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Origini di Itri e la sua controversa etimologia- Stemma comunale di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ago 16, 2022

Origini di Itri e la sua controversa etimologia- Stemma comunale di Alfredo Saccoccio

      Una tradizione costante attribuisce ai Laconi, fuggiaschi per l’invasione dorica,  guidati dai Dioscuri, le fondazioni delle città di Gaeta, di Formia (deve il suo etimo al termine  “Ormiai”, per l’eccellente approdo al porto) e di Amyclae (il luogo preciso, in cui sorse quest’ultimo centro, esistente almeno fino al secondo secolo a. C., non è stato ancora scoperto, ma dovrebbe  sorgere  nella parte occidentale del  “Salto di Fondi” ).

Ai Laconi  si deve il nome di Gaeta, che deriverebbe dal greco “Kaiétas”, cioè crepaccio, burrone, spaccatura, in riferimento  alle  fenditure e alle grotte che si aprono nella sua costa. Lo sostiene il geografo Strabone, erudito di formazione eclettica, nel libro V della ponderosa’opera “Geografia”, il trattato più importante che l’antichità ci ha lasciato in materia, sulle tracce di antiche glorie. .Ai Laconi viene attribuito anche l’introduzione nella nostra zona  della coltivazione dell’ulivo, giovandosi della fertilità e della prodigalità della natura. Quando le navi del pio eroe troiano Enea, con il figlioletto Ascanio, detto anche Julo, approdarono sulle nostre coste, i marinai scorsero delle piccole bacche brune galleggiare sui marosi, cadute dai rami degli alberi piantati lungo la marina. Ne mangiarono  trovandole saporite. E’, questa, la prima testimonianza, di virgiliana memoria, dell’oliva in salamoia.

  Alcuni pensano che Gaeta già fosse esistente all’epoca della sosta di Enea nel porto di Gaeta. Lo si arguisce dal passo di Publio Virgilio Marone, il quale accenna, negli ultimi versi del  VI libro dell’ “Eneide”, al pio Enea, che ha raggiunto il porto  costeggiando il mare. Egli, con ferma, salda, serena volontà, prese il porto, come un conquistatore, gettando l’ancora per fermare la nave. Enea si fermò per il suo grande destino, rigido esecutore degli ordini degli Dei, strumento docile del fato, che gli assegnava il compito di fondatore di una nuova patria per i superstiti di Troia e di iniziatore di una nuova civiltà, che avrebbe dominato sul mondo. Qui avviene, in terra italica, chiamata Esperia dai Greci, “terra d’Occidente”, l’onorata sepoltura della vecchia nutrice di Enea, Caieta, alla quale viene eretto un alto sepolcro alla sua memoria. Caieta,che non era voluta restare in Sicilia, per seguire l’eroe, morendo, lasciò un’imperitura fama alla località della costa tirrenica, circondata, su tre lati, dal mare. Il retore e storico greco Dionigi di Alicarnasso in “Origo gentis Romanae” elenca i luoghi in cui Enea ha sostato ricordando Caieta.      

    Itri abbonda di località di derivazione ellenica, come “Nasso” (è probabile che il toponimo abbia avuto origine da coloninizzatori provenienti dall’isola di Nasso, nell’Egeo) , “Bucef’alo” (il cavallo da battaglia, il destriero favorito di Alessandro Magno), “Erchia” ( il casale di Erchia, “positus in finibus pertinentie itrano”, nell’altopiano di Campello, fu donato, nel gennaio 1036, dal senatore Leone di Gaeta, figlio del duca Giovanni, e dalla moglie Letizia“, per ritrovare misericordia dei loro peccati, al monastero di S. Giovanni Evangelista di Fellino, che dalle fondamenta era stato edificato dal duca Giovanni IV e dalla duchessa Emilia, che dovettero sostituire il culto di Ercole, che nella zona aveva probabilmente un tempietto, con  un culto cristiano), e Piroli”. In questa località, confinante con Formia, tempo addietro, vennero alla luce delle terracotte rotonde, sovrapposte (il proprietario dell’appezzamento dove sono state rinvenute sostiene che il suo campo è pieno di questi strani dischi e che essi vengono fuori, dissodando il terreno), che lasciano pensare ad un altare per sacrifici.

   Molte congetture si sono fatte sulle origini del nostro paese. Alcuni studiosi sostengono che i primi fondatori ed abitatori di Itri siano stati gli Osci, i figli di Ops, già detti Ausoni; altri  i rozzi ed antropofagi  Lestrigoni, di omerica memoria; altri ancora gli Aurunci, il cui termine deriva indubbiamente dal latino “aurum”, per la solarità della contrada, dai campi di biondeggianti messi, i cui abitanti vivevano in una sorta di “età dell’oro”, di “giardino delle Esperidi”. Il ricordo più antico di questo popolo ricorre in due letterati greci, Ecateo di Mileto, logografo, e  il poeta Pindaro. Il Pagnani pretende  che  il nostro centro fosse stato fondato dal suo re, Lamo, mentre François Schott, (Franciscus Schottus) nell’“Itinerario overo nova desctittione de’ viaggi principali d’Italia” fa fondatore di Itri Elio Lama, senatore romano. C’è pure qualcuno che asserisce che esso sia stato fondato da comunità pelasgiche, qualche altro dagli Etruschi, portando a sostegno della propria tesi il cosiddetto “ponte etrusco”, poderosa struttura ciclopica e cunicolo a  sezione ogivale di “vico Campiglioni”, manufatto dei tempi del censore Appio Claudio Cieco, adibito alla sostruzione della via Appia. A tal proposito, diciamo che gli Etruschi furono solo i tecnici della “regina viarum”, poiché i Romani  si servirono delle maestranze etrusche per tutti i lavori d’ingegneria e di muratura.

   Da alcuni geografi (il forlivese Flavio Biondo nella “Roma instaurata”, Venezia,1540, p.99, e il domenicano Leandro Alberti in “Descrittione di tutta Italia” , Venezia, 1551, p. 114) Itri fu identificato con l’antica “urbs Mamurrarum”, dalle cui rovine sarebbe sorto, secondo l’erudito fiorentino Ferdinando Ughelli, abate cistercense, autore  di una “Italia Sacra”, opera in 9 volumi, stampata a Venezia nel 1717. L’ipotesi si appoggia ai versi di Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi.  Il distico oraziano, “In Mamurrarum lassi deinde Urbe manemus, / Murena  praebente domum, Capitone  culinam”, della V Satira del libro primo, è risibile, dato che il ricchissimo cavaliere Mamurra, generale del genio (praefectus fabrum”) sotto Giulio Cesare, oggetto della bile e dei virulenti , sferzanti strali di Gaio Valerio Catullo, grandissimo poeta per limpidezza di lingua e per icasticità, che lo definisce“canaglia fottuta” e “decoctor”, scialacquatore di ricchezze, era formiano  ed ancora oggi nella contigua città tirrenica vi sussiste un sito, chiamato “Mammorano”, indubbia corruzione di “Mamurrano”. L’equivoco è sorto, senza dubbio, per il fatto che la nobile famiglia di senatori aveva grandi possessioni ad Itri, che doveva essere un paese popolato a quel tempo, testimoniato dai ruderi  di un tempio dedicato ad Iside, in contrada Giovencio, e dalle lapidi riportate dal Pratilli, autore di una “Descrizione della via Appia, riconosciuta e descritta” e da alcuni epigrafisti. 

   Il viaggio di Orazio fu fatto  nell’autunno del 37 a. C., al seguito dell’uomo politico e raffinato cultore di lettere ed arti Mecenate, discendente da un’antica, regale famiglia etrusca di Arezzo, consigliere di Ottaviano. Il tragitto  era da Roma a Brindisi, dove l’amico di Augusto, protettore ed amico di Orazio e di Virgilio, si recava per preparare l’accordo fra Ottaviano ed Antonio, che parve dar tregua al contrasto tra i due contendenti, con il riservare al primo l’Occidente e all’altro l’Oriente. Un viaggio, quello  del figlio dell’alpestre Venosa, di circa 550 km. In 15 giorni, fatto quasi tutto in vettura, con una media di circa 35 km. al giorno, che non rappresenta certamente un record di velocità, neppure per i Romani. Orazio adoperò, come mezzo di locomozione, la “rheda”, vettura a due e poi a quattro ruote, tirata da due o anche da quattro cavalli o mule, e fatta, al tempo del Poeta, per non più di tre viaggiatori, con pochi bagagli. Nel 4° giorno, il percorso in terra aurunca era Terracina – Fondi – Formia, per complessive 24 miglia. L’ospitalità a lui e al rètore greco Eliodoro era offerta in casa di L. Licinio Terenzio Varrone Murena, cognato di Mecenate, e di Fonteio Capitone. A stancare Quinto Orazio Flacco, dovette contribuire la ripida salita di Sant’Andrea, lunga circa tre miglia, la parte malagevole della Via Appia, dove si produceva il Cècubo, il più celebre vino dell’antichità romana. Simile produzione si faceva su quella parte del territorio, che, dalla salita di Itri si distende verso il mare di Sperlonga sino alle vicinanze di Gaeta. In questa striscia di terra, vi allignavano anche messi abbondanti. Nelle parti involte, piene di mirti e di lentischi, che molto servivano per la concia delle pelli di animale, si trovava, tra le pietre, il traslucido alabastro, usato per far vasi, statuine, decorazioni e, in lastre sottili, per la chiusura di finestre, particolarmente nelle absidi delle chiese. Nonostante la fatica dell’attraversamento della gola di Sant’Andrea, l’asceta del Presente, del “carpe diem”, del profitta  dell’oggi, dovette provare un estremo piacere per la posizione amena  di Itri e pensato, almeno per un momento, all’eccellente vino Cecubo, prodotto dai vigneti delle campagne e delle colline itrane , tanto decantato  da Plinio il Vecchio , da Orazio , da Marziale da Columella, serbato  grazie a cento chiavi.

      Il nome di Itri viene fatto derivare da “Atrium”, da “Itrium”, greco medioevale, che equivale a “tractum”, trasformati poi in “Ytro, “Ydru”, Ydru” nelle pergamene degli archivi delle chiese del posto. Altri spiegano l’origine della parola, ricollegandola a “Tar-It”, che significa terra alta, Alta ripa”, ovvero luogo dirupato e scosceso, com’è proprio la collina di Sant’Angelo posta di fronte al torrente vernotico “Muro Torto”. Infatti, ancora oggi, Tarìta è detto il nucleo tra Santa Maria e Sant’Angelo, l’acropoli del borgo. Altri ancora sostengono che il vocabolo alludi alle anfore, dette “itrie”, da Itri, luogo originario di produzione, dove si sono usate fino a  quarant’anni fa,  Ne “Il Vangelo” troviamo l’idria” di pietra posta per la purificazione dei Giudei.

   La tempera su tavola, “La Madonna delle Itrie”, databile alla seconda metà del Quattrocento, attribuita a Giovanni da Gaeta e conservata nel Museo Diocesano di Gaeta, molto interessante per l’elegante figura della Vergine, che ha sulle ginocchia il Bambino Gesù, e per la vivacità del figlioletto , quasi nudo, avviluppato da  un velo, che regge, con la mano sinistra, un libro, mentre la destra tiene una bandierina, potrebbe provenire dalla chiesa di Santa Maria Maggiore, dove operò il pittore tardogotico gaetano.

   La “vexata quaestio” sull’etimologia non accenna a chiarirsi. Anzi fioriscono le ipotesi sull’etimo. Negli ultimi tempi ha preso consistenza l’opinione che Itri possa derivare dalla voce latina “Iter”, che significa viaggio, poiché le prime abitazioni (che sorsero in  “vico Cavone” e in “vico Casale”), lungo la classica via Appia, furono adibite a luogo di sosta delle legioni e dei corrieri romani, che, dopo la tortuosa e faticosa salita di “Sant’Andrea”, avevano bisogno di riposo e di rinfrancarsi. In Itri essi trovavano ristoro nelle “deversoriae tabernae” e respiravano l’aria fresca e salutare delle sue colline. Gli studiosi che propugnano tale tesi portano a loro sostegno la lapide sepolcrale (di circa 2 metri), posta nella “porta Mamurra, nella parte sinistra, che ha un’elegante iscrizione a carattere maiuscolo, con sopra la parola “ITER”. Noi la pensiamo diversamente e diciamo che questi  epigrafisti prendono un grosso abbaglio, se vogliono sostenere la loro tesi con l’ausilio di questa lapide. Quell’”ITER” è l’abbreviazione di “ITERUM”, che significa “per la seconda volta” ed è riferito alla parola precedente, “AEDIL”. Quindi l’”ITER” non comprova affatto la tesi su esposta, ma lascia intendere che il personaggio ricordato dalla tavola in pietra, un certo CAIO MARCO AGNIO, figlio di Marco, della tribù Emilia, ricopriva, per la seconda volta, la carica di Edile. Sulla tavola lapidea l’epigrafe è scritta così : C. M. AGNIUS M. F: AE /AEDIL ITER.

   Il nostro parere sulla “questione”, suffragato dal compianto, autorevole epigrafista Lidio Gasperini, è che Itri debba, invece, derivare da “hydrus”, serpente che è raffigurato nella ricordata porta Mamurra, in posizione eretta, e nello stemma comunale come simbolo della salute.  A tal riguardo, dobbiamo far notare che i monaci benedettini di Montecassino, nel “Codex Diplomaticus Cajetanus”, che rappresenta il più completo repertorio di documenti del basso Lazio, riportano spesso il toponimo “Idru”, riferendosi forse all’idra di Lerno uccisa da Ercole, che nell’antichissima Itri aveva un santuario e, forse, un culto speciale, in stretta relazione con le vie di transito delle transumanze e in collegamento con l’interno della Valle del Sacco, con i santuari della media Valle del Liri.

Il santuario, ai piedi di Monte Grande, in una posizione panoramica straordinaria, con una dominanza visiva a 360 gradi, insiste su un terrazzamento  di blocchi ciclopici, mura che hanno ospitato civiltà molto antiche (parecchi secoli prima di Cristo).  Siamo ai tempi omerici, se non prima. Nessuno degli eroi antichi fu popolare come Ercole e nessuno fu tanto onorato. In Roma ebbe molti templi, fra cui quello vicino al Circo Flaminio e quello al Foro Boario, attivo centro commerciale, circondato da tre colli, il Campidoglio, il Palatino e l’Aventino, nel quale non entravano né cani né mosche. L’antichità consacrò a lui il culto per la sua forza fisica, per la sua audacia e per il suo coraggio. Ercole è legato ai vari aspetti della pastorizia, che compare in Italia nel periodo arcaico, connessa al culto delle acque, da cui deriva l’aspetto terapeutico ed oracolare. Protettore dei mercanti e delle vie di comunicazione, l’Ercole italico ha un’ampia area di diffusione. 

 Una tradizione leggendaria, ma costante, dice che i fondatori di Itri erano Amiclani, compagni di Castore e Polluce, che si erano rifugiati sui suoi monti, dopo l’abbandono di “Amyclae”, causata dall’invasione dei serpenti, che distrussero la suddetta città, menzionata  da Marco Terenzio Varrone in “Antichità”, il suo capolavoro, da Plinio il Vecchio in “Historia naturalis” (libro III, capitolo 5) e da Servio in “Ad Vergilium”, Aen. X, che colloca  “Amyclae” “ Inter Caietam et Terracinam”. Gli abitanti di “Amyclae” (città marinara, fondata dai Laconi) erano seguaci di Pitagora, il cui dogma proibiva di uccidere il serpente, animale sacro, credendo nella reincarnazione, vagando l’anima, immortale, da corpo in corpo. I pochi superstiti assunsero, come simbolo del luogo e come nume tutelare, proprio il serpente della dottrina pitagorica, da cui ebbe origine il principio  di autorità (l’”ipse dixit”  era uno dei capisaldi della scuola).

Opiniamo che la virtuosa Amyclae, i cui abitanti conducevano una vita modesta e sobria, non fu distrutta da serpenti, ma da popoli finitimi, che  l’assalirono: “Nam quam aliquoties falso nuntiatus esset adventus hostium, postea cantun est, ne quis amplius nuntiaret. Inde ex improviso captae sunt Amyclae”. Questa opinione dell’umanista e frate agostiniano Ambrogio Calepino, autore di un “Dictionarium linguae latinae,” edito a Reggio Emilia nel 1502,è molto più plausibile  della distruzione della città da parte dei serpi, che infestavano il suolo di Amyclae. Crediamo che per serpenti bisogna intendersi i rigagnoli  ristagnanti che formano i rigagnoli ristagnanti, con la malaria in agguato e con i miasmi emananti da esalazioni fetide, che dovettero fare u’ecatombe  di abitanti in quella plaga malsana, regno della morte, portata  dalla pestifera zanzara.

 Sappiamo, per certo, che, al posto dell’attuale chiesa di S. Michele Arcangelo, sull’acropoli, c’era un santuario dedicato al dio della medicina, Esculapio, dove molti malati trovavano la guarigione dormendo  in esso, in cui veniva praticata la divinazione per incubazione, generalmente riconosciuta quale elemento essenziale della magica arte del guarire. Nel santuario venivano forniti oracoli terapeutici : vari rimedi venivano rivelati in sogno a coloro che a tale scopo andavano a dormire  in esso. Gli ammalati accorrevano, in gran numero. Durante la notte, gli infermi avevano una visione e si svegliavano poi guariti dal loro male, Il procedimento, quale è stato descritto da Aristofane nella commedia “Pluto” (circa nel 388 a. C.), consisteva nel mettere a dormire il paziente affetto da cecità nel recinto del santuario, perché fosse visitato dal dio, che gli toccava il capo e gli soffregava gli occhi. Due grossi serpenti, i cosiddetti “colubri di Esculapio” o saettoni, uscivano allora dal santuario e gli leccavano le palpebre. E questo gli restituiva completamente la vista. Una tradizione vuole che un cane, “latrando”, rendesse i suoi oracoli. Occorre dire che i serpenti erano come un simbolo di rigenerazione, poiché cambiano pelle rinnovandosi ogni anno.

   La lunga lista di successi è testimoniata dai numerosi doni votivi (eleganti vasi, pregevoli marmi, antiche medaglie)  trovati in una “favissa” del santuario,una sorta di sotterraneo, dove prestavano servizio sacerdoti, specializzati nell’arte della guarigione. Il santuario dovette essere importante e molto frequentato dai devoti, i quali forse iniziavano le loro preghiere con un olocausto ad Apollo, genitore di Esculapio. I pellegrini  erano ammalati che si rivolgevano al padre della medicina chiedendo una cura salutare. Quando il dio della guarigione  esaudiva i loro desideri, i grati pazienti lasciavano al santuario offerte votive. Molte volte questi doni erano dovuti a persone desiderose di propiziarsi Esculapio. Fin dall’inizio, questo santuario dovette prosperare e scintillare di doni votivi : oro, bronzo, ottone, marmi lucenti, riproduzioni in pietra di parti del corpo ammalate e di arti offesi ! I regali venivano offerti al sacrario in segno di ringraziamento. Il culto di Esculapio ad Itri dovette durare secoli, fino agli inizi dell’era cristiana.  Sappiamo che esso si diffuse a Roma, in seguito ad una pestilenza (291 a. C.), all’Isola Tiberina. Qui venne eretto un tempio in onore del figlio di Apollo e della sua compagna Salus, la controparte romana dell’Igiea (la Salute) del culto ellenico, dove prestavano servizio sacerdoti, probabilmente greci, specializzati nell’arte del guarire. Esculapio avrebbe sostituito nel culto quattro divinità romane della Salute: Strenia,  Salus, Carna (o Carda), Fabris .Confrontare Apollodoro, “Biblioteca”, III; Igino, “Favole”, XLIX.  Virgilio narra gli oracoli onirici di Fannio in una Roma ellenizzata, dove l’incubazione sopravvisse come parte integrante dell’arte salutare di Esculapio e dove il suo culto venne largamente praticato da uomini e da donne di ogni ceto e condizione, ricchi e poveri, liberi e schiavi, fino a quando, all’inizio dell’era cristiana, l’arte della guarigione venne rilevata dalla Chiesa e le funzioni di Esculapio vennero continuate dai Santi Cosma e Damiano, medici detti “anargiri”, cioè “gratuiti”, perché prestavano, senza compenso, la loro opera a favore dei poveri.

  In una iscrizione del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, vol. III, 1364 , si cita cita il cognome o agnome “Itrius”, che escluderebbe che esso possa derivare da “Idrus”. Una epigrafe funeraria, in lingua latina, fu scoperta in Cassino e riportata da Theodor Mommsen nel già citato “Corpus”, in cui si legge: “Q(uintus”) “Futius” / “Q(uinti”) “l(ibertus”, / ”Ithris” e in cui si afferma che “il defunto, a cui era intitolato il cippo, era stato uno schiavo di un personaggio di Cassino, forse stretto parente di quel “Ca(ius”) “ Futius, prefetto della città” ( “Corpus Inscriptionum Latinarum”, vol, X, 1193. 1194) verso la fine della repubblica.

   L’ “Ithris” di questo cippo  potrebbe essere considerato un cognome di provenienza, appartenente ad un cittadino di Itri, da  cui dovette essere strappato in uno dei tanti episodi di rappresaglia compiuti durante le lotte tra  Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla e venduto come schiavo o la servizio del pubblico  in quel di Cassino.

   La località chiamata Itri, nell’88 a. C., è condivisibile, richiamando gli studi di epigrafia latina editi nel 1952 da H. Tylander., secondo il quale “i mercanti di schiavi erano obbligati ad informare i compratori circa l’origine degli schiavi, in modo che essi potessero controllare se i nomi corrispondevano all’origine.

   Una interessante ricerca  sulle origini di Itri la dobbiamo al dott.- ing. Pietro Itri, Contrammiraglio delle Armi Navali, anche artista, il quale sostiene  che il tempio di Esculapio era anche il luogo di formazione di sacerdoti – dottori per un determinato territorio contornante Gaeta e che “La parola “IATRI” (Dottori) doveva essere comunemente pronunciata giornalmente dai greci colonizzatori che all’inizio imponevano la loro lingua. Chissà se con l’avvento della romanità e con la conseguente diffusione del latino, dopo lungo tempo, tale parola sia stata abbreviata in ITRI”.

                                                           Stemma di Itri

   E’ tuttora un serpente incoronato l’emblema del nostro Comune, secondo l’originale conservato nella Casa Comunale. Il vetusto scudo civico ha come insegna il serpente drizzato in palo, linguardo, argenteo, dalla lingua bifida in smalto rosso, con la testa ed il corpo rivolti verso la parte destra dello scudo, araldicamente. L’animale, un poco più alto della metà del suo corpo, si attorciglia da destra verso sinistra, scendendo alla linea estrema dello scudo e, riavvolgendosi in se stesso dal lato sinistro verso il destro, allunga la residua parte della coda in posizione orizzontale, come a far sostegno al corpo ritto in azione di pugna, con la punta di essa lievemente rialzata, Il serpente” è veloce, vivace e combattivo. Disturbato, può attaccare sibilando per aprirsi, con il suo comportamento terrifico, la fuga, ma non è velenoso. Il rettile è mordace, ma innocuo, assolutamente inoffensivo.

   Nel campo sottostante sinistro dello stemma vi è una testa di mastino dall’elegante collare, a muso corto, ringhiante e mostrante i denti, con le orecchie tese, in oro. Lo stemma ha il motto: “Signum Salutis-Fidelitas”, volendo il colubro di Esculapio o saettone (“Elaphe longissima”) simboleggiare la salute ed il mastino, emblema della caccia, la fedeltà. Entrambi gli animali sono d’animo risoluto.

   L’insegna è sormontata dalla corona reale, poiché il paese era sotto il dominio diretto del re.

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