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L’ultima fatica letteraria di Gaetano Marabello con “La Legge Pica”

Posted by on Ott 31, 2016

L’ultima fatica letteraria di Gaetano Marabello con “La Legge Pica”

Torna tra gli scaffali il ricercatore messinese Gaetano Marabello con il volume “La Legge Pica (1863-1865)”, per le Edizioni Controcorrente, che si avvale di una splendida introduzione del direttore de “L’Alfiere”, Edoardo Vitale, che stigmatizza le violazioni del diritto internazionale, l’illiceità dell’invasione piemontese, “ proditoria e piratesca”, ai danni delle popolazioni delle Due Sicilie.

Il Vitale sostiene che con la “Legge Pica” il governo sabaudo “volle spegnere la libertà del Sud” servendosi di una vera e propria pulizia etnica, di una “barbarie mascherata da legalità”, di “un impiego spregiudicato della violenza e del sopruso”. Lo studioso siciliano ha condotto un rigoroso e capillare lavoro di ricerca inteso a ridisegnare, attraverso i documenti, la “verità” dei fatti. Per Marabello sono le carte a parlare e a testimoniarla. Egli lumeggia con acribìa il travagliato periodo storico che va dal 1860 al 1870, che comportò costi pesantissimi per le popolazioni del Meridione d’Italia, denunciando il peggioramento delle condizioni di vita nell’ex Regno di Napoli, dopo l’unificazione dell’Italia, in particolare l’aumento delle tasse, la leva obbligatoria, le disfunzioni della giustizia, la carenza dell’istruzione pubblica.

Grande merito di Gaetano Marabello, storico che ama remare spesso controcorrente, sempre però nel rispetto della realtà storica, che è poi quella che promana dai documenti d’archivio, dai quali non si può e non si dovrebbe prescindere, è quello di aver diradato le nebbie che avvolgevano, fitte ed impenetrabili, questa oscura pagina della conquista sabauda del Regno delle Due Sicilie, un’aggressione “manu militari”, che non si trova scritta in molti libri e che nessuno ha avuto interesse a ricostruire nei dettagli, passo dopo passo.

In molti casi la storia non ci tramanda la verità vera. Spesso le fonti sono inquinate da mistificazioni, da pregiudizi, da imprecisioni e da un pizzico di superficialità. Ed è esattamente quanto successo nel caso della “Legge Pica”; legge famigerata che mietè molte vittime. Essa fu una cruenta guerra civile, quella tra i cosiddetti “briganti” e l’esercito piemontese, che logorò sia la gente del Sud, sia le truppe impiegate per la repressione.

Approvata dalla Sinistra e dalla Destra, la Legge Pica ufficializzava l’intervento militare e dava “carta bianca” all’autorità giudiziaria di imporre il domicilio coatto o i lavori forzati, a tempo o a vita, a chiunque fosse stato trovato in possesso di armi o fosse stato comunque sospettato di essere “manutengolo” di briganti. Spesso i carcerati morivano di stenti, di malattie, di fame. Nessun diritto alla difesa, processi sommari ed esecuzioni rapide, che immersero il Meridione d’Italia in un bagno di sangue. Lo stesso Napoleone III commentò: “Neppure i Borbone hanno fatto di peggio”. Il parlamentare Pasquale Stanislao Mancini dichiarò invece: “Preferisco non fare rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire”.

La “Legge Pica”, una sorta di legge draconiana, approvata dal Senato nella seduta del 6 agosto, ma pubblicata il 15 agosto del 1863, era una legge speciale sulla repressione del brigantaggio, la prima normativa antibrigantaggio dell’emergenza nello Stato unitario; normativa soggetta ad abusi e che, a detta dello storico Fernando Riccardi, “lasciava uno spazio troppo ampio alla discrezionalità”.

Scrive Pasquale Troncone in “La legislazione penale dell’emergenze in Italia”, Jovine, Napoli 2001: “La disciplina normativa anti-brigantaggio si proponeva in sostanza di colpire direttamente il tipo o le categorie di delinquente, in quanto tale, prescindendo dalla valutazione delle materiali condotte espresse dal soggetto in un quadro di valutazione globale degli illeciti commessi”.

Il progetto del deputato aquilano Giuseppe Pica, di famiglia patrizia, in soli 9 articoli liberticidi, giustificati come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa della legalità dello Stato”, avrebbe moltiplicato le vittime seminando odii inestinguibili nelle regioni meridionali.

Nell’azione di repressione, avallando di un manto legale le violenze e sancendo la sospensione dei diritti costituzionali di difesa, si divise il territorio in zone militari di competenze, con tribunali speciali, sottraendo quest’ultima alla giurisdizione ordinaria ed introducendo “l’aberrante principio giuridico della punizione collettiva per i reati dei singoli”.

Dal 1860 al 1870 l’esercito piemontese utilizzò nel Meridione d’Italia circa 120.000 uomini, un dispiegamento di truppe enorme. Fu una vera e propria guerra civile, anche se si cercò di ridimensionare ufficialmente la questione “riducendola – come scrive Gigi Di Fiore in “I vinti del Risorgimento” – a un improvviso fenomeno di esclusivo carattere criminale, da reprimere con azioni di polizia, ereditato dal precedente regime borbonico”, mentre, in realtà, fu, come disse Carlo Levi, un’ “ultima vera rivolta contadina”.

Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni e deputato di Casoria nel Napoletano, il 20 novembre 1861 presentò una mozione d’inchiesta, che fu un violento atto di accusa contro la politica del Governo nei riguardi delle province napoletane, stimando che fossero stati fucilati 20.000 uomini. La mozione affermava che: “Gli uomini di Stato del Piemonte e i partigiani loro hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore… e lasciato cadere in discredito la giustizia… I più feroci briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini”. La Presidenza della Camera non autorizzò la pubblicazione della mozione negli Atti parlamentari e ne vietò la discussione in aula. Poco dopo il deputato Francesco Proto si dimise dal Parlamento. La mozione d’inchiesta fu pubblicata a Nizza nello stesso anno.

Per l’anno 1861,   il massimo esponente di quella narrativa storica che fece parte della letteratura romantica del secondo periodo letterario partenopeo, Giacinto De’ Sivo, in “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861” fornì la cifra di 15.665 fucilati e 47.700 carcerati, che supera indubbiamente i caduti dell’intero Risorgimento. Questa cifra è stata coperta da reticenze e da omissioni, perché spesso le fucilazioni sul posto erano illegali, in nome di Vittorio Emanuele II, il cosiddetto “Re galantuomo”, e contro ogni norma del diritto internazionale.

La ribellione interessò più di 1400 paesi del Mezzogiorno d’Italia, alcuni dei quali distrutti in un’indiscriminata rappresaglia, di tipo tartaro. Tra essi, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi.

Ciò che avvenne a Pontelandolfo, centro di 4500 abitanti nel Beneventano fu una vergogna: all’alba del 14 agosto 1861, all’indomani dell’annessione del Sud, 400 bersaglieri del luogotenente colonnello Pier Eleonoro Negri, che aveva partecipato alla campagna di Crimea e alle guerre di indipendenza, entrarono nel centro abitato distruggendo e bruciando tutte le case, eccetto tre appartenenti ai servi, ai lacchè del Piemonte.

Fu un vero e proprio eccidio, un massacro dimenticato, “diritto di rappresaglia” da parte di un esercito di occupazione. Lo stesso accadde a Casalduni, anch’esso centro del Beneventano, messo a ferro e a fuoco. “Un episodio poco conosciuto ai più – come scrive ancora Gigi Di Fiore – anche se resta una ferita ancora aperta nella storia nazionale: devastazioni, saccheggi, stupri, fucilazioni senza processi, irruzioni nelle case”, imposti da generali, criminali di guerra, ricordati, però, nella toponomastica italiana, fatti passare per eroi dalla storiografia ufficiale sabaudo-risorgimentale, mentre queste belve, ebbre di sangue, macchiatesi di efferati delitti, di saccheggi e di atti di lascivia, sarebbero da maledire, per l’eternità, da Dio e dagli uomini, per le mattanze compiute nel Sud d’Italia, per i sistemi repressivi di inaudita ferocia adottata nelle regioni meridionali; sistemi di cui non si conoscono precedenti. Cosa mai verificatasi prima di allora.

Una “chicca” del libro del Marabello è il riportato testo di Inorch Scorangef, pseudonimo di Francesco Ronchi, un magistrato napoletano, proprietario di “tenute boscose” a Solofra, che nel “pamphlet” del 1865 denuncia l’infame norma del domicilio coatto (60.000 individui nel centro e nel nord d’Italia), pena comminata alle persone sospette. Una coraggiosa critica, la sua, essendo egli inviso al nuovo regime, soggetto a ben 15 controlli da parte della polizia e a un processo, reo di essere il “principale fautore ed agente della reazione”.

Nel succitato libello, edito con la falsa indicazione di “Capolago”, Inorch Scorangef non ha rivelato la sua identità, nascondendola dietro un anagramma per sfuggire all’accusa di essere un “manutengolo” di briganti e all’incriminazione da parte dell’ordine giudiziario.

Alfredo Saccoccio

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