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La provvidenza divina di Vico come rifiuto della necessità fatale e del caso (II)

Posted by on Mar 21, 2021

La provvidenza divina di Vico come rifiuto della necessità fatale e del caso (II)

Per arrivare a comprendere che la certezza geometrica vale solo in sé stessa e non per l’applicazione della geometria alla fisica, ci voleva un pensatore libero da pregiudizi e flessibile. Lo possiamo constatare con alcuni esempi. Così nel campo della morale e della vita civile, Vico indica la prudenza, ma solo perché “i fatti umani sono dominati dall’occasione e dalla scelta, che sono incertissime”.

E ancora: “dato, dunque, che le azioni della vita pratica sono valutate in conformità ai momenti e alle contingenze delle cose, cioè alle cosiddette circostanze, di cui molte sono estranee e inutili, alcune spesso non conseguenti e talvolta anche avverse, al proprio fine, i fatti umani non possono misurarsi con il criterio di questa rettilinea e rigida regola mentale”. Occorre, perciò, secondo Vico, flessibilità.

Ad un certo punto, in due sole paginette, egli si scusa di non aver trattato della teologia cristiana, senza per altro neppure accennare alla divina provvidenza. Ciò conferma che egli riesce ancora a pensare liberamente perché dimentica la teologia, e può quindi ritenere la vita quotidiana di ciascun individuo dominata da circostanze contingenti, da nessuno volute, perciò casuali sia riguardo alle occasioni sia a riguardo delle scelte, incertissime. Da dove deriva, allora, la necessità?
Distinguendo la necessità della scienza da quella della prudenza civile, Vico scrive: “Quanto alla scienza essa differisce dalla prudenza civile in questo: eccellono nella scienza quelli che ricercano una causa sola da cui poter ricavare molteplici fenomeni della natura, mentre nella civile prudenza prevalgono quelli che cercano quante più cause di un sol fatto per congetturare quale sia la vera. Ciò perché alle più alte verità mira la scienza, alle più piccole la saggezza, onde si distinguono i tipi dello stolto, dell’astuto analfabeta, del dotto maldestro e dell’uomo savio”.

Per capire questa tipologia, prendiamo il tipo del dotto maldestro, figura che troviamo ancora oggi in qualsiasi organizzazione politica: i dotti avventati -dice Vico- “restano impigliati nelle contingenze della vita”, perché essi giudicano le “piccole verità”, quelle relative alle contingenze della vita, con il metro di misura delle grandi verità, quelle della scienza. In altre parole, il dotto maldestro applica ai casi singoli quella necessità che è applicabile solo ai complessi.
Vico non giunge fino alla consapevolezza di questo errore, perché non possiede lo strumento dialettico, ma, pur attribuendo la responsabilità alla stoltezza umana, giunge pur sempre a comprendere che non si può applicare il metodo della necessità scientifica là dove domina il capriccio e il caso. Infatti scrive: “Dunque, per quanto detto, procedono erroneamente coloro che adottano nella prassi della vita il metodo di giudicare proprio della scienza: infatti essi misurano i fatti secondo la retta ragione, mentre gli uomini, per essere in gran parte stolti, non si regolano secondo decisioni razionali, ma secondo il capriccio e il caso”.

Gli uomini saranno in gran parte stolti, ma Vico aveva già notato che nella prassi della vita, ossia nella vita pratica di ciascun individuo, dominano le occasioni e le scelte incertissime: quindi possiamo dedurne che egli avesse sufficientemente chiara la condizione casuale relativa ai singoli individui. Se, quindi, invece di stabilire questo fatto andando però contro corrente, contro il determinismo teologico prima ancora che scientifico, egli ha indicato la stoltezza umana come responsabile dei capricci e del caso, non dobbiamo stupirci troppo.

La motivazione è sempre la stessa: già Aristotele, come abbiamo visto, pose la questione del pensiero libero da ogni condizionamento, per trovare che un simile pensiero poteva appartenere solo a un dio: il pensiero umano deve essere molto più modesto per non offendere la suscettibilità del potere politico e religioso; e in questioni gnoseologiche, il potere che impone la sua legge è quello della teologia. Finché Vico l’ha evitato ha potuto ragionare liberamente, sia pure entro i limiti della sua epoca, ma quando l’ha tenuto presente, è sortita fuori la “Scienza nuova”, con l’esaltazione della provvidenza divina.

Ma poteva egli non tenere presente la teologia, quando dichiarò apertamente: “In tutta la mia vita un solo pensiero ha suscitato in me grandissimo timore: che fossi il solo a sapere; cosa che m’è sembrata pericolosissima, come quella che presenta l’alternativa d’essere o un dio o uno stolto.”? A nostro avviso, questa dichiarazione accorata di Vico può essere presa come peculiare nota dolente di una lunga serie di generazioni di studiosi, operanti in condizioni per nulla libere, costretti a valutare sempre i risultati dei propri studi non soltanto in base criteri scientifici, ma soprattutto in base a criteri teologici, oltre che etici e politici.

In una lettera, spedita all’abate Esperti di Roma, all’inizio del 1726, Vico giustifica lo scarso favore ottenuto dalla Scienza Nuova, con argomenti che costituiscono il principale, se non unico, leit motiv di tutta la sua opera della maturità: la necessità della provvidenza divina per “regolare” il “caso” di Epicuro, e “schivare, ed ove non possa, almeno di temprar” la “necessità” di Cartesio.

La stessa esigenza egli pone, spiegando la pittura proposta al frontespizio del libro, nell’ultima edizione, quella del 1744, anche se al posto della necessità di Cartesio considera il fato di Zenone: “Il raggio della divina provvedenza, ch’alluma un gioiello convesso di che adorna il petto la metafisica, dinota il cuor terso e puro che qui la metafisica dev’avere, non lordo né sporcato da superbia di spirito o da viltà di corporali piaceri; col primo dei quali Zenone diede il fato, col secondo Epicuro diede il caso, ed entrambi perciò negarono la provvidenza divina”.

La Scienza Nuova che cosa rappresenta, per il suo autore? La metafisica “che al lume della provvidenza divina meditando la comune natura delle nazioni, avendo scoverte tali origini delle divine ed umane cose tralle nazioni gentili, ne stabilisce una sistema del diritto delle genti, che procede con somma egualità e costanza per le tre età che gli egizi ci lasciaron detto aver camminato per tutto il tempo del mondo corso loro dinanzi, cioé: “l’età degli dèi, l’età degli eroi, l’età degli uomini”.

La triade suddetta rappresenta la prima di una lunga serie di triadi utilizzate per reinterpretare un vasto materiale mitologico. Ma la triade principale che fa da filo conduttore è quella che riguarda il caso, la necessità e la provvidenza. Un solo esempio di applicazione è sufficiente a mostrare il metodo di Vico: prendendo in considerazione il censo introdotto dagli antichi romani, così egli lo spiega: “nacquero le popolari repubbliche: nelle quali, poiché si aveva a ridurre tutto o a sorte o a bilancio, poiché il caso o il fato non vi regnasse, la provvedenza ordinò che ‘l censo vi fusse la regola degli onori”.

La provvidenza, per Vico, rappresenta dunque la regola necessaria in opposizione allo sregolato caso e alla cieca necessità fatale. Così egli crede di aver “confutato Epicuro, che dà il caso, e i di lui seguaci Obbes e Macchiavello,” e crede anche di aver “confutato Zenone, e con lui Spinoza, che dànno il fato”.

Per concludere, bisogna rendere onore al merito di Vico per aver avuto la capacità di individuare il vero nodo da sciogliere della teoria della conoscenza, rifiutando di cadere in uno dei due lati della opposizione metafisica tra il caso assoluto di Epicuro e la necessità assoluta sia nella forma del fato di Zenone, sia nella forma della determinazione geometrica di Cartesio. Detto questo, possiamo aggiungere che, non potendo risolvere dialetticamente il rapporto caso-necessità, Vico ha pensato di poter regolare il primo e schivare o almeno temperare la seconda, grazie alla divina provvidenza.

Poiché egli aveva ben compreso che il caso riguarda la contingenza della vita quotidiana, possiamo dire che, per lui, la provvidenza non prende il posto che spetta al caso, nel senso dell’aforisma di Chamfort; ma, riguardando i complessi della storia, le nazioni, i popoli, ecc., essa deve rappresentare la regola necessaria che guida la storia dell’uomo, sottraendola alla cieca necessità fatale.

L’esigenza posta da Vico era giusta, non però la soluzione: la soluzione non può essere un ritorno indietro alla divina provvidenza, ma non può essere neppure quella di temperare la necessità fatale, come cercarono di fare i Leibniz, ecc., o di regolare il caso, come cercano di fare ancora oggi i vari Reeves, Monod, Dawkins, ecc.

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