Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

L’ASSASSINO DI PIETRARSA

Posted by on Mag 1, 2020

L’ASSASSINO DI PIETRARSA

Questo è il responsabile della FUCILAZIONE dei Nostri operai Napoletani a Pietrarsa, un altro dei nostri aguzzini e traditori.

Nel 2020 ha ancora la sua bella piazza e questa statuetta che ne evidenzia le fattezze rozze e grossolane piazzata come insulto davanti alla VILLA REALE
alla Riviera di Chiaja , un pò come quando, nella Unione Sovietica, piazzavano statue dell’altrettanto rozzo Stalin e dei suoi “compagni” davanti a simboli dello Zar.

Volete sapere come si chiama ?

Ma prima dobbiamo raccontarvi cosa ebbe sulla coscienza questo IGNOBILE personaggio napoletano con tutte le lettere minuscole.

Dopo il COLPO di STATO massonico del 1860, gli invasori al soldo della MASSONERIA, provvidero al sistematico smantellamento dei Nostri centri produttivi.

La più grande industria metal-meccanica del tempo, il Real Opificio di Pietrarsa voluto da Ferdinando II nel 1840, divenne subito l’obiettivo principale della speculazione finanziaria e della politica economica di torino al fine di fiaccarla progressivamente in concomitanza dello sviluppo assistito dell’Ansaldo di Genova, nemmeno un quinto, in quantità e qualità, della fabbrica napoletana.

Un pò come è accaduto a danno della I.R.I. ed della S.M.E. oggi…prima riempite di debiti e poi svendute a vantaggio di francesi ed europa…

I 1050 dipendenti del 1860, ben pagati in grana (centesimo in ARGENTO del Ducato) e con sole 8 ore lavorative (traguardo raggiunto dall’ottima politica salariale borbonica all’avanguardia nel mondo) videro man mano scendere il loro numero e la loro retribuzione e salire il loro impegno lavorativo.

Si cominciò con i capireparto mandati, con alcuni macchinari modernissimi, a nord a insegnare il mestiere agli arretrati operai liguri; si proseguì con le maestranze assottigliate continuamente per supposta esuberanza, con il pretesto di rendimenti insoddisfacenti o atti di indisciplina.

A tal proposito i vigilanti (gli unici ben pagati che più tardi i nazisti chiameranno kapò) divennero lo strumento per gli affaristi che si succedettero nella direzione dell’azienda per sfoltire l’organico.

Per la dichiarata maggior efficienza del servizio, oltre a imporre l’estaglio (cottimo), si elevarono pian piano le ore di lavoro.

Parallelamente si applicarono delle vere gabbie salariali, relegando gli operai di Pietrarsa in quelle più misere per mera scelta geo-politica.

Nonostante il regime di rigoroso controllo e repressione interna, in quell’agosto del 1863 la pazienza dei lavoratori tracimò.

Il nuovo padrone, il losco affarista milanese jacopo bozza, aveva a luglio abbassato le paghe a soli 30 grana (ormai di carta e buoni per comprare appena due pezzi di pane…) e portato l’orario a ben 11 ore lavorative.

Le maestranze per lo meno volevano fare un passetto indietro (35 gr. e 10 h come prima di luglio) per non sprofondare nella miseria; decisero allora di protestare tutti insieme.

Forse addirittura istigato dai sorveglianti (per stroncare per sempre ogni possibile solidarietà e unità nella resistenza operaia), il capo operai Giuseppe Aglione, nella mattinata del 6 agosto 1863 suonò a martello la campana dello stabilimento, segnale convenuto per indire il primo sciopero del neonato stato Italico.

I documenti aziendali parlano di
668 presenti
nella “Situazione della forza prima dell’ammutinamento”.
Tutti si ammassarono nel grande piazzale d’ingresso per discutere il da farsi a tutela della dignità del proprio lavoro.

Seguendo probabilmente un perfido piano, il bozza e il segretario zimmermann attraversarono il cortile senza farsi notare ed essere molestati dagli operai e si diressero nella vicina Portici per far intervenire le autorità di polizia.

Ingigantendo ad arte il problema, bozza riferì di violenze e sedizione all’interno della fabbrica.

Ed ecco il “nostro” aguzzino, il questore Nicola Amore e il magg. Martinelli del 33° btg di bersaglieri di stanza a Portici concertarono l’intervento immediato, armato e in forze a Pietrarsa.

Con la logica coniugata con i documenti possiamo così ricostruire quella tragica giornata.

A Pietrarsa c’erano oltre seicento operai minacciosi (che teoricamente avrebbero potuto reperire agevolmente armi per lo meno improprie, di una certa importanza nelle officine) e quindi non si può credere alle cronache di parte che parlano di una mezza compagnia che parte per la repressione.

Le medesime fonti affiancano poi carabinieri e guardie nazionali della delegazione di polizia. Sono sempre mezza compagnia? E con quale coraggio forze dieci volte inferiori si sarebbero dirette baldanzosamente per l’operazione annunciata assai pericolosa? Se poi si considera che il 33° era stato per parecchio tempo a Candela in Lucania si deduce che lì era stato a combattere contro i “briganti” che allora imperversavano in tutto l’ex stato duosiciliano. Erano quindi bersaglieri esperti e cauti e con provata dimestichezza nell’uso spietato delle armi, valutando debitamente le infinite risorse degli indomiti abitanti della “bassa Italia”, come dicevano tra loro.

Il quadro è abbastanza chiaro: da un lato la massa operaia fiera ma pacifica che voleva trovare solo il modo di intavolare una trattativa con bozza non presagendo minimamente il rischio che stava correndo, salda nell’imponenza del numero e nella tradizione civilissima del mondo in cui erano entrati; dall’altro quasi altrettanti uomini armati fino ai denti, in maggioranza veterani di stragi e carneficine anche verso innocenti.

La predisposizione dei primi viene ribadita all’arrivo della truppa: è aperto pacificamente senza alcuna esitazione o timore il grande cancello d’ingresso per consentirne l’accesso.

La premeditazione dei secondi parimenti si conferma perché, senza essere stati attaccati, senza aver scorto atti di violenza, senza alcuna minaccia reale, i militi formarono due file, la prima in ginocchio, e presero la mira sparando ad altezza d’uomo e senza alcuna remora sul mucchio inerme di lavoratori.

Morti e feriti già si contavano nel fuggi fuggi generale.
Sarebbe bastato questo per coprire d’ignominia i “fratelli” ditalia.

Ma ci fu ben di più e di peggio.

Con le baionette innestate i bersaglieri, le spade sguainate gli ufficiali e le daghe tese carabinieri e sbirri, tutti andarono alla carica inseguendo i poveri operai in ripiegamento.

Alcuni malcapitati si nascosero nei servizi della grande fabbrica, altri si gettarono a nuoto nel vicino mare sotto le fucilate degli assalitori.

Anche un ragazzino di 12 anni, forse li per fare compagnia al padre, fu centrato da una fucilata mentre cercava di salvarsi in mare.

Furono sufficienti pochi, terribili minuti per coprire di sangue l’opificio di Pietrarsa.

Poi i soccorsi ai feriti (solo operai e guarda caso nemmeno un milite lo fu!), trasportati con i tram a cavalli verso Napoli anche mediante l’ausilio dei familiari accorsi dal terribile allarme che era subito circolato tra Portici, San Giorgio a Cremano, Barra, San Giovanni a Teduccio. Andarono presso dispensari di chirurghi a Montecalvario o al Pendino e poi, i più gravi all’Ospedale dei Pellegrini. I più però tornarono alle loro case per un’assistenza più amorevole e discreta vista la completa sfiducia della popolazione nelle istituzioni comandate dai conquistatori settentrionali.

Gli inquirenti giunsero di sera sul posto e dichiararono di non aver trovato alcun oggetto (nemmeno una pietra) che potesse essere usato come arma contro i militari.

Dietro la Chiesa solo delle scritte anonime, tracciate con il carbone, contro gli invasori savoia e a favore del loro Legittimo Stato Borbonico.

Tanto che tutti gli operai illesi, trattenuti con la forza dai bersaglieri, furono rilasciati a piede libero.

Le fonti ufficiali, che minimizzeranno ovviamente il fattaccio, parlarono di 4 morti e una ventina di feriti. Fatto è che il 13, quando riaprì lo stabilimento, mancavano all’appello (su comunicazione dell’azienda) ben

216 operai.

Tutti spaventati e disposti e perdere il posto di lavoro in quella profonda crisi economica che li affliggeva?

O tanti più feriti e tanti più morti, accuratamente omessi negli elenchi per alleviare le responsabilità colpose e dolose di direzione e autorità?

La difficile ricerca negli archivi sta già allargando consistentemente il numero delle vittime di quel 6 agosto, ma non si potrà mai arrivare alla completa verità.

Assodato invece, è la carriera, da ministro a sindaco, che fece il capo del massacro, Nicola Amore qui, nella immagine, in una sua statuetta piazzata al posto delle garitte Borboniche del Vanvitelli, all’ingresso della VILLA REALE demolite per dare “spazio” ai suoi tratti rozzi e grossolani;

…scontata l’assoluzione per gli ufficiali che guidarono l’eccidio sebbene denunciati per evidenti eccessi.

Quello che è inconfutabile è che a Pietrarsa, in quell’afoso giovedì d’estate del 1863, le autorità sabaude, i collaborazionisti locali e il corpo dei bersaglieri si macchiarono di un’altra infamia diventando criminali dinanzi al tribunale della storia che Noi, posteri di quei martiri , stiamo erigendo per loro.
S. Giorgio a Cremano

_____ NOTA BENE

Tutte le statue degli aguzzini venuti da fuori e dei TRADITORI locali di Noi tutti, saranno sempre a testa in giù come le loro anime dannate dal giorno in cui decisero di abbracciare il demonio MASSONICO e senza Dio.

Segnalato da Aniello Sicignano

di seguito minuto di raccogliemento chiesto da Claudio Saltarelli a P.zza Nicola Amore a Roccamonfina dove è nato in data 6 agosto

1 Comment

  1. ..a testa in giu’!!! mi raccomando, ricordatevelo! è un’idea giusta!… tenete fede a questa promessa, cosicché sempre chi vede se ne faccia una ragione… per non dimenticare! caterina OSSI

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