Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

L’INDEGNA GUERRA ITALIANA IN LIBIA

Posted by on Mag 13, 2022

L’INDEGNA GUERRA ITALIANA IN LIBIA

 La missione italiana in Libia era iniziata tra il 4 e il 5 ottobre del 1911 con gli sbarchi delle truppe, inviate da Giolitti, rispettivamente a Tobruk e Tripoli. Il corpo di spedizione, al comando del generale Carlo Caneva, era forte di 35.000 uomini, saliti poi a 100.000 nei mesi successivi.

Dopo il “Trattato di Losanna” del 18 ottobre 1912 la Turchia conservava la sovranità apparente sulla Libia ma nelle realtà l’amministrazione italiana aveva controllo, anche militare, della fascia costiera tra Zuara e Tobruk. L’occupazione e il controllo del territorio si rivelarono, però, più difficoltose del previsto, a causa della fiera opposizione delle formazioni irregolari libiche. Alcune sconfitte nell’inverno 1914-15 e lo scoppio della prima guerra mondiale costrinsero gli italiani a ripiegare sulla costa, tenendo saldamente alcune località come Tripoli, Zuara e Homs in Tripolitania, Bengasi, Derna e Tobruk in Cirenaica. I territori interni della Tripolitania, invece, erano governati da alcuni notabili locali, mentre l’organizzazione religiosa e politica mussulmana, Senussia, controllava la Cirenaica. Terminato il primo conflitto mondiale l’Italia fece un accordo con Mohammed Idris, capo dei Senussi o Sanassi, per la Tripolitani e la Cirenaica. Idris riconobbe la sovranità italiana sulla Cirenaica e il possesso della costa, avendo in cambio, dal governo italiano, il riconoscimento del titolo di “emiro”, nonché l’amministrazione delle zone interne e il diritto di tenere forze armate. A Tripoli, però, il parlamento non venne mai eletto mentre quello in Cirenaica funzionò per poco tempo e senza alcun risultato rilevante. In Tripolitania, le lotte tra i capi locali e il contrasto tra arabi e berberi, impedirono il funzionamento della repubblica proclamata dai ribelli nel novembre del 1919. Nel 1921 fu istituito il Governatorato della Tripolitania con Giuseppe Volpe, industriale e futuro Ministro delle Finanze, come governatore. Il nuovo governatore riprese l’avanzata militare occupando, tra gennaio e febbraio 1922, il porto di Misurata Marina. Tra aprile e maggio dello stesso anno, grazie anche all’azione dell’allora colonnello Rodolfo Graziani, le forze arabe vennero sconfitte. La missione in Libia proseguì con l’arrivo di Mussolini al potere e con i suoi sogni di conquista coloniale. Con il trascorrere del tempo aumentarono, però, i problemi esistenti tra l’Italia e i Senussi tanto che l’emiro Mohammed Idris che, non ritenendosi più al sicuro, nel gennaio del 1923 fuggì in Egitto dopo aver lasciato in patria, come suo rappresentante, il fratello Mohammed er-Rida. Alla fine dello stesso mese di gennaio giunse a Bengasi il generale Luigi Bongiovanni, che aveva ricevuto una chiara direttiva dal governo italiano:“Pestar sodo”. Il generale, trovando una situazione abbastanza tranquilla nel nord della Tripolitania, occupò, sfruttando i dissidi tra le varie tribù locali la parte meridionale della Tripolitania. Nello stesso periodo le truppe italiane si preparavano a invadere la Cirenaica. Nella notte tra il 5 e il 6 marzo del 1923 le truppe italiane e quelle ascare del generale Bongiovanni entrarono nel Gebel al-Akdar sconfiggendo i Senussi e installarono alcuni presidi con truppe eritree. In seguito, però, la resistenza indigena creò un’amministrazione parallela, il cosiddetto “governo della notte”, capace di riscuotere le “decime” pagate come tributo tradizionale dalle popolazioni e ad amministrare la giustizia. La risposta italiana fu micidiale: rastrellamenti a catena e bombardamenti per distruggere le coltivazioni di orzo al fine di impedire il commercio con l’Egitto. La strategia della “terra bruciata” indusse migliaia di famiglie indigene a fuggire verso la Tunisia, l’Algeria, il Ciad e l’Egitto. Nel 1928 l’oasi di Gife, situata tra la costa mediterranea a sud di Nufilia e la catena dei monti Harugi, fu distrutta da bombe italiane, alcune delle quali caricate a gas in violazione del diritto internazionale che l’Italia fascista aveva firmato a Ginevra il 17 giugno 1925, con altri 25 Paesi. Pur con i massicci bombardamenti la guerriglia senussita, equipaggiata di armi dall’Egitto, continuava a creare seri problemi al regio esercito. Per dare una svolta alla “pacificazione” il 18 dicembre del 1928 venne nominato governatore delle due province della Tripolitania e della Cirenaica e il 21 gennaio 1929, “governatore unico” di entrambe, il maresciallo Badoglio. Tra i primi provvedimenti del maresciallo un bando che garantiva l’amnistia ai ribelli che si fossero arresi e la minaccia di morte a quelli recidivi. Tra l’estate del 1929 e il gennaio del 1930, grazie anche ai militari del colonnello Graziani, le truppe italiane occuparono tutte le oasi del Fezzan, così la Tripolitania fu quasi completamente conquistata. In Cirenaica, invece, i guerriglieri, grazie a un’efficiente organizzazione dominavano ancora il Gebel, l’altopiano centrale della regione. Nel 1930 Mussolini, insoddisfatto della situazione in Cirenaica, inviò Rodolfo Graziani come vice governatore a Bengasi, che eseguì una grande operazione di rastrellamento, senza risultati. Il 29 maggio i reali carabinieri penetrarono nelle regione nord occidentale della Libia, arrestarono 31 capi religiosi e misero i sigilli alle loro proprietà. I religiosi, dopo essere stati confinati in alcuni campi presso Benina, vennero imbarcati per Ustica. L’impostazione  della “repressione” messa in atto da Graziani non convinse Badoglio, così il 20 giugno 1930 scrisse al vice governatore sollecitando metodi più duri. Graziani ordinò, quindi, il trasferimento delle popolazioni del Gebel dall’altipiano verso la costa. Il 16 luglio Badoglio diramò a Graziani le seguenti istruzioni:

1) “Riunire tutti i parenti dei ribelli in uno stretto e molto sorvegliato campo di concentramento, ove le loro condizioni siano piuttosto disagiate”.

2) “Arrestare i cabili, indigeni algerini che abitavano nei gruppi montuosi del Djurdjura e della Chaîne des Babors, ed in Bengasi i notabili che notoriamente hanno esplicato azione contraria a noi e mandarli al confino in Italia”.

Rodolfo Graziani, come racconterà in seguito, non ebbe alcuna esitazione. Le varie tribù, con vecchi, donne e bambini, furono sottoposte a terribili marce forzate per centinaia di chilometri, che si trasformarono in vere e proprie “marce di sterminio”. Chi indugiava o si attardava nelle poche soste veniva immediatamente abbattuto. Numerosi furono gli episodi di crudeltà contro donne e bambini, in pieno deserto. La tribù degli Auaghir raggiunse il campo di concentramento di Soluch in Cirenaica dopo 350 chilometri di marce forzate. Circa 6.500 tra Abeidat e Marmarici, che avevano tentato di ribellarsi, furono sottoposti a una marcia di 1.100 chilometri in pieno inverno verso la Sirtica, sul golfo della Sirte. Dopo le deportazioni i gruppi ribelli furono costretti a dividersi per sfuggire agli accerchiamenti, riducendo però in tal modo la loro capacità offensiva. Le bande di Abd el Gelil Sef en – Nasser e Saleh el Atèusc, furono costrette a rifugiarsi nell’oasi di Taizerbo, situata 250 chilometri a nordovest di Cufra. Proprio su questa oasi si concentrò l’attenzione delle truppe italiane. Il 31 luglio 1930 quattro aerei al comando del tenente colonnello Roberto Lordi partirono da Gialo con l’ordine di distruggere Taizerbo. Furono lanciate 24 bombe da 21 chili caricate a iprite e 12 bombe da 12 chili e 320 da 2 chili con esplosivo convenzionale. Anche Cufra, città santa dei Senussi nella Libia sud orientale, dove intanto si erano ritirate le bande ribelle di Abd el Gelli Sef en-Nasser e Saleh el Atèusc, subì un attacco dal cielo prima di essere presa nel gennaio del 1931 da una colonna di “meharisti”, mercenari libici su cammelli e autocarri. I guerriglieri sopravvissuti fuggirono con le proprie famiglie ma i reparti cammellati e l’aviazione li inseguirono per vari giorni fino ad annientarli: tra le vittime anche donne e bambini. Cufra fu sottoposta a tre giorni di saccheggi e violenze: 17 capi senussiti furono impiccati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate; si registrarono anche 50 fucilazioni e 40 esecuzioni con ascia, baionette e sciabole. Le truppe vittoriose si abbandonarono a ogni atrocità: alle donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati, alcune donne furono violentate e sodomizzate con le candele, teste e testicoli mozzati portati in giro come trofei, tre bambini furono immersi in calderoni di acqua bollente, ad alcuni vecchi vennero estirpate le unghie per essere poi accecati. Nonostante la caduta di Cufra, che generò un’ondata di sdegno in tutto il mondo islamico. Il 9 settembre 1931 il settantatreenne capo della resistenza libica Omar al Mukhtàr venne ferito, catturato e impiccato nel campo di Soluch davanti a 20.000 beduini, nonostante fosse tutelato dal diritto internazionale che avrebbe imposto un suo trattamento come prigioniero di guerra. Secondo i censimenti della Cirenaica, prima e dopo la guerra, ben 83.000 persone vennero a mancare in quella regione: 20.000 si rifugiarono in Egitto e ben 63.000 perirono per la guerra, la deportazione e la prigionia. Una vera e propria carneficina, ovvero un “genocidio” eseguito dai militari italiani, su ordine del loro governo.

Francesco Antonio Cefalì

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.