Alta Terra di Lavoro

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Lagarde & IKEA, la faccia dell’Europa da ripensare

Posted by on Mar 15, 2020

Lagarde & IKEA, la faccia dell’Europa da ripensare

Le dichiarazioni della nuova numero uno della Banca Centrale Europea, la parigina Christine Lagarde, sono state certamente un pessimo debutto: una gaffe con danni economici rilevanti su tutte le Borse. Non siamo qui a giudicare le intenzioni, ma le parole della Lagarde avevano tutta l’aria di voler precisare di essere altra cosa rispetto a Mario Draghi.

Così, in una sala stampa sospesa e surreale, pochi giornalisti e tanta spocchia, va in scena l’epilogo di un insano confronto dove il Consiglio dei governatori delle Banche celebra l’ennesimo scontro fra interventisti e prudenti: da una parte i Paesi del Sud, dall’altra quelli del Nord Europa, con in prima fila la Bundesbank.
Le dichiarazioni ed i correttivi di stamane appaiono come la classica “pezza a colore”, figlia dell’ossessione giacobina per le regole, il politicamente corretto ed il moloch dello spread.
Le reazioni delle Borse le vedremo nei prossimi giorni; il dato identitario, invece, rimarca un solco incolmabile tra l’apertura dei Sud e la chiusura spesso ai limiti dell’ottusità e dell’ipocrisia di quel Nord che, coi suoi paraocchi e tanta puzza sotto il naso, dimostra di non volere un’integrazione dei Paesi nel segno del rispetto, ma una subalternità da sudditi, francamente inaccettabile. Tanto più per noi del Sud-Italia, già impegnati a liberarci dalla colonizzazione impostaci da una unificazione forzata e conculcata.

Per completamento dello scontro mentale tra Nord e Sud Europa, ma anche per sorridere un po’ in queste ore da “casalinghi forzati”, vi racconto questa vicenda personale, scusandomi per l’eccezionale autoreferenzialità, che però può essere utile a farci riflettere su certi processi mentali nordici.
Con tutto il rispetto, sia chiaro, però…
con qualche malattia!

La sedia della mia scrivania in ufficio, da tempo ammalata, ha deciso di lasciarmi proprio nei giorni del Coronavirus. Prima di proseguire, voglio precisare che compro prevalentemente prodotti provenienti e/o realizzati nei territori compresi tra le regioni dell’Abruzzo e della Sicilia (chi vuole capire, capisca…). Ma le nostre imprese non possono pretendere che stiamo ad aspettare sempre i loro tempi tecnici e pagare prezzi fuori mercato per amore della causa: ragazzi, diamoci una mossa e rischiamo un po’, altrimenti che imprese siamo?!

Costretto da tempi stringenti, ho deciso così di fare un salto da IKEA, la più nordica delle imprese, per risolvere in fretta l’emergenza.
Dunque, arrivo nel piazzale semivuoto e parcheggio con facilità. Entro, salgo al primo piano e mi dirigo verso il settore dell’arredamento uffici. Ma la mia proverbiale abilità nello sbagliare le strade non viene meno neanche stavolta, e così mi ritrovo ad attraversare la soglia del reparto progettazione, venendo immediatamente stoppato dalla gentile impiegata che, cercando di essere garbata, mi intima di aspettare oltre la linea gialla in quanto il limite di quattro persone in quell’area verrebbe superato.

Mi scuso, spiego che – in realtà – non stavo cercando neanche quel reparto lì, e proseguo nella direzione cortesemente indicatami, trovando finalmente le poltroncine candidate all’acquisto; fotografo il cartellino con le indicazioni degli scaffali dove trovarle e mi dirigo verso di loro.  Però, amara sorpresa, il prodotto non è disponibile in quel posto ma in un altro che non trovo. Ma ecco due magazzinieri: “Posso chiedere a voi?” – esordisco.
“Si, ma cortesemente dobbiamo restare a due metri minimo di distanza…” – risponde il più giovane, spiegandomi che lo scaffale in questione si trova dall’altra parte del capannone. Lo ringrazio e parto verso la nuova destinazione, ma anche qui il prodotto è esaurito. Vedo dall’altra parte della scaffalatura (saranno una trentina di metri) un altro fattorino e faccio per chiedere informazioni, ma vengo subito stoppato:

“Si, ma dobbiamo rimanere a distanza!” – mi redarguisce tosto.
“Veramente stiamo ad una trentina di metri – rispondo – dovrebbero essere sufficienti, altrimenti le devo mandare un messaggio…”.

Ricevo le nuove indicazioni e mi dirigo davanti alle casse, dove nel reparto delle “attività” dovrei finalmente terminare la lunga caccia. Nel percorso lungo le casse non posso fare a meno di notare con quanta cura e quante precauzioni, norme ed attenzioni l’azienda del profondissimo Nord Europa ha cercato di difendere la clientela (e sé stessa) dal contagio possibile per il virus proveniente dalla Cina.

Ma ecco, in lontananza, una pila di imballaggi con dentro le agognate poltrone: finalmente! Mi dirigo con passo deciso, fermo il carrello e guardo il prodotto, confrontandolo con la mia foto. È lei!
Mi chino sulle confezioni, prendo la prima e confronto le informazioni: il nome, è lui; l’articolo, pure; il colore: nero…ok, tuttapposto! Ma in alto, sopra il codice a barre, scritto a carattere più piccolo di un virus, leggo: “Made in China”.
“Ma va’ fa’ ‘ncul…!”

Ora, detto che questo tipo di prodotti non sono veicolo di contagio, è innegabile che, dopo tante precauzioni e norme ferree, a trovarsi davanti questa scritta perlomeno un sorriso amaro ci scappa.
Allora, nel rispetto delle identità, hejdå och ses snart (arrivederci e alla prossima in lingua svedese).
Ah, dimenticavo un saluto nella nostra lingua:
och säg hej till din syster (salutame a soreta)

Gino Giammarino

fonte https://ilbrigantesite.wordpress.com/2020/03/13/lagarde-ikea-la-faccia-delleuropa-da-ripensare/?fbclid=IwAR2bT-hR_CXxcHLXyvPWjj2lBOzdmgVAwea68Jv1M6vZSLVF9XiAobmwRHM

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