Alta Terra di Lavoro

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Incantesimo coloniale di Alfredo Saccoccio

Posted by on Set 3, 2018

Incantesimo coloniale di Alfredo Saccoccio

   Occorre riconoscerlo : tutto quello che costituiva il mondo di Kipling è ora scomparso : l’Impero, le tigri, i cipaye, gli ufficiali delle colonie sotto le loro zanzariere, i lancieri del Bengala, la giungla vergine e misteriosa, i cobra, i rickshaw.

 

Il nerbo che percorre la sua opera, l’epopea coloniale, non è più che un vecchio ricordo, un sogno crollato, di cui si è scoperto che era potuto essere talvolta meno brillante (qualunque fosse la sua incarnazione nazionale) della sua facciata e dei suoi principii  generosi : la corruzione, la brutalità, il disprezzo degli indigeni, lo sfruttamento dei deboli, il saccheggio delle risorse, il massone Kipling, amante della tolleranza e della libertà, non li ha visti o non li ha denunciati. Sono verità che indignano più la coscienza moderna , anche se un Maupassant, nella stessa epoca, li denunciava nell’impero francese. Fortunatamente la letteratura non ha niente a che vedere con la chiaroveggenza politica. L’opera di Kipling si irradia con tutta la sua magia : è l’incantesimo di un mondo inghiottito, che ci torna in mente in tutto il suo splendore. Kipling evoca il mondo che lo circonda con una grande preoccupazione di esattezza, senza mai rimetterlo in discussione.

   Più pittoresco di Joseph Conrad, anche più ottimista, Kipling è uno scrittore d’azione, che ama i creatori d’imperi, quei grandi concorrenti dei romanzieri, proprio così determinati, sognatori e spietati. Quello che Kipling ama  al di sopra di tutto sono queste esperienze, nel corso delle quali un fanciullo, un adolescente, penetra il mondo adulto, ingombro ancora della sua puerilità e del suo idealismo, e si forgia una nuova personalità capace di affrontare il duro mondo reale. E’ il tema centrale di Kim, di Capitan Coraggioso o del Libro della giungla. Non è la famiglia che educa il fanciullo in questo universo ruvido e difficile, è la vita. D’altronde Kipling, spesso, non ci dissimula che i suoi centri d’interesse sono al di sotto dell’alta filosofia : “La cosa più interessante del mondo è di riuscire a sapere come il prossimo si guadagna la vita.”

   Il mondo che descriveva Kipling non è invecchiato : ha avuto la cortesia di scomparire. Non si avrà dunque mai la tentazione, sempre ridicola in letteratura, di paragonare l’opera e la realtà che l’ha ispirata. I suoi romanzi appartemgono ad un genere positivo, umanista e solare. Si è lontania da Kafka o da Dostoievski. Si è più vicini alle Mille e Una Notte o a Jack London, a  Hemingway.

   Proprio come l’autore di Zanna Bianca e di Martin Eden, proprio come Marcel Aymé, egli ha subìto le conseguenze di essere stato troppo letto dai ragazzi, dato sempiternamente in regalo per strenne e per la prima comunione. Si preferisce che la letteratura resti un poco segreta e serbi la sua dose di zolfo.

   Per la verità, Kipling ha conservato tutta la sua magia e la sua forza incantatrice. Le gesta coloniali che egli ha descritte sono scomparse da parecchio tempo, ma i suoi personaggi continuano a vivere. Adolescenti dal corpo abbronzato, sotto la cappa tipida del monsone, invaghiti di tutte quelle avventure, di cui il mondo intero va troppo presto a richiudere la porta.

                                  Joseph Rudyard Kipling : il poeta dell’Impero

   Kipling è reputato essere prima di tutto il propagandista per eccellenza dell’imperialismo britannico, ma questa impressione è erronea. Essendo a volte scrittore e poeta, le sorgenti della sua ispirazione, come pure i suoi sentimenti, superano, di gran lunga, lo stretto concetto d’impero e sono spesso in conflitto con questo. Kipling resta nondimeno il testimone più sensibile e più lucido dell’impero britannico al suo apogeo, sotto la regina Vittoria, proclamata imperatrice delle Indie a Delhi, nel 1877. Noi non condividiamo l’opinione propagata dai cinici di dire che Kipling passava il tempo a suonare le trombette dell’imperialismo. Rudyard era un pensatore profondo, la cui compassione si stendeva anche ai soldati nemici della regina.imperatrice.

   Per i sette anni che passa in India, è soprattutto come novelliere che Kipling si forgia un nome prestigioso, si paragona la sua prosa a quella di Guy de Maupassant e le sue novelle, piene di colore e animate di aneddoti sorprendenti, che raccontano la vita dei coloni britannici in pieno ambiente indiano, servono da modello ad autori altrettanto celebri, come Rider Haggard e Thomas Hardy, tra gli altri.

   In “Kim”, Kipling evoca quei ragazzi che, “figli di funzionari della ferrovia o del telegrafo”, perfino cadetti delle grandi famiglie eurasiatiche, abbandonavano i porti dell’Oceano Indiano, dai riflessi di rame, e le piantagioni di china, “nel sud di tutto”, per i muri deliranti dello strano collegio Saint-Xavier, un misto tra un tempio maya e il castello di Versailles, follìa barocca.

   Kipling evoca le conversazioni dei collegiali, che, nelle notti brucianti, si raccontavano le loro avventure nel cuore delle giungle : uno aveva  perso il suo elefante nelle sabbie mobili ; l’altro, aveva respinto un assalto degli Akha, temibili cacciatori di teste; l’ultimo aveva ucciso la sua tigre sia all’andata che al ritorno dalle vacanze. Kim stesso, orfano sistemato lì dall’amministrazione britannica, mordeva il freno dietro questi alti muri rossi, spiando il frastuono dell’India, il vivo sapore del Paese. Egli non avrà molto tempo da attendere.

   Infine. di quello che sarà stato il “Raj”, la sovranità britannica, gli inglesi non avranno lasciato, oltre a quelle diverse pasticcerie architettoniche da cui Claude Martin ha preso esempio, e che fanno assomigliare Bombay ad una Londra tropicale, che il tè, il cricket e il gusto delle uniformi. Più, senza dubbio, le motociclette Enfield, i bus all’imperiale, la guida a sinistra, le corse cinofile, le cornamuse ed esposizioni di fiori. Sarebbe dimenticare, però, la cosa principale : la loro lingua, che, dalla Costituzione del 1950, ne fece  “il linguaggio ufficiale dell’Unione”, cioè, in cambio, una parte possibile del loro immaginario, un’intellegibilità supplementare degli uomini e delle cose.

   “Kim”, capolavoro di Kipling. è in questo senso esemplare : completamente “british”, ancorato nella storia dell’Impero e, nello stesso tempo, incredibilmente orientale. Mark Twain affermava di leggerlo una volta all’anno, risparmiandosi un viaggio faticoso nel Paese. Pubblicato nel 1901 a puntate, in “Cassel s Magazine”, poi in volume da Macmillan, il romanzo, dopo un avvio difficile (giocando contro di lui l’implicazione dell’autore nella guerra dei Boeri), conobbe unsuccesso che non si è smentito.

   La sua pubblicazione coincide, del resto, con la morte della regina Victoria e come l’avvenimento di Eduardo VII che le succede. Nel 1901 Kipling ha trentasei anni. Il suo secondo nome, Rudyard, fa riferimento ad un lago del Staffordshire, in riva al quale si incontrarono i suoi genitori. E’ un piccolo baffuto, vivo e risoluto, miope come una talpa, dalla virilità ingombrante, un uomo di silenzi e di riservatezze, che è passato senza transizione dall’infanzia ad una povera sala di redazione di un giornale, a Lahore.

   Questo giovane anglo-indiano, come si diceva dei nativi britannici, è molto legato al padre, professore a Bombay, conservatore di museo, anche artista. E’ lui che, per i suoi diciassette anni, gli trova questo impiego e, in mancanza di studi universitarii, poiché il ragazzo non sembrava averne le disposizioni, lo propulsa nella vita attiva. Quindici ore di lavoro al giorno, a leggere i dispacci, a redigere tutti gli articoli. In più testi, Kipling evocherà quella vita rispettabile e scialba, inchiodata al servizio, “dove re e incidenti diversi non contavano che per la fabbricazione del giornale”. L’India britannica è immensa e, con i suoi due impiegati, la redazione più che modesta.

   A Lahore, città penosa del Pakistan, di cui si dice “che occorre averla vista per esservi nato”, in quello che fu il Club degli Inglesi, si può ancora consultare le copie della “Civil and Military Gazette”. L’insieme è stato microfilmato dalla Biblioteca Quaid Azam. Tra due pubblicità per servizi di transito o degli orologiai di Bombay, delle macchine da cucire della ditta Singer o delle distillerie del Penjab, le notizie sono redatte partendo dai telegrammi  telegrafici (“Telegraphic Intelligence”). Il giovane giornalista Kipling, promosso redattore capo aggiunto, completa le colonne con corti testi del suo sacco, che firma raramente. Abbozzo primo delle sue raccolte in futuro. Crogiolo dell’opera che facciamo sfilare su una macchina preistorica e ronfante, con una semplice pressione della mano, percorrendo mesi interi di canicola o di monsoni, di risse e di rese, di nomine, di mutazioni, di drammi e di felicità mischiati, e che scopriamo per caso, bloccato a pie’ di pagina, titolo in corsivo  e in caratteri spessi, non senza qualche emozione.

   Questo sarà tuttavia il migliore degli apprendimenti per il romanziere. Indagatore senza pari, di uno spirito curioso e metodico, affascinato dalle tecnologie e dalla loro messa in opera, Rudyard va a percorrere il Paese in tutti i sensi e a pubblicare, tra le sue inchieste (passando dal “Civil and Military Gazette” all’importante “Pionner” d’Allahabad), dei racconti più costruiti, che faranno la sua rinomanza. Le sue novelle saranno raggruppate in sette edizioni tascabili, vendute una rubia nelle stazioni, tramite la Biblioteca delle ferrovie indiane (“Indian Railway’s Library”). Vi si trova il peggio come il meglio, ma già grandi testi come quelli dei “Semplici Racconti delle colline” o del “Rickshaw fantasma”.

   Ripresi da editori londinesi, poi da quelli americani, il successo, sin dal 1889, si propaga in Europa. Inatteso, insperato, enorme. Seguiranno il “Naulahka”, nel 1892 (rieditato cinquanta volte in dieci anni), il “Libro della giungla”, nel 1894, “Capitani coraggiosi”, nel 1897, e “Puck” nel 1906. Un anno più tardi mentre aveva quarantadue anni, gli era attribuito il premio Nobel per la letteratura. Kipling è divenuto uno scrittore immenso. Adulato come umna vedetta di music-hall, ossequiato dai suoi pari come Henry James, Pierre MacOrlan, Jack London o Henry Ridder Haggard, ex funzionario dell’amministrazione del Transvaal, l’ispiratore dei “Tarzan” (così vicino a Mowgli), con cui Kipling collaborerà, fino a Proust, che confesserà di aver conosciuto nella sua lettura una delle sue grandi gioie letterarie ! Recuperato anche da una volontà politica :  occorreva  un bardo che, a dispetto delle ricorrenti rivolte, cominciando  da quelle dei sepoy, del 1857, saprebbe dare un poco di lirismo, ossia un supplemento di passione all’Impero. Joseph Rudyard Kipling, uomo d’ordine e di dovere, ossessionato dal “fardello dell’uomo bianco”, come dalla supremazia della sua razza, si incaricherà della faccenda fino alla caricatura, ma le cose sono più complesse di quanto non sembri.

   Nei suoi “Ricordi”, Rudyard evocò la genesi di “Kim” in questi termini : “L’idea di un piccolo irlandese, nato nell’India e mescolato alla vita indigena ?” Sotto il segno di David Copperfield, di Huckleberry Finn come quello di Don Chisciotte, il progetto ingrandì. Agli occhi del suo autore, che ama coltivare le ambiguità, esso costituirà i suoi addi alle Indie amate, (dopo “Kim”, Kipling non scriverà più niente sul subcontinente) e nello stesso tempo ai suoi incontri. Incontri “lunghi e sereni, in cui non c’è quasi inglese”, in cui tutto un universo si fonde in una storia, a metà strada dal racconto tradizionale e dal romanzo moderno, dalla favola rusticana come dalla leggenda sorta dalla notte dei tempi. Il romanziere autorizzato dalla Corona nasconde un vero poeta dalla voce profonda, assillato da una fusione possibile, fosse essa poetica, tra Oriente ed Occidente, mentre paventava disordine e anarchia. “Kim” ne è una prova sufficiente :  libro acuto, in cui, dietro la sua piccola guida, l’autore bracca, nel misticismo e nella pura avventura, una redenzione ed un’armonia introvabili nel reale.     \

   Non dispiaccia alla sua leggenda, tuttavia Kipling ha poco vissuto in India. Nato a Bombay, nel 1865, egli non vi resta che fino alla primavera del 1871, messo in collegio dai genitori, in un istituto di Southsea, in Inghilterra. Kipling non ritornerà sul subcontinente che nell’ottobre del 1882, a diciassette anni, per abbracciare, in mancanza di meglio, la carriera da giornalista. Poi egli lascerà episodicamente il Paese sin dal 1889, per non ritornarvi mai più dopo il 1891.

   Tutto inizia a Lahore, capitale accerchiata da mura dall’imperatore Akbar, sulla riva orientale del fiume Ravi. Per divertirsi, un ragazzino cavalca una reliquia, il famoso cannone Zam.zammah, superba carronata di bronzo verde, di fronte al Museum. Il padre di Kipling, John Lockwood Kipling, era stato, dopo Sir Baden- Powell, il conservatore di questo ricco museo.

   Kim ha una quindicina d’anni. Anche se parla correntemente la lingua del Paese, l’indostano, come Kipling stesso, e sfoggia un colorito bruciato al punto di poter passare per un indiano, è un irlandese, figlio abbandonato di un sergente del Reggimento dei Mavericks, Kimball O’ Hara, essendo sprofondato nell’alcool e nell’oppio.

   In ragione della sua duttilità d’ingegno e della sua viva intelligenza, Kim sopravvive facendo il messo. Lo si chiama “il Piccolo Amico di Tutto al Mondo”. Vestito alla moda indigena, capace di travestirsi da giovane, elegante Indù o da sudicio mendicante maomettano, il ragazzo solca senza difficoltà Lahore, saltando da terrazza in terrazza, intrufolandosi nelle stradine strette dei suk, dormendo sotto le arcate del caravanserraglio, di cui non restano che alcuni architravi. Egli ha un amuleto intorno al collo, una curiosa profezia nella testa :  un “toro rosso su di un campo verde che comanda a novemila diavoli” dovrebbe un giorno venire a cercarlo, meglio tenersi al servizio, ad obbedirgli.

   Lahore è, ancora ai nostri giorni, una città dal fascino magnetico, cominciando dalla sua stazione, cittadella ocra, dagli andamenti bellicosi, piena di un’ebollizione permanente di formicaio. Al di là dei miseri giardini di Shalimar, i bazar tortuosi rivaleggiano con i mercati. All’ombra di un’architettura “gotico-moghol”, i cui fioroni sono l’Università del Pendjab o l’Assemblea provinciale, quella che resta la “Città dalla spaventevole notte è un miscuglio inebriante de Il Cairo e d’Istambul.

   A Lahore, la famiglia Kipling occupava una casa senza alberi, dal giardino rasato, battezzata “Bikaner Lodge”, in riferimento al deserto di Bikaner, antico centro carovaniero e ricco emporio di grano,  di pelli e di lana (tappeti,  coperte, scialli).

   Al museo, la Casa delle meraviglie nel romanzo, c’è  ancora quella scultura dinanzi alla quale Kim incontra il suo futuro compagno d’avventure, il lama tibetano. Si tratta di un mirabile altorilievo rappresentate Buddha su una foglia di loto, dai petali magnificamente cesellati, scortato da una gerarchia di re, di avi, di animali e di pesci. Al di sopra di lui, “due “dewas” dalle ali di farfalla tenevano una corona” e ancora più in alto “un ombrellone”.

   Molto presto, Kim va ad eccellere in quello che i britannici chiamano “il Grande Gioco”, il Servizio Informazioni. Egli è come un pesce nell’acqua, imprendibile, passando, volta a volta e senza malignità, da un abito smesso all’altro, da un dialetto all’altro, da una casta all’altra, confondendo tutti con le sue astuzie e il suo talento. Kim è insieme unico e molteplice. geniale ed ignorante. E’ l’India , i mille volti di quell’India affascinante, grossa delle sue Mille ed Una Notte, il cui profumo è “uno sbuffo di muschio, un lezzo di sandalo, un’esalazione  un poco nauseante d’ essenza di gelsomino”. E’ anche quello che vuole essere decifrato nella sua molteplicità, il proposito del romanzo; un’avventura umana nel poema del mondo.

   Dopo parecchie missioni riuscite, un passaggio-lampo a “La Martinière”, per imparare a leggere e a scrivere, Kim è equipaggiato, da capo a piedi, dai suoi signori. Egli lascerà momentaneamente il suo lama, che si raccoglie nei monasteri, per coprire campi e strade, mescolarsi alle carovane, gettarsi a corpo perso nella rere ferroviaria dell’India, munito del suo lasvciapassare, di una formidabile sfrontatezza, di una fortuna sovrumana. Egli l’ha capito : il suo “toro rosso su sfondo verde” non è che la bandiera di un reggimento inglese. Il suo destino  è dunque tracciato. Gli si fornisce un “revolver da 450 in madreperla, nichelato, ad estrattore automatico” ; lo si annerisce di un colore azzurro ed appiccicoso che non si screpola al sole. Il ragazzo è quello che si vuole, ura fantasia, passamuraglia miracoloso dei clans e delle società. Un sesamo vivente.

   A Shimla, stazione d’altitudine, a 2.130 metri, nei contrafforti dell’Himalaya. a cui si accede con un treno di fortuna, che dondola per sei ore su una strada a strapiombo. Kim passa anche nelle mani di Lurgan, maestro di spionaggio. Regole elementari della bussola, di un rilevamento topografico, di memorizzazione di volti, partendo da fotografie. Ultima iniziazione all’occidentale nel retrobottega del falso antiquario, ideale “vetrina”, dove smilzi ragià tossiscono nel comprare turchesi e fonografi. Gli si insegna a spiare, a tacere, a parlare con segni o per codici, a ritrovare le perle di una collana rotta o l’ordine di un gioco di carte, a nascondersi infine in Shimla.

   Kim, arrivando a Benares, ritrova il lama, un compagno e una guida. Essi vanno verso l’Himalaya e Kim, testa rasata, si rimette “insensibilmente a pensare e a sognare da indigeno”, dimenticando la propria razza e la propria lingua. Fino all’ascesa.

   Nel freddo delle montagne, verso quel tetto dell’universo che sembra esserne anche la culla, “Mondo all’interno di un mondo, vallata interminabile”, Kim  segue il lama che avanza sotto il suo ombrellino rigato di azzurro e di bianco.

   “Per certo, è qui che abitano gli dei”, dice Kim.

   Perduto in questa foresta di ghiacciai  e di cime, al più vicino dei cieli, il lama troverà infine il suo fiume e Kim, addormentato in fondo ad una buca di terra, percorsa da correnti telluriche, troverà un sonno  tanto penetrante quanto la pioggia dopo la siccità. Si riparte dall’avventura, quale che sia, cominciando da quella d’essere un uomo.

   Panorama di una contrada e di una epoca, romanzo di formazione, d’iniziazione spirituale, quanto di racconto di spionaggio. “Kim”, lo si avrà capito, riassume, se non l’opera di Kipling, almeno tutta la sua magia romanzesca e la sua filosofia personale. Talvolta difficile, sempre affascinante, essa può opporsi, nel migliore dei casi, a quella di Joseph Conrad. Ne ha la profondità e, spesso, il tremito. Quel giusto trepidare delle cose umane. così fragili nel vortice della realtà, di cui Kim, qui,  è il prezioso fermento, in una parola la poesia.

Alfredo Saccoccio

 

 

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