Alta Terra di Lavoro

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LA COLONNA INFAME Un altro episodio di pulizia etnica piemontese ancora tenuto nascosto dalla storia ufficiale

Posted by on Apr 1, 2020

LA COLONNA INFAME Un altro episodio di pulizia etnica piemontese ancora tenuto nascosto dalla storia ufficiale

Nel 1860, i lerci invasori nordisti se pensavano che, con la sconfitta dell’Esercito delle Due Sicilie, la conquista del Reame era cosa fatta, fecero male i conti. La tempesta vera era ancora di là da venire, acerba, sanguinosa, crudelissima, tale che il Mack Smith poté affermare: “i morti superarono quelli di tutte le guerre del risorgimento messe assieme“, parole quasi con certezza veicolate da un discorso di Francesco Saverio Nitti: “Ed è costata assai piú perdita di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860” (Basilide del Zio: il brigante Crocco, Polla editore).

E le donne, le eroiche donne del Sud, col loro sublime furore e sacrificio alla Mutter Courage, furono ancora piú acerbe delle fucilazioni che i criminali nordisti dispensavano a piene mani. Già i francesi nel 1799 avevano fatto terribile esperienza delle insorgenze nelle nostre antiche provincie. Si erano ritrovati nelle stesse avventure nel 1806, tanto che, solo per domare l’eroica Calabria, dovettero inviare uno sterminatore di professione con poderoso esercito: Manhés, l’incarnazione di Satana.

Nel 1860, lo stesso giorno in cui i fedelissimi dell’esercito delle Due Sicilie riparavano in Gaeta, ricominciava, sul filo della memoria storica, la lotta popolare per la difesa della Patria, del caro Re Francesco II, della terra dei padri e della famiglia, lotta popolare inizialmente alle spalle degli assedianti la fortezza, successivamente per tutto il Regno per un periodo di oltre dieci anni: ancora una volta, come nel 1799, “campi insanguinati, tuonanti cannoni, scintillar di spade, scalpitar di cavalli, squilli di trombe incitatrici, gemiti di moribondi, fremiti feroci, e schiere di combattenti …” (De Sivo) che si sbranavano tra loro, i nordisti per ridurre la nostra Patria in schiavitú, i nostri per difenderla. Ma, come si sa, alla fine ci sono riusciti i maledetti: “Mazzate sulla schiena e corna in fronte // questo ci ha fatto il piccolo piemonte“.

Per dieci lunghi anni i nostri partigiani vissero alla macchia, “all’armi, all’armi, o Napolitani, all’armi … RITORNIAMO GRANDI“, in selve foltissime ed inesplorabili, per valloni ed aspri dirupi, tra nebbie e ghiacci, sotto la calura del solleone, pioggie diluviali e tempeste di neve, bruciando gioventú e vita sotto la falce che non perdona, ma gli scrittori prezzolati di regime li hanno infangati col nome di briganti, cosí come già nel passato i giacobini francesi avevano bollato i legittimisti vandeani e nel decennio i calabresi.

Come scrisse nelle sue memorie un capo partigiano sopravvissuto: “I briganti non avevano alcun giornale a propria disposizione; con i loro buoni fucili furono in grado per anni di tenere a distanza le molte migliaia di soldati del “re galantuomo”, ma non i suoi scrittori” (S. Scarpino: Indietro Savoia, pag. 103).

Il bruto con l’anima di fango

Nelle righe successive seguiremo passo passo in Abruzzo una torma di assassini comandata da un “bruto con l‘anima di fango” che “spesso alzandosi di desco mezzo ubriaco esclamava: oggi giornata perduta, nessuno ho fucilato” (G. Buttà): il maggiore generale Ferdinando Pinelli, la bestia dell’Apocalisse, uno degli aguzzini di questo Stato Italiano, che mise “a ferro e fuoco l‘Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri” (A. Gramsci).

Il giorno dell’invasione del Regno da nord (12 ottobre 1860), il mostro, con la sua colonna mobile, la brigata Bologna, 40° reggimento di fanteria composto di tre battaglioni con aggiunta di reparti del 39° e di bersaglieri, era pervenuto, inviato dal Ferocissimo E Rapace Tiranno piemontese, in territorio di Terni per reprimere la resistenza che faceva già sentire il suo morso in Umbria e nell’Ascolano, resistenza guidata da ufficiali del Re Francesco II. La funzione della colonna mobile era la stessa che nella seconda guerra mondiale fu assegnata alle SS: la Wehrmacht (cioè l’esercito tedesco) avanzava e le SS (Schuztstaffeln, squadre di sicurezza) provvedevano subito dopo a fare tabula rasa per conquistare alla Germania il mitico Lebensraum (spazio vitale). Le carogne sabaude non solo avevano escogitato i campi di sterminio per i prigionieri di guerra (come a Fenestrelle), ma anche il metodo bestiale per impadronirsi perennemente di un territorio.

Pinelli: la morte bussa alle porte del Reame

La presenza di Pinelli in Abruzzo era stata invocata, nel sabba infernale del 1860, dal commissario savoiardo per l’Umbria con il seguente telegramma al Cavour: “Perugia, 28 ottobre 1860, part. 9.30 p.m. arrivo il 29 alle ore 0.15 a.m.. Trasmetto dispaccio dell‘Aiutante del Colonnello Masi che accenna a moti reazionari nei territori Napolitani. Fu restaurato il Governo Borbonico a Campli, Nereto, Controguerra, Torano e Corropoli; 300 Regi di Civitella appoggiano il movimento con 2 cannoni. Privi di forze, è impossibile di impedire la propagazione del moto. Urge che la colonna di Pinelli ed il battaglione di Masi che si trova a Leonessa, Posta ed Accumoli divisa in corpi per Arquata si diriga ad Ascoli. Una colonna di 50 uomini con Piccolomini tien fermo ad Ancarano, ma priva di soccorso sacrificasi. Con tal modo il plebiscito può riuscir male” (in A. Procacci, Storia militare dell’Abruzzo Borbonico). Arrivò dunque il Pinellone e dai primi di novembre 1860 e fino al maggio 1861 mise in moto una catena di montaggio di fucilazione per reprimere i moti di reazione nel Cicolano, nella Marsica e nella Valle del Velino, tre territori dell’Abruzzo Ultra II con capoluogo L’Aquila.

Primi scontri

Appena entrato in Abruzzo Ultra II (provincia di L’Aquila) il Caròn dimonio ebbe i primi scontri con le bande partigiane. Ne seguí un famigerato demenzial-criminal proclama, che è un termometro del grande e sviscerato “amore” che il nostro Popolo, eccetto i traditori, nutriva per gli invasori:

Molti abitatori dei villaggi vicini ad Aquila hanno dato mano alle armi, ed hanno taglieggiati e danneggiati in mille modi i cittadini bene affetti al nuovo ordine delle cose. Piú alcune centinaia di essi hanno osato di far fuoco contro le truppe di S. M. il Re Vittorio Emanuele mentre da Aquila si recavano a Pízzoli. Per cui:

IL MAGGIOR GENERALE COMANDANTE LE TRUPPE DELL‘ABRUZZO ULTERIORE II

Ordina: 1° – Chiunque sarà colto con armi da fuoco, coltello, stili od altra arma qualunque da taglio o da punta, e non potrà giustificare di essere autorizzato dalle Autorità costituite sarà fucilato immediatamente. 2° – Chiunque verrà riconosciuto d‘aver con parole o con danaro, o con altri mezzi eccitato i villici ad insorgere sarà fucilato immediatamente. 3° – Egual pena sarà applicata a coloro che con parole, od atti insultassero lo stemma di Savoia – il ritratto del Re – o la bandiera Nazionale Italiana. Abitanti dell‘Abruzzo Ulteriore,

Ascoltate chi vi parla da amico. Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state certi che tardi o tosto sarete distrutti. Quattro facinorosi sono già stati passati per le armi: il loro destino vi serva di esempio, perché io sarà (sic!) inesorabile. Il Maggior Generale Ferdinando Pinelli

La memoria (non datata, ma inizio 1861) del piemontese G.B. Bottero inviata al conte dracula Cavour (rapporto 323 del 5° vol. di La Liberazione (!!!) del Mezzogiorno) riporta: “Quest‘ordine fu proclamato il 30 ottobre, ma poco dopo il Governatore indiceva lo stato d‘assedio, ed il generale Pinelli dichiarò che dal 4 novembre molti paesi del Distretto di Aquila, altri di Cittaducale e l‘intiero Distretto di Avezzano erano colpiti da quella misura … ed instituiva una Corte Marziale sedente in Aquila … sí che ora la sola energia delle armi diretta dal Generale Pinelli poteva ridonare la pace a quella Provincia“.

La pace che, con soverchio rigore, da quando mondo è mondo, i delinquenti invasori hanno sempre imposto con la forza delle armi. L’equazione “piemontesi = SS” non è invenzione nostra. Sono i loro stessi documenti a fornircene il destro. Il bruto con l’anima di fango diede nel contempo ordine al suo tirapiedi colonnello Quintini, boia speculare di prima classe con relativa medaglia al merito, entrambi da Corte di Norimberga, di partire subito per Cittaducale e Borgocollefegato (oggi Borgorose), per raggiungere Avezzano nel piú breve tempo possibile, dove operavano le bande partigiane dei colonnelli Loverà (foto a fianco) e Lagrange e del Capitano Giorgi.

La scintilla

Lagrange aveva anzi già rioccupato Cittaducale e Antrodoco: questa occupazione era stata la scintilla per l’inizio della resistenza nei tre Abruzzi. I territori su menzionati, già prima dell’arrivo dei nordisti erano però in subbuglio, in piena guerra civile tra la maggioranza della popolazione fedele al Re ed al legittimo Governo delle Due Sicilie ed i liberali traditori, autori di sangue e lagrime per tutta la nostra gente.

La voce del Re

Il 26 novembre 1860 (Gazzetta di Gaeta, n. 22 del 13 dicembre 1860) il Re Francesco II inviò un ordine del giorno alle truppe che avevano trovato riparo nello Stato Pontificio:

Il 28 dicembre 1860 il conte di Trapani, zio del Re, con un suo ordine del giorno dispensava dal servizio militare il resto dell’Armata rimasta fuori della fortezza di Gaeta, esortando nel contempo i soldati e gli ufficiali ad accorrere nei tre Abruzzi in aiuto ai civili che già avevano impugnato le armi contro gli invasori e non demordevano anche se i barbari incendiavano i paesi perché fossero “come funebri ceri” ai loro compari caduti in battaglia. Anche agli Abruzzesi il Re faceva sentire la sua voce accorata col seguente proclama:

Divagazione

La frase “lo straniero … fa di noi suoi schiavi” è stata rilevata in grassetto, perché la riteniamo della massima importanza, come i fatti posteriori hanno dolorosamente confermato: il Re fu l’unico a capire le vere intenzioni dei nemici e le future conseguenze della nostra disfatta, né i ministri, né i generali felloni (tipo De Sauget), né i liberaloni che si sbracciavano per annegarsi nell’unità in un folle paranoico delirio di suicidio politico ed economico, ad esempio quel Carlo De Cesare (padre di quel tale Raffaele De Cesare autore di La fine di un Regno: guardate l’albero e considerate l’ombra! Dice un proverbio), del nuovo municipio napoletano che cosí scrisse al Vittorione: “Sire, Napoli, città tra le prime in Europa per ampiezza, per copia di abitanti, favoreggiata meravigliosamente da Dio per positura e facili traffichi, depose ancor essa volenterosa (sic!) sull‘altare della patria, le sue antiche memorie …” (B. Costantini, “I Moti d’Abruzzo dal 1798 al 1860”, Polla editore) – lo stesso che, come ministro costituzionale delle Finanze, aveva negato a Francesco II i mezzi per pagare le truppe – o come dimostra il telegramma che quel ribaldo di Liborio Romano inviò al Garibaldone per “deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e i propri destini“, mettendo cosí fine all’indipendenza e alla prosperità delle Due Sicilie, che i nostri Re avevano difeso fino allo spasimo.

«Un popolo che esprime dal suo seno governanti di tale carattere … ministeriale non può andare incontro e non può essere “docile” che alla servitú, anche se il Capo dello Stato ne difende l‘indipendenza» (R. Di Giacomo, Il Mezzogiorno dinanzi al terzo conflitto mondiale, pag. 200, Cappelli editore, 1948). Francesco II, il 6 settembre 1860, proprio mentre era sulla lancia che lo avrebbe portato a Gaeta per l’ultima estrema difesa della Patria, ribadí tale concetto al fido comandante Criscuolo: al popolo duosiciliano «rimarranno solo gli occhi per piangere» (R. de Cesare, La fine di un Regno, pag. 928). E cosí è, come possiamo ancora oggi dolorosamente constatare.

E nella protesta diplomatica presentata alle Potenze straniere lo stesso giorno, due ore prima della partenza: «Noi abbiamo, con tutti i mezzi in poter nostro, combattuto durante cinque mesi per l‘indipendenza de’ nostri Stati» (R. de Cesare, ibidem, pag. 922), fedele all’insegnamento ricevuto dall’augusto genitore Ferdinando II: «Io non so che cosa significhi l‘indipendenza italiana; io conosco solo l‘indipendenza napoletana». Che fosse solamente il Re ad aver capito ciò che stava per compiersi è un concetto storiografico ormai generalmente acquisito, come dimostrano le seguenti parole di Renato Di Giacomo, scritte nel lontano 1948, che riesumiamo per la loro ancora attuale valenza: «il solo che avesse capito ciò che si compiva, cioè l‘assoggettamento delle popolazioni meridionali ad interessi estranei al Mezzogiorno, era stato il Re. Nella perduta indipendenza Egli non ravvisava una causa di abdicazione al trono, pel quale il compito non era finito, e, forse, negli avvenimenti trovava un rafforzamento della sua ragion d‘essere: ma constatava l‘abdicazione cui le sue popolazioni erano costrette e quello che è il supremo bene per ogni individuo: amministrare da sé la propria sorte e non affidare ad altri il proprio destino … Questo il Re Francesco II sapeva per atavico insegnamento, lo sapeva dall‘esempio della lunga politica svolta da suo padre Ferdinando II. Questo lo sentiva anche il ceto basso del popolo per l‘intuito infallibile che posseggono le persone semplici, per la schiettezza dei sentimenti e la diffidenza che sono sempre presenti nell‘animo dei non raziocinanti. Ma proprio questo l’élite di allora non capí. Essa ritenne che la lotta avesse per posta il Re e non l‘indipendenza del popolo, la monarchia borbonica e non l’autonomia amministrativa dello Stato … il destino di una dinastia e non quello proprio … La causa dell’indipendenza, ossia quanto direttamente interessava il popolo e il territorio dello Stato, fu contrabbandata come causa del Re e della dinastia» (R. Di Giacomo, ibidem,, pag. 198 e 200).

«Il problema, nei suoi effetti immediati e in quelli futuri, consisteva al 1860 nella scissione del binomio Dinastia borbonica e Popolo Meridionale. Nella connessione risiedeva l’autonomia, l’indipendenza, la conservazione dell’acquisita prosperità di cui ci parlano ancora oggi lo Sforza ed il Nitti … Risiedeva la condizione per una pretesa di diretto controllo dei Meridionali sullo Stato meridionale e quella di resistenza ai ceti dominanti del Nord … affinché il proponimento — con le conseguenze che oggi il Meridione può finalmente ed entusiasticamente constatare — trovasse il suo clima morale favorevole all’esecuzione, necessitava spezzare il binomio, il che era possibile di fare solo agendo sul termine “dinastia”, quindi su di essa un diluvio d‘infamia e di ridicolo di cui la storia incomincia a fare giustizia» (R. Di Giacomo, ibidem, pagg. 194/195).

Con la scissione del binomio spuntò per noi l’alba della nostra disperazione: «Il popolo non ha lavoro, pane, speranza. Nella città di Napoli si assiste giornalmente ad uno spettacolo desolante. Vi giungono carovane di contadini … pallidi, disfatti, con l’aspetto della miseria piú crudele … ad imbarcarsi per emigrare …» (Pietro Calà Ulloa: Léttres d’un Ministre émigré). Si cominciò a scontare «amarissimamente il proprio errore: l’inconsapevolezza dell’alto livello del suo essere al 1860» (R. Di Giacomo, pag. 185).

Ma in 140 anni di unità «tra i Meridionali che furono al Governo — imperocché furono “i nostri governanti quasi tutti del Nord” – non sorse neppure un uomo, uno solo, capace di prevenire il decadimento della prosperità e nemmeno di dire che fu il 1860 ad operare la frattura di quella prosperità e ad iniziare il secolo di miseria per il Meridione. Non uno, dunque, e neppure tra gli uomini politici meridionali» (R. Di Giacomo, ibidem, pag. 218). Sono parole su cui meditare e che un giorno forse non lontano si riveleranno salutari per il popolo duosiciliano.

Il Cicolano in armi

Vediamo che cosa era accaduto nel Cicolano già prima dell’arrivo del tristanzuolo Ferdinando Pinelli, nato a Roma da una famiglia di traditori piemontesi di Cuorgné, vendutisi ai francesi in epoca napoleonica, e insignito di medaglia d’oro per i suoi crimini di guerra. Di quel territorio, anche se di frontiera, disponiamo di dati sufficienti per fare un discorso abbastanza coerente. Erano i giorni in cui il nostro esercito fronteggiava il nemico sul Volturno. Nei quattro comuni del Cicolano: Petrella, Fiammignano (oggi Fiamignano), Pescorocchiano, Borgocollefegato (oggi Borgorose), nei giorni 15, 16, 17, 18 del mese di settembre 1860 era stato fatto, da parte dei decurioni e del sindaco Oreste Martelli, un micro-golpe comunale: contro la volontà della quasi totalità dei cittadini avevano deliberato adesione al governo invasore e pochi giorni dopo costituirono la guardia nazionale locale. Ma nel comune di Fiammignano c’era pure chi non la pensava allo stesso modo degli amministratori traditori, in particolare il cav. Luigi Spaventa di Torre di Taglio, un sincero patriota duosiciliano, estraneo agli omonimi famigerati Spaventa di Bomba (Chieti), che spronò la popolazione a ribellarsi ai traditori. Cominciò perciò a manifestarsi la resistenza sia contro gli usurpatori locali, che contro i militi delle costituite guardie nazionali. Anzi a Pescorocchiano la domenica 21 ottobre, giorno del famigerato plebiscito, la popolazione riuscí ad impedirlo, mentre negli altri tre comuni i mafiosi filopiemontesi sottrassero le schede votate a favore di Francesco II e le sostituirono con altre contrarie. Se prima la popolazione ribolliva di sdegno, con gli imbrogli la pentola scoppiò. La domenica successiva (28 ottobre), dalle frazioni intorno a Fiammignano, sei patrioti: Antonio Calabrese, Giuseppe Di Giovanni ed Antonio Di Sabantonio da Radicaro e Giuseppe Antonini, Fiore Sallusti e Antonio Saporetti da Sambuco, procuratisi le piú diverse armi e riunite circa 250 persone, fecero irruzione nel municipio dove distrussero gli stemmi dei savoia, rimisero al loro posto il ritratto di Francesco II e le insegne delle Due Sicilie e, subito dopo, devastarono la casa del sindaco che nel frattempo se l’era svignata. Nella stessa notte, a Radicaro, fu devastata pure la casa di Eugenio Martelli, fratello del sindaco, e quella del capitano della guardia nazionale, Domenico Martelli, cugino dei precedenti. Una famiglia ben affiatata, non c’è che dire.

Cose analoghe succedevano a Pescorocchiano, dove la popolazione, come già a Fiammignano, guidata da Carmine Leonetti ricollocò all’antico posto le immagini e gli stemmi borbonici. Ad Avezzano, centro di tutto il mandamento, nel frattempo il sottintendente Vincenzo Cardone, fedele al governo legittimo, invocava la protezione delle truppe regolari borboniche. Nel contempo, dai quattro comuni del Cicolano furono inviati prigionieri al capitano Giacomo Giorgi i traditori filopiemontesi. Intanto “la banda cominciò a prendere piú vaste proporzioni, tanto che raggiunse il numero di circa duemila individui“.

Fiammignano centro della rivolta

A Fiammignano fu posto il quartier generale di quelle masse popolari. I capi erano: il capitano Giuseppe Di Giovanni di Collegiudeo, coadiuvato da Fiore Sallusti e Giacomo Saporetti di Sambuco, Ascenso Napoleone di Torre di Taglio e Aurelio Ricciardi di Castagneto. Luogotenenti: Giuseppe Antonini di Sambuco, Vincenzo Fabi e Carmine Leonetti di Gamagna, Antonio Apolloni di Fiumata, Berardino Viola di Taglieto, Gaetano Rosati di Piagge di Mareri, Vincenzo Manenti di Capradosso, Domenico De Sanctis di Petrella, Giovanni Giacomini e Domenico Rencricca di Baccarecce, Feliciantonio Felli di Leofreni, Giuseppe Sorani e Domenico Ricciardi di Torre di Taglio, Angelo De Sanctis di Poggio S. Giovanni, Giannandrea Rosati di Granara, Bernardino Pietropaoli di Poggiovalle e Giuseppe Luce di S. Anatolia.

I liberali del mandamento di Fiammignano, disperando di poter tenere la situazione sotto controllo “rivolsero reiterate istanze al comandante militare della provincia, il maggior generale Ferdinando Pinelli, che con la Brigata Bologna era giunto all‘Aquila ai primi di novembre, acciocché mandasse … un buon numero di truppe per ristabilirvi l‘ordine e con esso la turbata tranquillità” (Domenico Lugini, Reazione e brigantaggio nel Cicolano, in Memorie Storiche della Regione Equicola ora Cicolano, Rieti, 1907, ristampa Polla editore), il quale SS aveva ricevuto, dallo Stato Maggiore invasore, “l‘incarico di reprimere energicamente quei primi sintomi reazionari, che dovevano essere poi i prodromi della immane e feroce conflagrazione politico-sociale che scoppiò subito dopo la caduta dei Borboni di Napoli … Contro queste bande, le truppe della colonna Pinelli, dislocate nella conca aquilana, ben presto ebbero occasione di trovarsi a contatto, e prime fra tutte quelle del Cicolano e della Marsica affidate al comando del colonnello Quintini” (Guido Cortese, Memorie Storiche del 40° reggimento di fanteria, pag. 78 e segg.)

Biografia di un criminale di guerra

Carlo Pietro Quintini, 1° colonnello del 40° fanteria, nacque a Roma nel 1814 e fu rapito da Satana a Terni nel 1865. Fu dapprima cadetto nelle truppe pontificie, poi, fino al 1848, maggiore. Nel 1849 fu tenente colonnello nella repubblica romana, se la svignò a Genova quando questa fu cancellata dal libro dei sogni. Nel 1859 il governo piemontese, in vista dell’invasione del Regno, conoscendone il passato alla “Jack lo squartatore”, lo chiamò sotto le armi e lo fregiò del titolo di colonnello. Nel 1861 “per la parte attiva e brillante presa nella repressione del brigantaggio con le truppe del suo reggimento” fu decorato di medaglia d’oro al valor militare. Nel 1862 “diede prova di molta accortezza e di suprema energia nel reprimere un moto reazionario a Castellammare in Sicilia. Per qualche tempo esercitò il comando della zona militare di Terra di Lavoro“. Sul rovescio della medaglia, se fossimo dotati della vista dell’onnipotente Iddio, potremmo leggere gli infiniti nomi dei nostri padri assassinati.

La Brigata Bologna in azione

Il Pinelli, “che scriveva poco, ma in compenso operava molto“, esaudí i voti dei traditori. Inviò il 2° battaglione del 40° fanteria comandato dal maggiore Pietro Ferrero (ricordiamoli pure questi assassini, perché la nostra maledizione li accompagni di generazione in generazione) e due compagnie di bersaglieri (in totale circa 2.200 uomini). Comandante in capo della colonna infame il colonnello Quintini. Il Pinelli, invece, lasciato un presidio a L’Aquila, si diresse ad Avezzano lungo la strada per il piano delle Rocche, Ovindoli, Celano. La spedizione punitiva del Quintini avvenne lungo il seguente itinerario: L’Aquila, Antrodoco, Civitaducale (oggi Cittaducale), Capradosso, Fiammignano, Borgocollefegato (oggi Borgorose), indi Magliano de’ Marsi ed infine Avezzano. La marcia nemica non si rivelò essere una scampagnata. Lungo la consolare L’Aquila – Antrodoco, oggi strada statale nr. 17, alle pendici del Monte Nuria, del Monte di Giano e del Monte Calvo, che formano le Gole di Antrodoco, non fu loro consentito di divertirsi giulivi come la vispa Teresa che tra le erbette sorprendeva gentil farfalletta, perché piccoli manipoli di partigiani li attaccavano di sorpresa causando morti e feriti, cosí come già nel 1799 ne ebbe a soffrire il generale francese Lemoine.

Lo stesso accadeva lungo la consolare Antrodoco – Cittaducale, oggi S.S. nr. 4. Notte e giorno la truppaglia nemica veniva pungolata ai fianchi e alle spalle, come di solito succede quando un esercito invasore attraversa un territorio presidiato da patrioti. Dall’ombra di ogni cespuglio, di ogni faggio o leccio, gli insorgenti spuntavano come funghi, spesso guidati da sacerdoti che brandivano crocifissi a mo’ di pugnali. Ma la colonna infame riuscí a passare, pur lasciando rivoli sanguinolenti sul proprio cammino. Poi svoltò verso sud, lungo la provinciale Cittaducale – Fammignano, dove si aprivano spazi atti a piú facili manovre. Quasi a mezza strada verso Fiammignano, al passo di Capradosso, erano appostati circa quattrocento patrioti al comando di Fiore Sallusti, decisi a fermare, se non a distruggere il nemico, ma erano malissimo armati: vecchi archibugi, fucili da caccia, pugnali, coltelli, roncole, bastoni, fionde. Unica vera arma il coraggio. Fu facile perciò agli invasori disperderli e puntare su Fiammignano, dove erano appostati all’incirca altri 300 patrioti.

Il giorno dopo, 17 novembre 1860, il Quintini suddivise la sua orda in tre colonne: a sinistra i bersaglieri, al centro la quinta, la sesta, l’ottava compagnia del 40°, comandate dal maggiore Ferrero, a destra la settima compagnia del 40° (capitano Angelo Perrone) e altri bersaglieri. La colonna di sinistra fu la prima ad arrivare a Fiammignano dove fu accolta dal fuoco dei partigiani che “sotto il comando di Giacomo Saporetti, di Vincenzo Manenti e di Giuseppe Di Giovanni si erano disposti in piccoli drappelli sulle rocciose alture che dominano la chiesa della Madonna di Poggio Poponesco” (Lugini, ibidem).

Strage di Fiammignano

Ma, rimasto fulminato da una palla nemica il Manenti e ferito il Saporetti, i nostri cominciarono a ripiegare verso la parte opposta del paese. Frattanto giungevano di rincalzo in quel momento le altre due colonne che presero immediatamente a dar manforte agli assalitori. I difensori, pur inferiori di numero (notare che ad essi si erano unite persino alcune guardie nazionali del comune pentite del loro tradimento), continuarono ad opporsi validamente, ma verso sera, soverchiati dal numero, furono costretti a disperdersi su per i monti e per i boschi, mentre dall’alto cominciava a discendere leggera la prima neve. I nostri feriti che non avevano potuto fuggire furono finiti all’istante a colpi di baionetta e quanti furono presi nel rastrellamento furono tutti fucilati senza neppure la parvenza di uno straccio di corte marziale: per tale “atto di valore” furono concesse due medaglie d’argento e otto menzioni onorevoli (G. Cortese, ibidem, pag. 81).

L’ordine nazista regnò a Varsavia, cioè a Fiammignano. Il Lugini, che nella sua cronaca non è per niente tenero con i partigiani, la sua scelta di campo è filopiemontese, in sostanza un altro “intellettuale” venduto al nemico, afferma: “Sebbene il Quintini fosse rimasto tanto breve tempo a Fiamignano e non vi avesse lasciato alcun presidio, pure fu tale e tanto il terrore che invase i reazionari, che per vario tempo non piú osarono di scorrazzare per i villaggi, ma, raccolti in piccole bande, si dispersero per i boschi e per le campagne” continuando la lotta, anche se nel mese di febbraio dell’anno successivo, poco dopo la caduta di Gaeta, fu preso ed ucciso il capo-massa Ascenso Napoleone: “All‘alba del giorno 21 (di febbraio, n.d.r.), alcune guardie nazionali di Borgocollefegato scovarono in una casupola nei pressi di Civitella di Nesce il famoso capo-massa Ascenso Napoleone. Arrestatolo, in quella stessa mattina lo consegnarono ad un drappello di bersaglieri, i quali a loro volta lo condussero a Fiamignano, dove verso le ore tre pomeridiane del medesimo giorno, venne fucilato nel luogo detto il Campo. Ed in esso subirono la stessa pena, all‘una pomeridiana del 22, Carmine Riccioni di anni 35 dei Colli di Pace, e, a qualche ora innanzi notte del 23, Giuseppe Margutti di anni 21 di Brusciano e Basilio Saporetti di anni 29 di S. Maria del Sambuco. Questi due ultimi erano stati arrestati il giorno stesso tra lo strame di un pagliaio nella villa del Corso, da alcuni soldati di una compagnia di fanteria ch‘era giunta a Fiamignano il giorno antecedente …” (Lugini, ibidem).

Nello stesso tempo il criminale traditore Pasquale De Virgili, nominato dagli invasori gauleiter (governatore) del teramano, cominciò a cicalare di sterminio ed esortava le guardie nazionali di Notaresco contro i partigiani con le seguenti parole: “Io vi affido il nemico che dovete combattere, il vero e solo nemico che rimane all‘Italia, cioè la parte cancrenata dello stesso suo corpo che bisogna tagliar di netto e tosto …” (B. Costantini). E anche lui si rivelò essere della stessa risma di Pinelli e compari, una razza di scellerati assassini. In quel maledetto 1860 quasi tutta la classe dei proprietari terrieri, da cui provenivano “intellettuali” e borghesi, si era votata ai Savoia retrivi e forcaiuoli che difendevano meglio gli interessi economici di casta. Valga in proposito quanto cita R. Di Giacomo circa una nota di G. Ferrero (Potere, pag. 204): “Ora, rispetto a quanto …rappresentava la prima ferrovia italiana voluta dall’Amministrazione del Governo Borbonico assoluto e già in esercizio a Napoli, ecco che cosa accadeva nella capitale del regno costituzionale sardo: “Nel 1840 il Senato di Torino – una specie di Consiglio di Stato – si era pronunciato contro la creazione di una linea di omnibus nella capitale del regno sardo, proclamando che una vettura, in cui tutte le classi potevano mescolarsi, era contraria ai principi di uno Stato monarchico” “.

La colonna infame del Quintini procedette verso Borgocollefegato e deviazione per Pescorocchiano: dappertutto monumenti di sangue: la libertà piemontese e italiana in nome della dea unità si era disvelata al popolo delle Due Sicilie. Questo Stato italiano che ha potuto essere costituito solo con la strage, col genocidio dei nostri padri ha i plinti delle sue fondamenta immersi in un lago di sangue, sangue meridionale.

La beffa di Fiammignano

Ciò nonostante, partito il Quintini, le bande partigiane il 13 gennaio del 1861, pur con la neve abbondante, decisero di riprendere Fiammignano e per farlo escogitarono uno stratagemma. La sera del 12 “spedirono a Fiamignano un individuo latore di un biglietto, diretto al sindaco con cui gli imponevano di far trovare pronti, per la mattina seguente, i viveri occorrenti per seimila uomini. In assenza del sindaco, quel biglietto fu letto da chi ne faceva le funzioni ed immediatamente comunicato al giudice di quel tempo Nicola Fabrocini e al capitano delle milizie mobili Fiore Paris. Questi due nulla sospettando del tentato tranello, ma solo misurando il pericolo gravissimo che li sovrastava, nella notte stessa del 12 al 13 gennaio con tutte le milizie partirono alla volta dell’Aquila percorrendo la via della montagna di Rascino, nonostante fosse ricoperta di abbondante neve e pessimo imperversasse il tempo“. (Lugini, ibidem). Dopo aver stabilito l’ordine nazista-savoiardo a Fiammignano, il Quintini proseguí per Avezzano, centro del distretto, dove il 26 novembre s’incontrò col Pinelli, giunto per la strada che dall’Aquila porta al piano delle Rocche, poi a Ovindoli, a Celano: lí i filibustieri si dettero “con ardore … a riportare la quiete in tutti quegli alpestri comuni della Marsica“, cioè a fucilare e ad incendiare paesi e villaggi.

  Pinelli a Civitella

Ad Avezzano altri ordini: Pinelli voli a Civitella del Tronto. Da Ponzano, piccola località a qualche chilometro ad est della Fortezza, rifugio tranquillo per degustare con calma la sua ansia e voluttà di uccidere, il perverso duce scrive al comandante della piazzaforte Ten.Col. Ascione, invitandolo alla resa: “Ponzano, 6 dicembre 1860, Il Gen. Pinelli al Comandante la Piazza di Civitella. Sig. Comandante, lo scopo di questa mia è d‘invitarvi a desistere da una resistenza divenuta ormai inutile; se vi arrendete ora, otterrete patti onorati, se no impiegherò le mie Artiglierie rigate a lunga portata e non vi rimarrà piú altra alternativa che di morire di fame o di essere passati a fil di spada” (S.M.E.: Ufficio Storico: Assedio Civitella: G.63/31 in A. Procacci, Storia Militare dell’Abruzzo Borbonico). Fratellanza nordista!

Quintini a Sora

Chiavone

Quintini a sua volta corra ratto a Sora. Lí infatti la banda partigiana di Luigi Alonzi, detto Chiavone, di sorpresa aveva attaccato la città e messo in fuga le guardie nazionali infliggendo loro gravi perdite. Il “gran capitano” si recò perciò in Terra di Lavoro col rinforzo del 1° battaglione del 2° fanteria, ma la città, 12 dicembre, era stata già evacuata dai guerriglieri. Secondo i metodi non molto fraterni proclamati negli ukàs savoiardi, il novello barbaro ordinò il disarmo generale pena la morte (vae victis!) e mosse contro l’Alonzi, che con circa duemila uomini si trovava nella Selva di S. Elia nella gola fra la montagna di S. Angelo e quella di S. Elia in territorio marsicano. Ma l’Alonzi preferí non impegnarsi in uno scontro con forze piú numerose delle sue, e molto meglio armate, e quindi si sganciò dal nemico riparando nello Stato Pontificio. Il Quintini, dopo aver rastrellato la zona, e sostenuto frequenti e sanguinosi scontri con nuclei partigiani piú piccoli operanti nella Val Roveto, riprese la strada verso nord, percorrendo tutta la valle. Alle fonti di Canistro, pure ed immacolate acque degne di essere usate solo per il teobroma degli dei, il furfante osò contaminarle col suo piede e la sua ombra. Indi riprese la marcia e si ricongiunse al resto della colonna infame in Avezzano.

Scontro di Tagliacozzo

Il maggiore Ferrero era rimasto a Tagliacozzo. Costui, informato che le bande partigiane di Lagrange e Giorgi, penetrate nelle Due Sicilie dallo Stato Pontificio, erano in marcia verso la Marsica, concentrate le truppe alle sue dipendenze (settima e ottava compagnia del 40°), richiamò i distaccamenti di Avezzano e di Celano (terza, quarta e sesta compagnia) e si diresse verso Carsòli (7 gennaio 1861). Ma i partigiani, avvisati del suo approssimarsi, senza conoscere le regole della guerriglia teorizzate da Mao Tse Tung, preferirono ritornare indietro nello Stato Pontificio, piuttosto che impegnarsi a fondo nello scontro. Nella marcia di sganciamento dovettero però alleggerirsi e abbandonare armi e munizioni. Altro scontro del Ferrero con la banda partigiana del colonnello Loverà, forte di 3.000 uomini, una settimana dopo, il 13 gennaio 1861 a Tagliacozzo. Lo scontro fu infausto al liberatore. Alla lotta, in aiuto degli uomini del Loverà, partecipano, armati solo di pietre e falci, anche gli abitanti del paese. Il Ferrero è costretto a fuggire verso Avezzano, dove vi giunge alle tre della notte ansante, trafelato: nella fuga gli furono uccisi 23 uomini e 9 altri furono fatti prigionieri. Il colonnello Loverà costituí il suo quartier generale a Tagliacozzo.

Strage di Scurcola Marsicana

Dopo tale avvenimento, altro ne segue il 22 gennaio a Scurcola Marsicana. L’evento fu cosí tragico per i partigiani che conviene parlarne piú estesamente e riportare direttamente le parole di chi (il già citato Domenico Lugini) quasi cento anni fa ebbe a fare una ricostruzione dell’avvenimento, tutta filopiemontese, però dati i tempi comprensibile, ma è l’unica che ci è pervenuta fra le mani e sulla quale ognuno di noi potrà fare le dovute considerazioni ed estrapolazioni: “Il Quintini … ravvisando che le truppe formanti la sua colonna erano ormai insufficienti ad arrestare le schiere del Loverà, alle quali era dischiuso il piano della Marsica, chiese ed ottenne in rinforzo il 4° battaglione del 6° reggimento fanteria agli ordini del maggiore Antonio Delatila. Disponendo cosí di forze maggiori e nel timore che il Loverà da un giorno all‘altro si sarebbe avanzato contro Avezzano per la via dei Piani Palentini, in difesa di questi collocò a Magliano de‘ Marsi la V e la VI compagnia del 40° reggimento sotto il rispettivo comando dei capitani Giuseppe Rosti e Cesare Cavanna, ed inviò di presidio a Scurcola la XIV compagnia del 6° reggimento sotto il comando del capitano Antonio Foldi. Giuntavi questa il giorno 22 di gennaio, nel pomeriggio vi fu assalita dalle schiere del Loverà, che, sotto il comando di Giacomo Giorgi, improvvisamente piombarono sull‘abitato, prima che la stessa avesse potuto provvedere all‘assetto difensivo del paese. Ma nonostante l‘enorme numero dei nemici, l‘anzidetta compagnia resistette strenuamente e, a furia di assalti e contrassalti, riuscí a sostenere il combattimento per piú di due ore in buone condizioni, favorita specialmente dall‘oscurità della sopravvenuta notte e da una nebbia fittissima che tutto ricopriva. Ma i borbonici, sebbene aspramente contrastati in ogni loro avanzamento, erano già riusciti ad occupare la maggior parte di Scurcola. Avvertito il fragore del combattimento a Magliano de‘ Marsi, si raccolsero prontamente le due compagnie di soldati che colà stanziavano e una cinquantina di guardie nazionali del luogo, per andare a soccorrere la XIV. Mosse per prima a quella volta la VI percorrendo la via del villaggio di Cappelle e con ordine alla V di seguirla a breve distanza … Pervenuti, a qualche ora di notte, non molto lungi da Scurcola, furono accolti da una scarica di piú fucili da alquanti nemici appiattati in un piccolo ontaneto; alla loro pronta risposta con un bel nutrito fuoco, non piú si ascoltarono i colpi degli avversari. Il capitano allora, fatti tacere completamente i suoi, intimò l‘alto “chi va là?”, cui fu risposto “Sardegna” che era la loro parola d‘ordine. Credendo egli pertanto che costoro fossero amici e che, solo, per errore di riconoscimento, avessero fatto fuoco contro di essi, avanzò verso il luogo dell‘imboscata, ma non vi rinvenne alcuno. Erano stati i borbonici che avevano risposto in quel modo per far cessare il fuoco ed aver tempo di fuggire, come poi potette bene accertarsene. Giunto presso Scurcola ebbe la grata sorpresa di trovarvi anche la V compagnia che eravi pervenuta in quel momento, percorrendo un‘altra via piú breve, sebbene assai meno praticabile, perché molto fangosa e segnatamente in quei giorni nei quali era caduta una discreta quantità di neve. E poiché dalla parte superiore dell‘abitato e verso il convento dei cappuccini dal titolo S. Antonio, a duecento metri fuori del lato destro di Scurcola, numerosi ancora si ascoltavano i colpi di fucile, i due capitani fecero suonare le trombe all‘attacco, anche per rendere cosí avvertita del sopraggiunto aiuto la XIV compagnia, ed entrati prontamente in azione, il Rosti di sorpresa occupò l‘anzidetto convento di S. Antonio posto sulla via di ritirata dei reazionari, ed il Cavanna con la VI circondò la borgata ed incalzò i nemici col fuoco e con le baionette. Vedutisi questi assaliti con tanto impeto, per la maggior parte, con a capo il Giorgi, si diedero alla fuga e, dalla parte del convento anzidetto e dalla via del monte che sovrasta Scurcola, si diressero alla volta di Tagliacozzo; altri poi gettate le armi, corsero a nascondersi nelle stalle, nei pagliai e nelle abitazioni dei loro piú sicuri aderenti, ed altri si diedero prigionieri implorando salva la vita. Ma per impedire ogni evasione, le truppe cinsero d‘assedio l‘intera Scurcola. Fin dai primi momenti che la XIV compagnia era entrata in combattimento un sotto-ufficiale della stessa corse di soppiatto ad Avezzano e presentatosi al colonnello Quintini, l‘informò del grave pericolo in cui versavano i propri compagni, perché assaliti con straordinario vigore e da un numero eccessivamente superiore di nemici. A tale tristissima notizia, il Quintini spedí un plotone di cavalleria del X battaglione piemonte reale, per assumere informazioni precise e le altre tre compagnie, cioè la XIII, XV e XVI del VI reggimento sotto il comando del maggiore Delatila. Queste vi giunsero poco dopo della mezzanotte, ma non ebbero che a constatare l‘avvenuta fuga dei nemici e a concorrere con gli altri compagni al già diligentissimo assedio. Appena giorno il maggiore anzidetto emanò un bando con cui, sotto pena di morte, si faceva obbligo ad ogni Scurcolano di denunciare quei reazionari, o sospetti essere tali, che si trovavano nascosti nelle loro case, stalle e pagliai. Quel bando ottenne ben presto il desiderato effetto, perché non vi fu neppure uno di quegli sciagurati che non venisse consegnato, ovvero additato all‘autorità militare; ed il numero complessivo di tutti i prigionieri fu di 277, i quali vennero rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante che sorgeva nella parte inferiore dell‘abitato, senza tener conto di circa altri settanta [79 per l‘esattezza, n.d.r.], che furono fucilati nella mattina del 23 dinanzi all‘anzidetta Chiesa“.

In tempi ritenuti barbari, ultimi anni del VI sec. a. C., Sun Zu, teorico insuperato di arte militare per acume e profondità di pensiero, nel libro L’Arte della Guerra consigliava al re cinese dello Stato di Wu: “Tratta con buone maniere e magnanimità i prigionieri e abbi cura di loro” (II, 19). Quasi un precetto evangelico per quelle feroci belve savoiarde, per loro Sun Zu era uno sconosciuto carneade, né poteva essere altrimenti per una genía di barbari matricolati della peggior specie. Ma un altro pensiero di Sun Zu prorompe energicamente dalla penna, dato che il suo opposto lo stiamo contemplando tragicamente oggi: “La suprema arte della guerra consiste nel soggiogare il nemico senza combattere” (III, 3). Gli altri 277 dicono che furono condotti ad Aquila dalle “patriottiche guardie nazionali di Scurcola e di Magliano de‘ Marsi” (Storia della Brigata Aosta), come dire che non arrivarono mai a destinazione, come era costume delle guardie nazionali di risolvere sbrigativamente il “problema” prigionieri. Mancia competente a chi riuscirà a fornircene notizie documentate. Inebriato dal successo, reso ubriaco dal sangue versato, il manigoldo comandante della colonna infame, il Pinelli, il 3 febbraio successivo inviò il verbo demenzial-nazista alla frazione di colonna mobile del 40° fanteria che operava nell’Ascolano, messaggio che fece prendere le distanze perfino ai sostenitori degli invasori, Francia ed Inghilterra:

Una decina di giorni dopo, il 3 marzo 1861, il generale piemontese Della Rocca, raccomandabile signore della guerra, comandante generale per le “Provincie Napoletane” messe a ferro e fuoco, con un ordine del giorno, “vero inno al suo prode comandante Quintini” (Guido Cortese), blaterò sul registro musicale del Pinelli: “Soldati … i distretti di Sora ed Avezzano (sono) pacificati … ecco i felici risultati ottenuti col vostro perseverante valore … Continuate … nella gloriosa via per la quale vi siete messi …“. E nella gloriosa via continuarono i liberatori, per oltre dieci anni, morti infiniti non numerabili come i punti di una retta, finché il nostro popolo, abbandonato da tutti (soprattutto doppo ‘o ntorzafaccia ‘e Cassino (24.2.1865) da parte dello Stato della Chiesa una volta amico), avette ’a acalà ‘e recchie e ridursi, da soggetto attivo sulla scena del mondo, a colonia senza storia, senza dignità, senza radici, in una parola senza identità culturale, dominata da genti barbare a causa della canea infame degli unitaristi di marca risorgimentale e dei politici meridionali senza eccezione tutti di marca servile.

Altre prodezze del 40° fanteria

Qui, stanchi di tanto sangue, ci fermiamo con le descrizioni delle prodezze della colonna infame. Il 40° fanteria dei drautti Pinelli e Quintini lo ritroviamo in Terra di Lavoro, in Molise, in Sicilia in altrettali azioni di sterminio, ad Auletta, Arcocello, Valle dell’Agnone, Piedimonte d’Alife, Monaco di Gioia, Fontana di Campo, Castellammare del Golfo, in centinaia di piccole località, etc. etc.: in totale alle orde centronordiste, per le buone opere compiute in dieci anni, furono elargite 4 medaglie d’oro, 2375 d’argento, 5012 menzioni onorevoli sul cui rovescio stava scritto: sangue meridionale. Secondo Cesare Cesari (Il brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870, pag. 167) le ricompense furono dispensate in numero esiguo (!) per “misura di opportunità politica del momento“. In particolare circa il 40° fanteria furono assegnate: 2 medaglie d’oro agli infami polemarchi Pinelli e Quintini, 110 medaglie d’argento e 105 menzioni onorevoli alla truppaglia.

fonte https://www.eleaml.org/sud/destra_sinistra/ds_colonna_infame.html

1 Comment

  1. e dopo tanto strazio abbiamo il coraggio oggi di inondare di tricolori al ritmo della marcetta infame un suolo gia’ cosi’ martoriato e seminato di colpevole morte…quella piemontese si’ fu una peste infame! con lo scorno di preti seduti nel parlamento a Torino… forse il Papa non lo sa, ma senza saperlo sotto la pioggia l’altra sera si e’ ripreso Roma! gesto sublime, che Sgarbi cosi’ pieno di se’ ha coperto di insulti… caterina ossi

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