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LE DUE SICILIE – Savoia e Asburgo

Posted by on Apr 15, 2024

LE DUE SICILIE – Savoia e Asburgo

Asburgo: italianizzazione del tedesco Habsburg o Hapsburg, contrazione di Habichtsburg,
il castello situato nell’omonimo comune del cantone svizzero di Argovia.
Dinastia feudale prima, regale e imperiale poi, assurta a potenza sin dal XIII secolo.
I suoi esponenti hanno regnato in Austria, Ungheria, Spagna, Portogallo e Boemia.  

Re Carlo II di Spagna muore nel 1700, senza eredi. Chi sarebbe salito al trono? I Borboni francesi, con Filippo d’Angiò? Gli Asburgo d’Austria, con l’Arciduca Carlo? Vittorio Amedeo II di Savoia?

Re Carlo ha indirizzato la sua preferenza verso Filippo, suo pronipote e nipote di Re Luigi XIV di Francia. E’ la candidatura “naturale”, ma la parentela con Luigi ne fa anche il pretendente del trono francese e, se la candidatura andasse a buon fine, il Regno Franco-Spagnolo acquisirebbe allora un predominio manifesto sul territorio europeo.

Re Carlo ha in effetti subordinato il passaggio della Corona a Filippo alla sua rinuncia ai diritti sul trono di Francia, e Re Luigi ha formalmente accettato la condizione; e tuttavia le altre Potenze faticano a dar credito alle dichiarazioni d’intenti. L’Inghilterra osserva la situazione con timori crescenti, sino al 15 maggio 1702, il giorno d’apertura del teatro di guerra, la Guerra di Successione Spagnola. Da un lato, Inghilterra, Impero d’Austria, Prussia, Portogallo e altri Stati minori, dall’altro Francia, Spagna e Baviera.

La guerra – come tutte le guerre – è un altalena di fortune e si conclude con la pace. Il Trattato di Utrecht – stilato nel 1713 – ne fissa le condizioni, in base del concetto di equilibrio di potere.

 Il Trattato di Utrecht si declina al plurale – i trattati – per la complessità degli accordi.

I due trattati principali accolgono entrambi un articolo

che spiega l’origine del conflitto e delinea la strategia per evitarne di nuovi.

11 aprile 1713. Trattato fra Gran Bretagna e Francia.

Articolo 6.

“Dal momento che la guerra, che deve essere estinta dalla pace qui presente,

si è accesa specialmente perché la sicurezza e la libertà dell’Europa 

non potevano assolutamente tollerare che le corone di Francia e di Spagna 

fossero unite sopra uno stesso capo, 

su istanza di Sua Maestà britannica 

e con il consenso sia di Sua Maestà cristianissima [il Re di Francia]

che di Sua Maestà cattolica [il Re di Spagna],

si è giunti infine, per effetto della Divina Provvidenza, a prevenire questo male per tutti i tempi futuri,
per mezzo di rinunce concepite nelle forme migliori e stese nella maniera più solenne.

13 luglio 1713. Trattato tra Gran Bretagna e Spagna.

Articolo 2.

“Poiché la guerra, conclusasi così felicemente con questa pace,

fu iniziata e portata avanti per molti anni con gran dispendio di forze, spese enormi, stragi infinite,
per il gran pericolo che minacciava la libertà e la salvezza di tutta l’Europa,

in seguito a una unione troppo stretta fra i regni di Spagna e Francia, 

allo scopo di fugare tutte le diffidenze e i sospetti concepiti nei confronti di tale unione 

e ristabilirla pace e la tranquillità della Cristianità con un uguale equilibrio di forze

(il che costituisce la migliore e più solida base di tale reciproca amicizia 

e di un accordo che dovrà durare per sempre),

tanto il Re cattolico quanto il Re cristianissimo sono giunti a questo accordo:

essi faranno il possibile per impedire che la Francia e la Spagna diventino in futuro un unico regno

e che una stessa persona ne diventi sovrano.

A questo scopo, Sua Maestà cattolica ha solennemente rinunciato
a ogni genere di diritto o pretesa sulla Corona di Francia, per sé, suoi eredi e successori”.

La carta geografica europea, dopo i Trattati di Utrecht e di Rastatt.

Il Trattato di Rastatt fu un’appendice al Trattato di Utrecht,

che non aveva dato soddisfazione né al Sacro Romano Impero né all’Austria, 

pure sedute al tavolo della trattative.

Il permanere dello stato di belligeranza rendeva instabile gli stessi accordi di Utrecht,

cosicché era nell’interesse collettivo riavviare le negoziazioni diplomatiche, 

che tuttavia si rivelarono estenuanti, per l’impossibilità di conciliare i desiderata di tutti gli attori.

Il 6 marzo 1714, più per stanchezza che per convinzione, vedeva la luce la Pace di Rastatt.

La geografia politica è stravolta. La Francia deve rinunciare alla sua egemonia, ma tiene botta; la Spagna perde invece svariati territori, tra cui i possedimenti italiani, a vantaggio degli Asburgo d’Austria; e poi l’Inghilterra, rafforzata nei domini coloniali e nel controllo di capisaldi strategici per i commerci atlantici

L’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo VI d’Asburgo riceve il Regno di Napoli e la Sardegna. L’Austria è padrona di gran parte dei territori italiani. L’intraprendente Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia, riesce a strappare il titolo regio sulla Sicilia – il primo per Casa Savoia – con i buoni auspici dell’Inghilterra.

L’Isola è al centro di un complesso negoziato. E’ in mano ai Savoia – per l’inflessibile posizione della Regina Anna di Inghilterra, contraria alla volontà francese di assegnarla  al Duca di Baviera – dietro però la riconsegna a Re Filippo V dei suoi possedimenti personali sull’Isola e della Contea di Modica, dove si insedia un Governatore coadiuvato da un Ministro, entrambi di nazionalità spagnola, protetti da un presidio militare, per prevenire possibili ingerenze. Pure, il Regno di Sicilia è formalmente concesso dalla Spagna in feudo ai Savoia, che non possono  perciò né scambiarlo né cederlo, con l’obbligo a restituirlo alla Corona di Spagna, all’estinguersi del ramo maschile dei Savoia.

L’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna D’Orleans, come sovrani di Sicilia,

ripresa dall’opera di Pietro Vitale, “La felicità in trono”, edita a Palermo, nel 1714.

“I nostri pensieri non sono rivolti ad altro che a cercare di avvantaggiare questo Regno,

per rimetterlo, secondo la Grazia di Dio, al progresso dei tempi, riportarlo al suo antico lustro,

e a quello stato cui dovrebbe aspirare per la fecondità de suolo, per la felicità del clima,

per la qualità degli abitanti e per l’importanza della sua situazione”.

(Vittorio Amedeo II di Savoia, al Parlamento Siciliano)

Il novello Re salpa da Nizza alla volta di Palermo il 3 ottobre 1713, sbarca dopo una settimana, per esser incoronato – secondo tradizione – nella notte di Natale. Re Amedeo fa il meglio che può, a modo suo. Non pone mai in discussione la liceità del Parlamento siciliano, pur avendo radicata la cultura dell’assolutismo di governo. Dispone provvedimenti di contrasto al brigantaggio e alle frodi doganali. Avvia un (impopolare) risanamento delle finanze. Dà fiato alle attività mercantili. Responsabilizza i baroni per i delitti commessi nelle loro terre – rendendo cogenti le leggi di pubblica sicurezza – e gli impone il saldo dei debiti. Il suo rigore – in special modo sul versante fiscale – ne tramanderà l’immagine di una sanguisuga, e ancor’oggi in Sicilia c’è chi esclama “pari ca ci passò Casa Savoia!“, di fronte a uno spettacolo disastroso.

Il Re è poi trascinato, suo malgrado, in un lacerante conflitto con il Papato, la cosiddetta Controvesia Liaparitiana, scoppiata col pretesto di una tassa su un pugno di ceci, ma dai significati ben più profondi. 

La Controversia Liparitana è un episodio della storia di Sicilia ricco di suggestioni
non solo poetiche e letterarie, ma anche istituzionali, giuridiche, economiche e sociali,
o forse poetiche e letterarie proprio perché evocative di così tanta parte del nostro vivere e convivere.
 Leonardo Sciascia vi scrisse l’opera teatrale “Recitazione della controversia liparitana“,
Andrea Camilleri ne accenna nel suo romanzo “Il Re dei Girgenti”,
ma l’evento è molto più di una pur riuscita boutade artistica.
E’ la mattina del 22 gennaio 1711. 
Due esattori delle tasse, all’epoca chiamati “catapani”,
girano tra i banchi del mercato per riscuotere il “diritto di mostra”,
una piccola parte della merce esposta in vendita, 
prelevata per testarne la qualità e verificarne la coerenza col prezzo,
e poi divisa a fine giornata tra gli stessi “catapani”,
a mo’ di compenso per quel servizio volontario
prestato gratuitamente in aggiunga alla loro professione.
 Cose di tutti i giorni.
Quel 22 gennaio, però, tra i banchi c’è una partita di ceci,
che proviene dalla mensa vescovile di Lipari, ricavata dalle decime riscosse dalla Chiesa. 
I due “catapani” in servizio, Battista Tesoriero, fabbro ferraio, e Jacopo Cristò, argentiere,
ne esigono la tassa di esposizione, circa 800 grammi, in definitiva un pugno di ceci.
Gli emissari del Vescovo protestano, si oppongono,
sostengono l’esenzione da ogni tassa, o diritto di mostra che sia, per la merce della Curia.
 Ne segue una vivace discussione, ma alla fine, anche per l’esiguità della richiesta,
i due venditori acconsentono a consegnare il dibattuto pugno di ceci.
Non si tengono però la cosa per sé e informano il Vescovo.
E’ l’inizio della “Controversia Liparitiana”,
centrata su un pugno di ceci, ma la cui soluzione coinvolge l’intera architettura istituzionale,
chiama in causa poteri e contro-poteri, relazioni giuridiche e diplomatiche.
Il Vescovo manda a chiamare i “catapani”, li intima di restuire i ceci e essi obbediscono,
sebbene la legittimità dell’azione in punta di diritto rimanga controversa,
perché la tassa non grava sulla merce in sé, ma direttamente sullo spazio espositivo.
 Il Vescovo procede oltre, non si accontenta, ovviamente, di quel pugno di ceci.
Vuol affermare e chiarire la superiorità della Chiesa, la sua istituzione di appartenenza.
Scomunica i due “catapani”, per di più dichiarandoli “vitandi”, inavvicinabili,
pena la scomunica per chiunque vi intrattenga rapporti.
I due “appestati” – ché questo son diventati – ricorrono al Giudice della Monarchia,
che li assolve in virtù della Apostolica Legazia, un singolare istituto dell’epoca dei Normanni,
– concesso da Papa Urbano II a Ruggero I, per aver liberato la Sicilia dagli Arabi –
con cui il Re gode di un’ampia giurisdizione sulle faccende ecclesiastiche.
L’estensione della delega era peraltro avvolta in una leggendaria vaghezza:
“quae per legatum acturi sumus, per vestram industriam, legati vice, cohibere volumus”
recitava la bolla papale, e i Re di Sicilia l’avevano sempre intesa nell’accezione più larga,
equiparandosi di fatto al Papa in materia di questioni religiose all’interno del Regno,
una fusione completa tra le due potestà, politica e ecclesiastica,
un’esclusiva competenza in materia, quindi anche sulla disciplina interna delle chiese siciliane.
 Tutti i Papi a seguire avevano ovviamente trovato indigesta laApostolica Legazia
e invano avevano tentato di abolirla o almeno limitarla.
 La questione ora si riprone, con risvolti drammatici
Il conflitto tra potere regio e potere ecclisiastico tocca punte di particolare violenza.
Il Vescono alza la voce, il Viceré si adira e lo fa addirittura incarcerare.
Il caso arriva sino a Papa Clemente XI, che annulla l’assoluzione del Giudice della Monarchia
e con lettera ai Vescovi della Sicilia ingiunge di dar pubblicità alla sua decisione.
Ma l’ordine non può eseguirsi sull’Isola, senza l’approvazione del Re!
Il Viceré destituisce pertanto tutti i vescovi obbedienti al Papa
e il Papa risponde all’Isola con l’emissione del cosiddetto “interdetto”, l’odierno embargo,
con conseguenze devastati sul piano economico e sociale, che danno scacco al potere regio.
Oltre sei secoli dopo i Vespri, i ceci ritornano protagonisti in Sicilia,
e l’intero episodio sarà spledidamente riassunto e tramandato in un canto popolare:
“Lu Santu Patri ni livau la missa (Il Santo Padre ci tolse la Messa)
lu Re conza la furca a li parrini (il Re appronta la forca per i preti)
la Sicilia è fatta carni di sasizza (la Sicilia è fatta carne da macello)
cca c’è la liggi di li saracini (qui ormai c’è la legge dei musulmani)”.

Re Vittorio Amedeo rimarrà in Sicilia per poco, sino al 7 settembre 1714, quando rientrerà nelle sue terre d’origine, accompagnato dagli ingegni più raffinati dell’epoca, l’architetto messinese Filippo Juvara (che arricchirà Torino con splendidi monumenti), il Conte salernitano Francesco d’Aguirre (che riformerà l’università torinese, conferendole una dimensione europea), il giurista palermitano Nicolò Pensabene. Il governo dell’Isola passerà a un regime vicereale, in mano prima al Conte Annibale Maffei, poi il Marchese di Leide Giovanni Francesco di Bette.

La Sicilia è un crocevia di interessi capitali, per pensare di poterli conciliare in punta di diritto ai tavoli della diplomazia. Già nel 1718 Re Filippo V di Spagna dà seguito alle mai assopite ambizioni di riconquista dei possedimenti italiani. La spedizione spagnola si impadronisce prima della Sardegna, poi della Sicilia, ma il club dei soliti noti – Austria, Francia, Inghilterra e Olanda – si organizza in una Quadruplice Alleanza, controbatte l’offensiva per mare e terra, uscendone vincente anche stavolta.

La fine di ogni guerra è una riallocazione di poteri e col Trattato dell’Aja del 1720 Vittorio Amedeo cede la Sicilia agli Asburgo, in cambio della Sardegna, preservando il titolo reale per il suo casato. Lo scambio ha un retroscena complesso, intricato. Amedeo aveva rifiutato l’alleanza con Madrid – la possibilità di conquistare la Lombardia, in cambio della Sicilia – preferendo entrare in via ufficiosa nella Quadruplice Alleanza – con la Sicilia feudo spagnolo! – consapevole dell’interesse austriaco per l’Isola, da utilizzare per perseguire i propri interessi, in special modo gli ampliamenti territoriali verso l’area lombarda.

Re Amedeo mostrava d’altra parte una vocazione naturale nel socorrere il vincitore, o almeno nel tenersi in bilico tra le parti, in attesa di scoprire chi l’avrebbe spuntata, come in un’immaginifica partita a scacchi in cui si vanta il diritto di decidere, dopo lo scacco matto, se si è giocato coi bianchi o coi neri. Prese contatti con l’Impero, mentre trattava con l’Inghilterra, dopo la costituzione della Lega di Augusta, nel 1686. Entrò nella Grande Alleanza in guerra contro la Francia, nel 1690, e pur sconfitto più volte approfittò del duro impegno di Luigi XIV sul Reno e nei Paesi Bassi per negoziare una pace separata – il Trattato di Torino, nel 1696 – che rafforzò il suo prestigio poco prima della pace definitiva nel 1697. Alleato della Francia, all’inizio della Guerra di Successione Spagnola, passò tra le fila dello schieramento avverso già l’anno dopo, nel 1703, una volta realizzato il pericolo di subire l’egemonia transalpina.

Vittorio Amedeo II di Savoia, infedele per natura, alle donne e alle alleanze. “I Savoia non terminano mai una guerra sotto la stessa bandiera con cui l’hanno iniziata“. Parola di Re Luigi XIV.

Savoia

Vittorio Amedeo (1713-1720)

Napoli e Sicilia sono tornate unite, stavolta sotto l’Austria, che per l’Isola conferma un regime di vicereame. La novità, per la Sicilia, è nell’esser diventata austriaca per conquista – non per consenso o patto, come avvenuto con Aragonesi e Spagnoli -, una circostanza che conferisce alla dominazione una fisionomia istituzionale unica nella tradizione siciliana, perché il nuovo Re, nell’affermare il suo diritto di conquista, nega di fatto i numerosi privilegi del Regno, rispettati da molti dei suoi predecessori, a iniziare da Pietro d’Aragona a cui l’Isola si era “volontariamente consegnata” per sottrarsi agli Angioini.

Il dominio austriaco prosegue nella direzione tracciata dai Savoia, con uno stretto controllo delle finanze pubbliche – sostenute da continue richieste di donativi e dalla vendita di onorificenze e diritti regali – e i tentativi di ammodernamento delle strutture economiche e sociali. Rimane anch’essa una presenza breve, meno di quindici anni, orientata principalmente all’ordinaria amministrazione.

Carlo di Borbone – figlio di Filippo V di Spagna – approfitta dell’impegno militare austriaco nella Guerra di Successione Polacca, per invadere prima Napoli e poi la Sicilia, a cavallo tra 1734 e il 1735, senza incontrare particolari resistenze. Il possesso dei territori – acquisito con la forza – sarà poi legittimato nell’ambito del Trattato di Vienna – siglato nel 1738, a conclusione della Guerra di Successione Polacca – contro la cessione agli Asburgo del Ducato di Parma e Piacenza, ricevuto dal Trattato di Utrecht.

E’ l’inizio della dinastia dei Borbone di Napoli.

Asburgo 

Carlo VI (1720-1734)

fonte

https://tesoridicarta.blogspot.com/2019/05/le-due-sicilie-savoia-e-asburgo.html

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