e, dunque, alla verità, alla quale si poteva giungere solo dietro confessione dell’accusato. La tortura aveva proprio la funzione di far confessare il reo, con la condizione (assolutamente non secondaria) che l’eventuale confessione fosse ripetuta identica senza tortura. È questo il motivo per cui gli inquisitori non ne facevano largo uso, perché “i deboli sotto tortura avrebbero confessato qualsiasi cosa, laddove i «duri» vi avrebbero resistito facilmente. […] La cosa poteva dunque dar luogo a ritrattazioni senza fine, a tutto discapito dell’unica cosa che interessava gli inquisitori: la verità” (R. Cammilleri, La vera storia dell’Inquisizione). Lo specialista Bartolomé Benassar, che si è occupato dell’Inquisizione più dura, quella spagnola, parla di un uso della tortura “relativamente poco frequente e generalmente moderata, e il ricorso alla pena capitale, eccezionale dopo il 1500”. Anche per la storica moderna de La Sapienza, Anna Foa, il fatto che l’Inquisizione non mandasse mai assolti i suoi inquisiti è una leggenda. “In realtà – sostiene la storica – nei processi d’Inquisizione le condanne a morte sono una piccola proporzione, inferiore al 10 per cento”. Numero non irrilevante se si tiene in considerazione l’alto numero di processi portati avanti dall’Inquisizione. “Questo era dovuto non al fatto che l’Inquisizione era particolarmente clemente – prosegue la Foa – ma al fatto che il suo obiettivo primario non era la condanna a morte, ma la confessione e la ritrattazione degli eretici”. La leggenda nera sull’Inquisizione e in particolare sulle sue torture, rappresenta uno dei cavalli di battaglia della “vulgata popolare” anticattolica nata con la Riforma e proseguita con il secolo dei lumi. Ancora oggi per Franco Cardini “crociate, inquisizione, caccia alle streghe e conquistadores sono di nuovo gli obiettivi storici d’una polemica decrepita l’armamentario della quale non riesce nemmeno a rinnovarsi alla luce delle nuove e più qualificate ricerche”.

http://itresentieri.it/lo-sai-che-si-dicono-molte-sciocchezze-su-tortura-e-inquisizione/

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Lo scienziato che osò definirsi “figlio del medioevo”

Posted by on Ago 9, 2019

Lo scienziato che osò definirsi “figlio del medioevo”

La Francia della fine del 1800 è il paese della religione laica svuotata da tutte le tracce del soprannaturale dove Ernest Renan (1823-1892), uno dei principali maitres à penser della Terza Repubblica, tenderà a far abbandonare la volterriana religione dell’Essere Supremo per abbracciare la promessa secondo la quale « la scienza organizzerà Dio». La scienza in questione è la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin che non è ancora stata tanto bene accolta nella Francia lamarckiana.

Ma l’ideologia repubblicana trova un fertile alleato nel materialismo che sottintende le idee darwiniane dell’evoluzione e che prende un posto rilevante nell’insegnamento secondario e superiore sottoponendosi anche al ridicolo da parte di coloro che ancora fanno un retto uso di ragione. Ridicolo messo in evidenza da un’operetta satirica, Au pays des gorillas, di Esteban de Richermoz, illustrata e messa in musica. L’operetta, un pamphlet contro le leggi tese a laicizzare l’insegnamento scolastico (in particolar modo quella del 28 marzo 1882), descrive il viaggio che i membri della Missione Scimmiofila Internazionale fanno in Congo tornando a Parigi con un gruppo di gorilla ai quali illustrano i benefici della nuova legislazione che, non avendo ottenuto successo con i giovani francesi, veniva offerta ai gorilla. Anche qui senza successo tanto che questi preferiscono ritornarsene in Africa.

Caratteristica del pamphlet satirico sono le bellissime illustrazioni che rendono, forse anche più del testo, l’ironia della storia. I quadri sono firmati «Ch. Clerice», pseudonimo di Pierre Duhem (1861-1916), fisico, pioniere della termodinamica dei processi irreversibili, filosofo, storico della scienza. Figlio di genitori profondamente cattolici e legittimisti rischia di mettere a repentaglio la sua carriera accademica a l’École Normale di Parigi dove era riuscito ad entrare nel 1882. Per questo motivo firmerà le sue incisioni con uno pseudonimo consapevole di essere uno scienziato cattolico che si trova a vivere in un clima ostile.

Nato in un modesto quartiere di Parigi suo padre, Pierre-Joseph, di origini fiamminghe, educato dai Gesuiti, lavora nell’industria tessile mantenendo una grande passione per gli studi e in particolare verso gli autori latini. La madre, Marie-Alexandrine Fabre, è discendente da una famiglia di origini borghesi arrivata a Parigi nel diciassettesimo secolo. L’educazione del giovane Pierre inizia a sette anni con lezioni private assieme ad un piccolo gruppo di studenti: grammatica, aritmetica, latino e catechismo, sono le materie di insegnamento che evidenziano le sue abilità letterarie già all’età di nove anni.

Gli anni della sua gioventù sono anni molto turbolenti per la Francia, specialmente con la Comune di Parigi (marzo 1871) che viene a rappresentare l’esempio di anarchia e irreligione; ma non solo travagli politici, un’epidemia di difterite provoca la morte di due suoi fratelli. Pierre continua la sua educazione al Collegio Stanislao di Parigi per i successivi dieci anni, periodo molto formativo specialmente per gli insegnamenti ricevuti di fisica e matematica che lo portano a terminare i suoi studi in matematica e fisica alla prestigiosa École Normale negli anni 1883-1884.

Il suo amore per la fisica teorica lo porta a rifiutare un posto come chimico-batteriologo allaboratorio di Louis Pasteur, ma subito iniziano le difficoltà. Le sue tesi, la prima su potenziale termodinamico e una seconda in matematica applicata, trovano l’ostracismo di un mondo accademico laicista che non vede di buon occhio uno scienziato cattolico e apertamente conservatore per il quale le porte dell’insegnamento a Parigi resteranno sempre chiuse. Famosa la frase di Marcellino Berthelot: «Questo giovane non potrà mai insegnare a Parigi». E così sarà: insegnerà infatti a Lille, Rennes, Bourdeaux, ma mai a Parigi. A nulla servirà la mole enorme di pubblicazioni non solo in campo scientifico con gli importanti contributi in fisica e termodinamica, ma anche in filosofia e storia della scienza. L’ostracismo verso lo scienziato francese farà si che solo nella metà degli anni 1980 le sue opere saranno ripubblicate in Francia.

Una delle componenti molto importanti degli studi e del pensiero di Pierre Duhem è quella che  riguarda la storia della scienza e in particolar modo la storia del periodo medioevale. Parlare di scienza medioevale sembrava, prima di Duhem, un controsenso, un ossimoro, con Duhem si colma una lacuna e si scopre una continuità di pensiero scientifico che va da Giovanni Buridano, Nicola D’Oresme, Alberto di Sassonia fino a Galileo Galilei. Celebre la sua frase: «Se siamo stati obbligati a assegnare una data alla nascita della scienza moderna, avremmo senza dubbio scegliere 1277, quando il vescovo di Parigi solennemente proclamato che una molteplicità di mondi potrebbe esistere, e che il sistema di sfere celesti potrebbe, senza contraddittorio, essere dotato di una linea retta di movimento».

La nascita della scienza moderna si sposta indietro di alcuni secoli e quelli che erano considerati i “secoli bui” splendono agli occhi di una società laicista ed anticlericale che, infatti, non perdona a Duhem queste sue scoperte. Morirà il 14 settembre di cento anni fa, lasciando incompiuta la sua opera principale, Le System du Monde, dodici volumi sulle dottrine cosmologiche completandone solamente nove, ma lasciandoci un’enorme mole di informazioni di astronomia medioevale, di teoria delle maree, di astrologia e geostatica.

Duhem, rifiutando il mito della mancanza di una scienza medioevale, fu il «primo studioso a scuotere la polvere dei secoli da una quantità di codici manoscritti che per lunghissimo tempo erano rimasti inesplorati. Ciò che scoprì lo indusse a fare la sorprendente affermazione che la Rivoluzione scientifica, associata ai nomi gloriosi di Niccolò Copernico, Galileo Galilei, Giovanni Keplero, Cartesio e Isaac Newton, era stata soltanto un’estensione e una rielaborazione delle idee fisiche e cosmologiche formulate nel secolo XIV dai maestri parigini dell’Università di Parigi. Duhem considerava i filosofi naturali della scolastica medioevale i precursori di Galileo».

Con queste parole, un altro grande docente di Storia e Filosofia della Scienza, Edward Grant descrive il grande fisico francese che «fece della scienza medioevale un importante campo di ricerca e immise il tardo Medioevo nella corrente generale dello sviluppo scientifico». Grazie a Duhem, scienziato, fisico e credente, personaggi come Buridano e il vescovo Nicola d’Oresme escono dall’oblio e si pongono a fondamento della scienza medioevale.

fonte http://itresentieri.it/lo-scienziato-che-oso-definirsi-figlio-del-medioevo/

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Il politicamente corretto? Marxismo post-sovietico

Posted by on Ago 8, 2019

Il politicamente corretto? Marxismo post-sovietico

Il primo ad accorgersi che il politicamente corretto è puro marxismo, anche se post-sovietico, fu Augusto Del Noce. Ma, come per ogni profeta, pochi gli diedero retta. Per rintracciarne le radici basta ripercorrere la storia che va dalla Scuola di Francoforte, all’emigrazione dei suoi leader negli Stati Uniti (dove insegnarono alle università), fino al Sessantotto.

Continuiamo, e concludiamo, il discorso sul Politicamente Corretto (clicca qui), l’ultima (per ora) ideologia totalitaria con cui dobbiamo fare i conti. E sempre traendo spunto dal bel libro di Eugenio Capozzi, Politicamente Corretto. Storia di un’ideologia (Marsilio), al momento l’unico excursus storico di taglio accademico sul problema dell’ora presente.

Alessandro Gnocchi, sul Giornale del 20 giugno u.s., ricordava che ricorre quest’anno il trentennale della caduta del comunismo (1989) e che tale ricorrenza praticamente nessuno se l’è filata. Per un paragone, il cinquantennale del Sessantotto ha ricevuto celebrazioni & rievocazioni cominciate già alla fine dell’anno precedente e continuate, sui media, anche oltre l’anno di scadenza. Perché? Il giornalista si è, tristemente, risposto: perché comandano sempre loro. Specialmente sui media. Un esempio tra i mille: l’aggressione “fascista” alle magliette amaranto del Cinema America a Roma; mentre scrivo ancora se ne parla, e su tutti i media, perfino quei pochi non di sinistra.

A Padova, stesso giorno, uno è stato pestato dagli “antifascisti”, ma lo so solo grazie a un tweet del nostro Marco Tosatti. Il Sessantotto, in particolare in Italia, non fu affatto (io c’ero) quell’esplosione di libertà giovanile che i reduci millantano, bensì un’esplosione, sì, ma di intolleranza e di bastonate per chi non era d’accordo. Ed era tutto un ciclostile, fogli, scritte sui muri, giornali fondati inizialmente con pochi soldi, tanto chi ci scriveva lo faceva gratis. Ora, il rivoluzionario puro ha sempre fatto il giornalista, fin dai tempi di Marat, passando per Mazzini, Marx, Lenin, perfino Mussolini. Perché è un consacrato. Come il prete, che può arringare i fedeli ogni domenica. Parlare al popolo, insegnargli qual è il suo vero bene, additargli il peccato e i peccatori da cui deve guardarsi, indicargli continuamente il Regno dei Cieli. Sostituite a quest’ultimo il Sol dell’Avvenire e tutto sarà chiaro.

Come il Regno dei Cieli, anche il Sol dell’Avvenire è ineffabile. Non si può descrivere, perciò non viene mai descritto. Come sarà non lo sanno i preti, e neanche i demagoghi. Si sa solo che sarà un paradiso, e dobbiamo fidarci della loro parola. La differenza, naturalmente, è ovvia: i credenti hanno i Santi come prova che è tutto vero; gli imboniti dai demagoghi hanno solo le chiacchiere di questi ultimi. I quali, però, hanno anche altri sistemi per mettere in riga i dubitanti. Il motto è: stai con noi con le buone o vedrai le cattive.

Per quanto riguarda la generazione di gazzettieri sessantottardi che si era via via ingrossata fino a diventare preoccupante per il padronato (gli scioperi erano all’ordine del giorno, e le motivazioni salariali finirono con l’essere irrilevanti rispetto a temi come la guerra in Vietnam o il golpe in Cile), il padronato in questione escogitò la furbata di assumerli nei suoi giornali, così da stemperarne l’aggressività. Finì che le redazioni e perfino i vertici dei grandi media nazionali furono invasi da sessantottini. I quali oggi sono settantenni ma per niente disposti a schiodarsi. E, anche se lo facessero, ormai i segnali di pista sono i loro e non si può fare altro che seguirli (o subirli).

Voi direte: ma il marxismo è finito, oggi c’è il Politicamente Corretto. E sbagliereste, perché il Politicamente Corretto è puro marxismo, anche se post-sovietico. Per primo se ne accorse Augusto Del Noce, ma pochi credono ai profeti, per il semplice fatto che bisogna attendere l’avverarsi della profezia; solo allora qualcuno si ricorderà, troppo tardi, che il profeta l’aveva detto.

I più eruditi sanno che dietro al Sessantotto c’era la filosofia-sociologia della cosiddetta Scuola di Francoforte, marxista, i cui elementi più celebrati erano Adorno, Marcuse, Horkheimer. Fin dagli anni Trenta. All’avvento del nazismo emigrarono. Dove? Negli Usa, e qui, ovviamente, insegnarono nelle università.

Infatti, si dimentica che il Sessantotto, ben prima del Maggio Francese, era scoppiato nei campus universitari americani. E oggi da dove viene il Politicamente Corretto? Sempre dalle università statunitensi, dove giunge a punte di grottesco, e di censura, che qui nella periferia dell’impero ancora non abbiamo visto (ma ce ne sono già i conati).

La meccanica della rivoluzione è sempre la stessa, mutuata dalla dialettica hegeliana (il marxismo, lo ricordo, è hegelismo di sinistra): «dialettizzare i contrasti», aizzando («far prendere coscienza») la parte «debole». Oggi tocca a femmine contro maschi, e omo contro etero. Poiché qui non c’era il neri contro bianchi, i neri li si importa. In attesa che crescano di numero, godiamoci (si fa per dire) il Giugno Gay. Il mese è scelto per commemorare la rivolta (sempre americana) di Stonewall. Ma è anche il mese del Sacro Cuore e del Corpus Domini. Il che ci dà speranza.

fonte http://lanuovabq.it/it/il-politicamente-corretto-marxismo-post-sovietico

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Agorà – Ipazia

Posted by on Ago 5, 2019

Agorà  – Ipazia

Sulla rete è partita una raccolta firme per far uscire in Italia il film del regista spagnolo Alejandro Amenabar Agorà, che la solita subdola censura ecclesiastica vorrebbe vietare agli italiani. Sì, perchè il film parla di Ipazia, la affascinante filosofa pagana di Alessandria uccisa dai cristiani per ordine del vescovo s. Cirillo nel 415.
I cercatori professionisti di scheletri nell’armadio cristiano ogni tanto tirano fuori l’episodio e, ovviamente, lo adattano al politicamente corretto corrente. Fino all’Illuminismo nessuno sapeva neanche chi fosse, questa Ipazia. Poi, il positivista John Toland nel 1720 e il solito Voltaire nel 1736 aprono le danze sulla progressista Ipazia vittima dell’oscurantismo clericale. Nel 1776 l’inglese Edward Gibbon consolida il mito nella sua celebre opera sulla caduta (per colpa del cristianesimo) dell’Impero romano. Nel secolo seguente tocca ai romantici: Ipazia è bellissima ed è l’ultima rappresentante del mondo antico (dipinto come un’arcadia tutta ninfe, zefiri, pastorelle e satiri) trucidata dal fanatismo papista. Naturalmente, nel Novecento, Ipazia, veterofemminista, diventa la preda della misoginia cattolica.
L’unica voce un po’ fuori coro è quella di Mario Luzi, che le dedica un dramma nel 1978. Adesso, il film (e il cinema, forma di arte totale, si imprime nelle menti con una forza che la parola scritta neanche si sogna): la scienza contro la religione, la tolleranza contro il fideismo.
E indovinate chi sono i buoni e chi i cattivi. Roba da Odifreddi. Dunque, rassegniamoci al solito minestrone politicamente corretto. E non contate su una cinematografia contraria perchè non esiste: Martinelli e il suo Barbarossa sono stati presentati come «leghisti» su tutti i media, così che il pubblico è rimasto a casa.
Coi nostri limitati mezzi, dunque, ecco la verità sul «caso Ipazia». Innanzitutto bellissima lo sarà stata, forse, da giovane, visto che nel 415 la filosofa aveva sui sessant’anni (in un’epoca in cui già a quaranta pochi avevano ancora denti in bocca). Il suo fu un omicidio politico e la religione non c’entrava affatto.

Ipazia, figlia di un filosofo – Teone – molto addentro nell’ermetismo e nell’orfismo, era una neoplatonica che teneva scuola ad Alessandria. Una scuola tra le tante, in quella capitale della cultura antica. La parola scuola, tuttavia, non tragga in inganno: si trattava di cenacoli per selezionati adepti. Di lei non è rimasta alcuna opera. Quel che si sa lo si deve ai suoi discepoli. Tra i quali c’erano parecchi cristiani. Uno di questi, Sinesio di Cirene, divenne addirittura vescovo.
Secondo il metodo platonico (derivato a sua volta da quello pitagorico) i discepoli apprendevano «misteri» che non dovevano essere divulgati, perchè non tutti erano in grado di comprendere. Ipazia non era affatto «pagana» nel senso di adoratrice di Giove, Giunone e Mercurio;

Infatti, lodava virtù come la verginità (non si sposò mai) e la modestia nel vestire.
Ma, come i pitagorici e i platonici, sosteneva che i filosofi, essendo i più sapienti, dovevano occuparsi di politica, anche solo come consiglieri del principe. Infatti, ai suoi consigli ricorreva spesso il cristiano Oreste, prefetto di Alessandria.
Oreste, da buon funzionario bizantino, aveva la classica visione cesaropapista dei rapporti con l’autorità religiosa, mentre il patriarca Cirillo cercava di salvaguardare l’indipendenza della Chiesa rispetto al potere politico. Nel 414 il contrasto tra i due divenne plateale; Cirillo cercò un compromesso ma Oreste rimase fermo sulle sue posizioni.
Si formarono, al solito, due partiti (cosa normalissima nell’antichità; s. Ambrogio di Milano ne sapeva qualcosa). Tra i partigiani del patriarca, però, c’erano i cosiddetti parabolani, cristiani in odore di eresia per la loro ricerca fanatica del martirio: si consacravano con giuramento alla cura degli appestati, sperando in tal modo di morire per Cristo. Li chiamavano così in ricordo degli antichi gladiatori (aboliti da Teodosio) che affrontavano i leoni nel circo. Cirillo cercava di tenerli sotto il suo controllo ma la città era turbolenta: nel 361 un vescovo imposto da Costantinopoli, Giorgio di Cappadocia, era stato linciato; sette anni dopo la morte di Ipazia stessa sorte era toccata al nuovo prefetto; nel 457 venne ucciso a furor di popolo un altro vescovo di nomina imperiale, Proterio.
Fu in questo ambiente e in questo clima che la colpa dell’intransigenza di Oreste venne attribuita a Ipazia e ai suoi consigli. Si sparse la voce che i «misteri» della sua scuola riguardavano pratiche magiche e negromantiche. La donna venne assalita da un gruppo di esagitati mentre gli schiavi la portavano a passeggio in lettiga, tirata giù e trucidata. Oreste e Cirillo, messi di fronte al fatto compiuto (e impressionati dalla piega che aveva preso la loro disputa), si riconciliarono. Il prefetto lasciò Alessandria, forse per fare rapporto alla capitale; comunque, forse sostituito, non tornò più.
Un’altra cosa da chiarire: Cirillo non aveva niente contro il paganesimo, sia perché ormai minoritario e praticamente ininfluente, sia perchè la sua preoccupazione principale era costituita, semmai, dalle eresie cristiane, che a quel tempo spuntavano al ritmo di quasi una al giorno. Solo anni dopo, con l’avvento di Giuliano l’Apostata, prese la penna per contrastare il tentativo – tutto politico – dell’imperatore di ripristinare l’antica religione civile romana. Il neoplatonismo, col suo desiderio di attingere il divino tramite la filosofia e la pratica delle virtù, continuò ad avere Alessandria come suo centro fino all’invasione islamica. Tra l’altro, quest’ultima fu enormemente facilitata dall’astio accumulato dall’Africa romana contro Bisanzio, la sua gravosa tassazione (in parte giustificata dalle guerre quasi continue contro i persiani, i bulgari, gli avari e infine gli arabi) e la sua politica della mano pesante contro le eresie (che in quelle zone avevano sempre trovato terreno fertile).
Naturalmente, ai cantori del politicamente corretto (il quale, come abbiamo visto, varia di epoca in epoca) tutto questo non interessa.
Così, il mondo pagano viene immaginato (e rappresentato) come un’epoca d’oro di scienza e tolleranza, dove la gente viveva in armonia con la natura, un mondo che, ahimé, è stato distrutto dalle religioni monoteistiche, in particolare l’odiato cristianesimo. Quel mondo in realtà disperato in cui pochi campavano alle spalle di milioni di schiavi, sconvolto
continuamente da guerre scatenate dalla personale ambizione di uno, quel mondo che accolse con sollievo la religione dell’amore del prossimo e della dignità umana, non è mai esistito per gli intellettuali, gli artisti, i registi e gli scrittori che, fiutato dove tira il vento, si allineano supini al Potere del momento.
I milioni di martiri cristiani? Se la sono cercata e se la cercano. I cristiani sono cattivi perchè hanno ucciso Ipazia, così come gli statunitensi fanno schifo perchè hanno ammazzato Toro Seduto. In effetti, Hitler e Stalin erano battezzati, non si può negarlo.
Anche Robespierre. È strano che non siano stati ancora messi tra gli scheletri nell’armadio della Chiesa cattolica. Eh, il Papa dovrebbe chiedere scusa…

Rino Camilleri
TIMONE  N. 87 – ANNO XI – Novembre 2009 – pag. 20 – 21

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Smascherata la truffa sulla Sindone. Non è medievale

Posted by on Ago 1, 2019

Smascherata la truffa sulla Sindone. Non è medievale

Nel silenzio quasi generale dei mass media una delle più importanti truffe perpetrate ai danni della fede dei cattolici è stata clamorosamente smentita. Parliamo della Sindone, e dell’esame al Carbonio 14, compiuto negli anni ’80, in cui la Diocesi di Torino, e la Chiesa, con la complicità dei vertici della Pontificia Accademia delle Scienze si sono fatti simpaticamente abbindolare da un gruppo di professionisti dalle dubbie – anzi, in molti casi, indubbie – appartenenze ideologiche.

Chi è non più giovane si ricorda la conferenza stampa organizzata a Londra, in cui risultati del controverso test del radiocarbonio del 1988 gridavano al mondo che la data nascita della Sindone doveva collocarsi fra tra il 1260 e il 1390. Naturalmente quella che è – probabilmente – la più importante ed eccezionale reliquia del cristianesimo, e per questo odiata da massoni, anticlericali e protestanti, è stata sommersa di epiteti come un qualcosa di “non autentico”, un “falso” o “bufala medievale”.

Una triste vicenda, anche se subito sono apparsi i buchi, anzi le falle di quella ricostruzione pseudo-scientifica. Accolta però con sollievo anche da non pochi cattolici. Già, perché se la Sindone è vera, ha accolto il corpo di un uomo torturato, e poi scomparso in maniera inspiegabile…vale la pena ricordare, fra i tanti elementi, che nessuno ancora è stato in grado di dirci come si sia formata quell’immagine.
Esperti di statistica – li avevamo coinvolti quando abbiamo scritto un libro sulla Sindone – hanno dimostrato le incongruenze dell’esame al Carbonio 14. Ma mancavano i dati grezzi dei vari laboratori, indispensabili a valutare l’affidabilità dei test. Dati e documenti grezzi del test originale che erano “non disponibili” (molti scienziati e ricercatori direbbero deliberatamente “nascosti”) e finalmente sono stati ottenuti nel 2017 da Tristan Casabianca, un ricercatore francese. A marzo, dopo due anni di test e analisi, Casabianca e il suo team di scienziati hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista accademica Archaeometry. Ed ecco il punto centrale della sua intervista, concessa a L’Homme Nouveau:

“Nel 1989, i risultati della datazione della Sindone furono pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature: tra il 1260 e il 1390 con una certezza del 95%. Ma per trent’anni, i ricercatori hanno chiesto ai laboratori i dati grezzi. Questi hanno sempre rifiutato di fornirli. Nel 2017, ho presentato una richiesta legale al British Museum, che ha supervisionato i laboratori. Pertanto, ho avuto accesso a centinaia di pagine non pubblicate, che includono questi dati non elaborati. Con il mio team, abbiamo condotto le loro analisi. La nostra analisi statistica mostra che la datazione al carbonio 14 del 1988 era inaffidabile: i campioni testati erano ovviamente eterogenei, [mostrando molte date diverse], e non vi è alcuna garanzia che tutti questi campioni, presi da un’estremità del tessuto, siano rappresentativi di tutto il tessuto. È quindi impossibile concludere che la Sindone risalga al Medioevo”.
E allora è forse necessario esaminare tutta la mole di elementi scientifici – quelli sì, davvero – raccolti nel corso degli anni, e che portano a pensare quello che il sensus fidei della gente ha sempre saputo, nel corso dei secoli. E che cioè è molto, molto probabile che la Sindone, questo Quinto Vangelo, come la definiva un caro collega, rappresenti una reliquia così scandalosa da accecare chi non vuole credere.

fonte https://www.radioromalibera.org/cultura-cattolica/pensieri-e-voce/smascherata-la-truffa-sulla-sindone-non-e-medievale/

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La Galleria Umberto I di Napoli: un tempio di simboli massonici celati nell’arte

Posted by on Lug 31, 2019

La Galleria Umberto I di Napoli: un tempio di simboli massonici celati nell’arte

La Galleria Umberto I di Napoli, la maestosa architettura in ferro e vetro in pieno stile Liberty, cela alla vista dei passanti alcuni segreti: un tempio massonico, simboli e segni misteriosi che rimandano ad un profondo messaggio esoterico.

Pochi sono a conoscenza che la Galleria Umberto I di Napoli, oltre a rappresentare un piccolo e ingegnoso gioiello dell’architettura in ferro e vetro con chiaro riferimento al gusto eclettico di fine Ottocento, nasconde al suo interno un vero scrigno di simboli e allegorie, una sorta di tempio misteriosofico, nel quale l’iniziato passeggiando fra le sue braccia e al di sotto della grande cupola, riesce ad apprendere una conoscenza arcaica.
E’ la persistenza della Napoli velata, quella densa di aspetti ignoti che ridesta la memoria antica dell’uomo assopita dalla realtà; è come scriveva Giuliano Kremmerz «vi è qualcosa nell’uomo vivente, la quale a prima vista non appare: una riserva di forze ignorate che in certi momenti non precisabili possono dare fenomeni inaspettati ed effettivi».

La costruzione della Galleria Umberto I fu eretta nel 1887 a seguito del ricco programma di rinnovamento urbano che interessò la città nella seconda metà dell’Ottocento; in quest’area brulicante di vicoli stretti vi erano condizioni di vita molto precarie estremamente disagiate, dove spesso insorgevano epidemie di colera.
Nel 1885 fu approvata la Legge per il Risanamento che incise in particolar modo sulla zona di Santa Brigida per riscattarla dal degrado e per favorirne la viabilità. Furono presentate proposte e progetti per risanarla e fra questi si aggiudicò il progetto l’ingegnere Emmanuele Rocco, con la sua opera innovativa: la Galleria in ferro e vetro in pieno gusto eclettico a cui lavorarono anche Antonio Curri ed Ernesto di Mauro successivamente. Inaugurata nel 1890 fu un successo senza precedenti, impiegata ieri come oggi, come galleria commerciale di prodotti esclusivi.

La Galleria Umberto fu concepita con due braccia che si intersecano a crociera con accessi sulle vie di Via San Carlo, Santa Brigida,Via Toledo, Via Verdi, sovrastate da una superba volta e dalla cupola centrale su progetto di Paolo Boubée. Al suo interno ospita il celebre teatro della Belle Époque, ovvero il Salone Margherita, il più importante salotto culturale di Napoli nonché sede principale attualmente dello svago notturno dei napoletani che inizio Novecento accolse personalità di spicco come: Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Gabriele D’Annunzio, Roberto Bracco, Ferdinando Russo, Eduardo Scarfoglio e Francesco Crispi.
Fra le varie attività commerciali indichiamo il Museo del Corallo della storica famiglia Ascione, rinomata per la lavorazione del corallo di Torre del Greco fin dagli inizi del XIX secolo.

Interpretazione dei simboli e lettura massonica

La nostra lettura si concentra sia all’interno che all’esterno della galleria, focalizzando l’attenzione su alcuni simboli; l’indagine inizia dall’ingresso principale che affaccia sul maestoso Teatro San Carlo, di cui la via prende il nome. La facciata ad esedra (l’incavo semicircolare sovrastato da una cupola) presenta un porticato architravato retto da colonne simile ad un tempio, e qui incontriamo i primi elementi simbolici poiché nell’architettura romanica le colonne identificavano l’uomo, il quale si erge verso l’alto, ossia il cielo, il divino.
Secondo l’interpretazione massonica, le colonne stanno ad indicare il concetto di dualità, ovvero il limite tra sacro e profano, tra bene e male. Non è inusuale in Massoneria trovare colonne sormontate da alcuni elementi, come le melagrane per esempio che indicano l’Aria, l’elemento femminile che genera la vita, il soffio vitale.

In linea generale, la colonna è un simbolo predominante che indica solidità, fortezza ed equilibrio.
Per gli iniziati alla Massoneria, la colonna sta a simboleggiare le fondamenta dell’edificio interiore, su cui poggia il ciclo della propria esistenza terrena, un percorso di costruzione e di elevazione proprio come un’architettura da edificare nel corso degli anni.
Un riferimento molto esplicito e non oscuro, se si pensa che la Galleria Umberto I è sede storica della Loggia Massonica Grande Oriente d’Italia, sita precisamente al numero 27, fondata nel 1804 nel Regno di Napoli con il nome di “Grande Oriente della Divisione dell’Armata d’Italia esistente nel regno di Napoli” sotto la Gran Maestranza del generale napoleonico e patriota italiano Giuseppe Lechi. Giuseppe Bonaparte ne fu Gran maestro fino al 1841. [fonte Wikipedia]

Su l’ingresso principale di Via Verdi troviamo raffigurati sulle colonne i Quattro Continenti: la prima statua da sinistra è una donna che regge una lancia in mano e ai piedi una lapide riporta l’iscrizione Corpus Juris Civilis, e rappresenta l’Europa. La seconda figura che stringe a sé una coppa, rappresenta l’Asia. La terza statua abbigliata in stile etnico, ci mostra con una mano un casco di banane e con l’altra si sostiene sopra una sfinge, e questa rappresenta l’Africa. Infine l’ultimo soggetto regge nella mano destra un fascio littorio e ai piedi sono appoggiati un volume di tavole geografiche con un globo terrestre (il nuovo Continente) e rappresenta l’America. Altri elementi sono indirizzati alla cultura massonica: il Lavoro e il Genio della Scienza (legati alle quattro stagioni); nelle nicchie laterali sono illustrate la Fisica, la Chimica; sul frontone un gruppo scultoreo raffiguranti il Telegrafo, il Vapore, l’Abbondanza. Queste sculture sono un’invito incoraggiante di positività nella scienza e di fiducia nel progresso.

L’interno è un trionfo di stucchi e decori Liberty, contraddistinti dall’eleganza dello stile Neorinascimentale; un tema ricorrente è il ciclo delle Quattro Stagioni con le sue simbologie: l’Inverno, la Primavera, l’Estate, l’Autunno. Nella tradizione iconologica, queste suggeriscono i diversi mutamenti della vita dell’uomo e sono connesse alla tradizione astrologica, scandita da influssi celesti sotto l’opera della divinità e di simboli correlati.
Ogni Stagione governa tre segni zodiacali: la Primavera governa il segno dell’Ariete, del Toro, dei Gemelli; all’Estate è legata al segno del Cancro, del Leone e della Vergine; l’Autunno si manifesta nella Bilancia, nello Scorpione e nel Sagittario; per concludere il cerchio con l’Inverno che è connesso al Capricorno, all’Acquario e ai Pesci. Questi segni zodiacali li ritroviamo nel pavimento in mosaico realizzati dalla ditta Padoan di Venezia nel 1952 a seguito dei bombardamenti della seconda guerra che danneggiarono buona parte della struttura; oggi possiamo rimirarli nuovamente sotto la cupola in piena luce.

L’interno della Galleria Umberto I è un susseguirsi di richiami massonici; lo stesso incrocio ortogonale che da corpo a due strade delimitate da alcuni palazzi, disegnano un ottagono centrale. L’ottagono, e in generale il numero otto indica una figura geometrica di tradizione esoterica, che rimanda al concetto di equilibrio costruttivo delle forme e delle energie cosmiche (l’infinito). L’ottagono in massoneria rappresenta è il simbolo della resurrezione e della vita eterna, è per questo ricorre persistente all’interno della galleria: sono otto i pennacchi della cupola sulla quale sono rappresentate otto figure femminili in rame, che reggono otto lampadari. La luce è un’altro elemento prezioso che rischiara le ombre, sinonimo di Verità.

Ma degno di nota, simbolo caro alla tradizione esoterica e che cattura l’attenzione di noi profani è sicuramente la Stella di David, posta sul tamburo della cupola a ripetizione. Questo simbolo molto antico l’Esagramma, è formato dall’incontro di due triangoli equilateri (Maschile e Femminile) suggerisce l’equilibrio tra le forze cosmiche del Fuoco e dell’Acqua. E’ il famoso Sigillo di Salomone “Come in cielo così in terra” l’incontro tra la spiritualità e l’istinto, dal basso verso l’alto. La Stella di David, rappresenta la civiltà e la religiosità ebraica, e identifica lo stato di Israele.
La presenza della Stella di Davide presente nella Galleria Umberto, in rapporto alla Massoneria napoletana, non è un caso: la chiave è da individuare nei documenti storici, infatti si deve a una famiglia ebraica ovvero i Rothschild che fecero riprodurre la Stella di Davide, per omaggiare le loro radici.

I Rothschild furono (e lo sono ancora) una delle più potenti famiglie di banchieri tedeschi di origine ebraiche, presente durante il Regno delle Due Sicilie, che poco dopo la morte di re Ferdinando ll, lasciarono Napoli. In Europa furono presenti cinque linee di ramo austriaco e una linea di ramo inglese e francese.
A Napoli furono molto attivi stringendo grandi rapporti con il Vaticano fino al XX secolo.
Si narra che il loro nome sia al centro di teorie complottistiche, riguardanti il controllo e il declino dell’intera finanza mondiale a cui oggi assistiamo.
I Rothschild erano membri ed esponenti della Massoneria napoletana (ecco il legame con la galleria e le sue simbologie) e gli storici suppongono che essi finanziarono i Savoia per l’Unità d’Italia.

fonte https://grandenapoli.it/%E2%80%8Fla-galleria-umberto-i-di-napoli-un-tempio-di-simboli-massonici-celati-nellarte/

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