Alta Terra di Lavoro

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La favola del “Risorgimento” italiano ovvero la favola del lupo e l’agnello

Posted by on Nov 5, 2016

La favola del “Risorgimento” italiano ovvero la favola del lupo e l’agnello

Tutto il cosiddetto risorgimento italiano risponde alla logica concisa e didascalica della favola di Fedro, che tanto amai fin da quando la tradussi in seconda media usando l’antologia latina “Arbor felix“,pubblicata dal grande storico e filologo Carlo Del Grande(1899-1970),ordinario di Letteratura greca all’Università degli studi di Napoli. Fedro comunque, a sua volta, l’aveva ereditata da Esopo (VI sec. a.C.).

Infatti, per realizzare l’unità d’Italia fu giocoforza che il lupo piemontese sbranasse il pacifico agnello napolitano, utilizzando tutti i pretesti che la sporca politica di Camillo Benso e dell’Inghilterra massonica riuscirono a creare a livello mediatico sia presso le cancellerie degli altri stati europei sia presso quella minima parte di opinione pubblica alfabetizzata che leggeva i giornali dell’epoca. A tutto ciò va affiancato il partito degli esuli meridionali stanziati a Torino,capitale della “democrazia italiana” dell’epoca. La più parte di costoro qualche anno dopo l’unità(che oggi stiamo celebrando, essendo nel 2011) capirono di essere stati buggerati. Altri pochi fecero finta di non essersi accorti di nulla,perchè avevano da difendere i posti e le prebende acquisiti e tramandati ai loro discendenti, alcuni dei quali pontificano ancora oggi dagli alti scranni dell’inganno e del tradimento ereditati dai loro padri!

Manco a farlo apposta nella favola troviamo un lupo che si trova in alto, al Nord, mentre l’agnello è in basso, al Sud. Chi l’avrebbe mai detto! Chissà, già allora presagivano vicende che sarebbero successe molto più in avanti nei secoli. In Esopo le favole finivano sempre con una morale. Per questa ripeto quella dell’autore:

La favola mostra che contro chi ha deciso di fare un torto non c’è giusta difesa che valga. Anche i capi di stato, quando hanno in mente di ottenere  un vantaggio usando la forza inventano pretesti, e non è possibile farli desistere con argomenti giusti e fondati.

Prima di iniziare la ricostruzione del misfatto, desidero precisare che io sono cittadino della Repubblica italiana, ma sono di nazione napolitana, perchè così era chiamata la terra da cui provengo fino al tragico momento della conquista e dell’annessione al Piemonte con i falsi plebisciti.

Numerosi sono gli esempi in letteratura che usano il termine Napolitano con accezione “nazionale”, come «The Neapolitan government and Mr. Gladstone: A letter to the Earl of Aberdeen», o ancora gli scritti del patriota Giacinto de’ Sivo, che ci parla del popolo, dell’esercito e dell’inventiva dei napolitani nelle sue opere come «Storia delle due Sicilie: dal 1847 al 1861» o «I Napolitani al cospetto delle nazioni civili». La nazione napoletana compare anche in libri come «Le pagine della letteratura italiana: antologia dei passi migliori» del 1924, «Lettere napolitane» del 1864, «La questione napoletana-sicula» del 1849, «Le due civiltà: settentrionali e meridionali nella storia d’Italia dal 1860 al 1914» del 2000, «Difesa dei soldati napolitani» del 1860, «Memorie storico-critiche degli storici napolitani» del 1781“.(da “La Napolitania”).

 

Aborrisco il termine “duosiciliano”, coniato recentemente da persone che con Napoli non hanno nulla da spartire e che non hanno rispetto per la storia e per la linguistica. La Sicilia, infatti, è tutt’altra cosa, diversa da Napoli e dalla Napolitania, e non da ora. Se si leggono gli antichi filosofi greci e gli storici greci e romani, si trova sempre una distinzione netta tra italici e siculi, e la Magna Graecia e la Sicilia. E gli italici erano coloro che abitavano la Calabria, la Puglia, la Campania, la Lucania, l’Abruzzo, l’Umbria. Lungo le coste vi erano i greci che diedero poi vita alla Magna Graecia.

Quindi io faccio parte di questa storia, di questa cultura ,nettamente distinta da quella degli etruschi, e dei Celti, poi chiamati Galli.

Italo Zamprotta

 

 

LUPUS ET AGNUS – IL LUPO E L’AGNELLO
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi. 
 
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus. 
 
Tunc fauce improba latro incitatus iurgii causam intulit: 
 
“Cur –  inquit – turbulentam fecisti mihi aquam bibenti?” 
 
Laniger contra timens : 
 
“Qui possum – quaeso – facere quod quereris, lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor.”
 
Repulsus ille veritatis viribus:
 
“Ante hos sex menses male – ait  – dixisti mihi”.
 
Respondit agnus: 
 
“Equidem natus non eram!”
 
“Pater, hercle, tuus – ille inquit  – male dixit mihi!” 
 
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
 
Haec propter illos scripta est homines fabula qui fictis causis innocentes opprimunt.
Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, si erano ritrovati allo stesso ruscello.
 
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il predatore, eccitato dalla gola irrefrenabile, cercò un pretesto di litigio.
 
“Perché – dice – mi hai fatto diventare torbida l’acqua mentre stavo bevendo?
 
E l’agnello, timoroso:
 
“In che modo posso – prego – fare quello che lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello,confutato dalla forza della verità:
 
“Sei mesi fa – aggiunge – hai parlato male di me!”
Rispose l’agnello:
 
“Certamente non ero ancora nato!”
 
“Perbacco,tuo padre – dice – ha parlato male di me!”
E così, lo afferra e lo sbrana procurandogli una morte violenta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono i galantuomini con motivazioni pretestuose.

(trad. Italo Zamprotta)

 

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