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L’Italia, mito romantico, nella descrizione di Simoen e di Méry di  Alfredo Saccoccio  

Posted by on Mag 18, 2022

L’Italia, mito romantico, nella descrizione di Simoen e di Méry di  Alfredo Saccoccio  

   La villa Medici o la chiesa di Trinità dei Monti in una luce radente, François-Marius Granet, Jean-Baptiste Corot e molti altri: non sono che alcune delle visioni incantate di un’Italia improvvisamente molto lontana e molto vicina, che ci propone Jean-Claude Simoen nel voluminoso (e doppio!) album che ha pubblicato nel 1994, per le edizioni Lattès.

“Le Voyage en Italie” costituisce un genere letterario- e artistico- a tutti gli effetti. Da François Rabelais a Hippolyte-Adolphe Taine (per restare ai “classici”), passando per Montaigne, certo, o per l’inevitabile  presidente de Brosses, questo fu, dal XVI al XIX secolo, uno dei passaggi obbligati della letteratura francese, per non parlare di  Goethe o di Byron. Con il passare dei secoli, del resto, questo viaggio, in qualche sorta iniziatico e che diverrà anche il “Grand Tour” pedagogico degli Inglesi, ha, poco a poco, modellato i suoi itinerari sul gusto e la sensibilità dell’epoca.

   Roma, identificata da Dante con il “Paradiso” stesso, era la meta per eccellenza dei primi viaggiatori, rampolli di altolocate  famiglie, che venivano in Italia per acquisire una formazione culturale e varie esperienze di vita. I viaggiatori dei Paesi del Nord, generalmente anglofoni, o tedeschi, tutti illuminati dal prestigio dei Lumi, volevano avere un’infarinatura delle antichità  o respirare, a pieni polmoni, l’aria del Rinascimento. Roma e Napoli, sì: per il resto, non ci si attardava in strada  che perché il caso del viaggio l’imponeva o che , Genova e Bologna, qui una città tutta intera, là una pittura che faceva battere il cuore delle anime sensibili, vi ci convitavano.  C’era anche Venezia, sì. Ma a Firenze, per eccellenza, non ci si entusiasmava troppo che per ammirarvi le antichità (sempre esse !) ammassate dai Medici, come, del resto, a Roma, e riportate  nei loro saloni  del Palazzo Pitti o, più tardi, nelle gallerie degli Uffizi. Ma tutto ciò che ci appassiona,oggi, a Firenze e in Toscana, da Giotto a Piero della Francesca, gli illustri viaggiatori di una volta non vi si interessavano molto. Non è Stendhal che ignora superbamente i capolavori più commoventi della chiesa di Santa Croce a Firenze, per non ammirare là, in una cappella appartata, che alcune sibille di Baldassare Franceschini, detto il Volterrano, che noi abbiamo pressappoco dimenticate.

   Quanto al gusto del pittoresco, non è che con il già citato presidente de Brosses che inizierà anch’esso ad imporsi: siamo alla metà del XVIII secolo: il preromanticismo è molto vicino e, sull’orma degli uomini di lettere (veri o falsi), venuti a sapere, poi a raccontare la loro Italia, alcuni pittori si apprestano a venire, loro volta, che non avranno più solamente per oggetto d’interesse le antichità, le copie o l’ispirazione che può loro apportare un’atmosfera di Roma, che resta quella dei più illustri artisti del tempo. E’ verso la fine del Settecento e all’inizio  dell’Ottocento, in effetti, che i paesaggisti che si recano in Italia non cercano più di camminare sulle tracce di Nicolas Poussin o di elegiaci Arcadi, ma raccontano, anch’essi, molto semplicemente ciò che vedono: i paesaggi, il pittoresco dei volti, dei gruppi, la vita insomma.ti i generi, dando prova di un’incredibile fecondità. Joseh muore nel 1866.  Figurava nel “Grand Dictionnaire du XIX siècle” di Pierre Larousse, ma è assente dai dizionari di letteratura del XX secolo. Quando si saranno lette le sue “Nuits italiennes”, non si mancherà di deplorare una tale assenza !

   In pieno XIX secolo, Joseph Méry denunciava già il traffico delle (false) antichità. Per una scoperta, è una scoperta. Dopo che era stato portato alle stelle dal Dumas, da Balzac, da De Usset e da altri, Joseph Méry era caduto in un oblìo completo, pienamente ingiustificato se lo si giudica dalla riuscita delle sue “Nuits italiennes”, che erano apparse nel 1853 e che appartenevano ad una serie di successo, che comprendeva delle “Nuits espagnoles”, delle “Nuits parisiennes” o delle “Nuits d’Orient”, che ben si amerebbero leggere anche ora.

     Nella sua introduzione a queste “Nuits italiennes”, riapparse nel 1997, per le edizioni Payot, Jean-Loup Champion ci fa sapere che il loro autore  è nato nel 1798, a  Marsiglia. Nel 1824 il Méry sale a Parigi, ove si segnala all’attenzione del pubblico per i libelli contro Carlo X e i suoi ministri. Bonapartista fervente, compone delle liriche in onore di Napoleone. Dal romanzo al teatro, affronta tutti i generi, dando prova di un’incredibile fecondità. Joseph muore nel 1866. Figurava nel “Grand Dictionnaire du XIX siècle” di Pierre Larousse, ma è assente dai dizionari di letteratura del XX secolo. Quando si saranno lette le sue “Nuits italiennes”, non si mancherà di deplorare una tale assenza !

   Poiché Joseph Méry ha inventato una forma di turismo particolare, rende visita ai monumenti di pietra come ai monumenti di carne, saluta il Colosseo e la madre di Napoleone, la torre di Pisa e lo scultore Bartolini. Ciò forma una straordinaria mescolanza, un pittoresco ciarpame, in cui i palazzi stanno accanto alle catapecchie e le donne eleganti vicine alle mendicanti. Joseph Méry vede tutto, sa tutto, rende conto di tutto.

   E’ nel 1834, a trentasei anni, che sbarca in Italia, compiendo così quel famoso viaggio, che, all’epoca, figurava quasi come un viaggio iniziatico. Un viaggio in Italia, nel bel mezzo del XIX secolo, rappresentava quello che è, ai nostri giorni, un viaggio al montuoso Sikkim o nello Yemen.

   Sin dal momento che si sono superate le Alpi, ci si attende di essere svaligiati (i soliti pregiudizi dei transalpini) da briganti da strada e si trovano, a Roma come a Firenze, saloni in cui tutta Europa si unisce, nel culto del valzer. Si balla il valzer, si canta. In poche parole, l’Italia di Méry somiglia ad una commedia musicale, talvolta interrotta da brevi considerazioni sulla miseria di certi paesi degli Appennini, o sulla dirittura morale di Laetitia Bonaparte.

   Rinchiusa nel suo palazzo romano e nei suoi lutti, la Signora Madre non riceve più nessuno. Ella fa un’eccezione per Méry, che riceve e di cui esaudisce i voti evocando il fanciullo Napoleone che corre sotto la pioggia della Corsica per temprarsi e per prepararsi ad essere soldato. Méry lascia la Signora Madre su delle nubi, da cui egli ridiscende per rallegrarsi di vedere come i Romani ingannano gli Inglesi. Joseph assiste, nella campagna romana, a scavi improvvisati da contadini, che non tardano ad esumare, per l’estasi dei lords presenti, due anfore rotte, un dio penate in terracotta, un treppiedi in ferro arrugginito, un elmetto ammaccato.

   Poco dopo, Méry visita la manifattura da cui sono uscite queste trovate, che gli commenta così, ironicamente :” L’Inghilterra è piena d’antichità che sono vecchie di sei mesi”. Tutte le antichità nascono a Roma, grazie a questi laboratorii clandestini specializzati  negli Apolli senza braccio, nelle Veneri senza testa e nei Cupidi disarmati, che si sotterra per esumarli e venderli a prezzo d’oro agli Inglesi incantati da quello che considerano come la bazza, la cuccagna, la fortuna del secolo.

   Queste pratiche sono veramente scomparse ? Mi accontento di porre l’interrogativo. In ogni caso, le Nuits italiennes” di Joseph Méry danno un’irresistibile voglia di andare in Italia, anche se Laetitia Bonaparte e lo scultore Lorenzo Bartolini non sono più lì per accogliere il turista privilegiato. E poi, come  annota Méry : “In Italia, la vita è piena; il tempo non vi languisce affatto; si  può cambiarvi ogni ora del giorno contro qualcosa che vale un’ora di vita”. Come non rispondere ad un così entusiastico invito al viaggio in Italia ?

P. S. Alla cortese attenzione del dott. Antonio Scatamacchia.  

        Cordiali saluti da Alfredo Saccoccio                                                                        

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