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La battaglia di Calatafimi: i mille di Garibaldi hanno vinto grazie al tradimento del generale borbonico Landi

Posted by on Lug 3, 2020

La battaglia di Calatafimi: i mille di Garibaldi hanno vinto grazie al tradimento del generale borbonico Landi

Anche se per oltre 150 anni sull’impresa del mille in Sicilia ci hanno raccontato un sacco di bugie, la verità sta emergendo. In questo testo di Michele Eugenio Di Carlo sulla fine del Regno delle Due Sicilie in via di pubblicazione si racconta in modo chiaro, con riferimenti storici precisi, il tradimento del generale borbonico Francesco Landi

Dalla lettera anonima di un volontario siciliano ad un amico, pubblicata dalla “Gazzetta di Genova” il 2 giugno , si apprendono diversi dettagli di cronaca seguiti allo sbarco. I garibaldini, partiti da Marsala il 12 maggio, raggiungevano Salemi domenica 13 maggio, riposandosi per tutta la giornata del 14. La mattina del 15 lasciavano Salemi e sei miglia dopo Vita, in direzione di Calatafimi, incontravano per la prima volta l’Esercito Borbonico.

Le truppe garibaldine si erano nel frattempo rinforzate con l’arrivo di «squadre» di contadini al servizio quasi sempre di «galantuomini» latifondisti, non regolarmente arruolate con la coscrizione generale proclamata da Giuseppe Garibaldi. Il generale Landi sottoponeva le sue truppe ad inutili marce, mentre indisturbato a Salemi Garibaldi veniva proclamato Dittatore in nome di Vittorio Emanuele II.

Anche per lo scrittore Giuseppe Cesare Abba, presente sul campo a Calatafimi, pareva impossibile battere le truppe regie attestate su posizioni prettamente dominanti, tanto che ad un certo punto della cronaca scriveva di aver avuto la sensazione che «al Generale paresse impossibile il vincere, e cercasse di morire». Dal resoconto di Abba non si ricava l’idea che ci sia stata una grande partecipazione di siciliani, infatti egli scriveva che «durante la battaglia, sulle alte rupi che sorgevano intorno a noi, si vedevano turbe di paesani intenti al fiero spettacolo».

È sempre Abba a testimoniare che i soldati borbonici cominciarono a ritirarsi salendo verso Calatafimi protetti dai loro Cacciatori, senza fare il minimo accenno ai motivi della ritirata, ma aggiungendo significativamente che «pareva miracolo aver vinto» .

Il volontario siciliano, la cui lettera era stata pubblicata il 2 giugno 1860, ha descritto in maniera molto precisa la battaglia avvenuta lungo la strada che da Vita conduce a Calatafimi: i Napoletani si erano attestati su tre colli ad altezza via via maggiore, mentre i garibaldini avevano occupato una collina più bassa sottoposta alle altre. I soldati borbonici, molto organizzati, potendo fare affidamento su «una batteria da campagna che si affrettarono a disporre contro di noi, un reggimento in linea che concentrarono in quadrato, uno squadrone di cavalleria che discese sulla stradale, ed un battaglione di bersaglieri», attaccarono per primi. Anche in questa cronistoria emerge che i garibaldini andarono all’assalto dei tre colli caricando con le baionette e che i napoletani si difesero con onore, ma nessun accenno viene fatto ai motivi della ritirata verso Calatafimi.

Anche Harold Acton ha sostenuto che i soldati borbonici affrontarono onorevolmente la battaglia, tanto che Nino Bixio credette opportuno ritirarsi contrariamente a Garibaldi. Difatti, i borbonici, «quando già sembravano sul punto di vincere, si trovarono a corto di munizioni e il generale Landi, invece di esortarli a resistere» diede l’incomprensibile ordine di ritirata, dando inizio ad una serie di sconfitte e conducendo le truppe demoralizzate a Palermo, convinte di essere state tradite dal loro comandante. Una delusione condivisa da Francesco II, non solo per il censurabile comportamento di Francesco Landi.

Non sfuggivano a Giuseppe de’ Sivo, già allora, le reali motivazioni della biasimata ritirata del generale Landi e i fattori che avevano favorito la penetrazione indisturbata dei garibaldini fino a Calatafimi: nello Stato Maggiore dell’Esercito Borbonico, «stava ascoso» il «seme perverso» del tradimento.

Sin dall’8 maggio Francesco II, sapendo del probabile sbarco a Marsala, aveva inutilmente indicato la città di Salemi come il luogo più adatto da presiedere con un distaccamento militare. La sera dello sbarco Francesco II, sorpreso che non fosse stato ordinato alle truppe di stanza a Trapani, Girgenti (Agrigento) ed Alcamo di marciare verso Marsala, ordinava la partenza da Gaeta verso la baia marsalese di altre truppe al comando del colonnello Federico Bonanno su navi capitanate dall’ammiraglio della Marina Vincenzo Salazar, il quale navigando lentamente giungeva solo il 14 maggio a Palermo, contravvenendo agli ordini ricevuti di sbarcare le truppe nel punto di approdo più vicino ai garibaldini in movimento verso Salemi.

Secondo de’ Sivo non vi erano dubbi:

«Tradimento di pochi, codardia di molti, e imbecillità, codardia e tradimento insieme, cumularono onte eterne sulla patria bandiera».

Constatato che il Bonanno con le sue truppe era sbarcato a Palermo, il luogotenente dimissionario Paolo Ruffo di Castelcicala invitava il valido maggiore Michele Sforza di raggiungere da Trapani il generale Landi ad Alcamo per fermare l’avanzata di Garibaldi. Infatti, era lo Sforza ad opporsi a Garibaldi con i suoi circa tremila uomini sulla via che da Vita conduce a Calatafimi, tant’è che a vittoria certa continuava ad inviare senza tregua messaggi a Landi affinché accorresse con i propri reparti a suggellare la sconfitta dei garibaldini.

Ma il generale Landi ordinava inspiegabilmente la ritirata esponendo i reparti borbonici al fuoco nemico, così che le maggiori perdite si avevano solo in quella circostanza. Lo stesso «rapporto da codardo» trasmesso da Landi al Luogotenente, confutato dallo Sforza, attestava in maniera inequivocabile il tradimento del generale.

De’ Sivo fu tra i primi a rivelare, avendolo verificato personalmente, che quando Landi nel marzo 1861 presentò al Banco di Napoli per cambiare una «polizza» (fede di credito) di quattordicimila ducati, scoprendo che ne valeva solo quattordici, si lasciò andare alla confidenza di averla ricevuta da Garibaldi. Ne rimase talmente addolorato da morirne il giorno stesso.

Michele Eugenio Di Carlo

1 Comment

  1. Questi sono i documenti che possono ripristinare la verità vera in luogo di quella ufficiale propagandata dai Savoiardi Massoni.

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