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Il Ventre di Napoli: storia di Piazzetta Nilo/San Giovanni a Carbonara: suggestioni inaspettate

Posted by on Feb 7, 2020

Il Ventre di Napoli: storia di Piazzetta Nilo/San Giovanni a Carbonara: suggestioni inaspettate

NAPOLI. TRA I VICARIELLI DEL CENTRO STORICO OLTRE 2000 ANNI FA È STATA ERETTA LA STATUA DEL DIO NILO CHE DÀ IL NOME ALLA PIAZZETTA.

Il centro storico della città di Napoli è attraversato da tre strade principali, i Decumani: vie antichissime di origine greca, realizzate nel VI secolo a. C.
I Decumani sono tre: Superiore, Maggiore e Inferiore , e tagliano il centro della città da est a ovest e sono paralleli tra loro e la costa di Partenope.
Il decumano maggiore corrisponde a via dei Tribunali, al cui centro si trova Piazza San Gaetano. Il decumano superiore a sua volta corrisponde a via Della Sapienza, Pisanelli, dell’Anticaglia e degli Apostoli. Infine il decumano inferiore, notoriamente definito Spaccanapoli: si parte da Piazza del Gesù Nuovo, si percorre tutta via Benedetto Croce fino a giungere a via San Biagio dei Librai.
Proprio all’inizio di via San Biagio dei Librai, lungo il decumano inferiore – Spaccanapoli – si apre uno spiazzale: Piazzetta Nilo. Per la sua posizione peculiare, nel cuore del centro storico della città è definita “il Corpo di Napoli”.
Il nome della piazzetta è rimasto invariato dalla sua nascita, che risale tra il I e il II secolo dopo Cristo, quando gli egiziani, provenienti da Alessandria D’ Egitto, colonizzarono il capoluogo partenopeo.
Nonostante la statua fosse stata costruita durante il periodo Greco – Romano, i partenopei, gente di mare, si mostrarono aperti agli usi, costumi e alle tradizioni straniere, soprattutto se portatrici di buona fortuna, sorte.La statua infatti raffigura il Dio Nilo, possente e muscolo, con il viso coperto da una lunga barba bianca, sdraiato con i piedi rivolti verso un coccodrillo, la cui testa non è più visibile, che si appoggia con il braccio sinistro su una Sfinge. Il Nilo, nella sua terra di origine, è proprio simbolo di prosperità e di ricchezza.
La divinità, inoltre, abbraccia una cornucopia adornata con fiori e flora di diversa natura, anch’essa simbolo di fertilità e ricchezza. La rappresentazione simbolica è poi completata dalla presenza di un bambino che si arrampica al capezzolo del Dio, probabilmente un affluente del fiume.Tuttavia a causa dei culti pagani spesso contrari a quella che era la religione ufficiale dell’impero, cioè il cristianesimo, la statua fu decapitata e perduta per alcuni secoli.
Quando fu finalmente ritrovata durante il Medioevo, non solo era priva della testa, ma anche mancante anche di altre parti, quali la testa del coccodrillo e della Sfinge, mai più rinvenuti.
A causa della mancanza della testa del Dio Nilo e per la presenza del bambino che si sta nutrendo dal seno della statua, si credeva che quest’ultima rappresentasse una donna.
Nel XVII secolo durante il Neoclassicismo, fu dato inizio una serie di restauri che hanno poi condotto alla forma odierna dell’opera.
Un ultimo lavoro è stato svolto proprio nel 2014, con il ripristino della testa della Sfinge.Attualmente la statua si posa su un basamento del 1657, che su uno dei lati principali presenta un’incisione che descrive le vicissitudini secolari che hanno caratterizzato la scultura.

Maria Luisa Allocca

Liberopensiero.eu

San Giovanni a Carbonara: suggestioni inaspettate

Per chi entra per la prima volta nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, a Napoli, in via Carbonara, il colpo d’occhio è incredibile, inaspettato, da togliere il fiato.Vi si accede da un ingresso laterale, un portale quattrocentesco non visibile dalla strada, dove troneggia lo scalone monumentale del Sanfelice, originalissimo nella sua struttura a tenaglia, e che sembra nascondere alla vista del passante ignaro i tesori che stanno più in alto.Si sale dunque, si attraversa un cancello, poi un cortile, ed ecco il portale; ancora pochi passi e davanti agli occhi del visitatore si staglia il monumento funebre di re Ladislao di Durazzo, sovrano della famiglia angioina, voluto per lui dopo la morte, avvenuta nel 1414, dalla sorella Giovanna II, che gli successe sul trono.Il mausoleo è alto più di quattordici metri, imponente nella successione di ordini sovrapposti, dal più basso, con le gigantesche statue delle quattro Virtù cardinali, all’ultimo, che lo conclude maestosamente con la statua di Ladislao a cavallo con la spada sguainata.A un monumento così elaborato lavorarono sicuramente più mani, tra le quali l’unica certa è quella di Leonardo da Besozzo, che vi ha apposto la firma, autore delle parti affrescate; per il resto, furono sicuramente all’opera maestri toscani e lombardi.Ma il monumento a re Ladislao non è l’unico dei tesori di questa chiesa: basta infatti attraversare un cancello dietro il mausoleo per trovarsi davanti ad un altro spettacolo unico, anche questo inaspettato e invisibile da fuori, come se strutture architettoniche particolari volessero nascondere i tesori più preziosi di questo luogo.Si tratta della cappella Caracciolo del Sole, quattrocentesca, completamente affrescata; la forma è circolare, e dovunque ci si giri è possibile ammirare gli splendidi colori degli affreschi, opere di Leonardo da Besozzo, Perrinetto da Benevento, Antonio da Fabriano.Un autentico gioiello della cappella, fatta costruire da Sergianni Caracciolo, alto dignitario di corte e amante della regina Giovanna, è il pavimento, databile alla prima metà del XV secolo, maiolicato, formato da mattonelle quadrate ed esagonali con motivi vegetali e zoomorfi, stemmi, profili maschili e femminili.Da questa cappella prende il nome l’associazione culturale Caracciolo del Sole, costituita qualche anno fa da persone del quartiere con lo scopo di far conoscere il territorio e valorizzarlo, aiutando in qualche modo la rinascita di una zona ricca di storia ma oggi purtroppo degradata.L’associazione organizza visite guidate in diverse chiese cittadine, ma soprattutto propone passeggiate nel cuore del quartiere, tra la chiesa di San Giovanni a Carbonara, la rinascimentale Santa Caterina a Formiello e la barocca Santi Apostoli. E a partecipare alle visite non sono solo turisti, ma spesso gli stessi abitanti della strada, che vogliono imparare a conoscere la storia dei tesori che hanno davanti agli occhi quotidianamente.

ESPRESSONAPOLETANO.IT

Edificio della Gran Guardia (litografia di M. Zampella), tratta da R. D’Ambra, Napoli Antica, 1889.

<<La fabbrica che vedete nella Tavola fu eretta all’angolo circolare della controscarpa di Castelnuovo. Fu opera del 1790 con disegno del brigadiere Seguro [si tratta di Francesco Sicuro], quel medesimo che fece il r. Teatro del Fondo della separazione de’ lucri [ora Teatro Mercadante].
Tutti i teatri dovevano a quel tempo dalle loro aziende staccare una quota del lucro, e rilasciarla a benefizio degli spedali ed altre opere pie. (…) Sul frontone di tal edifizio leggevasi le seguenti parole: alla sicurezza e tranquillità pubblica Ferdinando IV. 1790. (…)
>>

da “mentinfuga.com”

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