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Incrinatura in Francis Scott Fitzgerald di Alfredo Saccoccio

Posted by on Set 17, 2018

Incrinatura in Francis Scott Fitzgerald di Alfredo Saccoccio

Lo scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald è un de Musset smarrito all’epoca del fox-trot. Egli incarna tutte le chances e tutte le speranze di un’epoca brillante e deleteria : il periodo tra due guerre. Nostalgico e disincantato, sovraccarico di doni, ma poca disposizione per la felicità, l’uomo del Middle West, nato da padre di famiglia aristocratica meridionale, che si vantava di discendere dai primi coloni americani, e da madre di origine irlandese, sogna la vita, reinventandola nella scrittura.

     Quando si saranno dissipate le illusioni della giovinezza, egli cercherà dei diversivi nell’alcool. Si distruggerà a base di cocktails dai nomi poetici. Al suo suicidio a fuoco lento nei bar, risponderà, più tardi, il colpo di fucile di Hemingway nel suo ranch.

   I romanzi e i racconti di Fitzgerald declinano le illusioni di un ragazzo del secolo. Egli ha preso gusto alla vita, ai piaceri, ai tramonti del sole sulla Riviera, a quelle amicizie adulatorie che vi trascinano da stazioni di sport invernali in yachts e in garden-parties : il mondo dei ricchi. Questi ricchi, Fitzgerald li ha sognati alla maniera di uno Stendhal. Egli ha dato loro molto di più di quanto essi possedevano : della magia, una sorta di poesia, un potere romanzesco. Scott ha creduto che detenessero le chiavi della felicità, o, almeno, che avrebbero potuto aprire le porte dei suoi sogni di bambino viziato.

   I   suoi romanzi più belli, “Il grande Gatsby”, il suo capolavoro (1925) e “Tenera è la notte” (1934) hanno tutte le apparenze della felicità di vivere, ma se brillano di tutti i lustrini del successo, della facilità e di tutte le luci del talento, lasciano tuttavia un’impressione lacerante. Se ne comprenderà la causa più tardi, quando Fitzgerald pubblicherà il suo libro più patetico, “La ferita”.

   Sotto le piroette di questo meraviglioso scrittore, si sente trasparire la tragedia di un essere che avrebbe voluto sedurre sempre ed essere amato.Il suo fallimento con Zelda Sayre (la sfortunata donna, rinchiusa in clinica, per pazzia, morì, arsa viva, in un incendio dell’ospedale) è forse stato meno grave del senso del suo terribile fallimento dinanzi al tempo che passa. Il narratore nordamericano, nato a St. Paul (Minnesota), dove le sue scapestrataggini alcoliche lo rendevano intollerabile, teneva gli occhi fissi su una gioventù che avrebbe voluto eterna.

                                                    Fitzgerald il magnifico

   Con “Lembi di paradiso”, il ciclo completo dei racconti di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato sotto il titolo “Love Boat”, termina in bellezza. “Lembi di paradiso” sono sedici testi scritti tra il 1921 e il 1940, data in cui Fitzgerald, nato nel settembre del 1896, si spegne ad Hollywood, stanco, disperato e dimenticato da tutti.

   La maggioranza di questi testi è stata pubblicata nel “Saturday Evening Post”, che pagava bene i propri autori (tra i 500 e i 3000 dollari a racconto) e presentava il vantaggio di essere largamente diffuso. Fitzgerald vi racconta quel mondo che conosce bene, in cui giovanotti ricchi, belli e celebri, che oscillano senza tregua tra spensieratezza e tristezza, finiscono spesso per precipitare nella tragedia, che prende ogni sorta di aspetti : un amore impossibile, una fortuna scialiacquata, una sconfitta sportiva, una carriera artistica andata in fumo…

   E’ il momento in cui tutto si giuoca e si perde, in cui cadono le maschere e si irrigidiscono i sorrisi ; è l’apparizione dell’incrinatura, della ferita fatale, che affascina Fitzgerald e lo ispira. Se alcune di queste storie hanno fini felici, si sente bene che l’autore non ha seguito questa china che per accontentare il suo datore di lavoro. E’ il caso, per esempio, del salvataggio, in extremis, della bella Yanci Bowman in “Una ragazza molto popolare”, il più lungo di questi sedici racconti.

   Per contro in “Una foglia che spunta”, scritta in Francia, come altri quattro racconti di questa raccolta, Fitzgerald ha rifiutato di mettere dell’acqua nel suo vino. E, contro il parere del giornale, ha scelto di suicidare il suo eroe. Questo tema della caduta gli era troppo caro perché vi rinunciasse. Gli si farà pagare questa intransigenza : due dei testi che scrisse ad Hollywood, nel 1940, saranno ricusati : “Un ultimo bacio” non apparirà che nel 1949 e “Benamati tanto amati” nel 1969 ! Questo superbo volume termina con tre racconti autobiografici, scritti tra il 1928 e il 1931. L’ultimo ha per titolo “Bancarotta emozionale”. Un Fitzgerald nato e sputato e del migliore, c’è da giurarci !

Alfredo Saccoccio

 

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