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La massoneria forestale (o Carboneria) e i suoi moti

Posted by on Gen 11, 2020

La massoneria forestale (o Carboneria) e i suoi moti

In tutto il fiorire di nuove società segrete nella prima metà del XIX sec., ebbe particolarmente fortuna la Carboneria che dalla Francia si diffuse in Spagna ed in particolare in Italia. Era una fratellanza di carattere iniziatico analoga alla massoneria, ma da cui si distingueva principalmente per il simbolismo vegetale al posto di quello della pietra, per questo è stata chiamata anche “la massoneria del legno” (“Franc-Maçonnerie du Bois”) da Jacques Bregues, che la suddivideva in “costruttori “ (carpentieri, mobilieri, ecc…) e “forestali” (taglialegna, carbonai).

La Carboneria deriva direttamente dagli Ordini Forensi diffusi in Francia sin dall’inizio del 1700, che a sua volta sono i diretti discendenti delle sette druidiche inglesi, le stesse che hanno contribuito alla nascita della Gran Loggia di Londra. I carbonari sono quindi prosecutori dei culti neo-pagani celtici, già allora radicati nella cultura continentale ed ancora una volta discendenti da un filone culturale originato oltremanica. Si contraddistinsero per la ferma opposizione agli imperialismi religiosi (sia ecclesiali che reali) e divennero un polo rivoluzionario più isolato, a differenza di quello massonico ordinario che era più “urbano”.

Questi riti in Francia vennero gradualmente “cristianizzati”, almeno per quanto riguarda la simbologia (aspetto proprio anche della massoneria) e si aggiunse anche una tradizione leggendaria che fece risalire le origini degli ordini forestali fino al XI secolo: l’eremita cristiano francese San Teobaldo (1017-1066), che visse isolato nei boschi guadagnandosi da vivere con il lavoro di taglialegna, è tuttora considerato il patrono di tutta la Carboneria.

Uno dei primi rituali ufficiali fu il “Rituale compagnonico” dell’ordine dei tagliatori, successivamente se ne aggiunsero molti altri: Rituale del grado di tagliatore o boscaiolo, Rituale dei buoni compagni tagliatori della foresta della vendita di Macon, Rituale dell’ordine della fenderia detto del Grande Alessandro della Confidenza, Rito dei Compagnoni Taglialegna, Rituali dei buoni cugini carbonari della vendita della foresta del Giura, Rito dei Compagnoni Tagliatori-Carbonari della foresta reale di Arras, Rituale della Vendita dell’Alta Marne, Rituale dei Tagliatori del Dovere, ecc…

Con una prima assemblea a Parigi il 17 agosto 1747, Charles François Radet de Beauchesne, che diceva di operare per conto di Courval (Gran Maestro delle Acque e Foreste della Contea di Eu e sire di Courval), rilanciò l’Ordine dei Fendeurs, rito massonico forestale di origine borbonnese e borgognona. Risale probabilmente a questo periodo il collegamento dell’ordine con i Filadelfi, importantissima loggia “filosofica illuminista” (come Il Palladio, gli Adelfi o la Società della Rigenerazione Europea) protagonista nella rivoluzione francese e che utilizzò i “bons cousins charbonniers” come copertura per il loro progetto politico repubblicano e la congiura militare antinapoleonica.

Anche il rito egiziano di Misraim ebbe un ruolo importante nella diffusione della carboneria. Era un rito massonico illuminista che nacque in Francia nel 1785, ma si affermò solo con la caduta dell’impero, 19 maggio 1815, quando a Parigi i fratelli Bédarride fondarono la loggia Arc-en-Ciel che raggruppava sia bonapartisti che carbonari in disaccordo con la massoneria ufficiale. In italia comparve a Venezia già nel 1788 come una tipologia religiosa “alternativa” pagana e che comprendeva fra i suoi affiliati principali esponenti della carboneria italiana come Briot e Testa. La società di Misraim era articolata in quattro serie, suddivise in diciassette classi che comprendevano novanta gradi. Il 90° grado supremo era composto da: Michel, Marc e Joseph Bédarride, Muraire, Moret, Fernig, Rathery, Fachecourt, Briot, Allegri e Testa, più una quindicina di membri onorari quali il duca Decazes, il duca di Saxe-Weimar, il duca di Leicester e il duca del Sussex. Nel 1838 il rito di Misraim si scisse generando il rito di Memphis di cui fu membro anche Garibaldi. I carbonari italiani preferirono quindi promuovere il culto egiziano di Misraim, più di quello druidico originario degli ordini forensi francesi.

Nel 1799 l’espansionismo napoleonico aveva posto le fondamenta repubblicane anche a Napoli portando con se sia le correnti imperialiste, sia quelle più liberali. I Filadelfi francesi costituirono a Napoli una rete culturale-politica a sostegno dell’ideologia giacobina con una organizzazione a quattro livelli: elementari, deputati, elettorali e club centrale, modello per l’organizzazione piramidale carbonara. Uno dei personaggi più illustri che contribuirono alla nascita della carboneria fu il rivoluzionario francese Pierre Joseph Briot (1771-1827), ex seguace di Babeuf. Già bon cousin charbonnier del rito di Alexandre-la Confiance, membro del Misraim e importante personaggio politico francese. Briot venne diplomaticamente esiliato per il suo attivismo repubblicano anti-napoleonico e tra il 1814 e il 1816 cominciò attività clandestine che lo portarono alla realizzazione del progetto di diffusione del carbonarismo in Italia, quasi sicuramente con l’aiuto del teorico rivoluzionario italiano Filippo Buonarroti. Nel 1809 era stato nominato consigliere di stato del Regno di Napoli, sotto il governatore-generale Joachim Murat (1767-1815), che invece favoriva lo sviluppo delle logge del Grande Oriente e perseguitava le vendite carbonare. Nel 1812 Briot approfittò dell’impegno nella campagna di Russia di Murat, per porre definitivamente le fondamenta del carbonarismo italiano, confidando anche nel fatto che non ricadesse nelle scomuniche papali del 1738 e del 1751 che invece perseguivano esplicitamente la massoneria.

Contribuì al successo della carboneria il fatto che l’ideale anti-imperialista della carboneria la pose apparentemente contrapposta alla massoneria del Grande Oriente a tal punto da far pensare pubblicamente che non ne fosse parte e divenne quindi il principale vettore repubblicano, anche se da un’analisi sommaria si poteva facilmente dedurre che con la massoneria questa condivideva l’origine, l’etica, l’organizzazione, i rituali e perfino lo stesso gergo pubblico: fratellanza, solidarietà, ospitalità, beneficenza e buoni costumi.

Nel 1821 la carboneria italiana venne reintrodotta nella stessa Francia dai giovani Dugied, Beslay e Joubert. L’opera di Briot fu proseguita da Carlo Antonio Testa (1782 – 1848), anche lui carbonaro e membro del Misraim, che creò nel 1833 la “Carboneria Democratica Universale”, attraverso una fusione tardiva coi rivoluzionari del Buonarroti, movimento politico che però non ebbe molta fortuna nonostante le premesse.

Nel 1815 Murat fallì il tentativo di riprendersi il trono napoletano; Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) ritornò al potere sotto l’alta protezione inglese e l’Austria allargò le sue influenze su tutti i regni italiani alleati o troppo deboli generando un nuovo impulso nel movimento carbonaro. Ferdinando IV vietò le logge e le vendite, si affiliò addirittura alla carboneria col solo intento di creare disordine. Inoltre autorizzò e sostenne la nuova setta dei Calderari, promossa dalla moglie Maria Carolina d’Asburgo-Lorena (1751-1814) e di cui fu organizzatore e capo supremo il principe di Canosa Antonio Capese Minutolo (1763-1838). I calderai, o Caroliniani, aggredirono il sistema carbonaro con una lunga serie di regolamenti di conti.

Ma negli anni successivi la carboneria si diffuse in molte regioni con grande facilità, poiché erano già diffusi covi cospirativi contro poteri assolutisti, come la Guelfia nello Stato Pontificio e i Federati in Piemonte e Lombardia. Vennero a breve attirati un gran numero di militanti o simpatizzanti di correnti nazionaliste, anti-bonapartiste, anti-austriache, anti-papisti e anti-inglesi, tra cui una grande quantità di borghesi, oltre alle masse popolari, per le quali la massoneria poteva risultare troppo “colta”, tutti accomunati dal desiderio di cacciare fuori dall’Italia le potenze straniere. C’erano inoltre tra gli affiliati anche un numero di esponenti del clero che erano contrari alla Santa Alleanza. Nella carboneria in pratica finirono per coesistere una serie di correnti di pensiero anche antitetiche fra loro come il liberalismo, il comunismo, il cristianesimo sociale e il filone teistico laico (compromesso tra panteismo e monoteismo). E’ facile immaginare come l’eredità culturale carbonara possa avere influito pesantemente sulle future correnti politiche repubblicane, socialiste, e liberali, ma anche sull’atipico catto-comunismo italiano propugnato da Paolo VI.

Alcune fonti, probabilmente esagerate, sostengono che in totale i carbonari italiani superarono le 600.000 unità. Raggiunsero in ogni caso un numero di affiliati superiore a quello delle logge massoniche e con tale diffusione nelle masse la segretezza della società venne inevitabilmente a meno. Non di rado i simboli della carboneria venivano ostentati in pubblico da un qualche seguace, diventando facile preda della repressione.

Nel giro di pochi anni scoppiarono moti reazionari in varie parti d’Italia, tutte sconfitti duramente: il 23 giugno 1817 a Macerata, il 1 luglio 1820 a Napoli e dintorni (con il generale Guglielmo Pepe a capo di un esercito di ammutinati), il 10 marzo 1821 ad Alessandria (promotore Giacomo Garelli), l’11 settembre 1823 a Modena.

Le contromisure prese da tutti i governi della penisola rallentarono e scoraggiarono momentaneamente i moti reazionari, che si riacceserò però nel 1828 nel Regno delle Due Sicilie: un moto nel salernitano e con a capo il canonico Antonio De Luca e l’altro nella zona di Palinuro ad opera di Antonio Gallotti. L’esercito regio al comando di Saverio del Carretto represse gli autori dei moti e chi non fu subito giustiziato dovette scontare condanne severissime.

La carboneria sembrò allora completamente disunita e già all’inizio del suo declino, le diverse correnti interne cominciarono a prendere strade diverse. Iniziò però una nuova fase di transizione tra una adesione passiva ad una società segreta, il cui fine ultimo rimaneva ai più occulto, ad un militantismo politico più attivo, per cui la maggior parte dei carbonari, borghese, seguì nuovi movimenti più moderati guidati da prestigiosi intellettuali.

Filippo Buonarroti (1761-1837), uno degli artefici della nascita del movimento carbonaro, era sempre stato attivo in tutta Europa organizzando società segrete di carattere egualitario e repubblicano, ma in Italia i suoi principi socialisti non ebbero molto seguito e rimase incompiuto il suo progetto di una carboneria democratica riformata.

Nel 1830 il movimento carbonaro venne improvvisamente rivitalizzato dalla rivoluzione parigina di luglio e nuovi moti rivoluzionari si scatenarono nell’Italia settentrionale. In Romagna insorsero tutte le principali città proclamando un governo provvisorio, ma anche questa rivolta venne prontamente soffocata nel sangue dalle armate austriache venute in soccorso dello Stato Pontificio.

A Modena, il 1 novembre 1830, Ciro Menotti provò a mettere in atto il suo progetto rivoluzionario che confidava sull’appoggio del presunto carbonaro Francesco IV, duca di Modena, per la costituzione di un Regno d’Italia con monarchia rappresentativa. Francesco IV (come già fece Ferdinando IV) si rivelò falso amico dei rivoluzionari e pose fine all’insurrezione con la condanna a morte di Menotti. Stessa ambiguità ebbe Carlo Alberto di Savoia che parve in un primo momento assecondare i moti liberali per poi stroncarli improvvisamente, come successivamente fece anche il figlio Vittorio.

fonte https://actualproof.wixsite.com/appuntidiviaggio/single-post/2014/04/13/La-massoneria-forestale-o-Carboneria-e-i-suoi-moti

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