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L’autonomismo anarco-legittimista nelle memorie del duca di Pescolanciano

Posted by on Ago 24, 2022

L’autonomismo anarco-legittimista nelle memorie del duca di Pescolanciano

Con le precedenti esposizioni di alcuni diari del duca d’Alessandro si è approfondita la ricerca, ancora in corso con il dr. Fulvio Izzo, sul probabile collegamento tra le “fronde” legittimiste, legate alla decaduta monarchia borbonica, ed i nascenti movimenti anarco-socialisti, in lotta per la rivoluzione popolare e contro la instaurata monarchia italiana.

E’ nostra intenzione accennare ad alcuni documenti dell’archivio ducale, senza anticipare gli inediti risultati del citato studio, comprovante le collegate trame espletate da due opposti schieramenti politici, accomunati però da un medesimo obiettivo di destabilizzare il trono sabaudo.

L’epoca dei fatti è quella post-unitaria di fine XIX secolo, allorquando il brigantaggio partigiano, fedele al giglio borbonico,era stato quasi debellato dalla massiccia repressione militare e Roma si accingeva a diventare la capitale del Regno d’Italia. La generazione dei nostalgici dell’ex regno Due Sicilie, nata o cresciuta nella prima metà dell’ottocento, era formata dai fedelissimi di casa Borbone o dai delusi della regnanza dei Savoia. Professori, medici, ex militari impiegati, esponenti della piccola e alta borghesia, nonché numerosi aristocratici, nella più completa clandestinità (causa le repressive leggi contro qualsiasi forza destabilizzante, dalle leggi del 29/10/1860 del ministro di Polizia Raffaele Conforti e suoi poteri straordinari contro coloro che turbavano la “pubblica tranquillità” perché “traditori della Patria” fino alla legge Pica contro il brigantaggio e successive) continuarono a sviluppare iniziative politiche di contestazione e delegittimazione dell’impresa unitaria, rea di aver trasformato le province del Sud in una sorta di colonia del regno di Sardegna e generato la triste “questione meridionale”, la cui tesi relativa all’esistenza di due Italie considerava il Nord motore trainante dello sviluppo economico nazionale, in quanto sfruttatore delle risorse produttive e sociali del Sud. Nei settanta anni successivi alla caduta della roccaforte di Gaeta, tali esponenti legittimisti fondarono associazioni, circoli, comitati con propria attività politica di propaganda e proselitismo, utilizzando i mezzi di comunicazione di allora (giornali, manifesti, volantini, lettere). Le forze di governo additarono, cosi, nel “partito borbonico” quel raggruppamento di intellettuali, legati ai rispettivi sovrani spodestati, S.M Francesco II (fino al 1894 data del decesso) con l’eroica consorte Maria Sofia e successivamente S.A. D.Alfonso conte di Caserta. Questi borbonici post-unitari, schierati contro l’occupazione dello Stato Pontificio e fedeli alla Santa Sede, auspicarono, fino all’epoca dell’esilio romano degli ex Reali, il raggiungimento di un accordo diplomatico, grazie all’interessamento delle più importanti nazioni cattoliche (Austria, Russia), finalizzato a ristabilire un governo autonomo ed indipendente con propria capitale nelle province meridionali. La “Nazione Italiana” avrebbe dovuto nascere, come da proclama di re Francesco II del 15 luglio 1860, con accordi tra le corone senza far uso delle armi o sollevazioni popolari fratricide, alla stregua di una sorta di “Alleanza Italiana” delle esistenti monarchie sul territorio italico (Savoia/Asburgo nel centro Nord, Papa al centro, Borboni nel Sud). La breccia di porta Pia, con la presa militare di Roma ad opera dell’esercito piemontese, tradì quest’ultima speranza sia tra i fedeli legittimisti nonché anche tra gli illusi dell’Italia sabauda (da annoverare molti filo-garibaldini, repubblicani e rivoluzionari del partito d’azione). La contro-rivoluzione, a detta dei borbonici, sul piano ideologico doveva essere perseguita in nome dell’autonomismo ed indipendenza, mentre sul piano d’azione -visti i fallimenti diplomatici- si perpetuò ancora l’uso opportuno delle armi, continuando con le imprese di guerriglia “brigantesca” dei partigiani fedeli al giglio delle Due Sicilie. L’ideale di autonomia (etichettato da taluni pensatori dell’epoca come “regionalismo sanfedista”), tra l’altro, si confaceva con il modello federalista dei repubblicani filo-Cattaneo (quale aggregazione degli Stati preunitari nella Repubblica Italiana con conservazione delle reciproche autonomie governative) o con quello sociofederale dei radicali ispirati al Proudhon, Pisacane e Bakunin (organizzazione “Libertà e Giustizia napoletana”, 1867).Borbonici, repubblicani, socialisti rivoluzionari si trovarono in più occasioni a condividere la lotta di piazza in diversi episodi d’insorgenza contro il governo reale accentratore ed assolutista. Già gli scioperi degli operai del 1861 presso l’Arsenale in Napoli, nonché quello del 1863 presso l’opificio di Pietrarsa preannunciarono l’inizio di una nuova strategia di protesta facente leva sulla neocostituita “questione sociale”, condivisa da taluni esponenti del comitato romano borbonico che con apposita commissione (Centrale di notabili siciliani) si preparò a partecipare al tumulto popolare in Sicilia sostenuto dalla sinistra radicale. Tra i nomi illustri coinvolti in questo piano d’insorgenza il principe di Scaletta, l’ambasciatore spagnolo Bermudez de Castro,lo stesso Pietro Ulloa. Del resto ripartire dalla Sicilia per poi portare l’insorgenza popolare, alla stessa stregua dell’impresa garibaldina, in tutte le province meridionali era anche questione di principio storico-demagogico (lo Chateaubriand, sosteneva che la storia fosse una ripetizione di stessi fatti relativi a uomini e tempi diversi). Dal quartiere generale del palazzo Farnese, residenza della corte borbonica, si tramò questo modello di reazione, seppur anche nella stessa Napoli, dal 1864 si cominciò a disquisire su tali interventi di organizzazione dei focolai di rivolta negli stessi saloni del circolo Whist, appena inaugurato nel palazzo Vicereale di piazza S.Ferdinando. Tra l’elenco dei soci e dei presidenti del circolo compariranno anche personaggi aristocratici, coinvolti negli stessi episodi d’insorgenza in questione, costantemente controllati dagli uomini della prefettura locale. Presso tali sedi, tra l’altro, è documentata l’esistenza di liste di sospettati, così come il costante monitoraggio di confraternite (come quella dei Bianchi dello Spirito Santo) o associazioni e clubs i cui iscritti spesso furono sottoposti ad arresti in modo indiscriminato, senza alcuna prova concreta (come nel caso dell’arresto del conte de Christen). Questo clima da “stato di Polizia” permase nel napoletano nei confronti dei “codini sanfedisti” fino allo scoppio della prima guerra mondiale, epoca che in parte segnò la chiusura di tali ritrovi (il Whist fu chiuso nel 1919, così come l’altro circolo “L’Unione del Mezzogiorno” in palazzo Cavalcanti di via Toledo).
Nel periodo 1864-1866 furono organizzati taluni tentativi di rivolta in Sicilia con l’ausilio dei comitati borbonici, presenti anche a Marsiglia ed Inghilterra, aventi funzione di procurare adeguate partite d’armi per le insorgenze. A tal proposito si è rinvenuto nell’archivio ducale d’Alessandro copia della corrispondenza inviata dal duca di Pescolanciano al barone Enrico Pisani Ciancio, messosi a capo della congiura catanese del 1865, in cui si riporta quanto segue:

“V.Eccell.za, l’augurata salute mi porta a dimandar di Lei e suoi familiari. La lieta notizia che accora gli animi di tutti Noi è che il tempo delle palombe bianche è giunto. Nella terra di Catania preparateci la Caccia per lo prossimo mese. Il comitato dei cacciatori si troverà a Napoli con buone carabine e munizioni…..”.

Un finanziamento probabile della congiura doveva giungere dalla stessa Spagna se si legge il seguito della lettera.

“Egr.
Vs.Eccellenza, dalla Ispagna ricevo dall’amico socio Don Bermudez quote di vostra spettanza per li consueti serviti di ospitalità in terra di Sicilia. Rimetto il denaro per lo tramite dello medesimo Don Errico. Suo Devoto”.

Su questi fatti l’allora ministro dell’Interno accusò sia la sinistra, gli anarchici, i briganti che i mazziniani ed i borbonici di aver cospirato contro il regno d’Italia. Il “terrorismo sovversivo” delle “bombe Orsini”, dei “circoli Barsanti”, dei “comitati borbonici” o degli “Internazionalisti” fu perseguito con severe misure legislative anche dai ministri Nicotera e Crispi della sinistra conservatrice, legati idealmente alla non meno pacifica impresa garibaldina. I moti insurrezionali, comunque, non furono debellati nel regno. Seguì, difatti, la rivolta del settembre 1866 in Palermo contro la tassa sul macinato, che vide una sentita partecipazione di quasi quaranta mila persone. Le violenze contro le sedi istituzionali del Regno furono sedate nel sangue (257 morti) con l’intervento dell’esercito. Una simile protesta delle popolazioni meridionali, non nuovo al neo-costituito stato italiano, fu “cavalcata” con impeto dalle frange politiche più estreme, mentre in Parlamento si disquisì del problema con leggerezza e senza un accurato e risolutivo programma d’intervento. Fu esemplare in quegli anni soltanto la presa di posizione del senatore Proto duca di Maddaloni, in quanto denunciò pubblicamente la situazione di malessere e le misure repressive sanguinarie delle amministrazioni governative piemontesi all’indomani dell’unificazione. La sua indignazione verso tali episodi di malgoverno fu pubblicata nello scritto dal titolo “Mozione d’inchiesta”, cui fecero seguito le dimissioni da parlamentare italiano. Di contro, il gruppo degli onorevoli meridionali, la cosiddetta “consorteria napoletana”, si interessò a simili questioni -come testimoniò il Petruccelli della Gattina nella sua opera “I moribondi di Palazzo Carignano” edita nel 1862 – al pari di “un’associazione di mutua difesa d’incapacità e di mutua assicurazione di profitti”. Il deluso duca Proto, sostenitore già dal 1848 dell’impresa unitaria, finì tra le fila dei simpatizzanti del partito borbonico, riavvicinandosi così all’amico duca d’Alessandro ed ai tanti intellettuali (de Sivo, Musci, Murena, Brenna, Borghi, conte de La Tour) impegnati nell’attività di divulgazione delle rivendicazioni legittimiste.

I borbonici furono propensi alla diffusione delle attività culturali ed educative tra il ceto popolare, in quanto si ritenne l’istruzione garante di una maggiore consapevolezza della nuova situazione di sudditanza al Piemonte. Simile prioritaria riforma fu sostenuta da altre forze politiche. In un numero del giornale sociale “Libertà e Lavoro”, datato settembre 1865 ed omaggiato al suddetto duca di Pescolanciano, (la rivista diretta da Silvio Verratti era diffusa nel napoletano con una tiratura pari a circa 12 mila copie) si ribadì il necessario mantenimento di un programma politico concentrato sull’ampliamento “dell’istruzione d’un popolo e la sua educazione propriamente detta”. Il socialismo progressista di quel periodo, del resto, fu più attento al progetto di divulgazione educativa tra i ceti disagiati, in quanto “uno dei fattori più potenti dell’incivilmento d’una nazione…sveglierà il sentimento,la ragione e la libertà morale degl’individui”. Le idee, i programmi, le denunce della propaganda duosiciliana, pertanto, transitarono e si diffusero anche per il tramite del mezzo comune d’informazione, la stampa, nonostante l’elevato tasso di analfabetismo diffuso nelle province. Furono fondati numerosi giornali, quali il “Progresso Nazionale”, “Equatore”, “Smascheratore” o il “Conciliatore”. In merito a quest’ultimo organo d’informazione, il suo ideatore venne annotato in un libercolo dell’archivio ducale d’Alessandro, intitolato “I legittimisti napoletani, lettere d’un repubblicano ad un consorte” edito a Napoli nel 1869 dall’autore Giovanni Gervasi, per essere stato “scoperto testè dal sig. questore Scoppa come uno dei più sfegatati borbonici, anzi come uno de’ sanfedisti addirittura…si è creduto, e forse non a torto, che nessuno più di me potesse trovarsi addentro alle segrete cose di que’ signori”. La tesi rivoluzionaria democratico-repubblicana dell’autore di sconfiggere la consorteria cercò di far presa sull’ambiente reazionario per il suo fine politico, pur mantenendo i rispettivi ideali divergenti. A tal proposito il Gervasi scrisse: “ebbene i borbonici sanno bene de nostri, di Leonora Pimentel, di Domenico Cirillo, di madama Roland, di Danton, di Ciro Menotti, di Marco Botzari, de’fratelli Bandiera, di Pisacane” contro Giorgio Caudon, Charette, La Roche Jaquelin, la principessa di Lamballe, Carlotta Cordey, il generale Monk “tutti eroici martiri del legittimismo”. Inoltre, lo stesso aggiunse circa i borbonici “stanno in mezzo al tramestio delle lotte politiche come gl’infusori dell’acqua, invisibili a occhio nudo.A scorgerli ci vogliono per lo meno gli occhiali de’ delegati di polizia” (pg.10-11). Finalità della suddetta pubblicazione fu quella di invitare il partito legittimista ad unirsi a quello democratico-radicale nella lotta contro la “consorteria”, tanto da chiedere di “appoggiare un tal partito (avanzato) all’urna…Quale mezzo più logico e insieme più facile per liberarsi di chi li ha tenuti in disparte, gli ha sprezzati, gli ha oppressi di tasse e, in date emergenze, gli ha imprigionati altresì?” In sintesi, l’autore auspicò che il voto dei borbonici non doveva disperdersi con l’astensione dalla vita denigrata parlamentare italiana, bensì sostenere le forze radicali.

In merito a questi collegamenti si è rinvenuto, così, appunto del citato duca di Pescolanciano del settembre 1866 , su cui è riportato il seguente elenco:
“1.Preparativi a Roma con la Commissione – S.E. il principe di Scaletta suggerisce il gruppo del repubblicano Giuseppe Badia. Altri gruppi?
2. De Castro per la raccolta in Madrid di denaro ed armi..
3. Don Pietro (Ulloa?) mi ha pregato di seguire nostri agenti per la missione in Palermo. Organizzare contatti.
4. Informazioni più personali su Reali, troppe coincidenze!!
5. Individuare monasteri per rifugiare gli agenti, nascondere le armi , contattare padre Spadaro
6. Su Catania, contatti preparatori con don Enrico (Pisani Ciancio?)
7. De Couthodon incontrare a Roma
8. Partenza per Marsiglia, poi Barcellona. Vapori dalla Spagna, uomini e costi
9. Contattare comitato londinese per armi
Se da un lato il legittimismo si organizzò nelle trame destabilizzanti, dall’altra cominciarono ad emergere i gruppi della sinistra anarco-massimalista favorevole all’insurrezione popolare. Innanzitutto, va annotato che tra il 1865 ed il 1867 si spostò su Napoli l’anarchico Bakunin per prendere contatti con esponenti della rivoluzione al fine di mobilitare le masse contadine. La presenza di questo sobillatore non dovette passare inosservata al partito borbonico se si considera la memoria scritta dal menzionato duca d’Alessandro, qui riportata.
“La rivoluzione voluta dai seguaci del Bak.(unin) o dai repubblicani del Mazini o del Murat contro un Sovrano indegno delli principi di Libertà ed Eguaglianza è pari alla nostra fervida volontà di liberare le terre del Regno dall’Usurpazione. Combattere con costoro ci agevolerà nello obiettivo di Palazzo Farnese. Raccogliere le forze, organizzare focolai di ribellione far leva sugli Stati alleati alla causa di S.M. contro l’infame occupazione delle nostre terre. Liberare i militari prigionieri dalle carceri delli piemontesi.
Necessita cavalcare il malcontento per il dazio sul macinato, che è sostenuto dal partito dei Rossi.
Per ogni Provincia sta pronto un Comitato a cui i nostri Agenti danno informazioni sul da fare.
Partiremo dalle campagne al momento delle insorgenze – ovunque innalzeremo la bandiera gigliata con i nostri colori. Il Gervasi a Napoli prepara la sorpresa alli occupanti. Delli denari, come stabilito, sono a sua disposizione per i contatti con quelli dell’Alleanza…
Necessita stampare un foglio di divulgazione delle idee alle Masse. L’incontro con Don Giovanni (Gervasi ?) è senza dubbio interessante per la causa e certo al giornale ci arriveremo perché lo stampatore già si dispone. Delli denari richiesti già si raccolgono presso Donna Giulia (Caracciolo ?). S.E. di Caianello sarà disponibile e vigilerà su costoro”.

L’accenno all’esistenza di comitati, di prigionieri militari ancora tenuti segregati, nonché alla compartecipazione ai moti controrivoluzionari della nascente classe operaia ed agricola con i rispettivi rappresentanti politici e con il sostegno di importanti esponenti dell’aristocrazia meridionale è argomento di maggiori approfondimenti nella citata ricerca del Rizzo. E’ da annotare, comunque, che ,in questa compagine di malcontento ed insubordinazione alla monarchia dei Savoia, gli episodi di insurrezione popolare aumentarono nelle province napoletane a partire dal 1865 fino alla fine del secolo XIX°, allorquando stava per essere debellato il “brigantaggio politico”. Agli ideali di lotta per la legittima monarchia si aggiunsero tra la popolazione del Sud Italia i nascenti valori del socialismo rivoluzionario. Difatti, la storiografia ufficiale ricorda quanto fecero presa sulle masse contadine ed operaie le prediche dei capi dell’anarchismo ed internazionalismo, quali il Cafiero o il Malatesta o il Costa, esaltanti la rivoluzione per una solidarietà universale, per la realizzazione di una società di liberi ed eguali senza poteri e gerarchie, ma soprattutto senza più lo sfruttamento delle classi meno abbienti. Circa i metodi di rivolta, gli internazionalisti sostennero l’uso di azioni delittuose pur di soddisfare gli interessi materiali della classe proletaria.

Tra i focolai di insurrezione di quel periodo si annoverano quelli organizzati dall’anarchico Errico Malatesta che si trovò coinvolto nella rivolta del Matese del 1870 poi nelle lotte dei braccianti pugliesi del 1874 ed in quelle nel beneventano del 1877 (intervenne l’esercito regio con circa 12 mila soldati), allorquando Roma venne “liberata” e l’Unità d’Italia divenne un sogno quasi realizzato. Passò, invece, inosservato l’arresto di un cuoco in Salerno nel 1870, fermato mentre affiggeva dei proclami inneggianti alla rivolta per l’instaurazione di una “Repubblica Universale”. Costui, di nome Giovanni Passannante, diverrà nel breve tempo personaggio di cronaca politica per aver attentato nel 1878 al re Umberto I. Passannante in questo “Proclama ai fratelli delle Calabrie” sostenne un’ideale società repubblicana, intesa come espressione democratica di popoli affratellati di varie nazioni, senza distinzione di classe. Difatti, così il testo recitava:
“Alarmi Alarmi Fratelli! Corriamo! Corriamo tutti sotto la bella Bandiera Repubblicana ché governo del popolo, eguaglianza di libertà e fraternità. Ma fuori della roba di altrui. Dio e Popolo. La Repubblica che abolirà le leve abolirà la schiavitù e abolirà le gravose imposte. Alleanza Repubblicana Universale. Corriamo a rinforzare i nostri Fratelli di Calabria e saremo vittoriosi e per sempre liberi.Ricciotto Garibaldi ci condurrà! Gridiamo unanimi per tutta l’Italia che vogliamo la Repubblica, e gridiamo la morte, e distruzione a tutte le tirannidi, Re, papa Re, Imperatori e Consorti. Alarmi Alarmi per sempre cittadini e svegliamoci e non facciamo i poltroni. Finché coraggio e Forza ci vuole e saremo liberi.Corriamo e pur sempre. Alarmi Alarmi! Viva la Repubblica! Viva Mazzini! Viva Garibaldi! Viva i nostri Fratelli di Calabria” (A.S.N., Dai processi politici contro G.Passannante. Sezione Giustizia, fascio n.15 bis). E’ da notare una certa somiglianza dell’ideale modello politico dell’Alleanza repubblicana con quello governativo dell’Alleanza monarchica sostenuto dai borbonici, seppur divergente sulla figura governativa del principe. Inoltre, i temi,citati nel volantino,di lotta contro il peso fiscale (tassa sul sale, macinato, gioco del lotto etc.) del nuovo regno d’Italia, di libertà ed abolizione della schiavitù nel nome di Dio e del popolo sono alquanto comuni ai programmi di insorgenza dei legittimisti. E’ da annotare, infine, che in tali ambienti rivoluzionari iniziò a maturare l’idea di lotta individuale o dell’attentato nichilista,prendendo spunto dal clamoroso episodio regicida dell’Orsini, onde poter realizzare il nuovo ordinamento sociale agognato. Simile tipologia di guerriglia solitaria del singolo personaggio ,molto probabilmente, cominciò ad essere appoggiata dagli stessi borbonici nell’ultimo trentennio del secolo XIX°, subentrando alle azioni di difficile coordinamento delle leggendarie bande di partigiani duosiciliani. Sull’argomento si è rinvenuta significativa riflessione tra le pagine del memoriale del duca d’Alessandro, che appuntò quanto segue:
“Come suggerisce il gruppo del Mala(testa) necessita invece un’azione isolata ed incisiva volta a colpire il diretto responsabile di questo clima di insofferenza, causa l’egoistico desiderio di conquista…Sono sempre stato tra i primi a sostenere la grande insurrezione, fin dai tempi in cui era in vita il caro nostro Sovrano S.E. Francesco nella mia veneranda età, anche se lo spirito resta quello del ventenne, ho visto scorrere troppo sangue innocente senza nulla ottenere e cambiare”.

Questo nuovo approccio di insurrezione non tardò a manifestarsi, allorquando il 17 novembre 1878 il secondo re d’Italia, Umberto I, con consorte e principe ereditario si fermarono in visita a Napoli. Transitando su una carrozza scoperta per largo della Carriera Grande (luogo di antica tradizione per i tornei cavallereschi organizzati nel ‘500 dai più illustri esponenti del patriziato napoletano), circa le 14,45, “ un individuo empio sino alla follia…armato di piccolo coltello, la cui lama è lunga 12 centimetri, celato da una banderuola rossa…ove era attaccato un cartello con le parole Morte al Re, Viva la Repubblica Universale, Viva Orsini, vibra colpi all’augusto personaggio”(A.S.N., Rapporto del Comando dell’Arma dei Carabinieri Reali).L’attentatore, il citato Giovanni Passannante, cuoco disoccupato di Salvia (poi Savoia di Lucania) nella provincia di Principato Citeriore, riuscì solo a ferire alla coscia destra il capo del governo, on Benedetto Cairoli. Un umile suddito dell’ex regno delle Due Sicilie riuscì, comunque, ad attentare nella ex capitale alla vita del sovrano sabaudo, scagliandosi contro quel simbolo dell’occupazione e sfruttamento, riuscendo a raggirare l’imponente sorveglianza organizzata dal prefetto, già garibaldino lombardo, Angelo Bargoni (poi ministro del Tesoro nel governo liberale De Pretis) e mettendo in crisi lo stesso ministro Zanardelli ivi presente.

Il governo sospettò che l’attentato fosse stato “progettato da società segrete”(A.S.N., Pref.Gab., fasc.423, 1878) e che “pare certo che il Ministro Zanardelli avesse già prima avuto sentore di qualche complotto”(A.S.N., telegr.Gazzetta d’Italia).Sul banco d’accusa salirono così il partito repubblicano e il movimento degli Internazionalisti, rei di diffondere “insegnamenti che sono la negazione di ogni diritto e di ogni morale, ed eccita continuamente al delitto”, pur permanendo forti sospetti verso le “fronde sanfediste”.
In conclusione occorre riflettere che nonostante i ripetuti e numerosi episodi di conflittualità sociale e politica, nonché le tante vittime italiane di una guerra civile (sottaciuta dalla storiografia risorgimentale) perdurata fino agli inizi del XX secolo, la Casa Reale dei Savoia mai pensò di rinunciare all’impresa italiana ed al regno, formatosi con una guerra di occupazione, ma anzi ricorse a leggi sempre più repressive ed alla forza militare per soffocare ogni tentativo destabilizzante l’ordine “democratico e libertario” costituito. Il 4 ottobre 1880, venti anni dopo la caduta del regno Due Sicilie, il giornale “L’Italia Reale” (copia del duca d’Alessandro) ricordando l’eroica e romantica figura del re napoletano Francesco II si fece ancora menzione di come i “napoletani che amano questa loro vera Patria è senza dubbio quello di averle risparmiati egualmente gli orrori della guerra civile e gl’inesorabili rigori d’una militare repressione…Non saranno per fermo ne’ i borbonici, ne’ i repubblicani che varranno ad affrettare o a ritardare di un solo istante il corso che altri dice fatale e noi chiamiamo provvidenziale, degli avvenimenti…I Sovrani che restano ancora sul trono, benché non abbiano più che una larva di potere, trovano ancora in gran copia gli aulici adulatori, i plausi e le facili ovazioni delle insipienti moltitudini cui il regio fasto inebria e seduce.

Noi liberi come l’aria e gelosi sino allo scrupolo della nostra indipendenza, preferiamo in genere i Sovrani in esilio ai regnanti, e per estendere a questi la nostra simpatia reverente, aspettiamo di vedere alla prova in qual modo sappiano compiere anch’essi come questo generoso Borbonide, i doveri ben altrimenti gravi e difficili de’ giorni della sventura, di quei giorni dei quali già vediamo spuntare l’aurora color di sangue e che pur troppo verranno a spazzar via le ultime già vacillanti monarchie, per sostituire ad esse altrettante repubbliche sociali”.

Ettore d’Alessandro

fonte

L’autonomismo anarco-legittimista nelle memorie del duca di Pescolanciano

1 Comment

  1. La resistenza al potere savoiardo instauratosi con la forza bruta e l’inganno col passar degli anni fu fiaccata.. Non c’erano ai tempi televisioni, giornali e dibattiti pubblici e “libero” associazionismo purtroppo!.. e la violenza dei nuovi padroni, la brutalita’ dell’ oppressione, il depredamento dei depositi pubblici e la propaganda controllata fiaccarono ogni iniziativa, e prevalse la violenza dell’oppressione nonostante qualche inefficace intervento dei pochi piazzatisi nel parlamento piemontese…e il piano massonico inglese avanzo’ poi col suo trasferimento in Toscana come tappa provvisoria verso Roma… ahime’! La massoneria da Londra aveva programmato tutto… Il Papa si accontento’ del Vaticano, perche’ il suo potere e’ superiore, ma noi siamo radicati nelle nostre terre di origine, e anche se andiamo in giro per il mondo per guadagnarci da vivere, non possiamo sradicare dal nostro animo la nostra terra di origine, quella dei nostri avi… perche’ e’ quella la nostra vera Patria! caterina ossi

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