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La Brigata Catanzaro

Posted by on Ott 15, 2016

La Brigata Catanzaro

Il 24 maggio di cento anni fa, mentre «il Piave mormorava, calmo e placido…», le truppe italiane davano inizio alle ostilità contro l’esercito austriaco, aggredendo le postazioni difensive situate lungo i confini occidentali dei territori dell’Impero asburgico. Iniziava così, per l’Italia, quella «inutile strage»,

come il papa Benedetto XV (al secolo Giacomo Della Chiesa, 1854-1922) definì la prima guerra mondiale, che costerà al nostro popolo oltre 650.000 morti ed un milione tra feriti e mutilati. La Massoneria internazionale aveva già da tempo deciso di abbattere, in un colpo, non solo gli Imperi Centrali (austroungarico e tedesco), ma anche quello della cristiana Russia, quale conditio sine qua non per avviare un processo di unione mondiale, il già da allora vagheggiato «Nuovo Ordine Mondiale» massonico. E così fu.

Per quanto concerné l’Italia, more solito, la vicenda si contornò di aspetti osceni e vergognosi di doppiogiochismo e tradimenti. Infatti, fino ad appena venti giorni prima della dichiarazione di guerra, quello che verrà poi definito il «nemico» era stato un suo «alleato». Ciò in virtù del patto militare difensivo stipulato il 20 maggio 1882. Tale patto, denominato «Triplice Alleanza», era stato altresì rinnovato per ben quattro volte, con la stipula di trattati specifici: nel 1887, 1891, 1902 e nel 1912. Esso prevedeva un’alleanza difensiva con Austria e Germania, in virtù della quale l’Italietta sabauda si era impegnata ad entrare in guerra nel caso in cui uno dei suoi alleati fosse stato attaccato.

Il 28 giugno 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo (1863-1914), erede al trono imperiale, e sua moglie Sofia, furono assassinati a Sarajevo per mano (armata dalla solita Massoneria) dello studente serbo Gavrilo Princip. Dopo appena un mese dall’uccisione della coppia, il 28 luglio, l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia ed il governo italiano si trovò di fronte al dilemma se entrare o meno nel conflitto accanto agli alleati tedeschi e austriaci.

Per quasi un anno l’Italia si mantenne neutrale, senza pregiudicarsi tuttavia alcuna alternativa, in quanto cercava di capire se avrebbe potuto «guadagnare di più» dalla neutralità oppure da un’aggressione al suo vecchio alleato. L’Austria, da parte sua, pur di non aprire un ulteriore fronte di guerra, quale contropartita per una «benevola neutralità» italiana, si era dichiarata propensa ad alcune cospicue cessioni di quelle che venivano definite «terre irredente». Il movimento nazionalista e irredentista italiano, però, chiedeva la fine della neutralità e la guerra contro l’Austria. Esso, anche se decisamente minoritario, era diventato sempre più forte, potendo contare sull’importante appoggio dei giornali e di figure pubbliche di grande notorietà, come il poeta Gabriele D’Annunzio. Nel contempo, i neutralisti furono fatti oggetto di minacce e di intimidazioni. Alla fine si entrò in guerra per volontà di un gruppo di relativa minoranza, grazie soprattutto alla sapiente ed occulta regia massonica, inviando a combattere i giovanissimi figli del popolo, in massima parte dell’ex Regno delle Due Sicilie, lungo un fronte esteso più di 750 chilometri, che andava dal mare Adriatico al confine svizzero. L’Italia, quindi, prese parte al conflitto quando si stava già combattendo da un anno; giusto il tempo di tradire quegli Stati con i quali aveva firmato «trattati solenni di collaborazione» ed accordarsi con gli avversari. Nihil sub sole novi [nulla di nuovo sotto il sole… italico!]. Ma l’aspetto tragicomico fu quello che, per qualche settimana, essa si trovò vincolata, contemporaneamente, con entrambi gli schieramenti che già si stavano affrontando in campo aperto.

Per i tre anni successivi, un milione e mezzo di soldati italiani si scontrarono con un milione di soldati austriaci in una lunga serie di sanguinosissime battaglie. La prima guerra mondiale fu una vera e propria carneficina, nella quale rimasero uccisi più di 650 mila soldati italiani e 400 mila austriaci, a causa della insensata scelta del governo italiano del-l’epoca di conquistare con le armi le cosiddette «terre irredente», piuttosto che acquisirle pacificamente e dignitosamente per via diplomatica. Circa l’inutilità del conflitto, quindi, i fatti dettero pienamente ragione al papa Benedetto XV. I maggiori sacrifici, in termini di vite umane, furono sopportati dalle popolazioni meridionali della Penisola italiana. Infatti, come sempre, toccò soprattutto al Popolo del Sud pagare il più alto tributo di sangue. Al riguardo di quelle tristi vicende, è un dovere morale per noi duosiciliani ricordare, in particolare, l’emblematica tragedia della «Brigata Catanzaro», episodio purtroppo ancora sconosciuto ai più, soprattutto ai giovani. Si tratta di una storia raccapricciante che, oltre ad evidenziare l’aberrazione ideologica di quella maledetta guerra, è la prova dell’esistenza, da sempre, di un feroce sentimento razzista nord-italiota verso la nostra gente. Contadini della Calabria, delle Puglie, dell’Abruzzo e della Sicilia furono fucilati nella schiena dai «fratelli d’Italia» come se fossero stati dei comuni malfattori. Un altro assurdo crimine risorgimentale [la storiografia liberal-massonica, infatti, ha definito il primo conflitto mondiale come una «quarta guerra d’indipendenza»] che fa ancora tanta rabbia e che pesa come un macigno sulla coscienza politica dello Stato italiano.

Questi i fatti. Il 7 luglio 1917, il principe Emanuele Filiberto di Savoia (1869-1931), in previsione di una nuova offensiva da sferrarsi nella metà di agosto, ordinò che alle brigate «Sassari» e «Catanzaro», già eroicamente distintesi in precedenti operazioni sul Carso, venissero concessi venti giorni di riposo, in modo che, grazie ad una opportuna e più lunga pausa nelle retrovie, esse si trovassero adeguatamente preparate, nel corpo e nello spirito, per affrontare il prossimo scontro.

L’iniziativa fu accolta con grande soddisfazione dai combattenti interessati e, soprattutto, dai fanti della «Catanzaro», eroica brigata che, sin dall’inizio del conflitto, era stata quasi ininterrottamente impegnata sul fronte giulio, tanto da venire definita la «Veterana del Carso». Si rinnovava, in cuor loro, la speranza di sopravvivere e di vedere la fine di quel tragico ed immane massacro. Per i soldati italiani, il conflitto si era oramai arenato da due anni sulle aride pietraie del Carso, dove avevano trovato una barriera di ferro e di fuoco insormontabile, che li aveva costretti a scendere nelle trincee in una spossante guerra di logoramento. Sovente, essi dovevano sostenere sanguinosissimi assalti, in cui venivano falciati dalle mitragliatrici nemiche.

Infatti, dal giugno 1915, lo Stato Maggiore cercava inutilmente di travolgere l’ostacolo con poderose «spallate di masse umane», ma le munite difese austriache respingevano ogni tentativo ed il prezzo pagato per la conquista di qualche metro di terreno era altissimo. Nei primi sette mesi del conflitto, tra morti e feriti, gli italiani persero ben 250.000 uomini del milione che l’esercito aveva inizialmente schierato. I reparti più esposti, quelli del Carso, vennero quasi interamente annientati. Basti considerare che quando, nel dicembre 1915, il generale Luigi Cadorna (1850-1928) chiuse la prima offensiva e la quarta battaglia dell’Isonzo, la brigata «Sassari» rientrò nelle retrovie con soli 250 dei 3.000 uomini con cui era entrata in guerra. Anche per la brigata «Catanzaro» il bilancio risultò analogo: sulle posizioni assegnatele di Bosco Capuccio e di Sella di San Martino essa aveva perso ben 2.500 fanti e 90 ufficiali.

Nel maggio 1916, la stessa brigata pagò un ulteriore alto tributo di sangue per arginare la Strafexpedition (la cosiddetta «spedizione punitiva») austriaca sugli Altipiani e, per evitare che l’offensiva sferrata dal generale Franz Conrad (1852-1925) dilagasse nella pianura veneta, in due mesi di intensi combattimenti, la «Catanzaro» sacrificò 32 ufficiali ed oltre 500 fanti. Infine, durante la sesta battaglia dell’Isonzo – che porterà gli italiani a Gorizia – la brigata attaccò, conquistò e difese il monte San Michele anche sotto una nube di gas contro cui a nulla valsero le maschere in dotazione; nella circostanza, di una compagnia di 195 soldati e 5 ufficiali, sopravvissero solo 83 fanti e due ufficiali.

Per questi uomini, il conflitto fu un’ecatombe con rare soste, mentre allo Stato Maggiore interessavano solo gli aspetti tattici, senza cogliere l’importanza che l’aspetto umano e psicologico aveva in questa guerra di logoramento. I comandanti si ricordavano dei soldati solamente quando si trattava di punire, senza cercare di capire. Inoltre, si pensava di ridare slancio attraverso la paura, puntando qualche mitragliatrice o qualche cannone alle spalle dei reparti lanciati all’assalto. Era inevitabile, quindi, che la depressione morale dilagasse e che forti fossero le tentazioni alla defezione ed alla resa, in special modo in unità che, come la «Catanzaro», erano sempre state le più sacrificate. Già nel giugno 1916, erano stati in molti a gridare di non voler più essere mandati al macello sicuro sulla famigerata Quota 208 del Carso, dove nell’autunno precedente, in due mesi di inutili assalti, avevano perso la vita 65 ufficiali e 3.060 soldati.

Quando, il 26 giugno 1917, la brigata «Catanzaro» prese la strada delle retrovie, lasciandosi alle spalle i bombardamenti quotidiani e gli scontri notturni, i suoi uomini sperarono in un lungo riposo che li tenesse lontani da tanta strage e, pur sapendo che una nuova offensiva era in preparazione, auspicavano di starne, questa volta, finalmente fuori. Per un po’ niente trincea! Con questo stato d’animo i veterani calabresi della «Catanzaro» e gli altri meridionali che avevano riempito i vuoti creatisi in due anni di guerra, iniziarono a trascorre i primi giorni di meritato riposo nelle baracche, loro assegnate quali alloggi, ubicate appena fuori Santa Maria la Longa, un piccolo paese del basso Friuli. A seguito, poi, del sopra menzionato ordine impartito [il 7 luglio] dal principe Emanuele Filiberto di Savoia, nei medesimi si era fatto strada il convincimento che al fronte, in loro vece, sarebbe stata inviata la 45^ Divisione, composta da truppa fresca, da poco sopraggiunta. Ma, nel volgere di qualche giorno, tutte le aspettative andarono deluse, cosa questa che divenne l’innesco esplosivo del malcontento già serpeggiante nei ranghi della «Catanzaro». Il 15 luglio, infatti, giunse l’ordine tanto temuto: bisognava rapidamente ritornare in linea sul fronte di Trieste. La rabbia crebbe durante l’intera giornata, per esplodere al tramonto in una rivolta. Un gruppo di soldati, impugnate le armi, minacciò gli ufficiali ed incitò alla ribellione di massa; furono utilizzate anche alcune mitragliatrici, sparando ad altezza d’uomo. «Perché sempre noi nel peggiore punto del fronte?», era la reiterata domanda che veniva rivolta con rabbia e disperazione. Gli ufficiali cercavano di fornire una risposta, invitando gli uomini alla calma e cercando di tenerli fuori dall’ammutinamento; ma le loro argomentazioni erano basate solo sulla paura delle «conseguenze», poiché appariva lapalissianamente inutile parlare di «senso dell’onore» a quel reparto di eroi. La ribellione fu un gesto estremo, umanamente comprensibile, generato da profonda disperazione e dalle grandi sofferenze patite in quegli anni. Il fitto fuoco di fucileria aumentò durante la notte, quando altre truppe intervennero per sedare la rivolta. Ma, anche se presi tra cavalleria, carabinieri ed altri fanti, i ribelli non si convinsero facilmente alla resa. Cessarono la resistenza solo alle prime luci dell’alba, lasciando sul terreno 2 ufficiali e 9 soldati morti, mentre altri 2 ufficiali e 25 soldati rimasero feriti. Ristabilito l’ordine, scattò la repressione, che fu sommaria: 4 soldati, presi con i moschetti carichi e le canne ancora calde, furono immediatamente passati per le armi. Ed, affinché l’esempio potesse essere più efficace, lo stesso destino fu riservato ad altri 24 uomini, con la decimazione dei due reggimenti: 12 del 141° e 12 della 6^ compagnia del 142°, che si era ribellata in massa. Il luogo dell’esecuzione fu il piccolo cimitero del paese, distante qualche chilometro, dove i condannati furono condotti per strade di campagna chiuse tra campi di granoturco.

Erano tutti contadini meridionali, pugliesi, calabresi, siciliani, abruzzesi, portati in quel lontano Nord a combattere una guerra per loro incomprensibile. Ma anche dopo quella fucilazione, la «Veterana del Carso», come veniva chiamata la brigata «Catanzaro», non ebbe tregua dalla giustizia militare. A settembre furono condannati a morte coloro che erano stati considerati i «tre agenti principali» della rivolta; avevano 20, 21 e 27 anni, mentre altri due soldati, di 21 e 22 anni, scontarono lunghe pene detentive per complicità nella ribellione. Queste sentenze chiudevano la storia dell’ammutinamento della «Catanzaro», senza però che l’episodio, il più grave dall’inizio della guerra, fosse meditato ed inteso come prodromo di una crisi che sarebbe arrivata, di lì a poco, con la disfatta di Caporetto. Su di esso fu steso un velo di silenzio che quasi cancellò la memoria della vicenda dell’eroica brigata, la quale concluse la sua guerra a Trieste.

Essa venne definitivamente sciolta nel giugno 1920.

dott. Ubaldo Sterlicchio

già pubblicato sul sito dell’associazione dei neoborbonici

La Brigata Catanzaro

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