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Lobby abortista scatenata in tutto il mondo

Posted by on Ago 24, 2020

Lobby abortista scatenata in tutto il mondo

Partiamo dalle buone notizie. In Kenya un disegno di legge, sostenuto dalla lobby abortista internazionale ed atto a consentire in pratica l’interruzione di gravidanza addirittura sino al momento della nascita, è stato bloccato grazie alle pressioni dei gruppi pro-life. Almeno per ora.

Ann Kioko, nota attivista per la vita in Africa, aveva già lanciato una petizione contraria a tale dispositivo, quando la commissione parlamentare, che lo stava analizzando, l’ha informata che in Senato era stato temporaneamente sospeso il dibattito in merito, almeno fino a quando tutte le controversie non fossero state risolte. Controversie non da poco: oltre ad un aborto, di fatto, senza limiti, si vorrebbe introdurre infatti una pena detentiva pari a tre anni di carcere per tutti i medici e gli operatori sanitari, che facciano obiezione di coscienza. Il che va contro la stessa Costituzione, che all’art. 26 spiega come la vita abbia inizio al momento del concepimento e debba essere tutelata dalla legge. Il tutto in un Paese, il Kenya, ove un’ampia maggioranza – secondo l’ultimo sondaggio, l’87% della popolazione – è contraria all’interruzione di gravidanza. E dove l’82% la ritiene anche moralmente inaccettabile. Abbastanza perché un’altra leader pro-life, Ella Duru, definisca il tentativo posto in essere dalla lobby abortista internazionale come «una forma di colonialismo ideologico».

Il primo tempo della partita, insomma, pare vinto; ora si tratta di vincere anche il secondo… Secondo Charles Kanjama, avvocato e presidente del Forum dei professionisti cristiani, occorreranno almeno tre mesi prima che il disegno di legge possa tornare in aula per una terza lettura. Se non si giungesse neanche allora ad una soluzione, il testo potrebbe plausibilmente essere affossato. Ann Kioko ha precisato già in sede Onu che le donne non hanno bisogno di politiche, che diano priorità all’omicidio dei bimbi in grembo, bensì di centri sanitari attrezzati per cure, di buone scuole, di vestiti, di cibo, di elettricità: «Continuo a sperare – ha aggiunto – che un giorno le Nazioni Unite e quanti parlano ed agiscono in nome delle donne del mondo comprendano correttamente quali siano davvero le loro priorità». Che non consistono certamente nell’ammazzare i propri figli.

Checché ne dicano dall’altra parte del mondo, dove diversi leader mostrano di possedere una buona dose di impudenza, associata ad altrettanta ipocrisia. Ma sarebbe bene che facessero attenzione: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore» (I Cor 11, 27). Ed ancora, più esplicito: «Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (I Cor 11, 29). Tornano senza dubbio alla mente, tremende, queste parole, dopo aver letto le dichiarazioni del candidato alla presidenza degli Stati Uniti, il democratico Joe Biden. Egli, benché iper-abortista, pro-Lgbt e pro-gender, ha avuto la pretesa di definire la fede come «il fondamento, una luce, una guida, un costante richiamo» per la sua vita. Ciò, nonostante lo scorso 28 ottobre padre Robert Morey, parroco della chiesa di Sant’Antonio nella diocesi di Charleston, gli abbia negato la Santa Eucarestia, proprio in considerazione delle sue convinzioni morali. Un’eventuale presidenza Biden – ha ammonito in merito Donald Trump – attenterebbe «alla Bibbia», sarebbe «contro Dio», annienterebbe «la religione», poiché – tra gli altri provvedimenti in agenda – ha quello d’introdurre l’obbligo per gli enti cattolici di fornire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria, che includa contraccezione e aborto.

Ma Biden non è l’unico, che dovrà rispondere delle proprie scelte. Lo stesso dovrà fare anche il primo ministro canadese, Justin Trudeau: nel giro di due soli anni, da quando cioè il suo governo ha iniziato ad esercitare forti pressioni pro-choice sulla propria provincia marittima d’Île-du-Prince-Édouard, il numero degli aborti è più che raddoppiato. In particolare, secondo i dati ufficiali forniti dal Ministero della Salute canadese, se nel 2017 sull’isola vi furono 67 aborti, nel 2018 divennero 86 e nel 2019 ben 143. Il ricatto usato è stato il solito: niente finanziamenti a chi optasse per la vita. I trenta denari, insomma…

Le lobby abortiste comunque continuano ad interferire e ad imperversare ad ogni latitudine, dall’Africa all’America Latina. Così, col documento dal titolo «La vita ha sempre una dignità», il card. Mario Aurelio Poli, arcivescovo di Buenos Aires, ed i suoi ausiliari hanno deplorato l’adesione della capitale argentina al protocollo, che di fatto ha legalizzato l’aborto nel Paese sudamericano. Adesione peraltro votata a larga maggioranza, proprio nel momento in cui la pandemia ha portato ed ancora porta il proprio carico quotidiano di lutti e di contagi, dettando altre priorità in agenda. Soprattutto in questa fase storica non si sarebbe proprio sentita la necessità di aggiungere morte a morte. E invece…

Peraltro, come osservato dai vescovi dell’arcidiocesi della Santissima Trinità di Buenos Aires, il protocollo approvato dalla giunta della Città Autonoma contraddice manifestamente le stesse garanzie costituzionali a favore della vita più indifesa, quella di un essere umano non nato: «Quando il diritto più elementare, il diritto di vivere, viene negato, tutti i diritti umani sono appesi ad un filo», ammonisce l’episcopato argentino. I vescovi di Buenos Aires hanno pertanto affidato tutti i bimbi nel grembo delle loro madri alla Vergine Maria venerata nella basilica di Lujan, dove tanti giovani e tante famiglie si recano in pellegrinaggio per celebrare la vita. Nella speranza che la Madre di Dio riesca ad illuminare il cuore e le coscienze delle loro madri.

Mauro Faverzani

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