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“Le due Italie” è un buon incipit per raccontare il Risorgimento

Posted by on Gen 31, 2017

“Le due Italie” è un buon incipit per raccontare il Risorgimento

Anno 1796. Un popolo diviso. 

Un colpo d’occhio dato con serenità intellettuale e lucidità mentale sulla storia d’Italia degli ultimi duecentoquindici anni nel suo insieme, non può non coglierne come filo conduttore la violenza, frutto della divisione ideologica che mette radice in un preciso momento della nostra storia. Basti per il momento, al fine di introdurre il discorso, ricordare un fatto evidente quanto dimenticato: noi siamo l’unico popolo al mondo – di sicuro almeno nel mondo occidentale – che negli ultimi due secoli ha subito tre guerre civili, fra le quali la più nota, quella tra fascisti e partigiani, è in realtà di gran lunga la meno cruenta delle tre. Ben più tragica fu la guerra civile precedente, dal 1860 al 1865, che vide da un lato italiani piemontesi e «piemontesizzati» al seguito di Casa Savoia, e dall’altro italiani che non furono d’accordo a farsi piemontesizzare.

Stiamo naturalmente parlando della guerra condotta dal neonato Stato italiano contro i ribelli borbonici del Meridione, noti con l’equivoco appellativo di «briganti». Tratteremo in seguito tale triste pagina della nostra storia. Altrettanto tragica – soprattutto dal punto di vista ideologico – era stata la prima delle guerre civili, quella fra giacobini e insorgenti ai tempi dell’invasione napoleonica. Per iniziare a fornire una prima immediata spiegazione di tale fatto, occorre tener presente che c’è un anno fatidico nella storia degli italiani, una data di cui nessuno o quasi sa nulla, che mai si ricorda, e che invece svolge un ruolo d’importanza capitale, molto più del 1848, del 1861, del 20 settembre 1870, del 1915-’18, del 1922, anche dell’8 settembre ’43, e poi del ’45, del 2 giugno ’46, del 18 aprile ’48, e così via. È l’anno 1796. Come detto, questa data non dice nulla a nessuno, e anche il lettore forse sarà perplesso. Eppure è così. Il 1796 sta all’Italia come il 1789 sta alla Francia.

La differenza si situa in questo: che i francesi esaltano (o – pochi – condannano) in tutti i modi e in ogni momento il loro 1789; noi italiani abbiamo invece perduto la memoria di quell’anno, ricordato solo dagli esperti in materia nei loro libri e nei loro disertati convegni. Che cosa è accaduto di tanto importante nel 1796? È l’anno dell’invasione napoleonica, l’anno dell’importazione nella Penisola della Rivoluzione francese, imposta con le baionette, i cannoni, le stragi, i furti e profanazioni di un esercito invasore. È l’anno della nascita delle repubbliche giacobine e democratiche, sorte sulle spoglie degli antichi tradizionali Stati monarchici o aristocratici, comunque cristiani, della formazione di una aperta e perseguita coscienza rivoluzionaria, laica e repubblicana, nelle elités del nostro Paese. Ma è anche l’anno, d’altro canto, dell’inizio dell’Insorgenza controrivoluzionaria, vale a dire del più grande, drammatico ed eroico (e ancor oggi poco conosciuto) evento della storia degli italiani. Talmente drammatico ed eroico che lo si è cancellato dalla memoria collettiva, in quanto sgradito alla ideologia del Risorgimento; ed è per questo che nessuno coglie veramente fino in fondo l’importanza del 1796.

Il 1796 non è però solo tutto questo; è qualcosa in più. È l’inizio della «nuova storia» degli italiani116, è l’«anno del prima e del poi» (come François Furet, nella sua celebre Critica della Rivoluzione Francese, ha definito il 1789 per i francesi e per tutti gli occidentali) per noi italiani, lo spartiacque della nostra civiltà. È l’inizio della modernità in Italia. Prima di questa data l’Italia era una società cattolica (da due secoli di impronta controriformistica), i cui governi (monarchici o repubblicani che fossero) erano concepiti secondo un’idea sacrale e trifunzionale del potere; una società aristocratica e contadina, caratterizzata da un’organica armonia gerarchica (accettata serenamente anche dai ceti meno abbienti proprio per la sua connaturata struttura cristiana), che aveva prodotto una più che secolare concordia sociale117; né il riformismo illuminato e le idee anticristiane teorizzate nelle sempre più numerose e attive logge massoniche del XVIII secolo avevano influenzato minimamente le popolazioni, che, al contrario, furono sempre ostili ai tentativi di sovversione dell’ordine cristiano. Ma con il 1796 ebbe inizio qualcosa di fondamentale importanza, un evento che ha mutato per sempre la storia e il modo di pensare degli italiani. Iniziò la «Rivoluzione italiana». Nel 1796 un uragano storico-politico-militare, nonché anche specificamente religioso, si abbatté sulla Penisola dopo secoli di pace, portando con sé una grave eredità: la divisione e l’odio ideologico. Il peso della modernità, come sempre.

È molto importante sottolineare questo aspetto: gli italiani erano in pace effettiva (tranne alcune zone settentrionali coinvolte loro malgrado nelle guerre delle grandi Potenze straniere ed eccetto rari momenti nel Meridione durante la guerre di successione) dai tempi delle guerre d’Italia, cioè da quasi tre secoli, e, soprattutto, erano idealmente uniti dal Medioevo; e, in ogni caso – a parte la divisione «guelfo-ghibellina», che comunque era viva anche al di fuori della Penisola e inoltre non implicava una reale spaccatura ideologica nel senso moderno e rivoluzionario del concetto, in quanto né i guelfi né i ghibellini volevano sovvertire l’ordine costituito – essi erano uniti da sempre, nel senso che mai prima del 1796 avevano conosciuto l’odio della divisione ideologica, seppur divisi geopoliticamente: erano uniti nello spirito delle identità di vedute, credenze e tradizioni. Nemmeno la rivoluzione religiosa del XVI secolo li aveva divisi, considerato che la Penisola rimase sostanzialmente estranea al protestantesimo (a differenza, per esempio, della Francia, che, pur essendo ormai da tempo uno Stato unitario, conobbe le guerre civili di religione).

In quell’anno però giunse non richiesta la Rivoluzione francese, e con essa la guerra di un invasore ladro, prepotente e stragista. Soprattutto vi fu l’affermarsi della guerra fra gli italiani, la nascita dell’odio ideologico, vale a dire proprio ciò che gli italiani non avevano mai conosciuto prima. Dal 1796 non si è più «italiani» e null’altro: si è anche giacobini o insorgenti, massoni o cattolici, repubblicani o monarchici, «novatori» o «reazionari», democratici o conservatori, di «sinistra» o di «destra», «rivoluzionari» o «controrivoluzionari» ecc. È l’inizio della Rivoluzione italiana, e dunque l’inizio della divisione degli italiani: l’inizio della «guerra civile italiana».

Credo non si sia mai riflettuto abbastanza su quanto appena detto, che non si sia mai voluto realmente prendere coscienza del fatto che l’invasione napoleonica della Penisola abbia effettivamente cambiato (o meglio, iniziato a cambiare) per sempre l’identità stessa degli italiani, il loro Dna religioso, politico, sociale, anche istituzionale. Credo non si sia mai finora realmente compreso – almeno pubblicamente – quanto dagli eventi di fine Settecento e inizio Ottocento dipendano le drammatiche vicende della storia nazionale non solo del XIX secolo ovviamente (Risorgimento in primis), ma anche del XX secolo: solo per fare alcuni accenni evidentissimi, come negare che il giacobinismo abbia introdotto nella Penisola non solo lo spirito repubblicano, ma anche l’impronta laicista e anticattolica nonché la tendenza al totalitarismo? E, d’altra parte, suscitando la reazione degli insorgenti e del clero fedele a Roma, lo spirito antimoderno e tradizionalista di estesi ambienti del mondo cattolico? Come non vedere allora in tutto ciò le radici delle divisioni degli italiani negli ultimi due secoli?

Pochi italiani confluirono nelle file dei rivoluzionari, aderendo al giacobinismo e divenendo di fatto collaborazionisti dell’invasore. Erano pochi, ma «erano». Ed erano italiani, che scelsero di servire la Rivoluzione. Simultaneamente, di fronte a questa novità tanto inaspettata quanto grave e coinvolgente(monarchie abbattute, sovrani in fuga, Papi arrestati, chiese profanate e palazzi e musei svuotati, monti di pietà saccheggiati, repubbliche rivoluzionarie asservite all’invasore, fiscalismo depauperante, e via continuando), centinaia di migliaia di italiani si trovarono costretti – volenti o no – a compiere anch’essi la prima scelta fondamentale, e decisero di rimanere fedeli all’antica civiltà tradizionale, alla società cattolica e sacrale, ai loro legittimi governi, e presero le armi contro l’invasore e i democratici a esso asserviti. Questa fase durerà fino al 1799, e comunque sporadicamente fino alla caduta di Napoleone. Ma non finisce certo così.

È proprio negli anni della Restaurazione che, sulla base dell’esperienza napoleonica in Italia, si passa alla realizzazione del processo risorgimentale: da un lato vi era chi lo rifiutò, e fra costoro ci poteva essere diversità di vedute strategiche, di impostazione ideologica su punti dottrinali non chiariti, ma unica era la scelta di campo; dall’altro, fra coloro che vi aderirono seppur nelle più differenti maniere, dominava invece la divisione ideologica e strategica: dai settari carbonari o buonarrotiani ai mazziniani, dai monarchici ai repubblicani, senza considerare la divisione tra federalisti monarchici e repubblicani, tra unitaristi repubblicani e monarchici. I contrasti continuarono poi nei decenni a venire, dopo l’unificazione, e soprattutto si acuirono nel XX secolo, fino alla tragedia della guerra civile fra fascismo e antifascismo, da cui ancora non siamo del tutto guariti. La nostra attuale Repubblica è l’unica al mondo che si fonda su un antivalore; su un principio di odio e divisione – indipendentemente da come si voglia poi giudicare tale principio – fra i suoi stessi cittadini.

È questo uno dei risultati della Rivoluzione italiana: la divisione istituzionalizzata, direi costituzionalizzata, fra gli italiani. È la guerra civile italiana. La storia repubblicana è ancora una storia di odio, al di là della ricostruzione postbellica e del relativo sviluppo economico: oltre all’incancrenirsi della divisione fra Nord e Sud, che ha condotto allo sviluppo delle tematiche secessioniste da un lato e allo strapotere della criminalità organizzata dall’altro, l’odio è sempre e anzitutto di natura ideologica: il terrorismo degli ultimi decenni è manifesto segnale di un mai terminato stato di guerra civile latente. Latente anche ai nostri giorni: non intendo entrare nell’attualità politica, ma non può non apparire evidente a tutti come le differenze ideologiche ancora oggi dividano gli italiani in maniera drammatica, comunque differente dalla normale dialettica democratica degli altri grandi Paesi dell’Occidente. Insomma, tutto ciò dovrebbe essere sufficiente senz’altro per porre seriamente la questione della comprensione di che cos’è che non va nella storia degli italiani.

La Rivoluzione francese, quella inglese, le guerre civili americana e spagnola, nonché le rivoluzioni russa e cinese, e altre ancora, sono stati eventi tremendi, forse presi in sé anche più gravi dei singoli fattori di odio e morte che gli italiani hanno conosciuto dal 1796 in poi; e tuttavia sono sempre stati eventi circoscritti nel tempo, finiti. Si tratta questo di un punto fondamentale: tutti i popoli coinvolti nelle vicende ricordate (e vari altri) hanno regolato anch’essi i propri conti tramite guerre civili e rivoluzioni, talvolta di violenza inaudita (è l’inevitabile prezzo dell’ideologismo rivoluzionario della modernità): ma in ultimo li hanno pur chiusi; o almeno momentaneamente «soffocati».

Noi non abbiamo mai finito di regolarli, anzitutto proprio a livello ideologico. Certo, siamo in pace dal 1945: ma è una pace «esterna», non interna. Conclusa la guerra civile, Francisco Franco costruì subito il più grande cimitero della Spagna (forse del mondo) per raccogliervi tutti i caduti. In Italia sarebbe mai immaginabile una cosa del genere, nel 1946 o oggi dopo sessant’anni? Chi può negare che ancora oggi viviamo in un clima politico avvelenato, segnato dalla continua delegittimazione dell’avversario? È ovvio che di esempi al riguardo se ne potrebbero enumerare migliaia, e non è nostra intenzione, come detto, scendere nell’attualità politica. Ciò che interessa dire è che ancora oggi, e forse più di ieri, la situazione politica italiana vive in perpetua fibrillazione, in un rovente clima di rischio latente. La realtà è che ciò è sempre avvenuto in Italia dal 1796, e ancora oggi si ripropone.

Ha scritto in merito Paolo Mieli: «Alle origini del Risorgimento, solo ed esclusivamente per come sono andate le cose, senza colpe particolari, c’è dunque una sorgente di acqua inquinata che ha infettato il corso del fiume della storia italiana impedendo al nostro Paese di diventare una democrazia come tutte le altre. Una democrazia in cui non si debba ricordare ad ogni ora che si è tutti su una stessa barca come se si dovesse costantemente fare i conti con qualcosa di oscuro, di irrisolto che è alle origini di tutto. Cosicché ci si possa sanamente dividere e contrapporre senza avvertire il pericolo che vada a monte l’intera dialettica democratica». Dopo due secoli appare sempre più evidente il riemergere negli italiani di quella frattura ideologica mai superata. Perché? E perché c’è stata, ed esiste ancora oggi? Perché questo dramma profondo nella storia degli italiani negli ultimi due secoli?

Una seria risposta a tali quesiti richiede a mia opinione l’approfondimento della guerra condotta all’identità italiana in nome dell’unificazione nazionale. Ci si potrà accorgere, forse, che il giudizio di Mieli, vero nella sostanza, è forse troppo benevolo nell’affermazione «solo ed esclusivamente per come sono andate le cose, senza colpe particolari». Ci si potrà accorgere, forse, che le colpe ci sono, e che le cose sarebbero potute andare in maniera differente.

Prima del 1796: il riformismo illuminato.

In realtà, se il 1796 segna l’inizio cruento della Rivoluzione in Italia, già nei decenni precedenti il campo aveva cominciato a essere parzialmente seminato dai «novatori» e dalle istanze di cambiamento (proprio come, mutatis mutandis, avveniva per la Francia prerivoluzionaria). Alcune di queste ebbero realmente una portata ideologica rivoluzionaria e sovversiva, soprattutto dal punto di vista religioso. Per la prima volta dai tempi della cristianizzazione d’Italia, dei principi legittimi iniziavano un’azione di limitazione non solo dei poteri della Chiesa (anticurialismo), ma anche dello stesso sensus religiosus delle popolazioni non sporadica e motivata da contrasti momentanei, bensì pedissequamente ricercata e voluta per ragioni ideologiche. L’Italia del Settecento fu per eccellenza il Paese dell’esperimento del «riformismo illuminato» e vari fattori favorivano tale situazione: l’«arretratezza» – dal punto di vista illuministico, naturalmente…

(Tratto da Massimo Viglione, 1861. Le due Italie. Identità nazionale, unificazione, guerra civile, Ares 2011.)

pubblicato 17 marzo 2011

 

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