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Massacro del Sand Creek: class action contro il governo americano

Posted by on Set 18, 2016

Massacro del Sand Creek: class action contro il governo americano

Un articolo che FERNANDO RICCARDI scrisse qualche tempo.

Nel 1864 gli yankee trucidarono 200 cheyenne. Più della metà erano anziani, donne e bambini

Tanti sono i film che hanno descritto la lotta senza quartiere mossa dalle giubbe blu agli indiani. Una guerra che si concluse con lo sterminio quasi totale dei nativi i cui superstiti si ritrovarono rinchiusi in fazzoletti di terra, le cosiddette “riserve”, sempre più aridi ed angusti, condannati ad una morte lenta ma inesorabile per gente abituata ai largi spazi ed alle immense praterie del selvaggio West. In tutti quei film, salvo rarissime eccezioni, viene rappresentato un conflitto che vede agire su fronti contrapposti da un lato “i buoni” (i bianchi) e dall’altro “i cattivi” (gli indiani). Un copione immutabile che contempla pochissime variazioni sul tema. La realtà storica, però, disegna uno scenario completamente diverso con i ruoli che, spesso e volentieri, si capovolgono. Anche se la vulgata dominante, scritta dai vincitori, fa molta fatica ad accettare la verità. Intorno al 1850 nel Colorado era iniziata la “febbre dell’oro”: minatori, coloni in cerca di nuove terre, contadini e avventurieri di ogni risma, si erano riversati in quella landa sconfinata attratti dal miraggio delle pepite. C’era un piccolo dettaglio però: quelle terre appartenevano da sempre agli indiani e, in particolar modo, alle tribù Cheyenne e Arapaho, che non vedevano di buon occhio quella invasione. Ben presto la tensione salì alle stelle e allora si pensò di scendere a patti con la popolazione locale. Il governatore del Kansas, John Evans, propose ai capi tribù Cheyenne ed Arapaho di acquistare le terre dove si sarebbero insediati i coloni bianchi, mentre i nativi si sarebbero trasferiti in apposite “riserve”. Proposta che venne sdegnosamente respinta anche perché in quelle terre gli indiani andavano a caccia, procurandosi il sostentamento quotidiano. Fallita la trattativa e pressato da quel flusso colonizzatore che cresceva sempre di più, il governatore si convinse ad usare le maniere forti. Iniziò così la “guerra del Colorado” che andò avanti per tutto il biennio 1864-1865. Le truppe furono affidate al colonnello John Chivington, militare che odiava profondamente gli indiani. In un convegno tenutosi a Denver, non a caso, aveva dichiarato pubblicamente “che bisognava uccidere e fare lo scalpo a tutti gli Indiani perché le uova di pidocchio fanno i pidocchi”. La campagna bellica, però, si rivelò assai difficile ed impegnativa anche perché le tribù Cheyenne ed Arapaho, avevano ottenuto l’appoggio di Sioux, Comanche e Kiowa. Allora si pensò bene, da parte bianca, di rinforzare i quadri della milizia formando uno squadrone volontario di cavalleria del Colorado. Ciò malgrado la situazione restava stazionaria così come incerto l’esito delle ostilità. Il 28 settembre del 1864, a Camp Weld, nei pressi di Denver, bianchi ed indiani si incontrarono per raggiungere un accordo. Il summit non portò ad alcun risultato ma i bianchi furono molto abili nel far credere agli indiani che la pace era vicina. Tanto che Black Kettle, uno dei capi Cheyenne, decise di trasferire il suo numeroso gruppo (più di 600 persone) in un accampamento sulle rive del fiume Sand Creek. E dello spostamento informò il comando americano. Ma questo gli fu fatale. Il 29 novembre Chevington condusse la sua truppa, forte di 700 soldati e 4 cannoni, ad attaccare l’accampamento cheyenne. Alla vista degli yankee Black Kettle innalzò sulla sua tenda una bandiera a stelle e strisce ed una bianca. Antilope Bianca, invece, si incamminò verso le truppe americane con le braccia conserte e il sorriso sulle labbra. Per tutto risposta Chevington ordinò la carica. Fu un orribile massacro. Alla fine restarono sul terreno quasi 200 indiani e più della metà erano anziani, donne e bambini. Non solo: i corpi vennero orrendamente mutilati dai soldati yankee molti dei quali erano andati all’assalto completamente ubriachi. Tra i morti anche i capi cheyenne Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra mentre si salvò grazie alla fuga Black Kettle. Tra i soldati statunitensi, invece, ci furono 8 vittime e pochi feriti. Il massacro di Sand Creek provocò la ripresa delle ostilità che si fecero sempre più intense (qualche tempo dopo, per rappresaglia, gli indiani uccisero più di 200 civili nella Platte Valley) e che soltanto alla fine del secolo si conclusero con l’inevitabile sconfitta degli indiani. Il sanguinoso conflitto, che infuriò nel continente americano già a partire dalla fine del XVIII secolo, costò la vita ad almeno 45.000 nativi e a 19.000 bianchi. Tornando all’eccidio di Sand Creek, al quale Fabrizio De André, nel 1981, dedicò una toccante canzone (prima ancora, nel 1970, c’era stato il bel film “Soldato blu” del regista Ralph Nelson) c’è da dire che all’inizio si tentò di farlo passare come una brillante vittoria dei bianchi sugli indiani. Poi, però, la verità venne a galla grazie anche alle testimonianze del capitano Soule e dei tenenti Connor e Cramer, i soli che tentarono, invano, di opporsi a quel folle attacco. Per cui il colonnello Chevington fu denunciato e sottoposto ad una inchiesta da parte del “Comitato di condotta di guerra” che alla fine così sancì: “La verità è che (Chevington, nda) ha sorpreso e assassinato, a sangue freddo, uomini, donne e bambini, i quali avevano tutte le ragioni per credere di essere sotto la protezione delle autorità statunitensi, e poi ritornando a Denver si è vantato dell’azione coraggiosa che lui e gli uomini sotto il suo comando hanno eseguito. Questo comitato è dell’opinione che al fine di vendicare la causa di giustizia e mantenere l’onore della nazione, pronte e rigorose misure debbano essere adottate per rimuovere chiunque avesse così vilipeso il governo presso cui sono impiegati, e di punire, adeguatamente al crimine commesso, coloro che sono colpevoli di questi atti brutali e codardi”. Chevington dovette rassegnare le dimissioni ma i responsabili del massacro la fecero franca. E così ingiustizia fu fatta. Sono passati 150 anni da quel 28 settembre 1864 e i discendenti dei pellerossa che subirono il massacro non hanno dimenticato. Anzi hanno intentato un’azione contro Washington per ottenere un risarcimento dal governo federale visto che in quel drammatico giorno fu consumato un vero e proprio genocidio contro una popolazione indifesa. Quel risarcimento più volte promesso (a partire dal 1866) ma mai versato. La “class action” è stata avviata non molto tempo fa presso la corte distrettuale di Denver, in Colorado. A prescindere da come la vicenda andrà a finire, una sintetica chiosa: perché da noi i discendenti di tutte quelle persone massacrate dai soldati piemontesi a Pontelandolfo, Casalduni, Scurcola Marsicana, Auletta e tanti altri paesi del meridione bruciati e messi a ferro e a fuoco durante il drammatico decennio postunitario, non fanno altrettanto? Con i pochi soldi di cui dispone il nostro sempre più derelitto Stato, di certo non ci sarebbe trippa per gatti ma il gesto assumerebbe un grandissimo valore simbolico. Proprio come quello dei nativi americani che dopo un secolo e mezzo hanno deciso di dissotterare l’ascia di guerra.

Fernando Riccardi

 

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