Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Roberto d’Angiò “il Saggio”, il re di Napoli che costruì il gioiello di Santa Chiara

Posted by on Gen 16, 2019

Roberto d’Angiò “il Saggio”, il re di Napoli che costruì il gioiello di Santa Chiara

Roberto d’Angiò, detto anche il Saggio, nacque a Napoli nel 1278 e morì nella stessa il 16 gennaio del 1343. Investito di numerosi titoli fra cui re di Napoli dal 1309 al 1343, re di Sicilia, re titolare di Gerusalemme, duca di Calabria dal 1296 al 1309 e conte di Provenza e Forcalquier dal 1309 al 1343.

Figlio terzogenito di Carlo II d’Angiò e di Maria d’Ungheria, nipote di Carlo I (il quale rese Napoli capitale per la prima volta nella sua storia) allo scoppio della rivoluzione del Vespro nel 1282, fu tenuto in ostaggio, insieme ai suoi fratelli, dal re Alfonso III d’Aragona.

Nel 1295, alla morte del fratello Carlo Martello, divenne erede al trono di Sicilia, dato che l’altro fratello, Ludovico, vi aveva rinunciato per entrare nell’ordine dei frati minori francescani e che diventò santo nel 1317, a 20 anni dalla morte. Celebre è il dipinto di Simone Martini, conservato al Museo di Capodimonte, nel quale Ludovico di Tolosa incorona il fratello Roberto, una scena mai avvenuta nella realtà ma ricca dal punto di vista simbolico. Roberto, infatti, fu incoronato re di Napoli a Lione da papa Clemente V.

Nel 1297 assunse anche il titolo di duca di Calabria e sposò Jolanda (o Violante), figlia del re d’Aragona Pietro III e della regina Costanza di Sicilia, nonché sorella di Alfonso III e Giacomo II d’Aragona. Dal loro matrimonio nacquero Carlo e Luigi. Tuttavia quest’unione non portò la pace tra le due casate, anzi accese ancor più il conflitto che si concluse solo nel 1302 con la pace di Caltabellotta, con la quale gli Angioini persero definitivamente il controllo della Sicilia.

Dopo soli cinque anni di matrimonio, nel 1303, rimase vedovo di Jolanda d’Aragona, quindi l’anno seguente sposò Sancia di Maiorca.

Quando suo padre, Carlo II d’Angiò, morì, divenne re di Napoli e fu consacrato a Lione da Clemente V. In qualità di re, Roberto d’Angiò si distinse presto per il suo intelletto e per la sua audacia politica. Fu, inoltre, accusato ingiustamente d’aver fatto avvelenare il fratello Carlo e di aver costretto il fratello Ludovico ad entrare nell’ordine religioso per non avere rivali al trono.

Fu definito “il Saggio” o il “Pacificatore” proprio perché subito dopo esser stato eletto, partecipò attivamente, per un numero cospicuo di anni, alla riconciliazione fra guelfi e ghibellini. E non solo. Con lui il regno di Napoli visse un lungo periodo di pace, dopo esser stato per anni deturpato da guerre.

Diede al Regno di Napoli una stabilità politica ed un benessere economico, incoraggiò l’arte e la cultura, ne è un esempio lo splendido complesso di Santa Chiara, edificato per suo volere e dove si trova la sua tomba di straordinaria bellezza. Fu anche promotore della costruzione della Certosa di San Martino.

La sua corte fu frequentata da illustri personaggi del tempo come Petrarca, Boccaccio, Simone Martini, Tino de Camaino, Giotto. Roberto d’Angiò morì il 19 gennaio 1343 a Napoli, suo successore fu la nipote Giovanna I, figlia di Carlo, suo primogenito.

fonte https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/194986-roberto-dangio-re-napoli-chiesa-santa-chiara/?fbclid=IwAR33ZdpCtTz0AAVpoHX1M3qFr8d0lrMayCoAjX4SsndKIEsn0F9iVakwk8k

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Storia di Rocca d’Arce

Posted by on Dic 23, 2018

Storia di Rocca d’Arce

Che Roccadarce fosse stata abitata fin da tempi lontanissimi non ci sono dubbi, tutto ciò è suffragato da testimonianze archeologiche risalenti all’età del ferro, probabilmente perché Roccadarce era situata in una zona centrale nella Valle del Liri, ricca di falde acquifere e di cacciagione. Nella costruzione della strada che da Roccadarce raggiunge il cimitero, vennero ritrovati reperti di ceramiche incise e decorate con scene casalinghe.

   La collina ove sorge Roccadarce si trova in una posizione privilegiata, sia dal punto di vista strategico, che militare e commerciale, per ciò fu preferita dai popoli antichi quale dimora sicura prima, fortificata (mura megalitiche e costruzione del castello) poi. Fu abitata dai Volsci, i quali vi costruirono l’Oppidum di Fregellae che fu varie volte conquistato e distrutto dai Sanniti, i quali capirono, che l’importanza strategica di Roccadarce (la famosa Arx Fregellana), poteva essere sfruttata dai Romani. Muri Megalitici testimoniano la “fortezza” che doveva essere allora l’antica Fregellae Volsca o come dicono altri Arx Volscorum di Fregellae, fatte ad opera poligonale, di enorme grandezza che si stagliano in un perimetro di un centinaia di metri dal castello.

    Il ruolo di importanza strategica di Roccadarce fu offuscato solo nel periodo dell’Impero Romano, che come ben sappiamo, aveva il potere assoluto su tutto il territorio in suo possesso, e quindi nessun altro poteva mettere in secondo piano la grande potenza di Roma, la quale però, pretendeva dalla popolazione i tributi e i beni materiali per affrontare le grandi guerre verso altri popoli. Tutto ciò fino a quando non cominciarono ad arrivare anche in Italia popoli con sete di conquista provenienti dal nord europa, quali Gotici, Bizantini, Longobardi, Barbari ecc. Qualche storico avrebbe attribuito a Roccadarce un ruolo importante ai tempi dell’invasione gotica, quando la fortezza sarebbe stata assediata per molti mesi da Narsete, il quale proprio a Roccadarce avrebbe distrutto la strenua resistenza degli ultimi avversari di Bisanzio ponendo fine così, alla sanguinosa guerra gotica e riconducendo l’Italia così sotto il dominio dell’Impero Romano d’Oriente.

    Dopo la conquista Normanna dell’Italia meridionale Roccadarce assunse di nuovo il suo effettivo ruolo strategico di primaria importanza; fu forse una delle fortezze più contese del Meridione anche perché, per arrivare al castello dovevano essere superate ben tre ordini di mura ripide ed impervie a difesa dell’unico lato accessibile per entrare; a completare l’opera poi, c’erano le varie Torri di esplorazione e avvistamento, sparse nel territorio circostante il Paese.

    Il normanno Riccardo, conte di Caserta (1038) se ne impadronì fino alla discesa dell’imperatore di Germania Lotario Terzo, in seguito, dopo sanguinose e numerosi tentativi, fu conquistato dall’avventuriero Mario Borrello (1154), assalita ed espugnata infine, dall’imperatore Enrico (1191) il quale cacciò il castellano Matteo Borrello, con tutti i difensori. Antiche cronache parlano di un lungo periodo in cui il castello fu governato dal Conte Diopoldo, il quale si rende responsabile di soprusi e scorrerie e fece di tutto, per aiutare l’ascesa al trono del piccolo Federico Secondo.

   Data importante e memorabile di Roccadarce fu il 1229, quando il Papa Gregorio Nono inviò un potente esercito per conquistare il castello, difeso da Raone di Azio, fedele di Federico Secondo. La resistenza dei difensori, favoriti dalla naturale condizione del luogo e dal munitissimo castello costrinse gli assalitori, dopo vari tentativi, ad abbandonare l’impresa ed a ritirarsi nei pressi di Ceprano, dopo aver subito gravi perdite. L’imperatore volle visitare di persona il castello (vi rimase dal 1 al 5 agosto del 1230) e ne ordinò subito il potenziamento; vi tornò anche l’anno successivo decidendo di fortificare anche le linee di confine lungo il fiume Liri.

   Il successore di Federico Secondo fu Manfredi, suo figlio naturale, avuto dal rapporto con Bianca Lancia, proclamatosi re in contrapposizione al legittimo erede, Corrado Quarto di Svevia imperatore di Germania; diversi pontefici fra i quali Innocenzo Terzo, provarono ad espugnare il castello, ma invano. Fu Clemente Quarto, eletto dopo la morte di Urbano Quarto che riuscì nell’impresa invitando in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, offrendogli per l’opera la corona di re di Napoli. I difensori del castello si arresero alla vista della sua potenza e, pur di aver salva la vita consegnarono il castello a Carlo d’Angiò. Manfredi scappò ma, dovette confrontarsi dopo poco tempo con d’Angiò nella battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) durante la quale Manfredi lasciò la vita sul campo di battaglia. Ecco alcune righe tratte dal racconto di Saba Malaspina sulla battaglia della presa del castello di Roccadarce da parte di Carlo d’Angiò: giunse intanto il re Carlo ad un castello inespugnabile, il quale per la sua altezza pareva toccasse il cielo, ed è chiamato dal popolo Roccadarce, in quanto, circondata com’è da scoscese rupi e quasi nella viva pietra tagliato, si eleva tra precipizi montuosi e a stento si può trovare un luogo più fortificato. Qui, su questa Rocca, come se fossa cosa facile, i francesi salirono miracolosamente. E’ certo che se non avessero assunto le forme di uccelli, o non avessero i fianchi miracolosamente muniti di ali come Dedalo, si sarebbe potuto credere che vi fossero giunti dopo lungo tempo …” . Come possiamo leggere l’autore evidenzia la inespugnabilità del castello anche se con toni profetici, perché allora era di profezia che si parlava, altrimenti la sua presa non era possibile.

   Scrive Giuseppe del Giudice, primo archivista del Grande Archivio Nazionale di Napoli di aver letto sullo “Statuto delle Castella del Reame”  che quello di Roccadarce, nella Terra di Lavoro (la quale comprendeva anche Napoli) era il più grande castello in assoluto, e ciò era documentato dal fatto che gli erano stati assegnati ” … in tempo di pace quaranta serventi ed un castellano scudifero …” .

   Il Rinascimento fu per Roccadarce un periodo di storie travagliate, anche se fu sempre un luogo rispettato da tutti per le considerazioni già esposte, tanto fu che nel 1528, re Carlo Primo fece emanare un privilegio a favore del castello di Roccadarce secondo il quale doveva rimanere sempre demanio del Regno. Questo privilegio però, durò ben poco perché presto fu ceduto a Francesco Maria della Rovere e, quest’ultimo nel 1580 lo cedette a Giacomo Boncompagni fino al 1796 anno in cui fu reintegrato al demanio.

   Nel 1860, dopo la fine della dinastia Borbonica e l’annessione del Regno di Napoli al Regno d’Italia, il popolo di Roccadarce non tenne conto di questo cambiamento e seguì la vita di tutti i giorni come nulla fosse avvenuto, conservando perfino un’antica amministrazione borbonica. Nel territorio di Colle Dragone si verificavano spesso episodi di risse, brigantaggio (vedi il brigante Chiavone 1860-62). Questo episodio di rifiuto di aderire subito al Regno d’Italia di Roccadarce è possibile vederlo oggigiorno dal fatto che le vie del Paese non sono intestate, come altri, ai vari Garibaldi, Cavour o Mazzini.

Brani tratti dal testo “Roccadarce e il suo Castello”

di Franco Tomassi

fonte https://www.roccadarce.com/storia%20antica%20di%20Roccadarce.htm

Altre Fonti

Storia di Rocca d’Arce


Che si percorra la Casilina o l’Autosole, o le innumerevoli vie di comunicazione che, disegnando una fitta rete, solcano la Media Valle del Liri, da ogni parte si vede e suscita ammirata curiosità il prominente monte di Rocca d’Arce, con i suoi 556 metri d’altitudine ben evidenti.
Guardando da Sud-Est, vedi un’altura molto elevata, aspra nella sua roccia e brulla di vegetazione. Sulla cima svettano, arroganti, numerosi metallici tralicci, le antenne dei ripetitori televisivi. Antiche mura evocano l’immagine di un castello medievale, che pur ci fu: in realtà oggi si vedono solo i muri del locale cimitero. Più in basso si staglia la sagoma imponente della chiesa parrocchiale, comunemente detta di San Bernardo. Ancora più giù, si arrocca compatto il centro storico, inconfondibilmente medievale. Sono poche le costruzioni moderne, che appena appena riescono a contaminare la purezza dell’antica architettura urbanistica: il nudo cemento e i lastroni di cristallo del nuovo Municipio, le case popolari, l’edificio scolastico e qualche rara privata abitazione. Una fila di vetusti bruni cipressi corre dalla parte mediana del nucleo storico orizzontalmente verso Levante, ovè il faraglione maggiore col ‘Cauto’ e impreziosisce l’immagine paesaggistica.
Il “Cauto” è un ampio buco naturalmente prodottosi nella viva roccia del più grande dei faraglioni che scendono dal castello verso Est; un buco in verticale, sì che il faraglione appare come una vela bucata.
Guardando da Nord-Ovest, invece, la “Rocca” appare col suo enorme massiccio che si erge verso il cielo, e la pietra è tagliata a picco da creare uno strapiombo. Sulla sommità di questo picco meglio si vedono i pochi brandelli di mura dell’antico castello e meglio si comprende perché nell’antichità la “Rocca” si presentava come un presidio inespugnabile, mostruosa creazione degli dei e sede olimpica degli stessi. Su questo castello, invero, si rifugiarono principi, re ed imperatori, quando dovevano porsi al riparo dalle ostilità dei vari nemici.
Oggi Rocca d’Arce sviluppa la sua edilizia nella campagna, nelle aree più pianeggianti di Santa Lucia, Canale, Giardini, ma anche nei declivi collinari di Montenero, Collepizzuto, Fraioli. D’altronde, sarebbe impossibile aggiungere una casa al nido abitativo del centro storico, oltre cui non ci sono che dirupi. Come la gran parte dei comuni medievali della Ciociaria, il centro storico di Rocca d’Arce è ormai disabitato, abbandonato alla sua solitudine, alla sua lenta agonia. L’abitare, oggi, esige gli agi e le opportunità della civiltà post-industriale, soprattutto l’uso dell’automobile, con strade agibili ed il garage, o almeno il posto parcheggio, vicino l’uscio di casa, se non dentro la stessa abitazione: questo Rocca d’Arce “Centro” non lo può dare, con le sue stradine strette e tortuose, con le sue piazzuole anguste, con le sue salite superabili e fruibili per mezzo di gradini e ballatoi.
Il Castello Medievale
La gloria più grande di Rocca d’Arce sta nella memoria storica del suo Castello, di cui, pertanto, varrebbe ben la pena di salvare anche il più piccolo brandello di mura, anche la più labile vestigia. Peccato che sulla civiltà della storia prevalga, oggi, la civiltà delle comunicazioni, con le sue antenne televisive e telefoniche, quasi metalliche ortiche a ricoprire gli ultimi segnali di un castello grandemente importante per tutto il Medio Evo!
Importante perché era praticamente imprendibile, il Castello di Rocca d’Arce, importante perché era geograficamente posto in una posizione “chiave” nei conflitti incessanti tra l’Impero Bizantino, i Normanni, il Sacro Romano Impero, il Papato, i Guelfi e i Ghibellini, oltre che tra i vari castellani, i signori, i duchi, i conti e gli abati dell’Italia Centrale. In verità questo castello dominava l’ampia valle del Liri e del Sacco, chiamato quest’ultimo fiume Tolero nel Medio Evo e Trerus ai tempi dei romani, valle che costituiva il passaggio più importante tra il Nord e il Sud della Penisola.
Il Castello di Rocca d’Arce era imprendibile perché in parte inacessibile per la natura del sito, in parte munito di poderose fortificazioni. In tutto il lato Nord il Castello soprastava uno strapiombo di un paio di centinaia di metri, una rupe calcarea dalle pareti lisce e a perpendicolo. Ad Est lo strapiombo era collegato ad una serie di faraglioni per mezzo di apposita muraglia. A Sud e a Ovest l’ascesa al Castello era impedita da un complesso molto vasto ed articolato di fortificazioni. In alto si ergeva la mole centrale, attorniata da bastioni e torrazzi. La sua protezione era assicurata, inoltre, da più ordini di mura, almeno tre ordini, ma forse anche sette. Avamposti del Castello erano già ad Arce, a Campolato e a Colle San Martino. Un ordine di mura era lungo l’attuale Murata, le “Muratte”, che partivano da Santa Maria dello Stingone (Sant’Agostino o Sant’Antonio), risalivano fino al “Torrione” (punta Sud del Centro storico di Rocca d’Arce) da una parte, e dall’altra andavano fin verso il centro di Arce, da cui proseguivano verso l’attuale serbatoio dell’acquedotto sopra Santa Maria. Qui si vedono ancora dei resti. In questo modo le mura chiudevano ad U il Castello, in una morsa fortemente protettiva. Arce aveva altri posti strategici per la difesa del Castello di Rocca d’Arce: porta Germani, porta Carosi, il piccolo castello dove oggi sorge il Comune, porta Santa Maria. Altre mura cerchiavano il Castello, nel centro di Rocca d’Arce e lungo la linea delle primitive mura ciclopiche. Raramente si è vista una sì potente opera di fortificazione. Ed infatti il Castello di Rocca d’Arce ha resistito agli attacchi più formidabili e mai è stato preso per assalto, ma piuttosto per tradimento o per resa. Uno dei problemi più gravi poteva essere l’assedio, che impediva il rifornimento dei viveri e dell’acqua. Quando l’assedio non era totale, ma lasciava scoperto il territorio verso la campagna a Oriente, ingegnosi sottopassaggi potevano permettere la comunicazione ed il rifornimento idrico alla “Fontana a Monte” e alla “Fontana a Balle”, oltre il rifornimento alimentare nella sottostante zona che chiamiamo “Peschito”. La “Grotta del Diavolo” poteva essere uno di questi passaggi segreti.
Il Castello di Rocca d’Arce non fu una sontuosa comoda residenza, tipica del castello baronale, ma soprattutto un presidio militare, una roccaforte, che serviva alle operazioni belliche, allo stazionamento dei militari, al rifugio e alla sicurezza entro le sue mura di chi altrove si sentiva in pericolo. Basti pensare che re Manfredi, alla vigilia dello scontro fatale contro Carlo D’Angiò, dovendo scegliere un riparo sicuro per la moglie Elena e per i quattro figli in tenerissima età, individuò due castelli tra i più sicuri: Rocca d’Arce e Lucera. Scelse poi Lucera perché non vedeva in Rocca d’Arce una possibilità di eventuale fuga verso oriente. E aveva previsto bene Manfredi, perché Carlo D’Angiò, con i suoi Galli, i Francesi, riuscì a prendere il Castello di Rocca d’Arce, per resa di Federico Lancia, che pure aveva valorosamente combattuto.
Per la sua sicurezza il Castello di Rocca d’Arce era il più munito della provincia di Terra di Lavoro, compresa la stessa Napoli. In tempo di pace aveva assegnati quaranta serventi ed un castellano scudifero. Poi c’era Castel dell’Ovo di Napoli con trenta serventi e un castellano milite. Il castello d’Aversa aveva venti serventi; tutti gli altri non ne avevano più di dieci. Ciò si spiega dal fatto che il Castello di Rocca d’Arce si trovava in zona di confine, vera “chiave del Regno”.
Tra il 1155 e il 1162, il Castello di Rocca d’Arce fu rifugio di quei baroni che si erano ribellati al regime normanno di Sicilia, fino a quando il re Guglielmo I, detto il Malo, venne a catturarli facendo espugnare il Castello dal conte Lauro.
Enrico VI, imperatore del Sacro Romano Impero e, tra il 1195 e il 1197, re di Sicilia, era diretto alla conquista del Regno siculo, quando prese in ostaggio i più ragguardevoli cittadini di San Germano (Cassino), Castrocielo, Atina e li consegnò alla custodia in parte del castellano di Rocca Sorella (castello di Sora), Corrado Merlei, e in parte al castellano di Rocca d’Arce, Diopoldo.
Ultima dimostrazione del valore strategico e della garanzia di sicurezza del nostro Castello la rileviamo nel 1528, quando Carlo, re di Spagna e re di Napoli, giudicò i castelli di Rocca d’Arce e di Roccaguglielma (Esperia) inespugnabili e insostituibili per la sicurezza del Regno, tal che ordinò che questi castelli non potessero mai essere sottratti al dominio regio. Quindi nominò capitano al comando delle truppe, che qui erano di stanza, Bartolomeo Alarcon, il quale morì in Rocca d’Arce nel 1533 e fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino.
Dicevamo che poche volte il Castello di Rocca d’Arce fu preso, e quando ciò avvenne fu più per tradimento o per viltà o per miglior consiglio, che per assalto e per combattimento.
Ruggero I, re normanno di Sicilia, nella seconda metà dell’Undicesimo secolo, per ben due volte assalì il nostro Castello, conquistandolo, consapevole che, per mantenere un regno al Sud dell’Italia, bisognava possedere quell’importante fortezza sul monte Arcano, posta a “guardia” della Valle del Liri, ingresso obbligato per il Mezzogiorno. Non sappiamo, perché le fonti storiche a disposizione difettano, come e con quali mezzi il Castello di Rocca d’Arce fu conquistato da Ruggero I. Si consideri, peraltro, che siamo poco oltre il Mille, solo agli albori della storica importanza di questa fortezza militare medievale, contemporaneamente alla nascita del Regno Normanno di Sicilia, con i signori d’Altavilla Roberto il Guiscardo e con il fratello Ruggero, che, in trenta anni di guerra, dal 1061 al 1091, conquistava la Sicilia, preparando così il Regno e l’espansione dei Normanni nel Mezzogiorno della Penisola.
Alla morte di Ruggero gli successe nel Regno di Sicilia il figlio Ferdinando, dando luogo ad una fase incerta di passaggio che permise ai baroni ribelli, che erano stati esiliati dal Regno, di rientrare e di riprendere le proprie baronie. Tra questi baroni c’era Mario Borrello, che prese e incendiò Arce e poi passò all’assalto del Castello di Rocca d’Arce. Ormai il Castello è abbastanza munito e meglio può resistere. Gli assalti succedono agli assalti, fino a quando, il 21 agosto del 1155, il famigerato Mario Borrello sfonda la resistenza, penetra nel Castello, lo saccheggia e lo incendia. La conquista del Castello non fu per niente facile e richiese lungo tempo di cruenti combattimenti, nonostante che era stata già presa e incendiata Arce, venendo così meno i primi sbarramenti di difesa di Rocca d’Arce.
Nel 1191, l’imperatore Enrico VI scese in Italia, per riprendere il Regno, poiché un moto indipendentista siciliano favoriva la sovranità di Tancredi, conte di Lecce. Dopo aver ricevuto l’incoronazione dal papa Celestino III, l’imperatore, insieme alla moglie, Costanza d’Altavilla, diretto verso Napoli, scende per la valle del Sacco ed occupa Terra del Lavoro. Passa per Ceprano e si dirige ad occupare Arce, presupposto per la conquista del Castello di Rocca d’Arce, difeso, per conto di Tancredi, da Matteo Borrello. Questi scende subito ad Arce, per resistere già dalle prime avamposte difese del Castello. Ma Arce cede all’attacco dell’imperatore, si arrende senza nemmeno combattere, impaurita dal numeroso esercito imperiale. Rocca d’Arce, invece, resiste con fierezza e impegna tutta la capacità bellica dell’esercito di Enrico VI, fino alla dura inevitabile resa. “Imperator – narra l’Anonimo Cassinese – Campaniam descendens… Roccam Arcis violenti ‘capit insultu” (L’imperatore, dirigendosi verso la Campania, prese Rocca d’Arce con feroce assalto).
La resa di Rocca d’Arce suscitò grande scoraggiamento, tra gli alleati di Tancredi, tal che cessò ogni resistenza contro l’Imperatore. San Germano, cioè Cassino, impressionata dalla resa di Rocca d’Arce, si piegò al destino e giurò fedeltà ad Enrico VI. Pietro da Eboli, poeta di quei tempi, così narra l’avvenimento in un suo Carme: “Quando capta est per vim Rocca d’Archis, / Subito imperio Notani gloria castris, /quo Dux a misero Rege Burrellus erat. /Exemplum cuius quamplurima castra. seguuntur, / Archis enim Princeps ‘nomen et esse gerit”(Quando con la forza fu presa Rocca d’Arce, si sottomise all’impero la gloria del Castello, in cui Borrello era comandante per parte del povero Re. Seguirono il suo esempio la maggior parte dei castelli, sicché il Principe porta il nome e le sostanze della Rocca). Avuta, così, la “chiave”, Enrico VI poté continuare la conquista, occupando la Valle di Comino, Teano, Capua, Salerno, dopo aver pensato a ricostruire le difese del conquistato Castello di Rocca d’Arce, ponendovi come castellano Diopoldo. La marcia, conquistatrice di Enrico VI fu arrestata a Napoli da una epidemia: l’imperatore, ammalato, fu costretto a tornarsene in Germania. Ne approfittò Tancredi per riconquistare terre e città di Terra di Lavoro.
Innocenzo III, papa tra il.1198 e il 1216, si impegnò a domare la insolenza di tre ribaldi signori, Diopoldo di Rocca d’Arce, Corrado Merlei di Sora e Marqualdo di Ravenna, i quali in pratica, con le loro scorrerie, dominavano molte terre del Mezzogiorno. Il Papa, per questa impresa, chiamò dalla Francia il conte di Brenna, Gualtiero, che riuscì a conquistare Aquino, scacciandovi il castellano che vi era stato posto da Diopoldo. Indi, Gualtiero insegue Diopoldo, lo incontra presso Capua, dove lo sconfigge in una acerrima battaglia. Rocca d’Arce, nel frattempo, era stata affidata da Diopoldo al conte di Sora, Corrado Merlei. Contro costui Innocenzo III invia il suo Camerlengo Stefano di Fossanova, con un formidabile esercito, il quale vittoriosamente occupa Sora e Sorella, la rocca di Sora, facendo prigioniero Corrado Merlei. Quindi, Stefano di Fossanova procede alla conquista di Rocca d’Arce, dove era castellano Ugo, ma, scoraggiato dalle fortificazioni del Castello, preferì trattare la resa. Ugo pretese pesanti condizioni: trecento cavalli, mille once d’oro, la libertà per Corrado Merlei e compagni che erano tenuti prigionieri.
Nel 1210, l’imperatore Ottone IV scende in Italia e cerca di riprendere il Castello di Rocca d’Arce, che era passato in possesso del Papa. Giova ricordare che in questo periodo Innocenzo III era tutore del minorenne re Federico Il. Il tentativo di occupare Rocca d’Arce fallì. Allora l’imperatore incaricò l’antico castellano di Rocca d’Arce, Diopoldo, di riconquistare Aquino e Rocca d’Arce. Ma Diopoldo non riuscì a prendere Aquino e tanto meno Rocca d’Arce, di cui conosceva bene le potenti fortificazioni.
Nel 1229, il nostro Castello fu attaccato dal grande esercito approntato dal papa Gregorio IX per la conquista della Sicilia. I soldati papalini portavano la divisa militare fregiata delle chiavi di San Pietro, per cui furono chiamati Chiavisignati. L’esercito prese i castelli di Ponte Solarato, cioè di Isoletta di Arce, di San Giovanni Incarico e di Pastena. Poi passò all’assalto di Rocca d’Arce, dove era castellano Raone di Azio. Questi predispose una difesa ferratissima e resistette arditamente fino a che l’esercito dei Chiavisignati dovette togliere l’assedio e ritirarsi sconfitto nel quartiere generale di Ceprano.
Nel 1250, registriamo altra strenua resistenza del Castello di Rocca d’Arce contro l’assalto di Corrado IV, il quale era sceso in Italia per riconquistare il Regno. Risalendo dalle Puglie, Corrado IV pose il suo accampamento nella campagna di Arce, nella zona che attualmente si chiama Campostefano, e provò a prendere il Castello di Rocca d’Arce, senza riuscire nell’impresa: era castellano il valoroso Bertoldo.
Altra resistenza aspra e vincente Rocca d’Arce la oppose al papa Alessandro IV, che era intento a recuperare molte terre oltre il confine del Liri. Rocca d’Arce e Sora non cedettero.
A papa Alessandro IV succedette Urbano IV, il quale, continuando l’opera del predecessore, chiamò in aiuto il francese conte Roberto di Fiandra: Quando costui giunse ai piedi del Castello di Rocca d’Arce, spaventato dalle imponenti fortificazioni, se ne tornò da dove era venuto.
Sfortunatamente per Rocca d’Arce, funestamente per re Manfredi, salì sul soglio pontificio Clemente IV, il quale dalla Francia fa venire in Italia Carlo I D’Angiò. Carlo D’Angiò e Manfredi si contendono il Regno di Napoli. La difesa che Manfredi appronta nel Mezzogiorno ha il suo fulcro nel Castello di Rocca d’Arce. Il re pone l’accampamento in Arce, in quella località che ancora oggi si chiama “Campo Manfredi”. Contemporaneamente pensa alla difesa marina, ponendo una flotta di sbarramento con navi siciliane, napoletane e pisane. Carlo D’Angiò riesce a sfuggire alla flotta ed entra in Roma, festante, dove è incoronato re di Napoli e di Sicilia. Quindi si dirige ad occupare tutti i castelli ai confini con lo stato pontificio, tra cui Rocca d’Arce, che più di ogni altro ha il coraggio e l’orgoglio di resistere. Ciò fu anche segno di amor di patria e di fedeltà, poiché re Manfredi si poteva ritenere più italiano che straniero, nato in Italia e da madre italiana, Bianca Lancia, mentre Carlo D’Angiò era in tutto e per tutto uno straniero, considerato un usurpatore nei confronti dello svevo Manfredi e del Mezzogiorno d’Italia. La difesa di Rocca d’Arce era affidata al valorosissimo Federico Lancia, affiancato da Rinaldo d’Aquino e da Guglielmo Lancia, fratello di Federico, che difendevano il confine lungo il fiume Liri. Purtroppo, la prima falla nella difesa contro Carlo D’Angiò si aprì con il tradimento di Rinaldo d’Aquino, che, oltretutto, era cognato di Manfredi. Pertanto, a Carlo fu facile spezzare la resistenza lungo il Liri, a cui seguì l’assalto al Castello di Rocca d’Arce. Leggiamo dalle Cronache:” venit (Carolus) pro pere ad quoddam inespugnabile castrum, quod aliquid con trari videtur, haberi cum Rocca Arcis appelletur a vulgo: hac enim Rocca vixfortior potest inveniri quam rupes monstruosae circumdant: et quasi de medio petrarum confixam, saxosa amntium paerupta convallant. Hanc Gallici pedites, qui quasi leve quid essent, niiraculose consedunt”. Un’approssimata traduzione è la seguente: Carlo giunse rapidamente presso un inespugnabile castello, che appariva come qualcosa di respingente e dal volgo era chiamato Rocca di Arce: non si può trovare infatti una rocca più fortificata di questa, circondata da mostruose rupi; e, quasi conficcata nel mezzo di faraglioni, la proteggono sassosi precipizi. I fanti francesi più agili di quanto non fossero, conquistarono miracolosamente questa Rocca.
La presa del Castello di Rocca d’Arce fu ritenuta, dai fautori guelfi, sostenitori del papa, più opera della volontà di Dio, che dei Francesi. Si immaginò che i soldati di Carlo D’Angiò avessero messo le ali per superare quelle incredibili difese. Sta di fatto che i difensori del Castello furono impressionati dal numero degli assalitori e dalla loro audacia, tanto che Federico Lancia non ebbe altra scelta, oltre la disperazione e la resa. Ormai a Carlo D’Angiò è aperta la porta del Regno.
Dal 1266, con la sconfitta e la morte di Manfredi, finisce la fase epica del Castello di Rocca d’Arce, che passerà da un signore all’altro e andrà scemando la sua importanza militare. Il suo possesso sarà dei Gianvilla, dei Cantelmo, della Regina Giovanna, di Caterina d’Aragona, dei signori Della Rovere, infine dei Boncompagni.
I Boncompagni entrarono in possesso del Castello di Rocca d’Arce sin dal 1583, con Giacomo Boncompagni, duca di Sora. Questi signori furono particolarmente devoti a San Bernardo. Nel 1698 Antonio Boncompagni donò a Rocca d’Arce la cassa di piombo in cui conservare il corpo del Santo Pellegrino.
Il massimo grado di sicurezza e di splendore il Castello di Rocca d’Arce lo aveva raggiunto con Diopoldo, fatto castellano dall’imperatore Enrico IV. Figura tra il bandito e il principe, valoroso condottiero e avido opportunista, Diopoldo riuscì a crearsi uno stato nel Regno, rivestendo perfino un ruolo di difensore della legalità. Difese la legittima successione al trono imperiale di Federico TI, ancora in età minorile. Si distinse per valore nelle battaglie di Aquino e di Capua, contro gli alleati di Tancredi, facendo anche prigioniero Riccardo da Carinola, che rinchiuse nel Castello di Rocca d’Arce. Da qui Diopoldo faceva leggi, emanava decreti, amministrava la giustizia, in quel suo stato improvvisato che arrivava fino a Fondi e ad Acerra, presso Napoli. In quegli anni di disordini, di lotte per l’investitura imperiale, non essendo Federico II ancora giunto alla maggiore età ed essendo suo tutore papa Innocenzo III, tutto sommato, Diopoldo svolse una funzione vicaria dei legittimi poteri nell’ordine sociale, contro le ribalderie di furfanti, ladroni e briganti che infestavano il Mezzogiorno.
Dal Passato al Futuro
La maggior gloria di Rocca d’Arce fu nella sua fortezza, l’Arx Volscorum, o Arx Fregellana, e poi nel Castello medievale, punto strategico di primaria importanza, sulla linea di confine e di accesso al Regno di Napoli.
 

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ABOLIZIONE DELLA FEUDALITA’ NEL REGNO DI NAPOLI E DI SICILIA (nota di Andrea Casiere)

Posted by on Dic 19, 2018

ABOLIZIONE DELLA FEUDALITA’ NEL REGNO DI NAPOLI E DI SICILIA (nota di Andrea Casiere)

In seguito alla vittoria conseguita sull’esercito asburgico a Bitonto e all’ascesa sul trono di Napoli e di Sicilia della dinastia borbonica si crearono le condizioni storiche ideali affinché, le idee assolutistiche di marca esplicitamente illuministica prendessero largamente piede. Sulla scorta delle pensiero innovatore volto a ridimensionare prima il potere politico, e poi quello sociale ed economico, del clero e delle classi aristocratiche del regno, fu stipulato un nuovo patto concordatario nel 1740 tra la sede apostolica e il reame borbonico. In applicazione dei dettami contenuti nel concordato, nel 1741 fu introdotto, tramite decreto reale di Carlo di Borbone, un blando sistema di tassazione sui beni ecclesiastici e progressivamente furono imposte delle limitazioni al diritto d’asilo nei luoghi di culto cattolico (unica religione dello stato).Il provvedimento legislativo del 1741si innestò, inoltre nel più vasto programma di razionalizzazione e di riforma organica del sistema tributario portato avanti dal governo napolitano culminato con l’istituzione del celeberrimo catasto onciario carolino. Le disposizioni del 1741 non mettevano in discussione neanche teoricamente l’assetto feudale del regno di Napoli (non era neanche nella volontà del sovrano abolire gli istituti giuridici nati in età feudale), ma indubbiamente il provvedimento determinò l’inizio della crisi dell’antica impalcatura organica e tradizionale della monarchia sacrale nel meridione d’Italia. Il lento processo rivoluzionario volto alla sostituzione delle antiche franchigie feudali con un nuovo regime monarchico di stampo assolutistico era stato innescato anche nelle successive decadi per impulso del ministro e reggente Bernardo Tanucci . Con la celebre prammatica XXIX denominata “de administratione universitatum” del 23 febbraio 1792 promulgata dal Re Ferdinando IV di Napoli fu regolata, per la prima volta, la questione delle ripartizioni dei demanii e fu introdotto de facto, l’affrancamento delle servitù civiche. Seguì la legge eversiva della feudalità del 2 agosto 1806 del governo di Giuseppe Bonaparte (“la feudalità con tutte le attribuzioni resta abolita. Tutte le giurisdizioni sinora baronali, e i proventi qualunque che vi siano stati annessi sono reintegrati alla sovranità, dalla quale saranno inseparabili”). Abrogò interamente la legislazione antecedente sulla feudalità nei soli territori del regno di Napoli (il Re Giuseppe Bonaparte rivendicava formalmente anche la sovranità politica sulla Sicilia controllata dagli anglo – borbonici), accrescendo da un lato la potestà dello stato sulla società e il monopolio della sovranità politica del Regno a danno dei diritti conculcati del ceto baronale e aristocratico e, dall’altra, contribuendo a parcellizzare e a frammentare le vaste proprietà terriere. Il provvedimento proseguì con la legge del primo settembre del 1806 e con il decreto reale del 3 dicembre 1808, attraverso il quale, si affidava agli intendenti di ciascuna provincia del regno il compito di determinare i diritti riconosciuti degli antichi baroni. Per risolvere, infine, i contenziosi tra le popolazioni e gli aristocratici il Re Giuseppe Bonaparte istituì uno speciale organismo che chiamò da subito commissione feudale (di cui diventerà responsabile David Winspeare nel 1808) con i compito di ridimere i “contrasti di ogni natura tra le università e i baroni”. Il termine fu prorogato con un ulteriore decreto reale il 28 novembre 1808. Dalla detta commissione, in pochissimi mesi, furono emesse oltre 3000 sentenze, che furono riconosciute valide nel periodo della restaurazione per il Napoletano dal Re Ferdinando I delle Due Sicilie. Infatti quest’ultimo non abrogò la legislazione in materia feudale e, più in generale, amministrativa, del cessato governo murattiano. Più in generale, non allontanò molti degli esponenti di spicco del governo murattiano, preferendo assumere una condotta politica tesa alla pacificazione e alla riconciliazione tra le istanze reazionarie e controrivoluzionarie presenti in alcuni ambienti della corte borbonica e quelle di chiaro carattere rivoluzionario propugnate dai notabili del precedente regime napoleonide. Questo atteggiamento politico fu denominato dagli storici l’amalgama. In Sicilia, diversamente da quanto era accaduto nel reame napoletano, i diritti feudali furono abrogati dallo stesso regime anglo – borbonico relegato sull’isola durante il decennio francese, con l’entrata in vigore della costituzione del regno di Sicilia del 1812 (istituto di chiaro stampo liberale britannico) sotto l’asfissiante influenza del vicerè William Bentinck. Altri provvedimenti in materia si ebbero, ad opera di Francesco I e Ferdinando II, nel 1825, nel 1838 e nel 1841. In definitiva, l’abolizione della feudalità nel regno di Napoli si ha, ufficialmente, con la legge firmata da Giuseppe Bonaparte nel 1806. La strada era stata però già aperta dalla prammatica di Ferdinando IV nel 1792. In Sicilia il feudalesimo viene abrogato solo con la costituzione del 1812 e le Due Sicilie, al momento della restaurazione nel 1815 vedono cancellato il sistema del feudo sia al di là che al di qua del faro.L’abolizione nel Regno avviene però con ritardo, se paragonato a quanto successo in alcuni degli altri stati italiani esistenti all’epoca. Tra i primi paesi ad abolire il feudalesimo ci fu il Granducato di Toscana con il provvedimento del 16 marzo 1749, cui seguirono, fino al 1789, tutta una serie di norme con cui si confermò sempre più il nuovo sistema amministrativo. Come nel caso della legge del 24 aprile 1783 pose fine al diritto di caccia sulle terre dei vassalli, o ancora il 12 marzo dello stesso anno si passò all’abolizione del diritto di pascolo. A testimonianza di questa verità un brano tratto dal Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana: contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, volume 5, compilato da Emanule Repetti (socio ordinario dell’imperiale e regia accademia dei georgofili e di varie altre), stampato a Firenze presso l’autore e editore coi tipi di Giovanni Mazzoni nel 1843 che riporto qui di seguito: “Altro esame sullo stesso feudo della Triana fu instituito ad istanza del conte Spinello Piccolomini, nel tempo che egli tentava, sebbene invano, di liberarsi dal rigore della legge del 21 aprile 1749 relativa all’abolizione delle giurisdizioni feudali” (1). La stessa contenutistica si evince da un intervento del deputato De Witt presso la camera dei Deputati del parlamento subalpino di Firenze nel 1867: “Di diritti feudali e di feudalismo nelle province toscane sono degli anni assai che non se ne deve più parlare; e poiché tanto l’onorevole Capone, quanto l’onorevole ministro di agricoltura e commercio hanno parlato di questi diritti feudali, così io dico che queste frasi altro non sono che un fantasma che ci si mette davanti come cosa reale cui dovbbiamo combattere […] Volete vedere che in toscana non vi è ombra di feudalismo, e che noi oggi vogliamo uccidere un uomo morto? I diritti feudali così detti politici, il diritto di imporre tasse, il diritto di imporre pedaggi, i diritti di mero e misto imperio furono aboliti definitivamente in Toscana colla legge 16 marzo 1749, e non se ne parla più. Rimanevano i così detti diritti civili dei faudatari, e questi con successive leggi furono tolti uno ad uno. Infatti colla legge del 24 aprile 1783 fu abolito il diritto che avevano i feudatari di andare a cacciare nelle terre dei loro vassalli; colla legge del 12 marzo dello stesso anno fu abolito il diritto di pascolo e di legmatico sui fondi dei soggetti; con la legge 11 dicembre 1785 fu abolito l’obbligo che avevano i vassalli di andare a macinare il proprio grano al mulino del feudatario, a frangere le proprie olive al frantoio del feudatario. Rimanevano quelle leggi le quali incatenavano alla feudalità i beni feudali, le leggi le quali vietavano di disporre dei beni feudali senza preventiva autorizzazione, e di disporne in onta all’atto di fondazione. Or bene, questo rimasuglio dei diritti feudali fu abolito colla legge del 23 febbraio 1789, colla quale furono aboliti i fidecommessi esistenti,e fu vietato di crearne di nuovi. Quindi la mala pianta del feudalismo fu atterrata fino dal 1789, e se ne rimase qualche sterpo, qualche ricacciaticcio, questi rimessi furono fino alla radice sbarbati e sterpati dalle leggi della rivoluzione francese, che furono pubblicate in Toscana e v’imperarono fino al primo maggio 1814. Fu ripristinato il Governo lorenese nel 1814; e, sebbene esso abolisse tutta la legislazione francese, che era statain vigore durante l’occupazione francese, pure nel motuproprio del 15 novembre 1814 così dichiarò (mi permetta la Camera che legga questo brevissimo articolo della legge toscana, relativo alla conservazione di una parte della legislazione francese): Resta ferma l’esecuzione delle legi del cessato Governo, che riguardano la feudalità, i fidecommessi, le commende e qualunque altro vincolo di che fossero stati affetti i beni immobili”(2). Altro caso significativo, nel panorama italiano (e antecedente anch’esso al caso di Napoli), è costituito dalla Lombardia che si trovava sotto il governo austriaco di Maria Teresa. Nel 1774 con un editto del 6 giugno, Maria Teresa d’Asburgo creò numerose Prefetture Regie per regolare le regalie straordinarie. Nel 1786 vi fu l’abolizione del Senato di Milano e si assistette alla parificazione tra le preture regie e quelle feudali ad opera di un editto dell’11 febbraio firmato da Giuseppe II. Nel 1792 il fratello Leopoldo II confermò, una volta asceso al trono, i provvedimenti precedentemente assunti e respinse le richieste di modifiche avanzate dai vecchi feudatari. Sulla mancata abolizione della feudalità nel regno di Napoli sotto Carlo di Borbone fa fede anche quanto sostenuto dallo storico Vittorio Gleijeses: “Il regno indipendente non apportò grandi cambiamenti alle istituzioni municipali napoletani: rimasero immutate le funzioni dei seggi, degli eletti, delle deputazioni e del tribunale di San Lorenzo che ebbe riconfermata anche la sua autorità sull’annona […] Le riforme che re Carlo avrebbe voluto attuare si dimostrarono troppo difficili all’atto pratico anche perché tutto il sistema fiscale era in effetti nelle mani di alcuni creditori dello stato, gravando pesantemente sul popolo, anche se Napoli, a differenza delle altre città, godeva di alcuni privilegi”(3). Conclusione.La politica detta dell’amalgama adottata dal governo borbonico nel periodo della restaurazione scontentò tanto i legittimisti, e più in generale, i più leali servitori della patria napoletana, sia gli innovatori rivoluzionari murattiani o repubblicani. Si cercò sotto il regno di Ferdinando I una posizione equilibratrice tra due visioni del mondo e della realtà completamente opposte. Vennero quindi a crearsi progressivamente dei fattori interni di forte destabilizzazione dell’apparato amministrativo e delle stesse forze armate del regno e una lenta ed esiziale erosione di consenso intorno al trono delle Due Sicilie. Questa crisi latente si paleserà con i rivolgimenti costituzionali del 1820-21 e si manifesterà ulteriormente nel biennio rivoluzionario 1848-49 nel napoletano e in Sicilia sotto il governo costituzionale di Ruggero Settimo fino al collasso definitivo socio – politico dello stato nel 1860 – 61.

Andrea Casiere

(1) Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana: contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, volume 5, compilato da Emanule Repetti (socio ordinario dell’imperiale e regia accademia dei georgofili e di varie altre), Firenze presso l’autore e editore coi tipi di Giovanni Mazzoni, 1843, pag. 598.(2) Intervento dell’onorevole De Witt al parlamento di Firenze del 1867. Atti del parlamento subalpino, anno 1867, Firenze, eredi Botta, tipografi della camera dei deputati, Palazzo Vecchio.(3) V. GLEIJESES, La storia di Napoli dalle origini ai nostri giorni, Società editrice napoletana, 1977, p. 674.

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La lingua italiana è nata in Sicilia

Posted by on Dic 2, 2018

La lingua italiana è nata in Sicilia

Il dibattito sulle origini della lingua italiana è sempre stato particolarmente acceso: la Toscana rivendica la paternità con Dante Alighieri e la Sicilia le risponde con la Scuola Siciliana. Ma un recente ritrovamento all’interno di una biblioteca lombarda, da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa, sembra dare ragione ai siciliani: alcune poesie, appartenenti tra gli altri a Giacomo da Lentini (fondatore della scuola) e a Federico II (promotore della stessa), sembrerebbero confermare che la lingua italiana sia nata agli inizi del Duecento in Sicilia, a seguito della rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico. Per circa un trentennio, in Sicilia, venne prodotta la prima lirica in volgare italiano, sottoforma di canzone, di canzonetta e di sonetto, in cui dominava la tematica d’amore. Per cui Dante non sarebbe stato l’inventore assoluto della lingua italiana, ma si sarebbe rifatto a quella già esistente e in via di sviluppo della Scuola Siciliana, dando così vita a quella che – al di là della questione – resta la più imponente opera mai scritta in italiano.

fonte

http://scirokko.it/la-lingua-italiana-e-nata-in-sicilia/?fbclid=IwAR36br4BlQX7iRwOKsHNo_EzNiFkKDYptIP0pwXqXnTwb9jRN4dJtOYrpMA

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I Seggi di Napoli

Posted by on Dic 1, 2018

I Seggi di Napoli

Cosa erano i Seggi? Erano anzitutto edifici cittadini, composti da un atrio ed un vano chiuso per le riunioni, ed erano poi “piazze” cioè luoghi di inquadramento socio-topografico delle famiglie aristocratiche. Erano edifici, erano “piazze” ed infine erano unità amministrative: ogni seggio è partecipe dell’amministrazione della città.

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L’assedio di Monte Sant’Angelo da parte di Ferdinando I d’Aragona…

Posted by on Nov 27, 2018

L’assedio di Monte Sant’Angelo da parte di Ferdinando I d’Aragona…

Siamo a metà del XV secolo e il Regno di Sicilia nel 1442 era stato tolto a Renato d’Angiò, legittimo successore di Giovanna II, da Alfonso V che riunificò i possedimenti normanno-svevi insediando la capitale del regno a Napoli e intitolandosi “Rex Utriusque Siciliae”, diventando così il primo Re del “Regno delle due Sicilie”.

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