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La prosperità e la modernità della Puglia sotto il Regno delle Due Sicilie

Posted by on Gen 26, 2020

La prosperità e la modernità della Puglia sotto il Regno delle Due Sicilie

Le Puglie furono, durante il Regno borbonico, insieme all’attuale Campania, il vero motore economico dello Stato.

150 anni fa Ferdinando II insieme alla consorte Maria Teresa vi compì un lungo viaggio. Accompagnato dai fratelli Luigi, Conte d’Aquila, e Francesco, Conte di Trapani, nonché dal generale Carlo Filangieri, partì da Napoli il 15 maggio 1847 e giunse a Foggia il giorno successivo.

Nella capitale della provincia di Capitanata, che aveva visto esattamente mezzo secolo prima celebrarsi il matrimonio del padre Francesco I con Maria Clementina d’Austria, visitò l’Orfanotrofio da poco costruito che portava il nome della sua prima moglie, Maria Cristina.

Nei giorni immediatamente successivi compì un pellegrinaggio al santuario dell’Incoronata, e si recò ad ammirare il ponte sul Fortore, da poco inaugurato, ed i lavori del tratto stradale Foggia-San Severo, che furono completati l’anno successivo.

E’ da notare che il Sovrano e la sua famiglia potevano girare per la regione accompagnati soltanto da un drappello di guardie d’onore provinciali, corpo fondato dallo stesso Ferdinando II nel quale confluivano i giovani figli delle famiglie più in vista delle province, e che aveva il compito di scortare il Re nei suoi viaggi, dal momento che l’unico intervento cui fu sempre tenuta la sparuta forza di gendarmeria fu quello di proteggere il Sovrano dall’eccessivo entusiasmo della folla.

Il 19 maggio i sovrani si recarono in visita a Lucera per ammirare il bellissimo Orfanotrofio Ferdinandeo, anch’esso di recente inaugurazione. Il giorno seguente partirono per Manfredonia, da dove poi si recarono al santuario di San Michele Arcangelo sul monte Gargano, e nella serata giunsero a Barletta.

Qui, sempre accolti dall’entusiasmo popolare, visitarono il castello ed il Monte di Pietà, una delle tante istituzioni volute dal Governo e soppresse con l’Unità, dove Ferdinando firmò i decreti di costituzione del nuovo comune di San Ferdinando, da lui voluto per consentire agli abitanti delle insalubri zone delle Saline di condurre una vita meno disagiata, qui furono confiscate ai proprietari le terre necessarie, per essere poi assegnate gratuitamente ai nuovi abitanti.

Nel pomeriggio si trasferirono a Trani, dove rimasero fino al 24, e dove visitarono il porto; da lì si recarono a Corato.

Fu poi raggiunta Molfetta, dove fu inaugurato il nuovo porto e quindi il 25 si recarono a Giovinazzo, dove sorgeva un altro monumento della solidarietà pubblica, il Reale Ospizio Francesco I, poi ovviamente chiamato Umberto I. Da Giovinazzo a Bitonto, dove volle visitare il maestoso orfanotrofio intitolato alla sua prima moglie Maria Cristina, e si intrattenne con le alunne e gli amministratori.

Più di tutti questo luogo dovrebbe far riflettere sulla modernità del Governo Napoletano nel periodo borbonico: un edificio che rispetta l’uomo, che rispetta gli infelici orfani dando loro spazio e verde nel quale istruirsi a spese dello stato. Basterebbe questo per comprendere l’altissimo livello di civiltà di quelle istituzioni: in Piemonte o in Lombardia, all’epoca facente parte dell’impero Asburgico, un orfano veniva internato in una sorta di lager, e nella civilissima Inghilterra, che tanto si preoccupava della situazione napoletana, bambini non ancora dodicenni venivano costretti a lavorare anche diciotto ore al giorno in condizioni disumane.

Ferdinando II volle anche fermarsi davanti all’obelisco che ricordava la battaglia vinta dal suo antenato Carlo III il 25 maggio 1734 e la conseguente creazione del Regno indipendente, obelisco che ancora oggi fa bella mostra di sé.

Il 26 maggio i sovrani raggiunsero Bari, dove si recarono a pregare nella Basilica di San Nicola, e dove visitarono il Real Liceo, fucina di tanti ingegni pugliesi.

Dopo una visita al santuario della Vergine del Pozzo, a Capurso, si imbarcarono su di una nave da guerra per raggiungere Brindisi, al fine di ammirare dal mare i grandiosi lavori di restauro del porto.

Il 29 e 30 li trascorsero a Lecce, dove il Re festeggiò l’onomastico, ed infine il 2 giugno lasciarono Brindisi imbarcandosi alla volta di Rovigno, città asburgica dove li aspettava per una breve visita l’Arciduca Carlo, padre della Regina.

In sedici giorni Ferdinando II poté toccare con mano quanto aveva fatto nei primi 17 anni di regno per la cara Puglia, alla quale era particolarmente legato. Basti ricordare che nella sua famiglia erano ben quattro i componenti che portavano titoli legati a città pugliesi. L’ultimo fu Pasquale, uno dei suoi tanti figli, che nel 1852 ebbe il titolo di Conte di Bari.

Bonifiche immense in Capitanata con la creazione di nuove cittadine, ponti e strade per centinaia di chilometri, i porti di Molfetta, Bari e Brindisi, 61 ospedali sparsi per tutta la regione, 39 tra conservatori ed orfanotrofi, 19 monti di pegno, 219 “monti di maritaggio”, sorta di piccole banche che consentivano di fornire le doti matrimoniali, e ben 82 monti frumentari. Questi ultimi erano anch’essi delle piccole banche, che prestavano a bassissimo interesse il denaro necessario per acquistare le sementi agli agricoltori meno abbienti.

Tutta la regione godeva di una prosperità non indifferente: teatri rinomati con cartelloni di primissimo livello erano dappertutto; il prezzo dell’olio e del grano di Puglia era quotato a Londra, e l’agricoltura era all’avanguardia.

Dopo l’Unità fu però privilegiata, naturalmente, l’area settentrionale, attraverso il drenaggio dei capitali e l’annullamento dell’industria in via di sviluppo, per giungere quindi, quando fu deciso di proteggere la nascente industria del nord, al boicottaggio da parte europea dei prodotti agricoli meridionali con la conseguente fine economica anche per la Puglia.

Non dovranno mai più diventare imprenditori, disse un banchiere genovese a Cavour quando preparò il piano per annientare l’economia meridionale.

In Puglia dopo molto tempo si è riusciti a creare una nuova classe imprenditoriale, ma il tempo felice dell’autonomia e dell’indipendenza non è più tornato: ma almeno siamo tutti italiani.

Da “Il SUD Quotidiano” del 13/12/97

di Roberto Maria Selvaggi

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