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L’ARMAMENTO DEL REAL ESERCITO DELLE DUE SICILIE

Posted by on Feb 25, 2024

L’ARMAMENTO DEL REAL ESERCITO DELLE DUE SICILIE

Come era armato il Real Esercito delle Due Sicilie nel 1860? Era all’altezza delle unità garibaldine e dell’esercito piemontese?

Le armi portatili dell’Esercito Borbonico erano in fase di rinnovamento. I vetusti e superati fucili ad anima liscia erano sostituiti gradatamente, a secondo delle disponibilità finanziarie, da nuovi fucili rigati, più potenti, più precisi e con un tiro utile pari al doppio dei vecchi.

Uno studio approfondito sull’esercito borbonico è quello dei ricercatori Boeri Giancarlo, Crociani Piero e Fiorentino Massimo, L’Esercito Borbonico dal 1830 al 1861, edito dall’Ufficio Storico dello SME nel 1998. Essi si servirono della consulenza di Silvio Cimmino.

L’amministrazione militare napolitana optò nel 1843 al sistema di accensione a capsule fulminanti con la modifica dei fucili a pietra focaia da 38 e 40 pollici dotati di piastra con molla avanti e con la costruzione di nuovi fucili con piastra a molla indietro ispirati al modello francese 1842. Le nuove armi furono assegnate ai corpi scelti. Nella campagna del 1849 contro la Repubblica Romana i Cacciatori erano armati con i nuovi fucili a percussione da 38 pollici e con carabine rigate da 32 pollici.

Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con Francia e Inghilterra del 1856 e il peggioramento della situazione internazionale per il Regno delle Due Sicilie, fu accelerato il programma d’armamento dell’esercito per l’introduzione di armi a canna rigata. Con Reale Ordine n° 100 del 9 aprile 1856 si decise di armare ciascuna compagnia cacciatori con carabine da 32 pollici mod. 1850 belghe. I primi reparti a beneficiare dell’ammodernamento furono i reggimenti svizzeri (sostituiti nel 1859 da quelli detti esteri), ricevendo in dotazione la carabina rigata svizzera modello 1851 e il fucile modello Mongiana da 38 pollici con canna rigata calibro 17,5 e tiro utile di 700 metri. Anche i battaglioni cacciatori e il btg Tiragliatori della Guardia Reale furono privilegiati nel ricevere le nuove armi. L’ultimo battaglione cacciatori a sostituire i fucili ad anima liscia con le nuove carabine rigate fu il 16° all’inizio del 1860. Nella primavera del 1860, quindi, tutti i battaglioni cacciatori ed esteri avevano in dotazione la carabina belga modello 1850 da 32 pollici (o quella svizzera), con canna rigata calibro 17,1, tiro utile di 1000 metri, che utilizzava le micidiali palle cilindrico-ogivali ad espansione. In alternativa utilizzavano il fucile rigato da 38 pollici calibro 17,5 modello Mongiana.

I reggimenti di fanteria di linea iniziarono la campagna del 1860 quando erano ancora in fase di sostituzione delle vecchie armi. Essi avevano in dotazione il fucile a percussione da 38 o 40 pollici con canna ad anima liscia calibro 17,5. Le forniture dei moderni fucili procedettero più a rilento, ma furono intensificate dopo lo sbarco dei Mille, dando priorità ai reparti dislocati in Sicilia. Questi ricevettero il fucile modello Mongiana da 40 pollici, con canna rigata cal. 17,5. Stesso discorso per il rgt Carabinieri a piedi ed i rgt Granatieri della Guardia Reale.

L’artiglieria, il genio, la gendarmeria e la cavalleria erano in coda nell’ammodernamento delle armi portatili. I primi tre corpi utilizzavano il moschetto da 28 pollici a percussione, con canna ad anima liscia calibro 17,1. Nella primavera del 1860 solo l’artiglieria aveva appena iniziato a ricevere il moschetto da 28 pollici rigato. Tutti i corpi di cavalleria avevano in dotazione un’arma corta più leggera, il moschettone da 22 pollici, con canna ad anima liscia calibro 17,1. Costituiva eccezione il rgt cacciatori a cavallo che, essendo stato costituito anche per il combattimento a piedi contro la fanteria, utilizzava un fucile lungo, quello da 38 pollici con canna ad anima liscia calibro 17,5.

Riguardo ad obici e cannoni, l’artiglieria napoletana era rimasta molto indietro, utilizzando ancora pezzi ad anima liscia nella campagna del 1860-61, quando già l’esercito piemontese aveva in dotazione modernissimi pezzi rigati. Questa circostanza avrà peso determinante negli assedi di Messina, Capua, Civitella del Tronto e Gaeta, dove gli assedianti potranno colpire i difensori senza essere colpiti. Nella primavera del 1860 solo la batteria da quattro leggiera del Corpo Estero aveva in dotazione otto pezzi rigati.

Nel primo scontro della campagna meridionale del 1860-61 le due compagini avevano in dotazione sia fucili ad anima liscia sia rigati. A Calatafimi la brigata Landi era costituita dall’8° battaglione cacciatori armato con carabine rigate, dal 2° battaglione del reggimento carabinieri e dal 2° battaglione del reggimento di linea «Abruzzo» armati entrambi con fucili ad anima liscia, da uno squadrone di cacciatori a cavallo e da due sezioni della batteria n° 14.

Di fronte, i «Cacciatori delle Alpi» di Garibaldi armati con fucili ad anima liscia Brown Bess forniti dall’esercito inglese al governo sardo nel 1815 e successivamente trasformati a capsula da pietra focaia. Tra i Mille, i soli armati di moderne carabine rigate svizzere mod. 1851 erano i 37 carabinieri genovesi e le 18 guide. Molti ufficiali avevano dei revolver. I due battelli a vapore dei Mille si sarebbero dovute incontrare al largo di monte Portofino con due barche cariche di moderne carabine, di 230 fucili, le capsule e le munizioni, ma l’incontro non avvenne, così Garibaldi fece effettuare uno scalo a Talamone e uno a Orbetello, dove ottenne dai comandanti delle due fortezze munizioni, qualche vecchio fucile e due antichi pezzi d’artiglieria. Sono tanti i memorialisti garibaldini che narrano del mancato incontro con le due barche con armi e munizioni: l’ufficiale Giuseppe Bandi, ordinanza di Garibaldi, Giuseppe Cesare Abba, Augusto Elia e lo stesso Giuseppe Garibaldi .

Quindi, sul campo di battaglia di Pianto Romano le circa 900 carabine rigate delle sei compagnie di cacciatori aveva certamente una superiorità di fuoco rispetto ai garibaldini, anche se le altre quattro compagnie, formate da fanti del 10° reggimento e da carabinieri, avevano fucili ad anima liscia.

Riguardo al fatto che i cacciatori napolitani erano armati con carabine rigate, lo scrisse lo stesso Abba: «La loro carabina, pei tempi d’allora, era perfettissima, e la daga baionetta faceva pensare a quelle terribili degli zuavi […] Le ferite erano orribili, lacerate, larghe, massime quelle fatte dalle palle ogivali cave dei Cacciatori».

Sull’inefficienza dei fucili dei Mille, scrissero sia Giuseppe Bandi sia Giuseppe Cesare Abba:

«Procedendo innanzi, vidi un cacciatore, più indietro degli altri, che mi precedeva forse di centocinquanta passi. Volli bollarlo sulla schiena, ma lo schioppo mi fece cilecca. Cambiai il cappellotto, e giù da capo; ma da capo cecca!…».

«Quelle armi erano vecchi fucili di avanti il ’48, trasformati da pietra focaia a percussione, lunghi, pesanti, rugginosi, tetri».

Con la spedizione Fardella-Agnetta sbarcata a Marsala il 28 maggio (3.000 fucili) e con quella Medici (8.000 fucili) giunta a Palermo il 6 giugno, gli uomini di Garibaldi ricevettero armi moderne come fucili inglesi Enfield mod. 1853, revolver e carabine Colt e fucili francesi, con una capacità di fuoco, dunque, non inferiore a quella delle truppe napolitane.

Domenico Anfora

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