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Napoli greca e romana

Posted by on Nov 30, 2016

Napoli greca e romana

Fondata da coloni greci provenienti da Cuma – ma le circostanze della fondazione sono ancora controverse – Napoli conservò cultura, istituzioni, lingua e costumi greci anche sotto la dominazione romana. In età repubblicana i romani colti si recavano a Napoli per perfezionare i loro studi e, da Augusto in poi, vi soggiornarono molti intellettuali, attratti anche dal clima e dalla vegetazione rigogliosa. A Napoli abitò a lungo Virgilio, mentre la costa sul mare si popolò di ville, tra le quali famosa fu quella di Lucullo. La storia della città in età greca e romana è rievocata nel brano della Guida Rossa Napoli e dintorni del Touring Club Italiano.

Napoli fu, durante tutta l’antichità, una fra le più illustri città della Campania. Tutti gli storici dell’età classica la consideravano greca e ne attribuivano, per lo più, la fondazione a coloni venuti dalla vicina Cuma. Ma le circostanze di questo avvenimento restano tuttavia ancora molto controverse o oscure, ancorché, anche recentemente, autorevoli storici dell’antichità abbiano tentato di chiarire le incertezze della fondazione della città.
Scimno di Chio, vissuto nel II secolo d.C., la dice fondata per obbedienza a un oracolo; Strabone, più vecchio di lui di circa un secolo, la chiama esplicitamente colonia di quei di Cuma, cui più tardi si sovrapposero Calcidesi e Ateniesi, nonché abitanti della vicina isola di Pithecusae (Ischia), sì che, da allora in poi, fu detta “città nuova” (Neapolis) in opposizione alla vecchia (Palaepolis). Anche il poeta Stazio, che era napoletano, fa allusione all’origine calcidese o euboica della città, se pur non vuole così accennare all’origine calcidese di Cuma (circa VII-VI secolo a.C.). Non meno oscure restano le relazioni fra le due città, delle quali Palepoli non è mai ricordata, forse per puro caso, dagli storici greci, ma soltanto dallo storico romano Tito Livio. Attribuendo maggior fede al geografo Strabone già ricordato, Palepoli sarebbe stata la colonia più antica dei Cumani, Neapoli quella più recente dei Calcidesi, situata a non molta distanza dall’altra. Scrittori secondari, e di minore autorità, tramandano invece come Neapoli fosse stata fondata dai Cumani stessi costretti ad abbandonare Palepoli.
Il nome originario di Palepoli pare fosse Parthenope, che divenne poi tradizionale nella poesia romana. Stefano di Bisanzio (VII secolo d.C.) dichiara Parthenope città dell’Opicia (più antico nome della Campania), che Strabone dice fondata dai Rodii, i quali, nella costituzione di Palepoli dovrebbero quindi rappresentare un elemento forse anteriore a quello cumano stesso. Il poeta Lycophrone (IV secolo a.C.), poi, chiama Falero (nome di non chiara significazione, forse “porto”?) la tomba della Sirena Parthenope, che da Stefano Bizantino sappiamo essere stata in Napoli. Di certo v’è che una connessione leggendaria fra la Sirena Parthenope e Neapoli si stabilì ben presto ed ebbe notevolissima diffusione. Così Dionisio di Alicarnasso (I secolo d.C.) chiama la città sepolcro di Parthenope e Strabone aggiunge che anche al tempo suo ne era onorata la tomba e si celebravano feste annuali in suo onore. Il Beloch, il più illustre storico della Campania antica, nega, però, tanto l’esistenza di una Parthenope, quanto quella di una Palepoli e opina che i Cumani, nel corso del VI secolo a.C., abbiano direttamente fondato una Neapoli, contraddicendo però con queste sue affermazioni le opinioni contrastanti di tanti altri illustri archeologi quali il De Petra e il Pais, nonché, ultimo in questa tenzone il Ciaceri, il quale dà pieno credito al racconto di Tito Livio, il solo tra gli scrittori antichi che ricordi la fondazione di Palepoli.
Attenendoci alla comune tradizione, diremo che, situata tra l’odierna via Foria e il mare, la nuova città crebbe ben presto, rapidamente assurgendo a grande prosperità, eclissando in parte Palepoli, della quale si sono trovate testimonianze sulla collina di Pizzofalcone.
Comunque, le due città finitime erano ambedue assolutamente greche per carattere, usi, costumi anche allorché vennero in contatto con Roma, circa un secolo dopo la conquista sannitica. Quando intorno al 340 a.C. i Romani cominciarono a metter piede nella Campania, la favorevole posizione di Napoli divenne sempre più critica. Per l’annessione dell’immediato retroterra napoletano, i Romani venivano a essere gli immediati vicini dei Napoletani, i quali, per la difesa della loro autonomia e della loro nazionalità, dichiararono guerra a Roma nel 328 a.C. Ebbero soccorso d’uomini dai Sanniti e da Nola, onde il console romano Publilio Filone, posto il campo fra le due città per tagliare le comunicazioni tra esse, strinse di regolare assedio la parte vecchia. Questa situazione si protrasse finché i due magistrati supremi della città, Charilaus o Nymphius, in seguito a discordie sorte fra i cittadini e i loro alleati, non consegnarono la città in mano al nemico. I Napoletani non opposero resistenza, e ciò spiega come il Senato Romano decretasse a Publilio il trionfo sui Sanniti.
I Napoletani s’ebbero una pace favorevole e le loro libertà furono garantite da un trattato il Foedus Neapolitanum. Malgrado le garanzie del trattato, Napoli fu insignita dell’onorifico titolo di città alleata del popolo romano e le sue condizioni generali, in quel tempo, erano floridissime.
Nel 280 a.C. Pirro, re dell’Epiro, che guidava una famosa spedizione contro Roma, si appressò alle mura della città, ma non giunse a impadronirsene; nella seconda guerra punica Annibale, dopo averne devastato i dintorni, fu distolto dall’attaccarla dalla potenza delle sue fortificazioni. Come tutti gli alleati marittimi di Roma, i Napoletani continuarono a fornirle navi e marinai durante le lunghe guerre della Repubblica, il che, mentre da un lato accrebbe l’esperienza dei Napoletani nella guerra navale, li danneggiò, dall’altro, nel proficuo godimento di quel traffico marittimo dal quale la città traeva, in gran parte, i mezzi di una florida esistenza.
Quando anche Napoli passò gradualmente alla condizione in cui si trovavano la più parte delle città provinciali romane e con la Lex Julia fu degradata a un ordinario municipio, continuò tuttavia a fiorire, a essere popolosa, a ritenere tenacemente, come forse nessun’altra città italica della Magna Grecia, la sua cultura essenzialmente greca, con tutte le sue istituzioni, mentre ellenica ne restava la popolazione: così greci erano i giochi quinquennali che questa celebrava, ai quali si alternavano gare di musica e di esercizi ginnastici; né cessò di sussistere la divisione amministrativa del popolo in phratrie, come attestano le iscrizioni; né la lingua greca, come lingua ufficiale, venne abbandonata.
I Romani, dal loro canto, sullo scorcio della Repubblica, ormai conquistati dal fascino della cultura greca, scelsero spesso Napoli quale luogo di educazione e di perfezionamento negli studi. Molti erano attirati dal clima delizioso e dalla natura lussureggiante, che resero Napoli soggiorno fra i preferiti della nobiltà di Roma.
La prosperità dell’insigne metropoli ricevette un rude colpo durante la guerra civile fra Mario e Silla (82 a.C.). Dilaniata dalle discordie partigiane, fu nottetempo occupata a tradimento dai soldati di Silla, i quali trucidarono quasi tutti i cittadini, tranne i pochi che riuscirono a fuggire, portando via dal porto le triremi. Ma nell’età di Cicerone la città si era già ripresa e continuò poi a fiorire anche durante l’Impero. Se non è improbabile che essa ricevesse i primi coloni da Lucio Cornelio Silla, fu però nominata colonia solo durante l’Impero, forse sotto Claudio, con riconferma del titolo da parte di Tito e degli Antonini.
Napoli ebbe anche formale possesso delle due importanti isole che sbarrano il suo golfo: Capri (Capreae) e Ischia (Aenaria), la quale si rese forse indipendente durante la prima guerra con Roma; Capri invece rimase soggetta a Napoli senza interruzione fino ad Augusto, quando fu annessa al dominio imperiale. Augusto, dopo un primo breve soggiorno, predilesse l’isola e del pari l’amò Tiberio, che visse negli ultimi suoi anni più a Capri che a Roma, dirigendo da Capri il vastissimo Impero a lui sottoposto.
Come i Romani della Repubblica, anche quelli dell’Impero mantennero vive le loro preferenze per Napoli. I suoi giuochi e i suoi ginnasi continuarono a esser diretti al modo greco, e fu appunto ancora questo persistente carattere ellenico che attrasse nella deliziosa città molti uomini di lettere e grammatici; acquistò così reputazione nel mondo della cultura e fu chiamata da Marziale e da Columella “docta Parthenope”. Il clima e la natura stessa rendevano molli e indolenti i suoi cittadini onde si spiega l’“otiosa Neapolis” di Orazio. Nerone “Neapolim quasi graecam urbem delegit” scrive Tacito, e, seguendo le orme di Claudio che nel teatro di Napoli aveva fatto rappresentare una sua commedia greca, vi cantò varie volte prima di recarsi in Grecia, reputando Napoli la più greca delle città sottomesse al suo dominio. La predilezione degli imperatori verso la città fece sì che molti Romani prendessero l’abitudine di soggiornarvi a lungo.
La costa sul mare era, in quest’età, piena di ville, di cui le più celebri furono quella di Vedio Pollione (a Posillipo) e quella di Lucullo (ora Castel dell’Ovo). Vi abitò per un lungo periodo Virgilio, il quale vi compose le Georgiche e vi fu sepolto. Napoli fu dunque, in questo periodo, una città provinciale di primo piano; le tante iscrizioni che ci sono rimaste sono testimoni della prosperità anche economica della stupenda città nella quale, tra gli altri, ebbero fama duratura i saponarii e gli ungentari e divenne noto in tutto l’Impero, oltre che l’essenza di rose che si distillava a Napoli, anche un profumo napoletano finissimo chiamato hédrycum.
In Napoli finì anche materialmente l’Impero romano perché nella splendida villa che era stata di Lucullo e poi si trasformò in Castel dell’Ovo, morì nel 476 Romolo Augustolo, ultimo imperatore di Roma, che Odoacre aveva relegato in questo amenissimo esilio.

fonte parodos.it

 

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