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LE RADICI BENEDETTINE DELL’EUROPA CRISTIANA E LA SCRISTIANIZZAZIONE DELLA POLITICA

Posted by on Lug 14, 2022

LE RADICI BENEDETTINE DELL’EUROPA CRISTIANA E LA SCRISTIANIZZAZIONE DELLA POLITICA

L’odierna festività del Santo Padre e Patriarca del Monachesimo occidentale, Benedetto; patrono principale d’Europa, porta necessariamente ad una riflessione sull’odierna Europa, sulle sue condizioni e sulla sua crisi identitaria innegabile.

Lo faremo in una breve riflessione che tenterà un’analisi al confine tra “teologia politica” e diritto, comparando i principi ispiratori dell’Europa ai fondamenti della Summa Aurea Evangelii che è la Regola di San Benedetto.

1. La morte dell’idea di Europa

Anche se la mentalità sedicente laicista tenta di cancellare dalla memoria storica le radici cristiane dell’Europa, l’apporto che il cristianesimo ha dato alla costruzione di una “comune casa europea” (cfr. D. OGLIARI, San Benedetto e le radici cristiane dell’Europa, 1 ottobre 2009) non può essere eluso né essere considerato un semplice incidente di percorso. Fingere che il cristianesimo non abbia influito profondamente sull’anima stessa del vecchio continente rappresenta il segnale di una forte crisi di identità dell’Europa. In fondo è a partire dall’assimilazione del messaggio cristiano e con la nascita della romanità cristiano cattolica che l’umanesimo cristiano ha incominciato ad essere un riferimento decisivo per la formazione dell’identità dell’Europa. È il cristianesimo la forma stessa del rapporto europeocon la sua eredità culturale (cfr. R. BRAGUE, Il futuro dell’Occidente, 92 ss.).

In questo sfondo possiamo e dobbiamo collocare anche la figura di san Benedetto, in quanto anche il suo insegnamento e la sua testimonianza hanno dato vita ad un umanesimo benedettino che costituisce una parte importante dell’umanesimo cristiano e di conseguenza anche un tratto essenziale dell’ethos europeo.

Ad oggi, non si comprende bene se l’Europa è finita e se dall’Unione Europea si stia passando (di nuovo) all’idea della Grande Germania, o alla composizione di nuove grandi alleanze planetarie, oppure se si stia tornando all’idea westafaliana degli Stati-nazione o a nuove concezioni della sovranità: quello che è certo è che – dopo aver manifestato l’incapacità di reagire in modo solidale alle crisi finanziarie, dei migranti e più recentemente della pandemia – una certa idea di Europa sembra effettivamente morta. L’idea originaria di una Europa nata, come recita il nostro art. 11 della Costituzione, dalle cessioni di sovranità statali necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni. Proprio la pace, il primo principio ispiratore della Regola benedettina.

Non a caso la Bolla con la quale nel 1964 Paolo VI proclamò san Benedetto Patrono principale d’Europa, trova il suo incipit nelle parole: «Pacis Nuntius». “Pax” è una parola che troviamo spesso scolpita o dipinta agli ingressi dei monasteri benedettini. Ma quale pace? Risponderemo prendendo a prestito l’idea dell’Abate Donato Ogliari, di Montecassino. Procedendo ad imbuto, dalla circonferenza più ampia a quella più stretta e interna, possiamo affermare che la “pace benedettina” non allude semplicemente ad una pace che è assenza di guerra, od una pace sociale o comunitaria o famigliare. Benché anche queste espressioni ne siano comprese, Benedetto aspira ad una pace vera e duratura, quella che nasce dalla gratuità dell’amore e che risiede nell’uomo. Se la pace non abita prima nel proprio cuore, smascherando le pretese egoistiche che vi si annidano e mortificando in sul nascere ogni istinto di dominio, di sopraffazione, di violenza sull’altro, sarà impossibile credere di poter divenire “portatori di pace” (Mt 5,9). Per diffondere la pace occorre, in primo luogo, educarsi alla pace, amandola e conquistandola in sé stessi. Ecco perché nell’ottica benedettina, il “cercare la pace e perseguirla” è intimamente collegato alla ricerca diuturna di Dio nel quale ritrovare l’armonia con se stessi, con gli altri, con il mondo, con il creato. Naturalmente, secondo le modalità che ci sono possibili, la pace va, per così dire, esportata ovunque e in ogni situazione, anche quando il nostro apporto potrebbe sembrare minimo o insignificante cfr. D. OGLIARI, San Benedetto).

Certamente la morte di un’idea non è necessariamente cosa grave: può darsi che abbia fatto il suo tempo e che debba essere sostituita da altre più adeguate. La morte di questa idea invece lo è, per il motivo generatore che ne era alla base: la pacificazione di nazioni bellicose, protagoniste di ben due conflitti mondiali con strascico di genocidi e immense sofferenze per il mondo intero. È una morte gravissima per la strada usata per perseguire questa pacificazione che molto ha a che fare con le sue radici cristiane. Lo è perché smarrire quell’idea di Europa significa smarrire le radici cristiane che incarnava e che, misconosciute, rinnegate e tradite, ne costituivano l’essenza vitale.

Accanto all’ideale della pace, nell’Europa di Benedetto ritroviamo l’Honorare omnes homines, la pari dignità di tutti gli uomini, concetto soggiacente alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; come anche il principio/ideale della solidarietà e della costruzione di unità. Principi nati con l’Unione si potrebbe pensare, ma in vero nati dalla Summa Aurea Evangelii che è la Regola di San Benedetto.

2. A che punto siamo giunti

Ci si potrebbe dilungare nella descrizione dei vari passaggi: di come si sia passati dal sistema delle Comunità a quello dell’Unione, da quello dei cosiddetti “tre pilastri” a quello del Trattato di Lisbona; si potrebbero seguire i transiti dal mercato comune alla moneta unica e al ruolo assunto dalla Banca centrale europea; sui rapporti tra i diritti nazionali e il diritto comunitario e di altre più estrose, (spesso) fuorvianti proposte che si sono di volta in volta presentate o azzardate. Analizzare la Carta di Nizza, o il modo in cui la codificazione dei diritti fondamentali dell’Unione Europea abbia inciso sui rapporti tra le Corti nazionali. Si potrebbe citare questa o quella sentenza o fare una vera e propria “storia della giurisprudenza” e degli strumenti che questa ha creato per coordinare l’ordinamento nazionale con quello comunitario: discutere di “interpretazione conforme”, “disapplicazione” (inapplicazione) delle norme nazionali (cfr. C. ROOTS, Per la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa, 8 giugno 2020), della distinzione tra diretta applicazione e di diretta efficacia delle norme comunitarie, e molto altro. Tematiche affascinanti quanto coinvolgenti per cultori del diritto, ma certamente fuorvianti in relazione all’identificazione dell’origine della “crisi Europa”..

La prima causa potrebbe essere ricondotta alla trasformazione del mercato: da mezzo per la pacificazione dei popoli a fine. Questa inversione assiologica tra pacificazione e mercato rende vani tutti i moniti che da più parti giungono alla solidarietà europea, quella stessa che il Santo Patriarca Benedetto pone a fondamento della su Regola. Se si usa la logica economica, non si vede perché Stati svincolati da limiti di spesa per la loro passata oculatezza, dovrebbero finanziare Stati che non potranno mai far fronte ai loro debiti, anziché attendere e poi acquistarne gli elementi produttivi.

La seconda causa è legata alla prima, ovvero l’accelerazione impressa al processo di integrazione europea. La corsa verso mercati sempre più ampi ha fatto dimenticare che la velocità richiesta dal mercato è incompatibile con la lentezza attraverso cui si costruisce la fiducia tra popoli, che vengono da storie e culture diverse. Si è coltivata e perseguita una illusione: la doppia cittadinanza (nazionale ed europea) senza avere la pazienza di costruirne i presupposti, ossia una giustizia nazionale ed europea comune o almeno compatibile. Si è rinnegato quel principio di costruzione di unità caro all’Europa delle origini, ancor più caro a Benedetto.

La terza causa è (nell’idea Tumbneriana)l’autopoiesi giuridica che porta le istituzioni ad essere autoreferenziali. Il diritto europeo, supportata dalla incapace tolleranza degli Stati, si è sempre più svincolato dalle volontà fondatrici, ha dimenticato o negato il suo rapporto di derivazione dalle altrui volontà, e si è attribuito forza propria e carattere originario. Ha spostato il proprio asse portante dall’armonizzazione progressiva delle discipline nazionali, ovvero rispetto delle diversità ed accompagnamento verso il bene comune; all’imposizione diretta di discipline comunitarie, che talvolta hanno significato l’omogeneizzazione di situazioni diverse e la produzione di ingiustificate disparità di trattamento, incomprensibili a chi le subiva. È la morte dell’honorare omnes homines così come intesa da San Benedetto, così come intesa dall’idea originaria di Europa. A ciò si unisce il deleterio approccio/tendenza per cui la definizione dei diritti e del loro equo bilanciamento, debba avvenire in sede giudiziaria piuttosto che politico-rappresentativa. Nella sede giudiziaria, però, si realizza naturalmente quella convergenza delle giurisdizioni verso soluzioni condivise e ottimali, espressione di una medesima cultura internazionale dei giudici. La delicatezza di tale approccio va in conflitto con quel fragile e parallelo processo che è la (tentata) democratizzazione delle istituzioni comunitarie, mettendo in crisi, ancor prima che possano affermarsi in termini di rilevante effettività, i poteri del Parlamento europeo. Così aumenta il deficit di rappresentatività delle istituzioni e la disaffezione delle popolazioni nazionali, ostacolando la formazione di una prospettiva di giustizia comune, sentita come calata dall’alto di una astratta ed elitaria entità giudiziaria, alla quale si finiscono per attribuire compiti di rappresentatività e mediazioni politiche che la snaturano dal suo ovvio ruolo di giurisdizione.

3. Un buon punto di ripartenza: ricostruire l’unità

Volendo non solo evidenziare le criticità, ma anche offrire una buona pista di lavoro per il futuro, riteniamo che si possa ripartire da una sana “teologia politica”, ovvero una sana rilettura dei principi della Regola benedettina che in fondo furono ispiratori dell’originaria idea di Europa, più o meno consapevolmente. Bisogna ripartire dalla comprensione che una teologia politica, naturalmente sottesa al riconoscimento delle radici cristiane, non significa teocrazia o ingerenza; significa riscoprire quella antica consapevolezza del modo rivoluzionario in cui il cristianesimo concepisce i rapporti con la comunità civile e comprendere come esso possa radicare la comunità civile per costruire davvero, lentamente e per successive approssimazioni, un popolo europeo, premessa di ogni solidarietà, quella stessa solidarietà che oggi viene tanto acclamata, ma che è la “grande assente” dell’Unione perché incompresa nella sua essenza.

La buona, sana teologia politica deve portare a riscoprire l’essere costruttori di unità e in questo può essere d’ausilio il capitolo settantaduesimo della Regula Benedicti. L’unità non è omologazione; l’unità per essere costruita in modo salutare per tutti deve essere pensata al modo dell’effector unitatis. Un’unità che non solo tiene conto della diversità dei membri di una comunità, ma che la presuppone e la promuove all’interno di un ordine armonioso nel quale sviluppare le relazioni interpersonali e intergenerazionali. Unità sociale ed unità culturale, perché sul piano della cultura possono diramarsi argomentazioni e posizioni che non omologano forzosamente, ma avvicinano ed integrano dolcemente. Una unità europea che rispecchia quella cristiana, unione dei concetti di communitas e di koinonia. E se quest’ultima rifugge sia il dominio che esalta la diversità del forte rispetto al debole, sia l’egualitarismo che oblitera le differenze e porta al relativismo culturale, ma riconosce la diversità e la complementarità dell’altro per la vita comune, allora pacificamente si evince quale importanza abbiano le radici cristiane per l’Europa, che è fatta di nazioni diverse che, bellicose e belligeranti, hanno forze economiche differenti, lingue diverse, storie diverse e culture diverse. Non solo, si comprende anche quanta importanza queste radici abbiano per la costruzione di una comunità europea, un termine a nostro parere assai più pregnante di quello tanto pretenzioso quanto ambiguo di “Unione” che le si è successivamente preferito, credendo di progredire e invece regredendo in modo disastroso.

In termini più strettamente giuridici è facile capire quale valenza fondamentale avesse avuto, per la soluzione dei conflitti normativi, la preferenza assegnata a criteri di competenza/complementarità piuttosto che a quelli di gerarchia/dominio. Ben si comprende quanto fosse importante la preferenza data a direttive vincolanti nei fini rispetto alla diretta efficacia di norme comunitarie che comportassero la disapplicazione di quelle nazionali; quale rilevanza avesse lo spazio di adattamento nell’attuazione dato alle peculiarità istituzionali dei vari Stati membri (principio di equivalenza). Ben si comprende l’importanza che era stata data al dialogo tra le Corti e quale attenzione si ponesse, a livello nazionale e comunitario ad evitare situazioni di aperto scontro.

4. Conclusioni

La nostra Europa è figlia di un laicismo ipocrita: quello della Rivoluzione francese che ha preteso di portare frutti propri ed originali, ma in vero potremmo dire plagiati dal più antico umanesimo benedettino che affonda le sue salde radici nel messaggio evangelico. Lo stesso concetto di “laico”, d’altronde, si deve al cristianesimo. La dichiarazione dei diritti dell’uomo altri non è che una rilettura popolare e approssimativa (perché non tiene conto delle proprie origini) della Regula Benedicti che già parlava di uguaglianza, pari dignità, giustizia, integrazione, costruzione di unità e di pace.

La nostra Europa è in crisi perché ha perso il senso e la consapevolezza di essere profondamente radicata nei valori del cristianesimo, nei valori dell’umanesimo benedettino. Bisogna tornare ad Audire, così come esorta il Patriarca Benedetto nel suo Prologi, ascoltare e tendere l’orecchio agli insegnamenti del Maestro che nel caso dell’Europa sono gli insegnamenti e i principi che ne hanno ispirato l’origine e che pongono a loro volta la propria origine nel messaggio evangelico. Bisogna metterli in pratica con impegno, come continua Benedetto, per essere allontanati dall’ignavia!

Prof. Cristian Lanni

fonte

Manere in Fide Ecclesiae Casinatis (Fedeli alla Chiesa di Montecassino)

1 Comment

  1. Ottimo articolo. Divrebbe essere inviato ad ogni cittadino europeo.

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