Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

LUCIANO SALERA E LA MADONNA del CARMINE

Posted by on Feb 18, 2016

LUCIANO SALERA E LA MADONNA del CARMINE

in molti si sentono patriotti, in tanti si sentono autorizzati a dare patenti di affidabilità insomma, di parole se ne sentono tante ma se c’è qualcuno che possiamo considerare un Sanfedista o un Insorgente per quello che ha fatto e per il forte sentimento che ha per la nazione napolitana questo è  LUCIANO SALERA autore di tanti lavori tra cui il famoso La Storia Manipolata ci da la possibilità di pubblicare un suo lavoro sulla Madonna del Carmine, leggete perché è una perla……………………..

LA DEVOZIONE ALLA MADONNA BRUNA

Tra me e la Basilica Santuario del Carmine Maggiore in Napoli che ospita il quadro della Madonna Bruna, c’è un filo tanto invisibile quanto forte, che mi tiene legato indissolubilmente a questa splendida realtà e che mi porta ad interessarmi con passione a tutto quanto possa riguardare quella meraviglia sia come “sacro” che come “profano”

E così, come io mi sento legato alla Madonna Bruna altrettanto il popolo napoletano si divide tra San Gennaro e la Madonna del Carmine e a Napoli (anche per la Madonna) accettare il confronto con San Gennaro, o, addirittura, sfidarlo, senza venirne travolti, non è cosa da poco …

Io e la Basilica siamo entrambi del Quartiere Pendino (io sono nato in un bel palazzo del “Risanamento” distante qualche centinaio di metri da questa splendida Basilica tra le  più belle e grandi non solo di Napoli le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Collocata nel bel mezzo dell’omonima piazza del Carmine, attigua all’altrettanto famosa Piazza Mercato, teatro dei più grandi avvenimenti della storia napoletana, che non è solo storia di “munnezza”, come i nostri fratelli d’Italia settentrionale ormai ritengono, ma ha visto morire in quei larghi piazzali, da Corradino di Svevia a Masaniello, i protagonisti della Repubblica Partenopea del 1799: da Michele Pezza detto Fra’ Diavolo alla Pimentel Fonseca, da Mario Pagano a Domenico Cirillo al duca Gennaro Serra di Cassano, fino all’ingresso (mi scuserete se, assumendomene la responsabilità, dico: purtroppo) di Garibaldi che, per la precisione, avvenne a pochi metri di distanza, lì dove c’era la stazione napoletana (c’è ancora, ma evitiamo di dire in quale stato …) della ferrovia che da Cava de’ Tirreni/Vietri sul Mare, presso Salerno, portava a Napoli, ed ai giorni tristissimi della seconda guerra mondiale, del coprifuoco, dei bombardamenti a tappeto e, poi, degli “alleati” padroni della città, del contrabbando, delle “segnorine”, degli “sciuscià” e di quant’altro di tragico la guerra rovesciò sulla città e che Malaparte descrisse (tra l’altro con malcelato compiacimento per le nostre disgrazie) ne La Pelle.

Ebbene – parlo di buoni 60 anni fa – e, come tutti a Napoli, anche io avevo l’abitudine (che mantengo ancora oggi rigorosamente perché sento fortemente di farlo e perché sto bene quando lo faccio) passando a piedi, di mercoledì, innanzi alla monumentale Basilica, di entrarvi un attimo, il tempo per fare il segno della croce, recitare un’Ave Maria, lasciare una elemosina all’immancabile mendicante sugli scalini d’ingresso.

Dopo riprendevo il percorso cittadino per raggiungere la scuola media che a quei tempi frequentavo (allora, per Grazia di Dio, non si andava in macchina né in motorino perché non ce n’erano e i pochi soldi che mamma o papà mi davano per prendere il tram me li risparmiavo rigorosamente perché me ne andavo, felice e contento, a piedi evitando di aggrapparmi allo staffone posteriore del tram numero 22 per non fare il biglietto … !).

Dunque, premesso questo, ritorno alla Basilica non tanto quale monumento di eccezionale bellezza (e penso che tutti i napoletani la conosceranno bene) quanto per accennare alla fede che il popolo napoletano ha sempre riposto e tuttora ripone in questa Santa “Madonna Bruna” come viene affettuosamente chiamata a causa della carnagione scura con la quale è ritratta nel quadro che domina l’Altare Maggiore.

Al riguardo la leggenda vuole che questo quadro sia stato portato a Napoli, intorno al XII secolo, dai Carmelitani costretti a lasciare il Monte Carmelo in Terra Santa presa d’assalto dai musulmani del califfo Omar. Giunti sulle coste campane a bordo di navi amalfitane scelsero, come rifugio, una zona ai margini della città di Napoli lambita dal mare (Piazza del Carmine è – oggi – a pochissime centinaia di metri dal porto e, quindi, dal mare (e quasi mille anni fa, nulla vieta di pensare che quel grande territorio fosse un piazzale “lambito dal mare”) ed in una cripta rustica, che il popolo immediatamente battezzò grotticella, collocarono il dipinto su tavola che i Carmelitani, fuggendo, avevano portato con loro e che, da quei tempi, è conservato in quel luogo che da grotticella che era è diventato col passar dei secoli e grazie sempre alla devozione del popolo napoletano, Basilica e Santuario.

A pochi passi dall’Altare Maggiore vigila la splendida statua funebre (venerata anch’essa quasi si trattasse di un Santo) di Corradino di Svevia che fu decapitato in quella Piazza (ora del Carmine) il 29 ottobre 1268 per ordine di Carlo I d’Angiò che assistette all’esecuzione dall’alto di un torrione. Ma già in precedenza quel largo piazzale era destinato oltre che a mercato anche a luogo dove veniva collocato il patibolo per le esecuzioni capitali che si susseguivano con ritmo sostenutissimo (a quei tempi non è che si andasse troppo per il sottile e, francamente, non so se era meglio o peggio… !)

Ed ancora, per avvicinarci di più ai giorni nostri, ma sempre per evidenziare la fortissima devozione del popolo napoletano per questa bella e Santa Madonna, è d’obbligo ricordare la famosa poesia di Ernesto Murolo, Miercurì d’ ‘o Carmine – successivamente “ribattezzata” ‘O miercurì d’ ‘a Madonna ‘o Carmine – che il nostro quotidiano cittadino, Il Mattino, pubblicò in anteprima il 10 gennaio 1916 in piena Prima Guerra Mondiale quasi come una supplica alla Madonna perché proteggesse i nostri fanti che morivano per un’Italia che troppo presto si sarebbe dimenticata di loro, oltre che per descrivere l’incredibile ressa di varia umanità che si accalcava nel tempio.

E l’umanità che si accalcava era davvero varia. Pensate c’erano: « … femmene ‘e dint’ ‘o Lavenare (donne del Lavinaio, quartiere ultra popolare di Napoli), negoziante ‘e vascio ‘a Cunciaria (commercianti della Conceria), signore aristocratiche, pezziente (pezzenti, mendicanti), ferrare ‘e Sant’Eligio (fabbri del vicino quartiere di Sant’Eligio), marenare (pescatori), femmene malamente d’ ‘o llario d’ ‘e baracche e ‘a Ferrovia (prostitute di largo delle baracche e della Ferrovia) … »

In aggiunta potevano scorgersi gli ex-voto, ad esempio, « … ‘na giacchetta ‘e surdato, c’ ’o pietto spurtusato (bucato, forato) ‘a ‘na palla ‘e scuppetta (fucile) … e appiso (appeso) ce sta scritto «Carotenuto Alfonzo, invocando la Vergine fu salvo»! e, appresso, « … ‘e ritratte (le fotografie) ‘e surdate (dei soldati in guerra) […] » affidati alla Madonna perché li proteggesse e, infine, il finale di struggente commozione (andrebbero riportati per intero i toccanti versi finali), quelli della popolana che addirittura affronta a tu per tu la Madonna e le urla in faccia con dolore e con rabbia: «tu ti tieni stretto al petto tuo figlio e, allora, perché mi levasti (lasciassi che morissero) le mie due creature? … si, si, ce l’ho con te!» – « … cu ‘ttico ll’aggio … (con te ce l’ho) » e strilla inveendo contro la Madonna quando, forte dal petto, le esce un altro grido questa volta di gioia, stupore, incredulità: « … chiagne – alluccava (piange, gridava) … l’uocchie nfuse (gli occhi bagnati di lacrime)» e, appresso a lei la calca formatasi innanzi al tabernacolo della Mamma d’ ‘o Carmine gridava commossa «E’ overo! … E’ overo (è vero, è vero) chiagne ‘a Maronna … chiagne! (piange la Madonna … piange!) ».

A rileggere ed a scrivere questi versi mi commuovo ancora malgrado, ormai, la mia non più giovane età!

Tutto questo a testimonianza della vera, profonda, filiale devozione che il popolo napoletano ha sempre nutrito e nutre per la Madonna del Carmelo al punto da chiamarla, invocarla, supplicarla, quasi sempre più come Mamma d’ ‘o Carmine che Madonna d’ ‘o Carmine e quale affetto maggiore di quello di un figlio per la mamma e quello della mamma per i propri figli?

La devozione è davvero fortissima e l’ulteriore dimostrazione dell’amore filiale che i napoletani custodiscono gelosamente pe’ chella bella Mamma d’ ‘o Carmine si riscontra nelle tante, tantissime, edicole votive disseminate per i vicoli della città vecchia, con la classica immagine del Purgatorio, ovvero di un mare di fiamme con immerse dentro le anime in pena dei peccatori che invocano il perdono e la Madonna che, dall’alto, rivolge loro il suo sguardo misericordioso.

A questo punto quale occasione migliore per augurarci a vicenda e per sperare che ‘a Maronna c’iaccumpagna?

 

LUCIANO SALERA

2 Comments

  1. grazie a te luciano per quello che ci regali, un abbraccio

  2. Caro Claudio, ho ricevuto.
    Ti ringrazio per quanto hai inteso dedicarmi e mi auguro che come a te questa mio modesto omaggio alla Madonna Bruna,
    possa piacere anche ad un bel numero di tuoi lettori.
    Un caro abbraccio e ‘A Maronna c’iaccumpagna!
    Luciano

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