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Malaparte: leggenda di una casa

Posted by on Nov 6, 2016

Malaparte: leggenda di una casa

Alfredo Saccoccio ci ha mandato un articolo che ha scritto su uno degli idoli della intelligenza CIOCIARA, Curzio Malaparte. Non aggiungo altro ma vi invito soltanto a leggere e capirete che personaggio fosse.

 

La “Casa matta” o “La Casa come me”. E’ così che Curzio Malaparte parlava della villa che aveva fatto costruire tra il 1938 e il 1942, in una delle parti più selvagge e più sontuose dell’isola di Capri. Definizioni giudiziose per questa casa avventurosa, sobria e bizzarra, ad immagine e somiglianza della vita e dell’opera di colui che fu qui ben più di un prestigioso ma passivo accomandante, poiché, se c’è un architetto ufficiale di questa villa mitica, Adalberto Libera, grande stella dell’architettura razionalista italiana degli anni Trenta, si sa che Malaparte ha messo nell’elaborazione di questa dimora un’immaginazione, una cura maniacale, erudita, che ne fa il vero creatore. “Egli ne parlava più della sua opera di scrittore”, constatava uno dei suoi amici, l’ambasciatore Guglielmo Rulli. Libera, di sicuro, giocò un ruolo importante e questo progetto fu un incontro tra due artisti eccezionali. Resta che l’autore de “La pelle”, come lo mostra l’inchiesta precisa ed appassionata di Marida Talamona in un molto grazioso libro pubblicato per le edizioni Carré, 20 anni fa, aveva una complicità, una riconoscenza, persino un’ammirazione molto più manifesta verso il muratore e soprastante al cantiere, Adolfo Amitrano, artigiano di antica tradizione, che, prima dei lavori, “aveva iniziato a palpare la roccia con la mano”.

La casa di Malaparte, incastrata nelle rocce, dominante la vertiginosa Punta Masullo, su un mare allucinante di turchesi, di lapislazzuli e di smeraldi liquidi con pulviscoli d’oro, è dunque un’opera d’arte, voluta così dal suo proprietario, geometra vigilante di questo cantiere scosceso, particolarmente difficile, esteta conoscitore e tirannico come un papa del Rinascimento. Nel 1937 egli sbarca nella mondanissima isola di Capri, luogo caro a Tiberio, dove Mussolini, dopo aver ordinato degli scavi, vuole chiudere le festività del bimillenario dell’imperatore Augusto. Curzio non è più per il regime un maledetto. Dopo essere stato un interventista, un fascista ardente, ma imprevedibile, poi arrestato, imprigionato dal Duce a Regina Coeli e confinato nelle severe isole Lipari con il loro sole africano, Malaparte (“uomo di lettere ma non fascista” aveva detto Mussolini con la gerarchia dei valori che si indovina) è libero e compra un terreno, per 360 lire, dove si arriva tramite un sentiero da capre. La sua idea fissa è di costruire una casa moderna “per lavorare”, di una purezza e di una semplicità ellenica (durante la sua disgrazia, lo scrittore si è rituffato con delizia in Omero e nella poesia lirica italiana). L’intenzione, però, si complica: Curzio vuole anche inscrivere nella pietra di questa “villa-manifesto” le virtù del romanticismo, del classicismo ed anche del surrealismo (“C’è del surrealismo in Aristofane e in Sofocle, tutta la civiltà italiana, dagli Etruschi, è surrealista. Il paesaggio italiano stesso è tipicamente surrealista”).

Il miracolo è che queste ispirazioni apparentemente inconciliabili sono approdate alla creazione di una casa di un rigore e di una bellezza singolare, evitando i due scogli del kitsch e dell’accademismo. Malaparte diceva che la sua villa era “lo spettro e l’immagine segreta della prigione. L’immagine della mia nostalgia”.

Una nostalgia piuttosto dilettevole e raffinata: con quella scalèa da trapezio

conducente alla terrazza, con quel salone limpido, con quell’atrio che rimanda alla nobiltà delle dimore di Pompei o di Ercolano e con tutti quei giochi eruditi di memoria e di invenzione come quelle straordinarie finestre, cinte da una cornice in legno di castagno, che trasformano le vedute naturali in veri quadri, poiché la villa è ugualmente al servizio dello scenario. In “La pelle” Curzio, Curtino per parenti e per amici, racconta come ricevette a Punta Masullo, poco prima della battaglia di El Alamein, il feldmaresciallo Erwin Johannes Rommel, al quale mentì affermando che aveva acquistato la casa già costruita, ma che egli aveva “disegnato il paesaggio…”. Nella casa egli ha ospitato, tra gli altri, Cocteau, Camus, Moravia, Morante, Togliatti.

Corre tanta storia sulla casa dove Godard installò Brigitte Bardot, Michel Piccoli e Jack Palance per girare “Il disprezzo”. Si è, tra l’altro, molto parlato del virtuosismo con cui lo scrittore si è preso gioco dei regolamenti della costruzione, strettissimi in questa isola preservata, coperta da vincoli paesaggistici davvero proibitivi.

Si è ugualmente evocato il nerbo di questo progetto, il denaro, e lasciato intendere che Malaparte, grazie all’appoggio di Ciano, genero di Mussolini, ricevette un’importante somma dall’Istituto di previdenza dei giornalisti per curare la malattia degli occhi di sua madre: un mezzo milione che servì all’edificazione – se si osa dirlo – del capolavoro architettonico. E poi vi fu, nel 1957, l’anno della sua morte, l’ultima piroetta dell’autore di “Kaputt”, quello stravagante testamento, nel quale Malaparte, da poco convertito al comunismo (ci si ricorda del crudele gioco di parole di Céline: “Già il camaleonte traspariva sotto Malaparte”), legava la sua villa agli scrittori della Repubblica Popolare Cinese, dove aveva fatto il suo ultimo viaggio da inviato molto speciale.

Il testamento fu impugnato, per cui la casa, per lungo tempo, fu lasciata in abbandono.

Essa appartiene ora alla Fondazione Ronchi, che cura questa creazione architettonica divenuta un mito, circondata, com’è, da uno scenario tormentato e sereno, che fece tanto sognare l’inafferrabile ribelle, preso da spiagge inargentate e dall’azzurrità dell’infinito. Spesso, di notte, dopo che gli ospiti sono andati via, Malaparte, in assoluta solitudine, proteso sui baratri del cielo e del mare, osserva le correnti marine che si svolgono ampiamente trascolorando come lente fiumane, che giocano a ritrovarsi o che si allontanano all’infinito. All’intorno magiche scenografie, aromi voluttuosi, cicale e grilli che riversano, come un temporale estivo, il loro canto negli orti e nei terreni messi a coltura. Armonia del creato sotto l’occhio di un creatore ignoto, il “Massimo Fattor”, a detta di Alessandro Manzoni.

Alfredo Saccoccio

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