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La paura della balcanizzazione che paralizza l’Unione europea di Lucio Caracciolo.

Posted by on Ott 30, 2017

La paura della balcanizzazione che paralizza l’Unione europea di Lucio Caracciolo.

Indipendentismo

 “”Perchè la risposta degli Stati dell’Unione europea alla dichiarazione d’indipendenza della Repubblica di Catalogna è unanime, o quasi, nella difesa delle ragioni legali di Madrid? Per la ragione che se ne discutessero nei termini effettivi – uno scontro geopolitico, non una mera disputa giuridica – gli europei si dividerebbero. Come hanno fatto in ogni crisi che si rispetti, specie se di mezzo c’è l’indipendenza o meno di un territorio. Il caso classico, ma certo non unico, è quello jugoslavo, con Austria e Germania, insieme alla Santa Sede, schierate con i secessionisti sloveni e croati, resto del mondo (Francia in testa), almeno inizialmente per la “Jugoslavia unita e democratica”. Fino al caso limite del Kosovo, che alcuni Stati europei, Spagna in testa, rifiutano tuttora di riconoscere, perché in tal caso rischierebbero di legittimare i separatismi interni. Come nel caso catalano. I paradossali risultati di questo accecamento da autocensura geopolitica sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere.

L’unico a distinguersi, finora, è stato il premier belga Charles Michel, che di separatismi interni ha qualche cognizione. Il quale ha esortato a trattare la questione per quel che è: politica, non solo legale. L’ondeggiante estremismo dei separatisti catalani ha contribuito ad inasprire la contesa, ambiguamente sfidando la costituzione del Regno. Manovra insopportabile per la Spagna. Ma è probabile che se il premier Mariano Rajoy avesse trattato per tempo il caso catalano per quello che realmente è – il rifiuto, sostenuto da una buona metà dei catalani, di restare uniti a uno Stato da cui ci si percepisce maltrattati – ovvero una vitale emergenza politica nazionale, non saremmo arrivati a un tale grado di scontro. Altrimenti non si capisce come mai nel giro di pochi anni un fenomeno radicato eppure piuttosto marginale come il secessionismo catalano abbia potuto assumere dimensioni di massa, specialmente fra i giovani. Fino a unire gruppi di centro-destra e di sinistra, anche estrema, divisi su tutto il resto.
Quando il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, dice che non vuole un’Europa divisa in 95 staterelli – affermazione notevole, in bocca a un lussemburghese – rivela il timore che nelle grandi cancellerie continentali silenzia la politica e scatena il pangiuridicismo: l’effetto domino. Quante Catalogne dormono in Europa e bisogna evitare di svegliare? Scozia, Fiandre, Baviera, magari il Veneto, e chissà quanti altri? Il fervore identitario, emerso nel Brexit inglese ed esploso nell’indipendentismo catalano può compromettere lo status quo continentale? Eppoi, di quale stabilità stiamo parlando, in un continente che nel corso dell’ultima generazione, dal crollo del Muro in poi, ha visto quasi raddoppiare, in pace (divorzio ceco-slovacco) o in guerra (dissoluzione dell’Urss e della Jugoslavia, spartizione di fatto della Moldova e dell’Ucraina), il numero dei suoi Stati?
Stiamo assistendo a una disintegrazione europea che la retorica europeista continua a ignorare, aggrappandosi alla favola del “processo di integrazione” che in realtà, come tutti i processi di cui non si vedono né il fine condiviso (perché non c’è) né la fine (inevitabile in ogni vicenda umana) rischia di rovesciarsi nell’opposto.
Conviene evitare due tentazioni opposte ma convergenti. La prima, corrente nelle cancellerie e negli apparati statali e comunitari, consiste nel mettere la testa sotto la sabbia. Fino al paradosso spagnolo, dove Madrid decide di commissariare una regione autonoma dove la presenza dello Stato è aleatoria, quasi inesistente. Per scelta della Spagna tutta: gli autonomismi, anche se concordati, si sa dove cominciano, non dove finiscono. Più che di commissariamento, si tratta di reconquista. Speriamo non violenta, ma non ci giureremmo.
La seconda sta nell’immaginare un effetto domino che non c’è, per ora. Finendone paralizzati. Determinismo geopolitico per cui da una secessione deve per forza derivare una sequenza di altre, che non sappiamo come affrontare. Con il risultato di autoparalizzarci nella protezione dello status quo, ovvero in una immaginaria pietrificazione legalistica della storia, rinunciando a trattare le rivendicazioni identitarie in sede politica e diplomatica. Anche ricentralizzando poteri talmente dispersi da minacciare l’efficienza delle nostre assai delegittimate liberaldemocrazie.
Juncker ha ragione. La balcanizzazione dell’Europa è inaccettabile. Difficilmente sarebbe pacifica. Discutiamo, senza tabù, di come evitarla. E impegniamoci a farlo in una logica di compromesso. Qui non sono in gioco interpretazioni del diritto costituzionale o, peggio, internazionale – quest’ultimo sempre manipolato o ignorato dagli Stati in base ai loro contingenti interessi. Su questo piano, espulsa la politica, introdotte manette e barricate, si finisce a sparare.
È in gioco l’assetto democratico e pacifico del nostro continente, a cominciare dalla grande democrazia spagnola, che per troppo tempo ha trattato i suoi nazionalismi interni (basco, catalano, in minor misura galiziano) da meri regionalismi. Il problema spagnolo è anche europeo. Chi pensa altrimenti scambia una disputa geopolitica per una causa legale. Di questo errore pagheremmo le conseguenze tutti: catalani, altri spagnoli, altri europei. È possibile che i leader dei maggiori paesi europei se ne rendano conto, prima che sia tardi.

Lucio Caracciolo

fonte

Repubblica.it

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