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OSSERVAZIONI, E GIUDIZI LIBERATESCHI…SEMPRE SUL RISORGIMENTO ITALIANO

Posted by on Mar 1, 2018

OSSERVAZIONI, E GIUDIZI LIBERATESCHI…SEMPRE SUL RISORGIMENTO ITALIANO

Non è qui luogo, né ci basterebbe lo spazio a toccare, anche solo di passata, e mettere m evidenza gli assurdi principii, le falsità di fatto, la perversità del nuovo diritto pubblico e le innumerevoli conseguenze che ne derivano, onde è tutto intessuto questo inqualificabile documento.

Il sig. Farini (chè a lui solo può legalmente imputarsi questo manifesto essendo il Re non risponsabile degli atti pubblici anche muniti di sua firma) ha renduto servigio alla causa della giustizia con queste sue esorbitanze mostruose.

Solo noteremo che la ragione, con cui si pretende giustificare il latrocinio e l’usurpazione degli Stati della Chiesa, cioè che il Papa rifiutò di accettare il propostogli Vicariato delle Marche e dell’Umbria, vale per appunto quanto il dire: il Papa non volle contentarsi che io mi appropriassi i suoi Stati, lasciando a lui nulla più che un nome e titolo fittizio; dunque è tutto colpa sua se ora glieli rubo colla forza.

Muove poi a stomaco il sentire che in nome di un Re si insulti, col titolo contumelioso di accozzaglia, a quei valorosi, molti dei quali per nobiltà di natali e chiarezza di sangue possono competere con Vittorio Emmanuele, e che dopo inaudite prove di valore soggiacquero per la difesa della più giusta e santa delle cause.
Chi insulta al vinto copre sé stesso d’ignominia!

Or che dovrà dirsi quando i vincitori sono mercenarii .

A quella stampa che un Fanti ed un Cialdini, usciti fuori dal brulicame della rivoluzione, e cresciuti agli stipendii di essa dovunque poterono servirla?
Che dovrà dirsi quando chi fa proferire tali vituperi è un Farini?

«Si direbbe che il sig. Farini, il quale passò tutta la sua gioventù in mezzo alle cospirazioni delle sette, abbia portato gl’istinti e le abitudini del cospiratore anche al Governo!»

Così il Diritto, giornale Garibaldino, del 14 Ottobre. Dove pure lagnasi che in tale Manifesto siasi dovuto ricorrere principalmente a quella ragione che l’avanzarsi del Re e dell’esercito nel regno di Napoli fosse prodotto da inviti di ogni ordine di cittadini chiedenti di essere restituiti nell’ordine, quasi che fosse vero che a Napoli e in Sicilia regnasse l’anarchia, e dice:

«anche delle armi diplomatiche (cioè delle bugie) non devesi abusare, poiché tutti gli eccessi finiscono per tornare a danno di chi li commette».
E perfino al Diritto mette sdegno la forma data dal Farini al suo bando, perché
«il linguaggio iroso e provocatore disdice alla dignità di un manifesto reale».

PARTITI E REAZIONE NEL REGNO

Da cotesto bando reale, messo fuori in Ancona, come a suggello della usurpazione compiuta degli Stati Romani, ed a solenne annunzio di quella che iniziavasi sopra il regno delle Due Sicilie, si potrebbe quasi inferire che veramente questo smaniasse per ottenere l’onore di diventare piemontese sotto il governo Cayouriano.
Or il fatto è pienamente falso. Tre fazioni dividono il popolo di quel reame.

La prima, e la minima, di repubblicani aderenti del Mazzini; e questa è sì scarsa di partigiani, che il Diritto affermò, forse non trovarsene dieci: ma pochi o molti che siano, certo non tengono pel Cavour e sua compagnia.

La seconda è di liberali che vogliono l’autonomia napoletana, e questi si passavano volentieri di Vittorio Emanuele; e se ora l’accettano, gli è solo per uscire dalle branche di Garibaldi e della sua consorteria di avventurieri.

La terza è di coloro che vendettero al Piemonte la loro persona e le loro idee politiche, e questa è sì scarsa che dovette farsi aiutare dall’esercito regolare sardo per paura di essere sterminata.

Resta la immensa maggioranza del vero popolo, che è per l’ordine e per la dinastia legittima, e che se fosse lasciato fare e ne avesse i mezzi, certo in poco d’ora sbranerebbe il regno di lutti i felloni delle precedenti categorie. Ciò è sì vero, che i liberali son sempre in affanno contro la reazione, la quale ad ogni poco scoppia qui e colà, ed a cui reprimere si mettono fuori, da chi tiene l’armi ed i cannoni, bandi pieni di ferocia; i quali poi sono eseguili con atrocità e spietatezza ancora più grande.

Eccone uno, per saggio degli altri, pubblicato nel Giornale Ufficiale.

Serie IV, voi. VIII. 27 Ottobre 1860

«Qualunque cittadino prenderà le armi per avversare in qualsiasi modo il presente movimento italiano, sarà dichiarato nemico della patria, e come tale condannato alla fucilazione. Una commissione militare permanente procederà immediatamente con rito sommario alla punizione dei colpevoli».

Così alii 8 Settembre a Teramo. Così a un dipresso da per lutto altrove. Malgrado ciò l’oppressione libertina è tanta, che in molti luoghi i popoli ne vollero scuotere il giogo. Ad Avellino, ad Ariano, a lsernia, a Monteodorisio, a Gissi, a S. Buono, nella provincia d’Aquila, a Tagliacozzo, in Rocca di Mezzo, a Civitanova, a Carovilli, a Pietrabbondante, a Pescolaciano, a Chianci e in cento altre città o borgate la reazione scoppiò come un vulcano, e fu spenta nel sangue sparsovi largamente e con inaudita crudeltà dai sicarii Garibaldini guidati da Ungheri, da Scozzesi, da Inglesi e da Francesi.

Basti accennare che a S. Antimo ne furono arrestati 60, e tratti con ogni maniera di atroci trattamenti a Napoli per esservi puniti, e sappiamo il come, senza escludere le donne. In Canosa fu fatto peggio.

In Arzano fu, come reazionario, arrestato un Capo urbano, e si spinse la barbarie fino a recidergli d’un colpo di forbice il labbro con cui avea gridato Viva il Re; e ciò fu fatto a sangue freddo, in Casoria, dove era stato condono prigioniero.
Sono racconti che si possono leggere, da chi ne ha il cuore, nei diarii liberaleschi, che li raccontano con tuono tra lo scherno e la gioia, e con dignità da cannibali. Questo è il metodo tenuto in centinaia di città e borgate per creare l’unanime suffragio di annessione al Piemonte, l’entusiasmo per l’Italia una.

Or venga il sig. Farini, e metta in bocca al suo Re che, andando ad usurpare il reame di Napoli, cedeva un dovere di giustizia ed al voto dei popoli!

PLEBISCITO PER L’ANNESSIONE

Questo unanimità è così fittizia, che volendosi dagli uni l’annessione immediata, dagli altri condizionata, da questi l’autonomia, da quelli la repubblica, e trapassando la discordia dal Ministero alla piazza, dalle città alle borgate, l’anarchia era imminente.

Il Garibaldi non sapea più dove voltarsi. Il Bertani fu tolto da segretario della Dittatura, e torno a Torino. Fu accomiatato il Sirtori, e sostituito a lui come Pro Dittatore il Pallavicini Trivulzio. Questi voleva l’annessione immediata per plebiscito; il Crispi Segretario di Stato sostenea doversi fare per Assemblea, il che l’avrebbe ritardata.
Quindi un cozzare, un ingiuriarsi a vicenda, uno smascherarsi con cinismo schifoso, mettendo in luce la rapacità, la venalità, gli odiosi arbitrii di cui ciascuno trovava onde accusare gli altri.

Da farne qui la storia trarrebbe troppo in lungo, e ci riserbiamo ad altra volta il recarne i particolari e i documenti.
In fine dei conti il Crispi fu soverchiato; il Pallavicini, che s’era dimesso, rimase: Garibaldi si tolse dattorno i Cattaneo, i Mario ed altri colali; ma nou Mazzini che rifiutò di partire da Napoli e fu lasciato stare.

Finalmente con questi mezzi fu vinto il partito di chiamare tutto il popolo delle Due Sicilie a votare con plebiscito, nel dì 21 Ottobre, l’annessione al Piemonte, con un. si od un no, imitando gli esempii dati dal maestro del 2 Dicembre. In Sicilia grossi guai e violenze orribili pareano imminenti, volendo questi un’Assemblea, e quelli no.

Fu tolto il Pro Dittatore, furono cambiati i Ministri, furono fucilati o scannati i più renitenti.
E così si ottenne il mirabile consenso unanime del popolo in immolarsi all’Italia.

La Civiltà Cattolica

fonte

la storia che non si conosce

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