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NEL REGNO DELLA MAFIA

Posted by on Set 27, 2018

NEL REGNO DELLA MAFIA

Napoleone Colajanni deputato 1900

“PER COMBATTERE E DISTRURRE IL REGNO DELLA MAFIA È NECESSARIO, È INDISPENSABILE CHE IL GOVERNO ITALIANO CESSI DI ESSERE IL RE DELLA MAFIA

Napoleone Colajanni, siciliano e deputato parlamentare scriveva nel suo testo “Nel Regno della Mafia” del 1900. “Dal processo (Notarbartolo) contro due ferrovieri, che man mano si trasforma in un processo contro una forza poderosa e misteriosa, risulta che c’è una grande accusata: la magistratura!”

“… la voce mafia non si trovi registrata nella prima edizione (1838) del Dizionario siciliano – italiano del Mortillaro giudica che la parola e la cosa siano di data recente; e con compiacenza rileva che nella 3^ edizione (1876) a p. 648 venga registrata della parola mafia la seguente spiegazione: Voce piemontese introdotta nel resto d’Italia ch’equivale a camorra. Il Bennici alla sua volta fa derivare camorrista dai Gamos che furono i grandi proprietari di terra nell’antica Siracusa”.

La Mafia, in fine, rese i più grandi servizi alla causa della rivoluzione contro i Borboni; e in questo addentellato politico sta una delle cause del rispetto e della devozione della medesima verso l’aristocrazia, che in massa era avversa ai Borboni, come notò Alessandro Tasca. I più noti mafiosi furono di più valorosi combattenti nelle cosidette squadre nel 1848; gli stessi Mafiosi si batterono prodemente nel 1860 tra i picciotti di Garibaldi alle porte di Palermo e dentro Palermo. Quando trionfa la leggendaria spedizione dei Mille di Marsala, nel momento in cui una nuova vita doveva cominciare per la Sicilia, la mafia, specialmente nella provincia di Palermo, si trovò circondata dall’aureola del patriottismo e col battesimo del sangue versato in difesa della libertà.

“Sotto l’aspetto amministrativo la mezza libertà dei cittadini e la mezza autonomia degli enti locali sotto i Sabaudi segnarono un vero peggioramento sulle precedenti condizioni sotto i Borboni. Municipi e provincie servirono a gravare enormemente le imposte, a ripartirle per fini individuali, senza unità collettiva, a scopo di nepotismo e di favoritismo, per preparare candidature politiche”.

Colajanni scrive che Alongi, funzionario di P.S. nel 1893 afferma: “Il 90% dei Comuni in Sicilia era amministrato con criteri e forme tali che fanno desiderare il tipo dell’antico governo paterno perché allora si aveva il diritto d’inchiodare sulla gogna i tirannelli locali, il conforto e la speranza di un avvenire migliore e, di tanto in tanto l’intervento violento, ma pure sempre riparatore, del governo centrale”.

Filippo Cordova, ministro sabaudo, Colajanni scrive che il 9 dicembre 1863 dichiarava: “Coloro che dovevano essere i restauratori della legge, i promulgatori di libertà, gli educatori nell’alto senso della parola cominciarono coll’alienarsi la simpatia e la fiducia – basi alla necessaria cooperazione delle popolazioni – col governo perché si facesse opera proficua – delle masse che si videro trattate con disprezzo come appartenenti a razza inferiore e conquistata. Il pensiero che era nell’animo della grande maggioranza dei funzionari inetti e disonesti – il rifiuto dell’antico regno di Sardegna, la schiuma dei parvenus e degli imbroglioni, che si gabellarono per patrioti per acchiappare un posto (In Sicilia e in Sardegna si mandano tuttora i funzionari in punizione dei loro errori e delle loro colpe. Si può immaginare perciò quale prestigio vi godono!) – che piovvero in Sicilia fu formulato esplicitamente con soldatesca brutalità dal generale Govone che l’isola solennemente proclamò barbara. La Sicilia venerava Garibaldi; ora dopo due anni che lo aveva accolto come liberatore gli vede data la caccia come a brigante nelle sue terre e lo sa ferito gravemente e trattato come un volgare ribelle ad Aspromonte; la Sicilia credeva che i sentimenti disinteressati di patriottismo e l’aspirazione di Roma capitale costituissero un titolo di onore, ma vede fucilati a Fantina nel 1862 come disertori e malfattori dal colonnello De Villata sette garibaldini, e vede rimosso dall’ufficio il magistrato, che voleva punire il soldato fucilatore. La Sicilia da secoli non era stata sottoposta alla coscrizione militare obbligatoria; e l’odiava. Quando fu fatta la prima leva sotto i Sabaudi, perciò, molti coscritti non risposero all’appello. Il governo con ferocia senza pari da loro la caccia come a belve e ad incivilire i barbari manda ufficiali che assassinano i cittadini soffocandoli col fumo, come i francesi avevano incivilito i barbari della Kabilia, e rimettono in onore la tortura per far parlare i sordomuti, assaltano di notte le città a suono di tromba, le cingono di assedio e le privano dell’acqua!

Antonio Cappello, era sordo-muto dalla nascita. Le autorità militari volendone fare assolutamente un soldato, ritennero che il sordo-mutismo fosse simulato e sottoposto a tortura … per farlo parlare! Delle 154 bruciature di ferro rovente VOLUTE DIRE REVULSIVI SUPERFICIALI VOLANTI da chi nell’ospedale militare di Palermo ne straziava L’OPERAIO ANTONIO CAPPELLO ostinandosi a non crederlo sordo-muto quando tale sin dalla nascita a tutti era noto duri eterno ricordo. Questa fotografia dal naturale quattro mesi dopo ritratta A testimonio della pertinace immanità dell’atto della coscienza che ne mosse querela e perché il mondo conosca chi nel 1863 erano i BARBARI qui. Palermo 20 maggio 1864.

Laporta, deputato, Colajanni riferisce le sue dichiarazioni nella seduta del 9 dicembre 1893 dove deplorò la impunità dei reali carabinieri, che commettevano reati e nel ricordo della tortura inflitta ad un povero operaio e nel sospettato assassinio del Corrao deve trovarsi la ragione dell’odio che nei dintorni di Palermo divenne generale contro i Reali Carabinieri e che esplose selvaggiamente durante la insurrezione del 1866.

Colajanni 1900: Se l’azione del governo italiano fu tale da rinforzare anziché distrurre – e lo affermò, lo dimostra il Cordova – lo spirito che generò la Mafia, la diffidenza sistemica contro i poteri pubblici; lo stesso governo italiano agì in guisa da favorire direttamente lo sviluppo della Mafia.

Diego Tajani, deputato, Colajanni riferisce le sue dichiarazioni nella seduta del 11 giugno 1875: “Dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità, anche puntigliose, se vuolsi di popolazioni vivaci, espansive e che erano disposte a ricambiare con un tesoro di affetti un governo, che avesse saputo studiarle e conoscerle … alla Sicilia è stata aperte la via ad ogni maniera di arricchire, se si voglia, ma le si è spianata la via verso la propria corruzione. Le si è imbellettato il viso, lasciate che io lo dica, ma le si è insozzata l’anima! … (Mafiosi vennero assegnati al grado di comandanti delle guardie campestri o della guardia suburbana) “E’ qualche cosa d’incredibile, ma ve lo assicuro sotto la garanzia del mio onore oltre ai documenti. Quasi tutti misfatti che accadevano nelle campagne di Monreale accadevano o colle loro complicità o col loro permesso. … Un funzionario giudiziario ch’era stato quattro anni colà, in un suo rapporto proruppe in questa esclamazione: qui si ruba, si uccide, si grassa; tutto in nome del reale governo. Non passava settimana che non si trovasse un cadavere; si procedeva e la sicurezza pubblica, metteva innanzi all’autorità giudiziaria o l’inerzia assoluto o impedimenti”.

Diego Tajani, seduta del 12 giugno 1875 in Parlamento, Colajanni scrive: “dopo aver svelato tante turpitudini dei funzionari di pubblica sicurezza ed anche dei magistrati conchiuse, “Bisogna persuadersi che in Sicilia quel che manca oggi è un’idea esatta della parola governo. Bisogna ricostruirla di un’aureola imponente, perché se non si comincia da questo, non si farà mai nulla … Noi abbiamo colà: le leggi ordinarie derise, le istituzioni un’ironia, la corruzione dapertutto, il favore la regola, la giustizia l’eccezione, il delitto intronizzato nel luogo della pubblica tutela, i rei fatti giudici, i giudici fatti rei ed una corte di mali interessati fatti arbitri della libertà, dell’onore, della vita dei cittadini. Dio immortale! Che cosa è mai questo se non il caos? Che cosa è mai questo se non il peggiore del mali; l’ANARCHIA DI GOVERNO innanzi alla quale cento briganti di più e cento crimini di più sono un nonnulla e scolorano?”

Colajanni scrive: “Sotto i Borboni a tanto non si era discesi; mancava la libertà; mancava spesso la giustizia; ma nessuno poteva dire che si era arrivati all’anarchia di governo. L’anarchia di governo giustificò il governo Negazione di Dio ; il governo italiano riabilitò la Mafia, che dovevasi distrurre. D’allora in poi non pochi si domandarono se tra i due non fosse meglio accordare la fiducia alla Mafia anziché al governo …. I Consigli Comunali vengono sciolti alla vigilia delle elezioni politiche; si nominano Regi Commissari le persone che assumono l’impegno di sostenere il candidato governativo … Questa scandalosa, mafiosa, ingerenza del governo nelle amministrazioni comunali fu denunziata più volte alla Camera. Un deputato ministeriale, l’on. Ex Ministro Chimirri tentò di negarla ed attenuarla; ma la parola sdegnosa dell’ex ministro Branca lo ridusse al silenzio su tale tirannia esercitata a scopo elettorale sui municipi: “accade questo fatto: che non appena si parla di elezioni, i candidati non si rivolgono agli elettori, ma si rivolgono ai prefetti e rivolgendosi ai prefetti, è chiaro che questi prefetti, per apparire, debbono giovarsi di tutti i mezzi .. (interruzioni-approvazioni). Mi diceva un prefetto a proposito di una provincia, che in essa le elezioni si facevano come si voleva, perché il prefetto poteva mandare tutti i sindaci innanzi al potere giudiziario”, seduta del 2 dicembre 1899. Tante ribalderie e tale sistema di prepotenze e di complicità, crearono e mantengono l’ambiente della Mafia e della Camorra. Le gesta della polizia, dei reali carabinieri, della magistratura al di fuori del campo elettorale completano e aggravano l’opera nefasta di demolizione di ogni criterio morale. I magistrati sono asserviti in modo degradante ai carabinieri ed alla polizia; la constatazione venne fatta più volte in Parlamento … La magistratura è corrotta nei rapporti privati ed è servile sino all’abbiezione verso il governo e verso chi lo rappresenta – sia esso un Prefetto o un semplice birro. I carabinieri prima erano circondati di rispetto e di stima; ma messisi al servizio della politica elettorale in modo sfacciato e violento hanno perduto la fiducia della popolazione, che li considera come temuti nemici. Essi della Mafia hanno adottato i metodi e per combattere gli effetti della Mafia bastonano a sangue e torturano con ordini del Santo Ufficio i detenuti che capitano nelle loro mani. I cittadini bastonati tacciono per timore di peggiori vendette, che compiono spesso con false denunce di oltraggio alla forza pubblica. .. Si può debellare la Mafia coi metodi mafiosi? Si può combatterla servendosi dei mafiosi nei momenti elettorali? Si può restituire nei cittadini colla iniquità sistematica, colla illegalità fatta regola, la fede nella giustizia e nella legge? No. Mille volte no; perciò la mafia del governo ha rigenerato la mafia dei cittadini! Sin dal 1875 Bonfadini onestamente constatava che il governo italiano nulla ha fatto per distruggere la mafia ufficiale, che esisteva sotto i Borboni. Se egli tornasse in vita scriverebbe oggi che il governo italiano tutto ha fatto per consolidarla e renderla onnipotente.I privati del Settentrione in quelle regioni hanno trovato soltanto una terra coloniale da sfruttare economicamente e da importarvi funzionari. I governanti vi hanno visto elettori da corrompere e addomesticare, né più né meno come i vincitori del Nord guidarono dopo la Guerra di Secessione i Negri liberati dalla schiavitù del Sud! Ma Siciliani e Meridionali abbandonati a loro stessi avrebbero trovato i rimedi opportuni. Che la Sicilia lasciata a sé stessa avrebbe saputo provvedere e bene ai casi propri lo scrisse in una forma scultoria nel 1875 un uomo d’ordine tra i più eminenti. “La Sicilia lasciata a sé, diceva Sidney Sonnino, troverebbe il rimedio”. Stanno a dimostrarlo molti fatti particolari e ce ne assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione, e l’immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione.

 

 

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