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PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA

Posted by on Dic 9, 2017

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA

 Da tempo volevamo pubblicare il testo di Paolo Mencacci ma si trattava di un lavoro impegnativo, infatti abbiamo impiegato i ritagli di tempo degli ultimi due mesi per digitalizzarlo (ovviamente, come per tutte le opere che mettiamo online, vi invitiamo sempre a consultare gli originali cartacei se dovete fare delle citazioni nella preparazione di tesi universitarie o nel caso di altre pubblicazioni).

Leggendo lo scritto di Mencacci viene in mente l’opera di Giacomo Margotti. Si tratta di due menti brillanti entrambe ma differenti. Margotti spazia in vari campi dello scibile, non disdegna i temi economici e fa le pulci ai bilanci del neonato regno d’Italia. Mencacci si addentra soprattutto nella storia politico-diplomatica sviscerando i funambolismi cavourristi che portarono il piccolo Piemonte alla guida del processo di unificazione e alla caduta del Regno delle due Sicilie.

Caduta che fu dovuta per la più parte agli interessi geopolitici delle due superpotenze del tempo: Francia ed Inghilterra.

Ricordo che alcuni anni fa, durante una chiacchierata con la Pellicciari che presentava “I panni sporchi dei mille”, si diceva che il grande interrogativo degli storici riguardava il tradimento diffuso nelle alte gerarchie dell’esercito napolitano. Se leggiamo cosa scriveva il Carafa in un suo dispaccio dell’8 novembre 1956 – scritto che viene riportato da pochissimi autori fra cui il Mencacci – diventa più agevole trovare una risposta:

«Con una tale condotta si pretende ottener grazie, e per sopra sello, concedere una manifesta protezione per i principali agitatori nazionali! e perché? perché furono l’istrumento delle vedute dei due Gabinetti esteri.

«Col proteggere siffatta gente, le due Potenze non vogliono il bene generale, ma bensì accrescere il numero degl’individui al partito della rivoluzione e che sconvolgano il paese.

«É gran tempo che si lavora, massime per parte d’individui francesi, a corrompere col danaro le regie milizie.

«Ciò è inammissibile, e sorpassa i limiti di qualunque tolleranza!

«Ve n’ha più di quello che occorra perché il Governo del Re non faccia più alcuna concessione: ne avvenga quel che può.

Dispaccio Circolare degli 8 Novembre 1856

Il regno nel decennio che precedette il crollo rimase sotto l’attacco concentrico delle diplomazie inglesi e francesi (quest’ultimi un po’ più doppiogiochisti essendo una nazione cattolica) che non persero occasione per indebolirne l’immagine di fronte alla opinione pubblica internazionale, costringendolo ad un isolamento che si sarebbe rivelato un vero disastro.

Zenone di Elea – 20 settembre 2010

 

 

 MEMORIE DOCUMENTATE

PER

LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

RACCOLTE

DA PAOLO MENCACCI

VOLUME I – PARTE I

ROMA

TIPOGRAFIA DI MARIO ARMANNI

nell’ospizio degli orfani alle Terme

1879

 

AL LETTORE

Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna. Romano, gemo per la ruina di Roma cristiana, scopo supremo della rivoluzione. Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. Raccolgo memorie, non detto la storia; sarebbe impossibile cosa, mentre ardono tuttora le politiche passioni. Raccolgo memorie e lo faccio, per quanto è possibile, colla calma del filosofo cristiano, che con documenti alla mano presenta ai posteri il mostro più orrendo, che uscisse dalle mani dei figli degli uomini a’ danni dei figliuoli di Dio.

 

 Ragione dell’Opera.

Ora che i fattori del presente stato d’Italia stanno raccogliendo il frutto dell’opera delle loro mani, giova riandare coi documenti alla mano i fatti che produssero codesto grande rivolgimento, ad universale lezione dei buoni, perché, giunta l’ora, non ricadano nei passati errori, e dei tristi, perché veggano che la promessa di Dio non viene meno; che la Chiesa militante con ogni suo attributo e dritto non può non risorgere più bella e gloriosa dalle ruine accumulate per distruggerla, se la umana società non è giunta al suo fine.

Per arrivare a Roma e ferire al cuore il Cristianesimo, si vollero distrutti i Principati italiani, provvidenziali propugnacoli del temporale principato della Chiesa, la quale in mezzo al secolare lavorio delle sètte anticristiane apparisce fin d’ora unico palladio di verità e di ‘giustizia, unica ancora di salvezza per la società che perisce, pei governi stessi che l’osteggiano. Ma poiché nostro scopo non è di narrare nudi fatti, ma si di recarne i documenti, fa d’uopo fin da principio d’impugnare la misteriosa chiave che sola può aprirci, se non tutti, almeno i principali segreti del mostruoso rivolgimento sociale, di cui siamo ora afflitti testimonii e vittime.

Quando una crisi politica sia il risultamento di diuturni gravami, e conseguenza di una lotta di partiti politici, ed anche di intellettuali travagli, subordinati agli eterni principii del vero e del retto, allora le perturbazioni di uno Stato legittimamente costituito, avvegnaché dolorose e cruente, non vanno senza compensazione. Non fu così della crisi, o, a dir meglio, della catastrofe insidiosamente provocata ai nostri giorni a danno dei pacifici

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Stati italiani con trame faziose, fomentate e sostenute da straniere ambizioni, da cittadine codardie, da prezzolati tradimenti.

Certamente uno dei più tristi spettacoli che possa offrire la storia delle nazioni, è il vedere Reami prosperosi e tranquilli per savii e cristiani ordinamenti, con secoli di politica e monarchica autonomia, e provvisti di sufficienti mezzi di difesa, e, se vuoi, anche di offesa, come quello di Napoli, specialmente preso di mira, per popolazione e territorio grande più della terza parte d’Italia, divenire preda miseranda di un minore Stato vicino, e di un partito malvagio, che freddamente, calcolatamente, giorno per giorno, apparecchia loro l’abisso destinato ad inghiottirli.

Ma di fronte a tale fatto inconcepibile, svariati ed opposti giudizi in innumerevoli stampe, giornali e libri, essendosi pubblicati, in onta al vero ed al quieto giudizio dell’uomo che pensa, il ricorrere ai documenti per ismentirli è opera di vero patriottismo, e assolutamente necessaria. «Quando fervono le rivoluzioni, non si scrive né legge bene posatamente e con la ragione; ma si scrive e legge con le passioni del momento: meglio è non scrivere e non leggere!» E dice vero il Balbo (1). Ora però che la rivoluzione, insediatasi al posto dei rovesciati troni, raccoglie il frutto miserando di cento anni di congiure, e che l’ardore della lotta sembra spento, è necessità, è dovere per chi ama i proprii simili e può come che sia prendere in mano una penna, di rispondere al bisogno, al diritto della società tradita, e raccogliere fatti e documenti perché possa la storia essere veramente la maestra della vita, e, divenuta ristoratrice e interprete fedele del senso morale, essere la espressione veridica della coscienza dei popoli.

Quale che sia per essere lo storico delle ultime vicende dell’Italia nostra, gli sarà cosi più difficile di essere inesatto. I contemporanei poi trarranno un gran profitto nel vedere messe sotto i loro occhi le cause e gli effetti delle medesime vicende, e ne avranno una lezione salutare che li premunisca contro i futuri inganni di coloro che attentano alla quiete degli Stati, e col pretesto di far liberi e rigenerati i popoli, li soggiogano alla più dura schiavitù e miseria, onde milioni d’innocenti espiano la scelleratezza di pochi e la codardia di molti.

A tale laborioso, non meno che importante scopo, abbiamo noi dato opera a raccogliere con pazienza e verità le presenti Memorie Documentate da servire alla storia della Rivoluzione italiana pel periodo di tempo che trascorse dal 1856 fino ai nostri giorni.

(1) Balbo. Politica cap. II

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Questo periodo comprende il trionfo della rivoluzione, e lo svolgimento, ormai ultimo, del pensiero settario. Degli anni che precedettero abbastanza fu detto da valorosi scrittori; e noi ci studieremo di averli presenti, e con isguardi retrospettivi ne diremo quanto sia necessario a migliore intelligenza di quel che narriamo, corroborando ogni cosa con documenti e note autorevoli.

Quindi il presente lavoro non è altro, che una raccolta ragionata e fedele di documenti, tra i quali molti inediti o poco conosciuti finora, con una semplice esposizione di fatti che parleranno da per loro, risparmiandoci, per quanto è possibile, gli apprezamenti, che farà da sé il lettore.

Le cose contemporanee sono d’ordinario, se non le più ignorate, certo le più guaste da passioni; metterle in luce nel loro vero aspetto, ravvicinandole a quelle che le precedettero, le accompagnarono, le seguirono, è opera sommamente buona e salutare, quando non s’indietreggi dinanzi al malgenio dell’epoca nostra, nella quale, libero, anzi voluto, è il mentire, il calunniare, e vietato il difendere. Nel delineare le condizioni generali dei principali Stati italiani, offriamo al lettore il destro di considerare, (poiché il male è avvenuto), non meno il danno prodotto da una invasione settaria e straniera, che il vantaggio delle lezioni di una terribile esperienza, a bene di tanti popoli conculcati e traditi, e a riabilitazione, forse non lontana, di secolari diritti ora vilipesi e calpestati.

I fatti e i documenti essendo le fonti più sicure della storia, poco o nulla vi aggiungeremo del nostro; i contemporanei, egualmente che i posteri, li peseranno formandone loro giudizio. Senza questi fatti, e senza questi documenti, le generazioni a venire non crederebbero le inaudite cose commesse ai nostri giorni, nel nome abusato di Civiltà: direbbero che abbiamo calunniato questo buio secolo dei lumi e i suoi principii, per ironia detti grandi.

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II.

L’Opinione Pubblica.

In questa epoca tristissima, che ben potrebbe dirsi il regno della menzogna, fa d’uopo contare per qualche cosa quel che suoi chiamarsi pubblica opinione: opinione fabbricata a furia di arti malvage, d’idee false e travolte da mestatori politici, ai quali, per castigo dell’uman genere, la Provvidenza concesse un ingegno vivace e ardito, una voce seducente e una facile loquela: opinione di cui sventuratissimamente abusò flnanco chi talvolta si credè chiamato a difendere la causa della verità e della giustizia, pur non seguendo gli eterni immutabili principii del retto e del vero, e ciò con privati intendimenti, e con iscopo che solo conosce Iddio. Noi affrontiamo codesta capricciosa e cieca regina dei nostri giorni, armati della spada della verità, sostenuti da fatti irrefragabili e da documenti, che non possono sconoscere gli stessi avversarii!

Le due opinioni

Per buona sorte di chi scrive, v’è ancora fra gli uomini chi distingue due specie di opinioni, come già nell’anno 1863, nella seduta del Senato francese, del 29 gennaio, si faceva distinzione di due Italie perfettamente distinte ed opposte: onesta l’una, gloriosa, devota alla religione e alla monarchia; l’altra disonesta, avida, fedifraga, nemica di ogni cosa sacra e santa. Così v’è una opinione pubblica retta e vera, che obbedisce alla legge morale, rende omaggio alla verità e alla giustizia, osserva le azioni degli uomini e dei governi, e accorda loro la meritata fiducia, quando agiscono conformemente a quegli eterni principii. All’opposto vi è un’altra opinione, idolo bugiardo dei nostri giorni, sostenuto e portato a cielo da quella cospirazione contro la verità (come chiamavala il de Maistre) che è il giornalismo prezzolato e settario, il quale ricuopre come morbosa crittogama tutta la faccia del mondo, appassendo e annientando i frutti salutari degli insegnamenti cristiani e civili, scambiandoli con frutti amari di perdizione. Un istrione, che pur non era vile, su i nostri teatri, nell’effimero regno della repubblica di Mazzini (nel 1849) ebbe il coraggio di stimmatizzare codesta opinione pubblica, paragonandola a una mandra imbelle di pecore che va dietro allo sguaiato belare di un fetente becco. Fu applaudito, e a ragione; perché tale appunto è la opinione pubblica dei nostri tempi.

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Per codesta sciagurata mezzana delle Società segrete, imbavagliata la Chiesa, sconosciuta la sua santa missione, vilipesi i suoi ministri, screditata la sua parola, che è parola di verità, ogni ardito malvagio che porti ancora ai piedi i segni della catena, o al collo la traccia del capestro, da cui lo tolse la pietà dei Monarchi, si crede in diritto di arrogarsi l’impero del mondo. Costui, disprezzato ogni sano principio, alla virtù da nome di vizio, al vizio quello di virtù, questa bistrattando e conculcando a suo talento; fabbrica cose meravigliose, improvvisa grandi uomini ed eroi, e, novello Satanasso sul culmine dell’altissimo monte, dice agli uomini istupiditi per la sorpresa o per la paura, indicando loro il mondo: – Vi darò tutte queste cose, se proni mi adorerete! –

L’uomo onesto e cristiano rimarrà estraneo ad una opinione formata in questa guisa, e malgrado dell’avversità dei tempi e delle cose, chiamerà sempre menzogna la menzogna, vitupero il vitupero, empietà la empietà, e miseri quei tempi, quei governi, quegli uomini che loro ardono incensi; chiamando verità la sola vera santa verità, emanazione di Dio. Ma i figli degli uomini, i novelli giganti del Massonismo, colle bugiarde parole di libertà, di civiltà, di redenzione, pretesero annientare la libertà dei figli di Dio, distruggere la civiltà cristiana, inutilizzare la redenzione compita in virtù della Croce. Però questa libertà, questa civiltà, questa redenzione hanno riempita la terra di uomini magnanimi, sapienti e grandi, di opere gigantesche e stupende a bene temporale ed eterno degli individui; in quello che la libertà, la civiltà e la redenzione di coloro hanno riempito l’umano consorzio di miserie, il mondo di ruine, tanto più smisurate, quanto più mostruosi sono i moderni edificii innalzati al vitello d’oro, col saccheggio delle pubbliche e private sostanze, colle lagrime e col sangue dei popoli.

Quali siano i vantaggi arrecati all’Italia in generale, e alle Due Sicilie e agli Stati della Chiesa in particolare, dai moderni banditori di libertà, fatti vincitori in virtù di armi straniere, lo hanno già reso manifesto infiniti danni materiali e morali di che sono tuttogiomo saturate codeste infelici contrade, e sarà registrato nella storia con caratteri indelebili di fuoco e di sangue. La storia dirà il contegno sprezzante delle consorterie dominanti, avvezze a calpestar tutto con proposito deliberato; le mostrerà insaziabili di ricchezze, di vendette, di prepotenze; riboccanti di pretensioni, vuote di merito e di dignità; dirà la moltitudine dei popoli gemente otto il più dispotico dominio, le intelligenze isterilite, le forze vigorose inutilizzate; e in loro vece pazze invidie, odii feroci, selvaggi appetiti,

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ignoranza, miseria, disperazione. Chi il negherebbe ora che, compita l’opera satanesca, dopo 18 anni di libertà e di redenzione, i giornali noverano a centinaia come i suicidi e le morti infelicissime di miseri disperati, così i disastri, le ruine, i fallimenti delle più rinomate case commerciali, e d’intere città, una volta doviziose e fiorenti?

La storia mostrerà nuove innumerevoli piaghe sociali, le quali non saprebbesi di qual nome appellare; mentre invano un’atea filosofia, una legislazione senza giustizia, un’amministrazione senza probità, un governo di proconsoli senza fede, di tribuni militari senza pietà, non hanno altro farmaco da apprestare ai popoli famelici di verità, di quiete, di pane, che metter loro un fucile in ispalla, perché versino pur anco il loro sangue, contro le proprie convinzioni, in quello che se ne espongono all’asta pubblica le povere masserizie da saziarne le ingorde fauci dell’esattore del fisco.

Questo diranno i fatti e proveranno i documenti; non ostante che l’opinione pubblica (formata dalle sètte) negherà codesto smisurato abisso, cinicamente gloriando il suo trionfo; e mentre che ardono Pontelandolfo e Casalduni, e cento altri villaggi; mentre infieriscono le fucilazioni in massa dei Pinelli e dei Fumel; mentre spariscono in un baleno i tesori e le risorse di governi e di Stati i più ricchi e fiorenti d’Italia (e forse anco del mondo), dirà, lavandosi le mani, come la prostituta delle sacre Carte, che la felicità è fra noi; e, chiesto per ischerno un popolare plebiscito, griderà che l’Italia è fatta, ora che gli antichi cospiratori gavazzano nell’abbondanza, avendo rubato ogni cosa. Né a quella bugiarda opinione pubblica verrà in mente, che quando nei precedenti anni così alto essa declamava contro i governi della Penisola, e in particolare contro Napoli e contro Roma, e tanti torti loro attribuiva, nulla, affatto nulla, accadeva delle attuali enormità e nefandezze. Ma per una cosiffatta opinione è inutile ogni ragionamento, ogni prova, ogni testimonianza: essa tiene luogo di ragionamento, di prova, di testimonianza, tiene luogo di tutto, per servire vilmente, ciecamente all’altrui ambizione e cupidigia, e rendere odioso distruggendolo un ordine di cose che mirava al benessere e alla indipendenza della patria e della monarchia, della, società e dell’individuo; nulla curando di averli resi schiavi d’insolenti padroni stranieri, e vittime sanguinolenti, non di uno, ma di cento despoti settarii.

I documenti raccolti in queste carte provano purtroppo il trionfo di codesta sciagurata opinione; ma provano altresì, fino all’ultima evidenza, che quel trionfo non avvenne per volere

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o desiderio delle italiane popolazioni; ma si per le arti abbominevóli di coloro, che per avidità o per odio insensato, antireligioso e antimonarchico, avevano interesse di rendere devastato e isterilito questo giardino d’Europa.

fonte

eleaml.org

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