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“Non abbiamo alcun rimpianto, né alcuna nostalgia”. Quando Paolo VI ricordò la Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870

Posted by on Set 23, 2020

“Non abbiamo alcun rimpianto, né alcuna nostalgia”. Quando Paolo VI ricordò la Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870

La proclamazione, 150 anni fa, di Roma Capitale è un evento che Papa Francesco definisce «provvidenziale», anche se «suscitò polemiche e problemi ma cambiò Roma, l’Italia e la Chiesa e così iniziò una nuova storia».

In questo senso Bergoglio richiama – nel messaggio letto dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, al Teatro dell’Opera il 3 febbraio scorso – le parole del cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini: il 10 ottobre 1962, vigilia dell’inaugurazione del Concilio, quando in un memorabile discorso in Campidoglio, disse che la fine del potere temporale dei Papi «parve un crollo e lo fu per il dominio territoriale pontificio ma la Provvidenza aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti».

«Il Papa in Campidoglio. Questo – aggiunse Montini, divenuto Paolo VI nella visita compiuta al Palazzo Senatorio il 16 aprile 1966 – è un ritorno; Noi non siamo forestieri qui dentro; quante memorie, quanti monumenti lo dicono! Ma quale ritorno? Qua venne, circa un secolo fa, Pio XI; ma quanto diversamente. Noi non abbiamo più alcuna sovranità temporale da affermare quassù. Conserviamo di essa il ricordo storico, come quello d’una secolare, legittima e, per molti versi, provvida istituzione di tempi passati; ma oggi non abbiamo per essa alcun rimpianto, né alcuna nostalgia, né tanto meno alcuna segreta velleità rivendicatrice. Però, anche se un’altra minuscola sovranità temporale, quasi più simbolica che effettiva, Ci qualifica nei vostri riguardi liberi e indipendenti, non Ci mancano i titoli per appartenere al popolo di Roma; e Noi volentieri Ci sentiamo fieri ed onorati di far Nostra la professione di San Paolo, come quella d’un’eccellente umana dignità: civis romanus, cittadino romano: teniamo anche Noi a proclamarci tali».

Secondo Paolo VI, «l’Urbe parla al mondo di fratellanza, di concordia e di pace. Roma potrà essere una città d’incontro». Roma infatti è una grande risorsa dell’umanità; «sia sempre più una città fraterna e rinnovi l’apertura al mondo e l’inclusione di tutti», chiede nel messaggio alle celebrazioni per i 150 anni di Roma capitale, richiamando le responsabilità per le periferie «segnate da troppe miserie e povere di reti sociale»; convinto che la Chiesa è una risorsa di umanità nella città. la prima da parte di un papa da quel 1870 che segnò, con la Breccia di Porta Pia, la caduta dello Stato Pontificio e la fine del potere temporale dei pontefici. Eletto papa nel 1963, Giovanni Battista Montini aveva già avuto occasione, prima di quella storica visita, di salire al Campidoglio, nel 1962 quando, ancora cardinale, era responsabile della diocesi di Milano. Erano i tempi dell’avvio del Concilio Vaticano II, voluto e indetto dal suo predecessore, Giovanni XXIII, e chiuso dallo stesso Paolo VI nel 1965.

«Roma – ricostruisce don Pier Giuseppe Accornero su La Voce e il Tempo – divenne capitale d’Italia in tempi burrascosi per la Chiesa e per l’Italia che faticosamente costruiva la propria unità. Il 20 settembre 1870 con la «breccia di Porta Pia» i bersaglieri, avanguardia dell’Esercito italiano, occupano Roma e Pio IX, sdegnato, lascia definitivamente il Quirinale si rifugia in Vaticano, dove già si trovava. Il 2 ottobre il plebiscito (138.681 sì, 1.507 no) sancisce l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia. Il 21 gennaio 1871 la capitale viene trasferita da Firenze a Roma – nel 1861 era passata da Torino a Firenze – e il 3 febbraio 1871 è approvata la legge che proclama Roma capitale del Regno. Del successivo 13 maggio 1871 è la «legge delle Guarentigie» che stabilisce garanzie per il Papa e un risarcimento per le ruberie perpetrate durante il Risorgimento ai danni della Chiesa. Ma Pio IX rifiuta. Dice Francesco: «Solo se diverrà sempre più una città fraterna», Roma vivrà la sua vocazione universale e sarà promotrice di unità e pace nel mondo, «una città d’incontro» nel panorama internazionale carico di conflittualità».

In 150 anni Roma è molto cambiata passando – osservava Giovanni Paolo II – «da ambiente umano omogeneo a comunità multietnica», nella quale convivono, accanto a quella cattolica, altre fedi religiose e concezioni non religiose dell’esistenza. La Chiesa ha condiviso gioie e dolori dei romani. Francesco richiama i nove mesi di occupazione nazista della città – 16 ottobre 1943-4 giugno 1944 con «la terribile caccia per deportare gli ebrei: fu la “Shoah, Olocausto” e la Chiesa fu uno spazio di asilo per i perseguitati che fece cadere antiche barriere e dolorose distanze. Tempi difficili, da cui trarre la lezione dell’”imperitura fraternità” fra Chiesa cattolica e Comunità ebraica da me ribadita nella visita» alla sinagoga di Roma» il 17 gennaio 2016: molti ebrei furono nascosti e salvati nei conventi, nelle parrocchie, negli edifici «extraterritoriali» a Roma e in Italia.

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