Alta Terra di Lavoro

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Cari grillini, che state combinando con l’acqua? Non vi sono bastati i voti persi?

Posted by on Giu 18, 2019

Cari grillini, che state combinando con l’acqua? Non vi sono bastati i voti persi?

Per la seconda volta il costituzionalista Paolo Maddalena segnala le contraddizioni dei parlamentari nazionali del Movimento 5 Stelle sull’acqua. Ma i grillini stanno lavorando per rendere pubblico questo bene prezioso? Il professore Maddalena dice che l’attuale Governo punta a trasformare l’acqua in un bene sottoposto alla disciplina del diritto privato, rendendolo vendibile. “E questo – dice Maddalena – è ingannevole e inaccettabile” 

Qualche giorno fa ci siamo chiesti: il Governo di grillini e leghisti sta consegnando l’acqua ai privati? (QUI IL NOSTRO ARTICOLO). Abbiamo chiesto a qualche esponente del Movimento 5 Stelle di intervenire, per spiegare, dal loro punto di vista, come stanno le cose. In attesa che qualche grillino si faccia sentire – cosa di cui dubitiamo: non siamo così importanti da meritare il loro interesse – leggiamo un interessante articolo del professore Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione ‘Attuare la Costituzione’.

Il professore Maddalena si sofferma sulle dichiarazioni di Federica Daga, parlamentare nazionale del Movimento 5 Stelle, da anni in prima linea nelle battaglie sociali in favore dell’acqua pubblica.

“È del tutto priva di significato – scrive il costituzionalista Paolo Maddalena – l’affermazione dell’Onorevole Federica Daga, secondo la quale, nonostante la trasformazione dell’E.I.N.P.L.I (Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania ed Irpinia) da Ente pubblico in S.P.A., sarebbe certo che l’acqua resterebbe ‘pubblica’; e nelle mani dello Stato. L’Onorevole Daga, infatti, confonde la ‘pubblicità’, propria dei beni demaniali, che indica l’appartenenza del bene al popolo a titolo di sovranità, con la ‘pubblicità’, che indica l’appartenenza del bene a una SPA con capitale pubblico”.

“In sostanza – prosegue Maddalena – non si accorge l’On.le Daga che Ella toglie all’acqua la sua caratteristica di ‘bene demaniale’, come previsto dall’art. 144 del Codice dell’ambiente, e cioè di un bene ‘inalienabile, inusucapibile e inespropriabile’, per farne un bene sottoposto alla disciplina del diritto privato, rendendolo vendibile. E questo è ingannevole e inaccettabile. Del resto, se fosse esatto quello che afferma l’On.le Daga, ci sarebbe da chiedersi per qual motivo si è ritenuto di procedere a questa trasformazione”.

“C’è un punto, d’altronde – prosegue il professore Maddalena – in cui la Daga smentisce se stessa quando afferma che la SPA provvederà a risanare gli enormi debiti accumulati dall’Ente pubblico: se il capitale della SPA è costituito da quello dell’Ente, con quali risorse

economiche la SPA potrebbe risanare detti debiti? Evidentemente, si tratterà di svendere i proventi dell’acqua pubblica (determinate con tariffe, fuori mercato sempre più alto), oppure, ed è l’ipotesi più probabile, ci saranno soci privati della SPA, che conferiranno loro capitali alla SPA medesima, pretendendo, ovviamente, il loro compenso”.

“Questo significa trasferire a privati una fonte di ricchezza nazionale, per Costituzione, in proprietà pubblica del popolo italiano – sottolinea il costituzionalista -. E’ inutile illuderci: o risaniamo l’Ente con le nostre risorse pubbliche, oppure svendiamo l’acqua pubblica a privati. Siamo di fronte all’ennesimo tradimento. Che impoverisce il patrimonio pubblico a vantaggio di pochi privati. Sia ben chiaro, l’acqua è un bene DEMANIALE e deve restare tale. Deve cioè essere in proprietà pubblica del popolo italiano e non in proprietà di una qualsiasi S.p.A.”.

Se proprio dobbiamo essere sinceri siamo un po’ confusi. I grillini continuano a dire di essere per l’acqua pubblica (COME POTETE LEGGERE IN QUESTO ARTICOLO DI MENO DI TRE MESI FA).

Però a noi le argomentazioni del professore Maddalena sembrano corrette.

Se ha ragione il professore Maddalena i grillini perderanno la faccia e un’altra caterva di voti!

Acqua Meridione: da Ente pubblico a S.p.A. scalabile da chiunque

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/06/18/cari-grillini-che-state-combinando-con-lacqua-non-vi-sono-bastati-i-voti-persi/

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Maria Puteolana, Lady Oscar napoletana: indossava l’armatura e il silenzio

Posted by on Giu 18, 2019

Maria Puteolana, Lady Oscar napoletana: indossava l’armatura e il silenzio

E se il manga di Lady Oscar fosse stato ispirato da una donna realmente esistita e magari di origini napoletane? Maria Puteolana, la combattente del Re angioino, potrebbe aver ispirato il personaggio nato dalla penna di Riyoko Ikeda.

Lady Oscar è il personaggio nato dalla penna di Riyoko Ikeda, prolifera scrittrice di manga giapponesi. L’autrice del fumetto ha dato vita ad uno dei personaggi più femminili mai esistiti, se si ha l’intelligenza di mettere da parte il discorso sull’ambiguità sessuale infondato.

Sia il manga che l’anime arriva in Italia censurato, smozzicato delle scene più belle e significative. Magari quelle che avrebbero fatto comprendere ancora di più l’identità di una donna guerriera. Una donna che indossando l’uniforme segna quel limite impercettibile tra identità sessuale e di genere di una donna travestita da uomo. Forte, nella sua uniforme, lontana dai quei morbidi abiti che servivano solo a spalancare la strada per un matrimonio con il primo orso nobile di turno.

Chissà, magari Lady Oscar è realmente esistita. E magari ad ispirare l’autrice giapponese è stata una guerriera, una donna che indossava un’uniforme, non francese ma puteolana. Si chiamava Maria. Vissuta nel XIV secolo, una delle comandanti dell’esercito di Roberto D’Angiò e accanto al quale impugnò le armi per difendere il reame dai pirati e dagli aragonesi.

Maria Puteolana è una figura semileggendaria della città di Pozzuoli. A fornire informazioni su questa donna che si muoveva in scintillanti armature è Francesco Petrarca quando nel 1341 in visita a Pozzuoli incontrò la donna accanto al Re angioino: “famosissima virago Maria, detta poi Maria Puteolana“. Il Petrarca racconta di averla incontrata quando era ancora fanciulla, ma quel giorno: “quando si è fatta innanzi e mi ha salutato, bardata da guerra e al comando di un manipolo di soldati, ne sono rimasto sbalordito. Poi sotto quell’elmo ho riconosciuto la sua femminilità“.

Una donna dal sangue ardente, disprezzante della morte, perse la vita combattendo difendendo il re dai pirati. Viene descritta come una donna morigerata, astemia e parsimoniosa sia nell’alimentazione che nelle parole. Purtroppo di lei non si hanno molte informazioni; forse dovuto al suo riserbo circa la sua sessualità per continuare a combattere, preservando la sua virtù per un bene più grande, il bene della propria patria.

Sempre il Petrarca parla di una particolare prova alla quale la donna guerriero sottoponeva chi esprimeva il desiderio di sfidarla. Sia ai soldati che ai curiosi che andavano a farle visita, increduli davanti a tanta eleganza e forza, poneva loro un masso in cui era conficcato un palo di ferro e invitava tutti a smuoverlo. Nessun uomo riusciva a spostare quell’imponente sasso che invece, lei, Maria Puteolana, sollevava con tanta semplicità, caricandolo e lanciandolo lontano per decine e decine di metri.

Tuttavia, Maria Puteolana, venne chiamata anche Maria la pazza e oggi, a Pozzuoli, esiste una strada a lei intitolata. Una Lady Oscar napoletana, che sacrificò il proprio corpo femmineo in una corazza, indossando un nome diverso e il silenzio per non dare adito a pettegolezzi. Di questa donna però, a differenza dell’eroina della rivoluzione francese, non si narrano gli amori, ma solo le valorose battaglie con uomini che ebbero l’ardire di sfidarla perendo sotto la sua spada.

Rimarrà, tuttavia, un grande esempio di donna libera di scegliere. E come la protagonista dei manga di Riyoko Ikeda: oltre a trasudare eleganza era carica di un erotismo passionale che non poteva essere espresso e non solo per via dell’armatura che indossava, ma per via dei sentimenti nascosti ad un distratto conte di Phersen, che verrà poi sostituito dal vero amore: André Grandier, figlio della sua governante. Lui un plebeo, lei una nobile, lui un rivoluzionario, lei il comandante delle guardie del Re, si troveranno fianco a fianco, combattendo per la libertà del proprio Paese e per loro stessi.

Insomma sarebbe bello conoscere qualcosa in più su Maria Puteolana che in qualche modo ha ispirato personaggi come Lady Oscar, trasferita però in una città e un’epoca più romantica e illuminata.

fonte http://www.napolimilionaria.it/2017/05/05/maria-puteolana-leggenda-lady-oscar/?fbclid=IwAR2SOHcHlgRZ0Nc6cAVc8OBbO7DlDEDn7EuDAsCABhlrNZAWofoWypc3SfI

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Maschio e femmina li creò

Posted by on Giu 15, 2019

Maschio e femmina li creò

È uscito un documento della Congregazione per l’educazione cattolica sul gender, firmato il 2 febbraio 2019 dal Prefetto card. Giuseppe Versaldi, ma reso pubblico solo poche ore fa. Si intitola “Maschio e femmina li creò”. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione, dovedialogo significa «promuovere una metodologia articolata nei tre atteggiamenti dell’ascoltare, del ragionare e del proporre».

Ascoltare, dunque, anzitutto la realtà e dunque le esigenze delle persone che gli educatori incontrano, con le loro difficoltà inerenti alla sessualità. Così il testo inizia ripercorrendo la storia della penetrazione dell’ideologia gender nella società del XX secolo fino «alla contrapposizione tra natura e cultura, sfociate infine nella teoria queer, “cioè in una dimensione fluida, flessibile, nomade, al punto da sostenere la completa emancipazione dell’individuo da ogni definizione sessuale data a priori» (n. 12), per quindi giungere ai «poliamori» che appunto «includono più di due individui» (n. 13). Queste teorie sono arrivate a pretendere il «riconoscimento pubblico della libertà di scelta del genere nonché della pluralità di unioni in contrapposizione al matrimonio tra uomo e donna, considerato retaggio della società patriarcale» (n. 14).

Naturalmente il documento non cade nella trappola della contrapposizione ideologica, e ricorda come le ideologie gender e la lotta contro il matrimonio naturale si siano potute avvantaggiare grazie a un clima culturale che, nonostante l’insegnamento di Gesù sulla «pari dignità tra uomo e donna» (n. 15) recepito progressivamente dal senso comune dell’Europa cristiana, ha visto anchel’affacciarsi di «forme di ingiusta subordinazione che hanno tristemente segnato la storia, e che hanno avuto influsso anche all’interno della Chiesa» (n. 15).

Sempre nella prospettiva di ascoltare la realtà, il documento individua alcune criticità dell’epoca post-moderna nella quale ci troviamo a vivere, in particolare il progressivo allontanamento dalla natura «verso una opzione totale per la decisione del soggetto emotivo», il «dualismo antropologico» che riduce il corpo a materia manipolabile e che sfocia in una forma di gnosticismo relativista, per quindi arrivare a «progetti educativi e orientamenti legislativi» (n. 22) che promuovono una radicale negazione della «differenza biologica fra maschio e femmina» (n. 22).

Dopo avere analizzato la realtà, ascoltando il profilo storico, i possibili punti di incontro con le esigenze delle persone del nostro tempo e le criticità delle risposteideologiche, il testo invita a ragionare, cioè a usare argomenti razionali che «chiariscono la centralità del corpo come elemento integrante dell’identità personale e dei rapporti familiari. Il corpo è soggettività che comunica l’identità dell’essere (San Giovanni Paolo II, Veritatissplendor, 48)» (n. 24).

Dopo il ragionamento, arriva la proposta, fatta dalla Chiesa alla luce di un’antropologia cristiana fondata sul fatto che, come sosteneva Papa Benedetto XVI, «anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere» (22 settembre 2011).

La Bibbia dunque, ma anche la metafisica inducono a riconoscere la differenza sessuale, «le due modalità in cui si esprime e realizza la realtà ontologica della persona umana» (n. 34). Contestare questo significa negare il progetto insito nella creazione, e quindi mettere in discussione l’esistenza stessa della famiglia «come realtà prestabilita dalla creazione» (n. 34).

Il dialogo ritorna nelle conclusioni del documento, laddove si invitano gli educatori cattolici «a trasformare positivamente le sfide attuali in opportunità» (n. 54), all’interno di scuole cattoliche che non devono mai perdere la loro identità e devono formare formatori «che non perdano la propria visione della sessualità umana» e così permettano alle famiglie di trovare scuole che garantiscano l’educazione dei loro figli sulla base di «un’antropologia integrale» (n. 55).

E questo diritto naturale dei genitori dovrebbe essere garantito, conclude il testo, da uno Stato democratico che non permetta che la proposta educativa sia ridotta «ad un pensiero unico specialmente in una materia così delicata che tocca la visione fondamentale della natura umana ed il diritto naturale da parte dei genitori di una libera scelta educativa, sempre secondo la dignità della persona umana» (n. 55).

Un testo importante, se verrà usato e non lasciato cadere, anzitutto per tutti gli educatori, per i docenti delle scuole cattoliche e per i docenti cattolici nelle scuole statali, ma utile a tutti coloro, dai vescovi, ai sacerdoti e ai laici, che credono nel valore dell’insegnamento costante della Chiesa, così come appare nella sua continuità e coerenza proprio in questo documento, che si fonda su molti dei testi che gli ultimi tre pontefici, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, hanno dedicato al tema.

Marco Invernizzi

fonte https://alleanzacattolica.org/maschio-femmina-li-creo/

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Giovanni Paisiello, “Iddio lo serbi a noi!”

Posted by on Giu 11, 2019

Giovanni Paisiello, “Iddio lo serbi a noi!”

È stato uno dei più influenti compositori d’ opera nel XVIII secolo, uno dei massimi esponenti della Scuola Musicale Napoletana di fine ‘700. Giovanni Paisiello nacque a Taranto il 9 maggio del 1740 e all’ età di 15 anni le sue doti erano già ben note, tanto che venne iscritto al Conservatorio di Sant’Onofrio a Napoli tra i migliori centri di educazione musicale dell’ epoca. Abbandonati gli studi nel 1763, lavorò tra Bologna e Modena dove ottenne un discreto successo con opere come  “La Pupilla” e “Il Mondo a Rovescio” grazie alle quali la fama ottenuta gli valse l’invito a rientrare in capitale, a Napoli, dove compose opere per i due principali teatri cittadini, il Teatro Nuovo e il San Carlo. Per quasi un decennio (tra il 1776 e il 1784) lavorò alla Corte di San Pietroburgo in Russia invitato da Caterina II, grande protettrice delle arti e amante dell’opera italiana. Alla corte russa Paisiello scrisse lavori seri come “Nitteti”, “Achille in Sciro” e “Demetrio”, ma divenne famoso musicando libretti esilaranti e di grande effetto comico come “Il Barbiere di Siviglia” su libretto di Petroschini tratto da Beaumarchais. Quando, nel 1816, Gioachino Rossini scrisse un’opera con il medesimo soggetto ma diverso libretto, con il titolo Almaviva, venne fischiato in palcoscenico; ciononostante, con il titolo modificato, Il Barbiere è oggigiorno riconosciuto come il più grande lavoro di Rossini, mentre l’opera di Paisiello è stata consegnata all’oblio. Paisiello lavorò a Vienne; successivamente si mise al servizio di Ferdinando IV a Napoli, dove compose numerose tra le sue migliori opere, incluse Nina e La Molinara. Nel 1789 compose una Missa defunctorum per il principino Gennaro Carlo Francesco di Borbone, morto di vaiolo nel gennaio di quell’anno;  poi lavorò a Parigi alla Corte di Napoleone per il quale compone la “Messa solenne” e il “Te Deum” per l’incoronazione di Napoleone a Imperatore dei Francesi. Nel 1787, su commissione di Ferdinando I delle Due Sicilie, scrisse e musicò l’ “Inno al Re” che, nel 1816 divenne inno nazionale del Regno delle Due Sicilie.

Meriti importanti quelli di Giovanni Paisiello, segni indelebili della sua carriera hanno lasciato tracce fondamentali nell’ opera italiana, eppure, quanto successo a Taranto lo scorso 19 dicembre 2014 è sconcertante e lascia l’ amaro in bocca. Già in stato di totale abbandono, la casa che fu abitata dal Maestro è andata in fiamme. E pare che, a prender fuoco, siano stati cumuli di rifiuti e macerie di mobilia al suo interno. È davvero deludente, triste e oltraggioso tale affronto fatto alla memoria del musicista tarantino. L’ edificio in cui si trova la casa di Paisiello è di proprietà del comune e riversa in stato di totale abbandono, fino ad essere dichiarato inagibile dopo che, la scorsa estate, è stato effettuato lo sgombero della famiglia disagiata che lo aveva occupato. Dopo quel giorno è stato definitivamente murato e con esso, è stato quasi segregato anche il ricordo dei natali che Taranto ha dato a Paisiello.

In qualunque Paese normale quella dimora sarebbe stata giustamente valorizzata, trasformata in abitazione storica, in un museo e resa di pubblica fruizione e invece vi è solo una targa a ricordare chi nacque in quel posto. Una targa per giunta ripulita da un gruppo di giovani volontari coordinati dal comitato di piazza di S. Andrea degli Armeni che, nello scorso settembre, aveva cercato di restituire decoro alla storica dimora del compositore, ripulendola dalla sporcizia depositata a causa dell’ incuria e dell’ indifferenza della pubblica amministrazione.

C’è da dire, però, che il 2016 coincide con il bicentenario della morte del compositore e, a Taranto, si è costituito il Comitato per il progetto Taranto 2016- Anno Paisielliano con lo scopo, oltre di omaggiare Paisiello attraverso manifestazioni durante tutto l’ anno, anche di ottenere la statalizzazione dell’Istituto Superiore di Musica intestato proprio a Giovanni Paisiello a Taranto. Tra gli appuntamenti, un convegno sul ripristino della casa natale del compositore e sulla proposta di fondazione del “Centro di Studi Casa Paisiello”, in collaborazione con il club Lions di Taranto.

Bisognerebbe focalizzare le proprie attività sul recupero di quei luoghi di interesse storico e culturale, volti ad attirare turismo di qualunque tipo. Taranto lotta da anni per ricordare che non è semplicemente una città dalla “vocazione” (imposta) industriale, non è solo siderurgico, ma è storia, cultura, è Taras, è Magna Grecia, è sotterranei, è i due mari, è musica … ed infonde davvero tanta tristezza constatare che un edificio che vide muovere i primi passi di un Maestro compositore come Giovanni Paisiello venga letteralmente tombato dal disinteresse delle Istituzioni Pubbliche.

Daniela Alemanno

fonte http://briganti.info/giovanni-paisiello-iddio-lo-serbi-a-noi/

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Basta gender in aula! Famiglie in rivolta nel mondo

Posted by on Giu 5, 2019

Basta gender in aula! Famiglie in rivolta nel mondo

(Mauro Faverzani) Delle pretese gender ora la gente non ne può proprio più ed alza la voce nel mondo, pretendendo per i propri figli un’educazione davvero attenta alle loro esigenze, priva di fronzoli ideologici e di “esperimenti” Lgbt. Lo dimostra quanto accaduto in Spagna, ad esempio, nelle cui scuole sono stati introdotti in sordina programmi di genere, in grado di produrre solo confusione indebita nei ragazzi, oltre tutto in una fase particolarmente delicata del loro sviluppo.

«Non permetteremo alla Giunta di fare esperimenti con i nostri figli»: è questo quanto ha dichiarato la presidentessa dell’organizzazione spagnola degli Avvocati Cristiani, Polonia Castellanos. Che, conseguentemente, ha denunciato all’Alta Corte di Giustizia l’assessore all’Educazione di Castiglia e León, Fernando Rey. L’accusa nei confronti di quest’ultimo è quella di aver applicato per mesi in modo illegittimo in tutte le scuole della Comunità autonoma il «Protocollo di attenzione educativa e di accompagnamento per gli alunni transessuali o con orientamento di genere irregolare». Il protocollo non è mai stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e della sua applicazione non sono mai stati preventivamente informati né gli alunni, né tanto meno le famiglie, del tutto all’oscuro dell’accaduto.

Tale programma ha, ad esempio, incoraggiato un uso promiscuo dei bagni e dell’abbigliamento, favorendo artatamente non solo l’incertezza di genere, anche in chi magari nemmeno vi pensasse, bensì aumentando esponenzialmente anche il rischio di molestie ed abusi.

Così facendo, secondo la denuncia, sarebbero stati violati i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione. Un comportamento gravissimo, insomma, da parte di organi dello Stato, che hanno consapevolmente agito senza coinvolgere le famiglie in un percorso tanto problematico ed in scelte così azzardate: «I bambini affetti da disforia di genere meritano lo stesso rispetto di tutti gli altri, tuttavia da casi particolari non si possono trarre linee di condotta generale», ha dichiarato Castellanos. Ovvero, tanto per chiarire ulteriormente il discorso, «per cercare di aiutare questi ragazzi, non possiamo mettere a rischio tutti gli altri».

Non solo: il protocollo in questione ha comportato l’assunzione di «misure ancora più rischiose». Ad esempio, ha limitato la patria potestà e la primaria responsabilità educativa dei genitori, specie quando «dissentano dal modo di procedere della pubblica Amministrazione». Inoltre, i colloqui con gli alunni sono stati affidati ad associazioni come Dialogsexe Chrysallis(organizzazione delle famiglie di minori transessuali) ed impostati secondo discutibilissimi criteri di «totale indottrinamento con marcato pregiudizio ideologico», anziché – come dovrebbe essere per legge – essere gestiti semmai da professionisti accreditati ed in grado di garantire un punto di vista «imparziale».

Con l’assessore all’Educazione è stata denunciata anche la direttrice generale per l’Innovazione e per l’Eguaglianza Educativa, María del Pilar González, in quanto responsabile dell’applicazione di questo protocollo: incontrata dagli Avvocati Cristiani, non appena si è saputo dell’accaduto, ha cercato di giustificarsi, sostenendo che l’applicazione del protocollo fosse ancora in una «fase sperimentale», benché abbia dovuto ammettere che, in realtà, esso era già stato implementato in alcune scuole di Castiglia e León e di Valladolid.

Che, del resto, l’opinione pubblica non ne possa davvero più delle prepotenze, con cui la galassia Lgbt cerca di inculcare le proprie pretese nei soggetti minorenni, lo dimostra anche quanto accaduto in Perù: un’autentica rivolta popolare ha scatenato la decisione del Programma Nazionale d’Istruzione di Base di integrare in tutte le scuole le parole d’ordine dell’ideologia e dell’approccio gender, infischiandosene totalmente del rifiuto opposto dai genitori, dalle famiglie e da numerose organizzazioni di categoria.

Di fronte a tale prevaricazione è stata immediatamente organizzata una «Grande Marcia Nazionale» contro l’ideologia gender nelle scuole, promossa dai movimenti civici «Genitori in Azione» e «Dei miei figli non ti impicciare», cui hanno aderito anche numerose altre sigle e soprattutto moltissime famiglie.

Imponente è stata la partecipazione: dopo oltre due anni di “sperimentazioni”, del resto, la gente, ormai esasperata, intima il ritiro immediato di tutti i programmi di educazione di genere dalle aule del Paese sudamericano ed un rimpasto nei membri e nei piani del Consiglio Nazionale dell’Educazione.

Rodolfo Cortina, portavoce di «Genitori in Azione», ha dichiarato alla stampa che questa intende essere «la madre di tutte le Marce» contro qualsiasi dittatura ideologica: «Uniti più che mai, tutti i gruppi pro-family marciano in tutto il Paese per difendere l’innocenza dei figli e per chiedere un’educazione dignitosa per tutti i peruviani». Sarebbe ora.  Ovunque.  (Mauro Faverzani)

fonte https://www.corrispondenzaromana.it/basta-gender-in-aula-famiglie-in-rivolta-nel-mondo/

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A processo il medico che ha detto no all’aborto

Posted by on Mag 17, 2019

A processo il medico che ha detto no all’aborto

Alla sbarra il ginecologo Rodriguez Lastra. Nel 2017 si rifiutò di eseguire un aborto su una giovane. Oggi è sotto processo con l’accusa di aver infranto una legge regionale che di fatto “non esiste” perché viola la Costituzione. Ma è un processo funzionale all’internazionale degli aborti che sta sovvenzionando l’Argentina. (VERSION EN ESPAÑOL)
-“HO SALVATO DUE VITE, NON TEMO IL CARCERE”
di German Masserdotti

A quanto pare in Argentina si sta vivendo in uno stato di follia istituzionale e collettiva. Lunedì è iniziato un processo contro un medico, Leandro Rodriguez lastra, ginecologo e primario di ginecologia dell’ospedale Pedro Moguillansky, di Cipoletti (Río Negro). È accusato di avere violato una legge che non esiste e in conseguenza di aver salvato 2 vite nel 2017.

Prima aberrazione: il professionista è stato trascinato alla sbarra per aver salvato 2 vite e per non avere ucciso un innocente. Però, in realtà, non si tratta solo di una follia aberrante, ma di una offensiva giuridica dell’imperialismo internazionale dell’aborto vale a dire del potere finanziario predatore che si è appropriato delle ricchezze del mondo e come contropartita necessita di limitare al massimo la crescita della popolazione nel mondo per poter godere in pace delle ricchezze accumulate.

Seconda aberrazione: per promuovere questo processo farsa si è preso come punto di riferimento legale un manuale di procedura per uccidere un concepito, dato che l’atto di accusa utilizzato dal procuratore per giustificare questa aberrazione è che il medico non ha osservato la legge. Per questo lo accusa di violazione dei doveri di funzionario pubblico. Il problema di fondo è che il medico accusato non si sarebbe sottomesso alla legge provinciale che legalizza, anticostituzionalmente e violando i trattati internazionali, che hanno rango di norma costituzionale, quanto stabilito da un documento amministrativo denominato: Protocollo per la attenzione integrale delle persone con diritto alla interruzione legale della gravidanza, elaborato nel 2010 e introdotto nel 2015 dall’allora ministro della salute.

Questo protocollo non ha alcun valore legale perché determina modelli di procedimento che vanno contro la costituzione e le leggi, le quali riconoscono il carattere di persona del concepito. Anche se il protocollo permette e promuove l’uccisione attraverso un aborto, nessuno è obbligato a obbedire né a compierlo, a patto che non ami uccidere. Il suo stesso titolo è ingannatore: in Argentina non esiste nessuna legge che definisca l’aborto come diritto.

Il caso che è servito da scusa per armare questa aberrazione abortista è quello di una giovane di 19 anni che nel gennaio 2017 si presentò alterata in un ospedale di Cipolletti, senza che le analisi potessero determinare la causa del suo malessere. Però alla fine di marzo 2017, la giovane si presentò nuovamente al consultorio, mostrando un aumento di peso e il ventre cresciuto. Dalle analisi emergeva che era incinta, a quel punto la giovane chiese di abortire perché disse che quella gravidanza era il prodotto di uno stupro.

Terza aberrazione: se fosse stato uno stupro la giovane lo ha accettato senza alcun problema dato che non lo ha mai denunciato, però nel rendersi conto che era incinta si è ricordata che era stata violentata. Ad alcuni periti medici è sembrato molto strano che una giovane si ricordasse di essere stata violentata solo dopo essersi accorta di essere incinta, come se a provocarle il trauma fosse stata la gravidanza e non il suo precedente stupro. Con questo si è voluto far credere che gli stupri non incidono psicologicamente sulle vittime, ma la gravidanza sì. Come ha affermato il dr. Fernando Secin nella perizia che ha presentato ma che la giustizia rionegrina non ha accettato, è che “non risulta logico che qualcuno dica di andare dal medico per un aumento di peso e per il crescere del ventre e successivamente dica di essere stata stuprata. Ciò che è logico è andare dal medico per uno stupro e molto prima che cresca la pancia”.

Quarta aberrazione: la giovane ha insistito con la sua richiesta di aborto e 2 professioniste mediche che l’hanno visitata la misero in contatto con un attivista di una organizzazione abortista, la quale le ha sottoposto un farmaco, l’Oxaprost per provocare l’aborto, il quale costituisce un chiaro esempio di esercizio illegale della medicina perché questa attivista non poteva prescrivere farmaci.

La giovane assunse il farmaco abortivo, ma cominciò ad avere febbre, dolori addominali e perdite, ragion per la quale si diresse all’ospedale, sempre con l’intenzione di abortire. E qui entra in campo il dottor Leandro Rodriguez Lastra, il quale si rifiutò di effettuare questo procedimento, anche a seguito dello stato avanzato della gravidanza (22 settimane). Il medico si decise a ricoverarla fino a quando il bambino non potesse nascere con possibilità reali di sopravvivenza. E così accadde. Dopo la nascita il bambino fu dato in adozione e oggi gode di perfetta salute. La stessa giovane ha ricordato così: “Mi hanno negato di abortire per salvare la vita del bambino”.

Leandro Rodriguez Lastra ha salvato la vita del bambino e sicuramente anche quella della madre.

Quinta aberrazione: nonostante abbia salvato 2 vite, in quel momento è incominciato il calvario del dr. Lastra, dato che fu denunciato dalla deputata provinciale Marta Milesi, medico pediatra a favore della pena di morte contro i concepiti: una pediatra a favore dell’aborto è come mettere il Chapo Guzman a capo della lotta contro il narcotraffico.

Già nell’anno 2006 questa donna presentò alla legislatura provinciale un progetto a favore della legalizzazione dell’aborto in qualità di pioniera in questo intento imperialista di imporre l’assassino del proprio figlio come diritto esclusivo della donna e come amplificazione dei suoi diritti. Questo progetto che presentò, poté contare per la sua redazione dell’attiva partecipazione dei Cattolici per il diritto a decidere una Ong di origine statunitense creata dalla Fondazione Ford (di proprietà della famiglia Rockefeller) per infiltrare nel cattolicesimo americano e latinoamericano l’ideologia abortista. Questa organizzazione pseudo non governativa può contare da alcuni anni in Argentina sull’appoggio finanziario attraverso sovvenzioni della International planned parenthood Federation (IPPF) per imporre come si sa la legalizzazione dell’aborto. Vale a dire, la signora pediatra militante della legalizzazione della pena di morte per i concepiti sembra comportarsi da portavoce dell’imperialismo internazionale dell’aborto, che è il braccio sinistro progressista dell’imperialismo internazionale del denaro. Un potere finanziario di matrice anglo americana vero padrone del mondo, delle sue ricchezze ed esecutore del piano di sterminio di massa dei concepiti più grande che la storia universale conosca

Sesta aberrazione: la denuncia iniziale della pediatra pro aborto è stata promossa nell’ambito giudiziale dal dr. Santiago Marquez Gauna, che in una sua indagine come giudice di garanzia acquistò fama di avere sottovalutato la denuncia fatta contro il padre di 2 bambini minorenni archiviando le accuse di aver castigato con una cintura i figli, perché secondo il “barbaro costume” tutto questo faceva parte del diritto ad educare del padre, del suo potere di coercizione e della sua potestà di correggerlo.

Non si può evitare di riconoscere la “coerenza” di questo “servitore” del diritto, un vero diamante grezzo: colpire maltrattare e abusare un figlio è un diritto allo stesso modo che ucciderlo mediante un aborto.

Settima aberrazione: questo giudice si è dimenticato di indagare la denuncia del supposto stupro della giovane, che poi si decise a far abortire suo figlio quando si accorse che era stata violentata. Il sig. Marquez Gauna prima della denuncia di questo delitto non ha mosso un dito, né fatto il minimo gesto di indagine su un atto criminale: si è soltanto occupato di accusare il medico, stessa condotta quella della pediatra pro morte. A questo punto è lecito domandarsi: il sig. Marquez è un procuratore della provincia o un impiegato servile della portavoce dei Cattolici per il diritto a decidere e di International planned parenthood?

Avrebbe forse paura a scoprire che la giovane stuprata potrebbe essere in realtà vittima di una rete di tratta di persone, dato lo stato nel quale si presentò inizialmente in ospedale?

Ottava aberrazione: questo demenziale giudizio contro il dr. Rodriguez Lastra promosso dalla pediatra abortista e dal procuratore giustificatore di abusi infantili si basa su denunce e criteri che costituiscono una chiara violazione della costituzione nazionale, la quale protegge la vita umana dal momento del concepimento (art 23 e 75) e della stessa costituzione della provincia di Rio Negro.

Nona aberrazione: la pediatra abortista pone come fondamento della sua azione il non aver osservato una legge provinciale che giustifica il crimine dell’aborto nei casi di gravidanze per stupro e che viola il mandato costituzionale di proteggere la vita dal concepimento. Il protocollo in questione è stato realizzato nel 2015 grazie al supporto tecnico fornito dalla cosiddetta FUSA (Fondazione per la salute dell’adolescente) membro della International planned parenthood Federation, la rete abortista multinazionale di origine britannica più grande del mondo.

In definitiva: siamo chiaramente davanti a una nuova versione di Davide (il dottore per Rodriguez Lastra) e Golia (Marta Milesi, Santiago Marquez Gauna, i Cattolici per il diritto decidere e l’IPPF) in cui un medico argentino si è visto costretto a scontrarsi con l’imperialismo abortista internazionale. Così come Davide vince Golia, speriamo che in questa nuova versione, il Davide argentino possa vincere il Golia invasore tanto criminale mercenario e superbo come il personaggio del racconto biblico.

Evidentemente nella provincia di Rio Negro si vivono tempi apocalittici in cui salvare vite costituisce un atto criminale e uccidere i figli è un diritto della donna.

Però in definitiva dipenderà dalla volontà dell’Onnipotente e dalla forza e dagli artigli spirituali degli argentini per bene, opporsi di fronte a questo aberrante atto criminale mentre le autorità civili, politiche ed ecclesiastiche brillano per la loro assenza, ma si arrischiano ad essere complici di questo crimine giuridico e giudiziale.

fonte http://lanuovabq.it/it/a-processo-il-medico-che-ha-detto-no-allaborto

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