Alta Terra di Lavoro

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PARLIAMO MALE DI GARIBALDI

Posted by on Feb 10, 2021

PARLIAMO MALE DI GARIBALDI

Solo da poco il Regno di Napoli e delle Due Sicilie è stato conquistato dal Piemonte. La spedizione dei Mille di Garibaldi ha compiuto l’unità d’Italia. Il Re di Napoli, Francesco II di Borbone, è fuggito prima a Gaeta, poi a Roma dove il Papa (Pio IX)lo ha ospitato a Palazzo Farnese e dove il Sovrano in esilio mantiene stretti contatti con i suoi partigiani, ancora innumerevoli nelle terre occupate e ancora non rassegnati alla sconfitta.

L’arrivo dei piemontesi, che molti, anche delle classi popolari, avevano sperato come l’inizio di una più fortunata e civile condizione, ha gettato l’ex regno nella crisi e nel disordine. Soprattutto vivo il disagio nella classe rurale, l’immensa folla contadina che popola i campi e i boschi del Mezzogiorno. La spedizione garibaldina era stata accolta come uno sperato fatto rivoluzionario. Ma la sperata rivoluzione era diventata invece reazione. Dovunque quelli che avevano occupato le terre demaniali erano stati obbligati a restituirle e avevano subito pesanti castighi. Già il pregiudizio sociale che sempre era stato vivo (e lo è in parte tuttora) tra il Nord e il Sud d’Italia aveva portato a una tensione di rapporti tra i nuovi arrivati e gli abitanti dell’ex regno. Per i settentrionali, di carattere freddo e metodico, i più estemporanei e vivaci fratelli del sud erano dei buoni a nulla, dei fannulloni. Di qui incomprensioni, odii, rancori acuiti dalla grave crisi economica che, a seguito dell’Unità, aveva colpito il Mezzogiorno. Le popolazioni meridionali, che avevano entusiasticamente accolto Garibaldi e i suoi Mille, ed ai quali avevano facilitato la marcia da Palermo a Napoli, riscontravano ora le molte illusioni. Le parole e le promesse del Condottiero delle camicie rosse avevano annunciato una nuova giustizia sociale. Si può quindi immaginare l’amara e profonda delusione che provocarono i primi atti del nuovo governo piemontese. Attraverso le prime manifestazioni e i decreti della Luogotenenza i piemontesi apparvero agli occhi sbigottiti delle popolazioni meridionali come conquistatori e sfruttatori. Fra le tante ecco alcune imposizioni del nuovo governo.

– Istituita la coscrizione obbligatoria, alla quale la più gran parte della gioventù non aderì (nelle sole provincie napoletane su 70.000 chiamati alle armi, se ne presentarono solo 20.000).

– Aboliti i dazi doganali, con i quali il governo borbonico proteggeva le industrie e l’artigianato del Regno, inevitabile conseguenza dell’unione fatta con l’altra parte d’Italia. Ma il provvedimento, in quel momento intempestivo e non graduato nel tempo, aumentò la crisi nella quale era piombato il Mezzogiorno. I prezzi migliori del più modernamente industrializzato Nord, esercitarono una spietata concorrenza e travolsero in breve le attività del Sud, portando disoccupazione e miseria. Come ad esempio nell’artigianato della tessitura dove erano impegnate circa 350.000 operaie.

– Tassato anche il popolo, che invece sotto i Borboni non pagava tasse, o in minima parte.

– Aumentato il prezzo del sale e dei tabacchi.

– Ristabilita ed aumentata la tassa sul macinato che Garibaldi aveva abolito.

– Vendute le rendite pubbliche.

– Trasferite al Nord le riserve auree del Banco di Napoli e degli altri massimi Istituti di credito.

– Chiusura ed eliminazione della gran maggioranza dei conventi.

– Vendita all’asta dei beni della Chiesa. (Vi si arricchirono i furbi che ostentavano fedeltà e devozione ai nuovi governanti, veri e propri carpetbaggers, speculatori pronti a tutti gli affari e a tutti i guadagni). Questo, e lo stato di soggezione in cui furono confinati vescovi e sacerdoti (taluni arrestati e deportati perché sospetti al nuovo governo) costituirono una aperta offesa al sentimento naturalmente cattolico delle masse del Sud.

– Fatta una spietata epurazione nei pubblici uffici, dove furono immessi oltre ai patrioti fuoriusciti, soprattutto elementi piemontesi. Perfino in un brefotrofio, licenziate le balie locali, furono assunte alcune balie spedite da Torino.

Ecco, appena accennati, i motivi di un malcontento che infine sarebbe sfociato in aperta ribellione su temi populisti e giustizialisti. Nei quali la cosidetta “reazione” borbonica, salvo che per taluni, sarebbe stata soltanto una etichetta di comodo, sussistendo infatti motivi e cause di più diretto e profondo interesse sociale. Dal 1861 all 1865 il Mezzogiorno fu, in verità, teatro di una vera e propria guerra civile, combattuta con scontri armati tra le due parti e che ebbe più vittime di quanto non ne avessero avute tutte insieme le guerre dell’indipendenza italiana ………. A questa “guerra meridionale” parteciparono – pertanto – soprattutto le masse contadine, quelle che più avevano sofferto dal nuovo stato, quelle che più avevano marcato la delusione di vedere respinta la loro realtà dalle nuove strutture. Il “brigantaggio”, come sbrigativamente fu classificata la rivolta contadina, provocò la repressione militare: questa fu sanguinosa e crudele. Villaggi dati alle fiamme, esecuzioni sommarie, arresti in massa di civili, veri o presunti “favoreggiatori di briganti”. Per cinque anni, a partire dal 1861, il Mezzogiorno fu teatro di questa guerra civile, condotta con spietata ferocia da ambo le parti. Fucilati, impiccati, arrestati, deportati. Gli stessi Bandi dei Comandi Militari sono significativamente simili a quelli tristemente noti dei nazisti nell’Italia occupata ……… Su questi avvenimenti è stato sempre steso un velo. A differenza di quanto è successo invece, già a pochi anni di distanza dagli avvenimenti, negli Stati Uniti. Dove la stampa prima e il cinematografo dopo e dopo ancora la TV, hanno trattato con aperta denuncia le guerre indiane (vedi “Soldato blu” e il più recente “Il piccolo grande uomo” [si aggiunga anche “Balla coi lupi”]), la guerra di secessione e il marasma e la crisi che avevano seguito la resa del Sud. Finora il Risorgimento meridionale è stato trattato in maniera convenzionale e agiografica: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Solo da pochi anni una storiografia più avvertita dei fenomeni sociali che hanno accompagnato la nascita della Nazione (fenomeni, taluni, ancora vivi e non risolti del tutto) ha cercato di far luce su questo tormentato periodo della vita italiana. Si tratta comunque di studi e di lavori che non sono andati oltre un ristretto cerchio di studiosi e di intellettuali. Le comunicazioni di massa non hanno trattato questo argomento o l’hanno trattato lo hanno fatto secondo gli schemi tradizionali (es. W l’Italia di Rossellini, 1860 di Blasetti ecc. ecc.) ricalcando il consueto clichè oleografico che abbiamo citato più sopra. Ma chi erano questi “briganti”? Contadini affamati e in rivolta? Oppure delinquenti, grassatori, rubatori di strada maestra? O piuttosto rivoluzionari e “guerriglieri”, esponenti di un banditismo sociale che, in ogni parte del mondo, ha avuto i suoi protagonisti ed eroi, come Lampiao nelle pianure del Nordeste brasiliano, come Robin Hood nelle foreste di Sherwood? O combattenti di una guerra sociale, per la terra e per il pane? – Gesu’ le brigande! Nei paesi del Mezzogiorno, soprattutto in quelli dove è la parte più povera e spoglia, il grido di allarme risuona ancora memorie ancestrali. I vecchi ricordano di aver sentito, dai loro vecchi, storie e racconti di briganti: un folk song in prosa (disadatta e vernacola prosa di villaggio) di Robin Hood delle foreste. Della Sila, e dell’Aspromonte o di Lagopesole. Qui, nel bosco, stette, con il suo quartier generale, il capobanda Carmine Donatelli Crocco, generale di S.M. Francesco II, Re delle Due Sicilie. Qui progettò, con lui, i piani per la conquista di Stigliano e Potenza, l’infelice Borjes…….. E proprio in Lucania, dove i briganti sono stati più di casa, il ricordo è ancora vivo. E poiché la emozione popolare è, alle volte, più sagace intenditrice dei fenomeni di carattere sociale che non la storia trascritta nei testi, il brigantaggio post unitario viene là ricordato come una epopea contadina. Si ricordi quanto – anche se brevemente – ne scrisse Carlo Levi nel suo “Cristo s’è fermato ad Eboli”. Ed era legato, infatti, – il brigantaggio – alla fame di terra che aveva sempre travagliato la classe rurale del Mezzogiorno. Da servi della gleba a cafonipur nello scorrere dei secoli, le plebi meridionali cercavano un punto di appoggio sociale che l’establishment di allora gli aveva sempre rifiutato. Il brigantaggio, nelle sue varie successive manifestazioni, nasceva da precise condizioni e limiti imposti dal sistema sociale e non, come molta letteratura agiografica del nuovo stato unitario ha voluto far credere, da generici, bestiali impulsi delinquenziali. Ed è chiaro perché di volta in volta assumesse etichetta (più che impegno) di politica. In effetti la restaurazione del vecchio regime risvegliava la speranza (che d’altronde si rivelò già una volta – con la Santa Fede – utopistica) di rovesciare il rapporto tra servi e padroni, con un rilancio dei “tradizionali valori di sovranità, religiosità, e giustizia”. Il Cardinale Ruffo, prima, e il Principe di Scilla sessant’anni dopo, seppero sfruttare questo esercito di reietti che popolava i campi e i boschi delle estreme propaggini della penisola. Già la Santa Fede più che le truppe regolari ebbe le “masse” dei briganti. Accanto a Pane di Grano, noto e feroce capobanda, si affiancarono tutti gli altri capi delle bande, come Mammone. (Il cui nome viene ancora invocato a spavento dei bambini discoli). Nel 1861 furono i figli e i nipoti di quegli stessi che avevano combattuto in Calabria, Lucania, al Ponte della Maddalena; contro la Repubblica e contro i francesi, a riprendere le armi. Ancora una volta era dimostrato che le masse, più che agli intellettuali e ai filosofi, obbediscono alle sollecitazioni di natura socioeconomica – (Spetta naturalmente a intellettuali e filosofi anticiparne o giustificarne eticamente i motivi, ma questo è un altro discorso). Poiché nell’Italia immediatamente post-unitaria la spedizione garibaldina era stata accolta, ripetiamo, come uno sperato fatto rivoluzionario: la rivincita dei “cafoni” sulle “giamberghe”, dei poveri contro i ricchi, dei pezzenti e dei diseredati contro la classe dei “padroni”. Non per nulla a Bronte, appena giunta la notizia dello sbarco di Marsala, i contadini avevano assalito le case dei “galantuomini” e avevano dato fuoco ai naturali strumenti dell’antico nemico: il Municipio e l’ufficio delle tasse. Né schierati sul sagrato riuscivano ad intendere perché Bixio avesse messo in fila, con fucili puntati, i suoi militi in camicia rossa e li facesse fucilare. La sperata rivoluzione diventava reazione, quindi. Ed ecco nascere allora un nuovo fatto rivoluzionario (il brigantaggio) pur se destinato a classificarsi come movimento di carattere reazionario. Il governo piemontese, sull’esempio di Bixio, si mostrò ugualmente spietato. Il numero dei fucilati sommariamente – e cioè senza giudizio o prove di colpevolezza – fu secondo taluni autori contemporanei – di almeno ventimila. E che la repressione fosse senza quartiere è dimostrato anche dal numero di detenuti che affollavano le galere dell’ex Regno. Citiamo da una rara pubblicazione dell’epoca (“Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862″ senza data e senza luogo di pubblicazione) come “fin dal 1861 si trovavano incarcerati in tutte le prigioni del Regno di Napoli 47.700 individui e che in tale periodo annuale ne erano stati fucilati 15.665”. Nella stessa pubblicazione è contenuto un lungo e minuzioso elenco: i nomi delle vittime e le circostanze della loro morte. – Sono i “briganti” o presunti tali e presunti “manutengoli” fucilati sommariamente dalle truppe piemontesi. Un racconto agghiacciante che richiama alla memoria gli episodi della recente Resistenza italiana. Né i piemontesi si mostrarono da meno che i nazisti nell’Italia occupata. I bandi di Cialdini, di Fumel, dei vari Comandanti militari, Governatori e Prefetti immancabilmente si chiudevano con l’annuncio di condanne a morte e fucilazioni sommarie. Né Marzabotto è stata inventata dalle SS germaniche. Non furono pochi i villaggi degli Abruzzi e della Basilicata, due regioni fieramente legittimiste, dati alle fiamme perché sospetti di connivenza con i briganti. E più di una volta – secondo l’anonimo autore del “Colpo d’occhio” – degli innocenti contadini sono condotti al supplizio perché “è indispensabile fucilare qualcuno per dare l’esempio”. Gli stessi giornali piemontesi furono costretti, in più di una occasione, a mettere l’accento su “gli arbitri dell’autorità militare nel reggere le sorti delle provincie napolitane”. Cosi’ scrive la Stampa di Torino. E aggiunge: – “Il militare non intende altro codice che il suo, e non gli entra in capo che fuori di questo vi sieno altri codici del pari sacri, e di maggior rilievo per gli interessi sociali. Se gli si dice che Tizio è un birbante, perché starci tanto a pensar sopra? ei vi risponde. Fucilatelo su, e l’avrete levato di mezzo!!” Il giornale prosegue poi lamentando che sarebbe inutile una denuncia di tali fatti nel Parlamento “Parte per carità di Patria”; ” parte perché è una vana cosa il dirlo ” (Il corsivo è nel giornale – n.d.a.). Non desti meraviglia l’atteggiamento del giornale torinese. I giornali moderati settentrionali (in particolare la milanese “Perseveranza”) insistevano sulla necessità di venire incontro alle esigenze della plebe contadina meridionale. Gran parte della stampa moderata si era spinta fino a chiedere che i proprietari meridionali rinunciassero al tradizionale egoismo e compissero il sacrificio di introdurre la mezzadria. A queste proposte reagiva, peraltro, la stessa stampa dei moderati napoletani, portavoce della borghesia agraria del Mezzogiorno! I moderati napoletani sottolineavano il disagio dei “galantuomini”, danneggiati dal brigantaggio e eccessivamente oberati di tasse e sostenevano la necessità di una dura repressione militare. Impostazione che poteva forse giudicarsi propria da parte di una categoria colpita nella sua sicurezza e nei suoi interessi dalla guerra civile ma che sembra, invece, particolarmente incongrua se riferita all’atteggiamento dei giornali “democratici” del Settentrione che, almeno istituzionalmente, avrebbero dovuto essere “progressisti”. Questi – ha notato acutamente Alfonso Scirocco nella sua relazione al Convegno sul brigantaggio meridionale che si è tenuta recentemente a Pietragalla, in Lucania – videro, della guerra che insanguinava il Mezzogiorno, soprattutto l’aspetto politico (e cioè la “reazione” al nuovo stato unitario) dimenticando le cause sociali alla base del malcontento e della ribellione nelle campagne. Ma la sede più autentica perché qualcuno si facesse eco – nonostante l’accorato rilievo de La Stampa – dei lutti e della pena del Mezzogiorno non poteva non essere il Parlamento Nazionale e, anche se inascoltate, non furono poche le voci di deputati meridionali che si levarono a protesta e denuncia, tra le quali vanno ricordate quelle di CrispiDe CesareRicciardiNicotera …..La mancata risoluzione della questione demaniale e il bando della leva (dicembre 1860) con cui si richamavano alle armi tutti i soldati del disciolto esercito borbonico (il bando che sottraeva il sostegno alle famiglie nel momento della più acuta crisi economica) sono i primi motivi della protesta contadina. Molti dei richiamati sono renitenti alla leva, e corrono a raggiungere le bande armate che già operano nel Mezzogiorno. Il decreto che colpisce il clero, e che urta contro il generale sentimento cattolico, fornisce una nuova massa di ascoltati predicatori antibenevoli. I nostalgici dell’antico regime, gli impiegati destituiti. – scrive Tommaso Pedio – il clero, i vescovi, fautori del governo temporale si rivolgono al popolo contadino per opporsi al nuovo ordine politico. “E gli oppressi ascoltano questa voce, credono di poter conseguire un miglioramento materiale e, dimentichi di quella che era stata la loro esistenza prima del 1860, si illudono che una eventuale restaurazione borbonica possa loro arrecare vantaggi e benefici. Intorno ad una speranza e ad una illusione che concretizza tutte le loro aspirazioni, i paria si cercano e si uniscono non con il diretto e unico scopo di delinquere, ma soltanto per protestare, per ribellarsi al potere costituito, animati dalla illusione di potere, in tal modo, migliorare le condizioni di vita cui sono costretti, sfuggire alla miseria, al servaggio, alla prepotenza ed al sopruso, salvare la propria esistenza e vendicare i torti subiti che la giustizia dello Stato lascia impuniti”. Ecco nascere quindi e irrobustirsi, via via che la repressione piemontese si fa’ più sanguinosa. e acre, sempre nuove e più agguerrite bande di briganti, veri e propri “guerriglieri” cui non mancarono (almeno in taluni) capacità militari e genialità di invenzione nella tattica della guerra partigiana. Il metodo del terrore, infatti, non diede buoni frutti, nota il Molfese. I più animosi tra i “cafoni” meridionali, convinti di battersi per una causa legittima, per il re che ancora resisteva in Gaeta; istigati dai notabili e dal clero borbonici, che assicuravano una prossima restaurazione e onori e ricchezze per tutti; mossi da un confuso sentimento di “piccola nazionalità” che li chiamava a respingere l’invasore piemontese; anelanti alla vendetta dei torti antichi e recenti inflitti loro dai “galantuomini”, anziché rimanere disorientati dai crudeli colpi degli incendi dei villaggi, delle fucilazioni e delle carcerazioni in massa, nell’inverno 1860-1861 fuggivano dai centri abitati e dai villaggi, si “davano alla campagna”, sui monti e nei boschi, raggiungevano le bande dei “briganti” già esistenti. Fu una vera e propria ribellione, una rivolta contadina, che accese e incendiò tutto il Mezzogiorno, dagli Abruzzi alla Calabria e che impegnò in una vera e propria guerra guerreggiata un corpo di esercito di più che centoventimila uomini. Che impegnò dall’altra parte una armata rurale, fatta di contadini affamati, di soldati sbandati dell’ex esercito borbonico, senza più occupazione e senza più soldo, cui parteciparono intere popolazioni destinate a subire (da parte degli opposti avversari) incendii, saccheggi, vessazioni, dolore e morte, una epopea contadina che sbrigativamente, dalla parte vincitrice, fu classificata, come si è detto più sopra, brigantaggio e cioè mettendo in vista gli aspetti più esteriori della sua azione e sottacendo i motivi di ordine storico e sociale che presiedettero alla sua nascita e al suo divenire. Tra i capi della rivolta il più di spicco, il più romantico nella sua dimensione rivoluzionaria, il generale contadino Carmine Crocco. Questo Pancho Villa della Basilicata (allora, più ancora che oggi, la più desolata e povera regione d’Italia) combatté una vera e propria guerra di liberazione, forse senza saperlo del tutto, ma oscuramente conscio dei motivi rivendicazionisti e populisti della sua azione. Singolari, anche se incerte, ammissioni al riguardo sono tracciate nella sua autobiografia, uno smilzo racconto che Crocco tracciò nelle carceri di Portolongone quando, caduto anni dopo nelle mani dei piemontesi, fu condannato all’ergastolo. Va notato infatti che la rivolta contadina nasceva e fruttificava nelle cerchie municipali, all’ombra dei rispettivi campanili, senza disegno e prospettive unitarie, in definitiva senza metodo e coscienza di classe. L’unità, almeno nel metodo e sul piano militare, era stata tentata da Francesco. Il giovane Re, esule a Roma, non disperava di ripetere, dopo più che mezzo secolo, quanto era riuscito a Re Ferdinando allora che aveva convocato Don Fabrizio Ruffo, per rimettergli, con il mandato di Vicerè ed Alterego, l’incarico della riconquista del Regno. Francesco credeva di aver trovato il suo uomo in un ex cabecilla delle guerre carliste, il generale Borjes. Reclutato a Marsiglia dagli emissari del comitato borbonico era stato ricevuto alla Corte, in Palazzo Farnese, e di lì inviato, con pochi uomini e poco denaro, a Malta. A bordo di una “speronara” era passato in Calabria e poi, dopo una marcia avventurosa, in Lucania. Il suo compito: riunire le bande sparse della rivolta e formare un esercito regolare che compisse la riconquista del regno e la restaurazione. Borjes morì fucilato nel tentativo di raggiungere Roma e riferire a Francesco dell’inutilità dei suoi sforzi. Tra Crocco e lui infatti l’accordo non era stato possibile. Il background di Crocco era l’antica fame del suo popolo, quello di Borjes il legittimismo: un discorso impossibile. Lo sbarco in Calabria del generale era avvenuto la notte del 13 settembre 1861, sulla spiaggia di Brancaleone. Borjes sarà fucilato l’8 dicembre 1861, subito dopo la resa al maggiore dei bersaglieri Franchini e per ordine dello stesso maggiore. La frettolosa fucilazione del generale spagnolo è rimasta un mistero che ancora oggi non è stato svelato. Esistevano, infatti, istruzioni dell’allora Presidente del Consiglio, Ricasoli, perché egli fosse arrestato, per essere sottoposto a processo. Processo, scriveva Ricasoli al generale La Marmora, che avrebbe avuto “stupendo effetto per la pubblica rassicuranza”. Un vero e proprio mistero storico che qualcuno ha voluto spiegare con l’esame della personalità stessa del Franchini. Di questo ufficiale piemontese è stato accertato che aveva fatto inesorabilmente fucilare un contadino abruzzese accusato di detenzione d’armi. Questo contadino lo aveva ospitato nella sua casa, gli aveva fornito cibo, assistenza quasi familiare. Pure Franchini non aveva esitato a ordinarne, egli stesso, la immediata fucilazione. Con Borjes Franchini giuoca il suo ruolo primario: è il rappresentante autentico dell’establishment, e insieme l’interprete della spietata repressione militare che tiene da parte i calcoli e le compromissioni dei politici. A Borjes riserverà un contegno altero e sprezzante: per Franchini l’ex cabecilla non è un generale, è soltanto un “brigante”. E briganti e sospetti loro complici erano sommariamente fucilati. Il personaggio di Borjes (per la cui morte unanime fu lo sdegno degli ambienti legittimisti di tutta Europa), ha un rilievo nobile e patetico. La sua vicenda, pur durata l’arco di tre soli mesi, si svolge nel periodo più acuto del “brigantaggio politico”. Un periodo caratterizzato da grandi scontri, come quello di Stigliano, che preoccupò non solo il comando militare ma lo stesso governo di Torino e che fece credere – a molte cancellerie d’Europa – che la rivolta, incanalata nel solco tracciato da Borjes, avrebbe anche potuto capovolgere le sorti dei nuovi territori annessi al Piemonte ……. Lo scontro tra Borjes e Crocco, e la fuga e la morte dello spagnuolo, impedirono che fosse conquistata Potenza. La città lucana sarebbe dovuta diventare la capitale della Italia dei Sud “liberata”. Avrebbe dato, l’avvenimento, alle potenze europee legittimiste, come l’Austria e la Spagna, il pretesto di intervenire per essersi verificata l’attesa condizione di una situazione ormai favorevole ai Borboni. La stessa Francia che pur aveva appoggiato l’unificazione dell’Italia Settentrionale non era stata del tutto favorevole a un così inatteso e rapido congiungimento del Sud al territorio nazionale. Le sue truppe, infatti, a presidio degli Stati della Chiesa, ebbero un atteggiamento assai tollerante verso gli armati “reazionari” che ne attraversavano i confini con l’Italia meridionale. Il rapido e tumultuoso scioglimento dell’esercito garibaldino, le divergenze tra moderati e democratici, sui metodi e sugli sviluppi dell’unificazione, erano stati elementi a favore della “guerriglia” cui Francesco II, fin da Gaeta, aveva fornito organizzazione ed aiuti. Vittorio Emanuele II e Cavour, avevano compiuto, infatti, una scelta prioritaria: prima liquidare la dittatura garibaldina (con il suo esercito di parte) ancora parzialmente controllata dai democratici e poi rivolgersi contro Francesco II, il suo esercito regolare e le “bande reazionarie” che già avevano cominciato ad operare attivamente specie nelle provincie settentrionali del Regno. I timori di una rivoluzione “mazziniana” a Napoli e Palermo, i furori della parte democratica, i timori della anarchia, con i temuti sviluppi di repubblicanesimo e disordine sociale, rinviavano, per il momento, una azione militare più decisa. Quando, infine, “cassato” l’esercito garibaldino, ed eliminato il dualismo militare insieme con l’ormai fastidioso Garibaldi, partito per Caprera con la sola scorta di un sacchetto di sementi (“quasi novello Cincinnato” notava ironicamente il De Sivo) la direzione esclusiva della politica piemontese, che d’ora in poi converrà pur chiamare “nazionale”, fu per lunghi anni esclusivamente nelle mani dei moderati, una vera e propria dittatura, sia pure larvata a mo’ di una politica rigorosamente conservatrice nel campo politico e sociale. Di questa, obiettivo principale, e vittima fu il Mezzogiorno poiché, adottato il principio di una via repressiva di fronte all’insorgere dei tanti e cocenti problemi meridionali, non furono, adottati, né quantomeno previsti, provvedimenti riparatori di carattere sociale. Questo “vuoto” di attenzione e di impegno non poté non essere una componente importante nella nascita del “brigantaggio”. Vi si aggiunga la durezza eccezionale, ed eccessiva, della repressione, non commisurata alla caratterizzazione di reato politico e spiegabile, almeno in un primo tempo, con l’intervento nella lotta armata, a fianco e più dei piemontesi, di guardie nazionali e corpi franchi di volontari, espressi dalla borghesia moderata agraria. Manifestazione di una lotta di classe esercitata dalla parte padronale, verso la massa contadina a contestare la sollevazione, ancorché primitiva e violenta, contro una secolare oppressione. Eguali sentimenti doveva adottare, subito dopo, e i motivi non sono così chiari, lo stesso esercito piemontese. Forse per l’odio e il settarismo di classe dei generali della aristocrazia sabauda verso i “cafoni” in rivolta. “La piu’ grande canaglia dell’ultimo ceto” li qualifica il generale Solaroli. Una sprezzante definizione inspirata al più schietto pregiudizio sociale! L’aver lasciato spazio iniziale alla organizzazione partigiana fece si che questa si estendesse rapidamente dagli Abruzzi, la frontiera più vicina e meno controllata, anche per la tolleranza dei francesi, a tutto il Mezzogiorno continentale. (In Sicilia la “reazione” fu più sporadica e meno vistosa). Città anche di una certa importanza furono investite e messe a sacco dalle bande guerrigliere. I tre mesi della spedizione Borjes segnarono un notevole livello anche sul piano strettamente militare. Il 16 novembre 1861 (dopo una serie di successi) i reparti guerriglieri di Crocco e dell’ex cabecilla avrebbero dovuto investire Potenza. Il presidio disponeva di ben poche forze e già rassegnate alla sconfitta. Ma dopo una notte di timori, e spaventi, il paventato attacco non ebbe luogo. Anzi i guerriglieri furono visti levare il campo. Cosa era accaduto? Perché Borjes, con i suoi pochi fedeli, era stato circondato e disarmato dagli uomini di Crocco? E proprio alla vigilia di un successo, ormai scontato, che sarebbe stato politico oltre che militare? La realtà fu che, in quella notte, i capi della rivolta contadina, proprio a causa di quell’atteso e ormai imminente successo politico, che sarebbe stato di Francesco e della dinastia Borbone, intesero la profonda differenza tra la loro guerra e quella del monarca esule. E optarono per la loro! Cosi com’era, rivendicazionista e giustizialista, la loro guerra “sociale”. Più che a Gaeta, di fronte alle sopraffazioni e alle cannonate di Cialdini, potremmo dire che fu sotto Potenza che Francesco perdette definitivamente il regno. Di converso la guerra contadina diventò più sincera, oseremmo dire “autentica”. Le fucilate che spensero la vita di Borjes furono – secondo taluni autori – il segnale che attestò la fine del “brigantaggio politico”. Il fenomeno, insomma, tolto il maggiore esponente degli interessi legittimisti, non sarebbe stato ormai che una manifestazione di delinquenza comune, di cieca rapina, da parte della “feccia” della plebe contadina. La suddivisione è convenzionale e arbitraria, nota a questo riguardo il Molfese. E in verità siamo anche noi del parere di questo studioso. E da parte nostra vorremmo aggiungere che, spogliato dei galloni e dei pennacchi legittimisti, il brigantaggio marca ancora di più il sua carattere sociale. Già con la sparizione di Borjes (lo stratega delle vittoriose battaglie condotte con tecnicismo militare) il brigantaggio ritorna alla sua tattica di pretta guerriglia Mordi e fuggi! Sono rapide sortite dai boschi, incendii di masserie, sequestri di “galantuomini”. Era la tattica che aveva prediletto, al pari degli altri, Carmine Crocco, rifiutando le teorie guerresche di Borjes – Non si può fare la guerra con i fucili da caccia! aveva opposto allo spagnuolo, fin dal primo incontro nel bosco di Lagopesole.L’attività brigantesca quindi non ebbe sosta, né perse il mordente, pur senza più registrare gli spettacolosi successi militari che caratterizzarono il breve e tormentato sodalizio tra l’ex cabecilla e il generale contadino. Lo stesso generale La Marmora era costretto, privatamente, a convenirne dichiarando “Mentre nei miei proclami ero obbligato a dire che il brigantaggio era spento, vedevo purtroppo che non lo era”. La realtà fu che la guerra, senza più scontri aperti (come ad esempio, a Stigliano) si riconvertì in guerriglia. Non certo meno fitta di lutti, di sangue, di morti, di supplizi. E va notato anche, in questa nuova fase del brigantaggio, un interessante fenomeno. Le donne che, nei primi tempi della guerra civile, partecipavano alla ribellione soprattutto come staffette, informatrici o, secondo il linguaggio delle autorità, come “manutengole”, diventavano ora, anch’esse, vere e proprie “guerrigliere”. E cioè, mogli o amanti di briganti, partecipavano ai combattimenti, maneggiando il fucile e sparando né più né meno che i toro uomini. Vale la pena ricordare qualche nome: Maria Oliviero, che una rara fotografia dell’epoca mostra bruna e bellissima e, per una strana avventura del fotografo ritratta in un atteggiamento, diremmo oggi, quasi da vamp. Era l’amante di Pietro Monaco. E poi: Maria CapitanioRosa ReginellaGioconda Marini e fra tante altre, non ultima, Giovanna Tito, amante di Crocco. La moglie legittima del generale, Olimpia, era compagna, invece di un altrettanto noto capo guerrigliero: Chiavone. Alcune di queste donne morirono negli scontri. Alcune, in verità, poche, furono fucilate. Altre furono condannate ai lavori forzati o al “domicilio coatto”. Per scampare la vita, quando il combattimento volgeva alla sconfitta, denudavano prestamente il petto o arrovesciavano la gonna per attestare, senza equivoci, ai bersaglieri incalzanti con le baionette, la loro qualità di appartenenti all’altro sesso. Con il 1863 il brigantaggio quantitativamente decrebbe. La commissione d’inchiesta, promossa nei primi di quell’anno, dal Parlamento di Torino (era stata anche promossa una sottoscrizione nazionale a sollievo dei danneggiati del brigantaggio che aveva fruttato la somma, che pareva eccezionale, in quei tempi, di quasi un milione) si era spinta fin nelle più lontane e desolate località del Mezzogiorno. Ne ebbe origine la famosa relazione Massari, che rimane il maggior documento storico su quel periodo. Dal lavoro e dalle proposte della commissione venne fuori la legge Pica. Una legge “eccezionale”: che istituiva consigli e tribunali di guerra, dava facoltà di formare squadriglie di volontari, istituiva la giurisdizione militare e il “domicilio coatto” a discrezione delle Giunte provinciali di Pubblica Sicurezza. L’anno successivo la legge Pica, scaduta, fu sostituita da un’altra legge ancora più severa, detta “di repressione”. Le leggi eccezionali cessarono con la fine del 1865. E da quella data cominciò a sparire il “grande brigantaggio”. Rimanevano in piedi solo poche, e rade, bande isolate. Continuarono peraltro gli arresti e le fucilazioni per quelli presi con le armi alla mano. Molti, dei guerriglieri, si costituirono. Altri, come Crocco, riuscirono a riparare negli Stati della Chiesa. (Ma anni dopo, caduto il Governo pontificio, Crocco sarà prelevato dal Governo di Torino, processato e condannato). Nel 1870 il “brigantaggio” almeno nelle sue forme più organizzate e vistose, non esisteva più o quasi. Nascevano, di converso, i primi fenomeni dell’emigrazione, fenomeni più vivi in quelle parti del Mezzogiorno, come la Lucania, la Calabria, il Cilento, l’Irpinia, il Sannio, più direttamente investite dal brigantaggio. Un nuovo, drammatico aspetto della “questione meridionale”! Furono Borjes e Crocco (ma non mancarono i personaggi minori, come il coraggioso e crudele Ninco Nanco e tanti altri) gli uomini di maggior spicco di quel tormentato periodo. E ben li possiamo assumere ciascuno per la sua parte, a esponenti tipici, addirittura emblematici, delle idee e degli interessi che rappresentavano. Meno fortunato (se cosi si può dire) di Borjes che concluse nel sangue la sua breve vicenda, Crocco sopravvisse alla sua gloria per spegnersi, molti anni dopo, nei ceppi di Portolongone. Un amabile vecchio, tutto bianco, che sorrideva affabilmente agli psichiatri che ogni tanto si recavano a rendergli visita e a misurargli il cranio. (Cominciava la moda di Lombroso). A loro l’ex guerrigliero recitava il suo epitaffio, composto da lui stesso in versi:

E’ teatro per tutti la natura

e ognuno rappresenta la sua scena

Napoleone con la sua bravura

nell’isola mori di Sant’Elena

Cosi Crocco gia’ umile pastore

dai briganti promosso generale

dopo lotte di sangue e di terrore

scontò in galera lo già atto male.

Ma, nella sua migliore stagione, tra i boschi di Lagopesole e sui greti del Sauro, Crocco era Pancho Villa. E i suoi peones (quei contadini lucani con i volti di pietra e gli occhi fissi, come appaiono nelle rare fotografie dell’epoca, avvolti nei loro tabarri e con la doppietta inseparabile sulle ginocchia) scorrevano al galoppo flagellando e vincendo. Non neghiamo che Crocco, in quegli anni, dal 1861 al 1865, possa aver considerato le sue masse un vero e proprio esercito di liberazione. Sfrondata dei pennacchi romantici, la sua fredda vocazione all’incendio e al sangue era riscattata dalla consapevole, necessaria ferocia della lotta proletaria. Sangue chiama sangue. Crocco era il vendicatore di secoli di sangue, di sofferenza e di soprusi. Ebbe questo ex capraio, una dimensione rivoluzionaria, quella che era (anche se inconscia nei più) in quelli che guadagnavano la montagna per opporsi a un sistema sociale che, ancora, pur mutate insegna e bandiere, era contro di loro. Anche da questo si allargava e prendeva corpo la “questione meridionale”. La difficile sutura tra le due Italie, la crisi economica, la crisi sociale: il Mezzogiorno soccombeva al Nord già industrializzato, più vivo, più consapevole di se stesso e dei suoi obiettivi. A partire dal 1870 ex briganti, i loro figli, i loro nipoti saranno la gran parte degli emigranti per le Americhe. Già si rassomigliano: gli stessi vestiti, le stesse faccie di pietra gli stessi occhi fissi: le fotografie dei primi del nuovo secolo, che li ritraggono – torme senza nome -ammucchiati sui ponti degli steamers, li identificano in quelli del 1861. I vestiti sono anche gli stessi, di poveri contadini, i protagonisti e le vittime delle guerre sociali del Mezzogiorno. Non si dimentichi – scriveva Michele Cianciulli – che una vera storia del brigantaggio meridionale dovrebbe avere di necessità, per sua seconda parte, una storia dell’emigrazione e del lavoro meridionale dopo il 1870. Questa seconda parte servirebbe ottimamente a spiegare, ad illuminare, e, anche, a ridurre molto il significato della prima. Il meridionale fu brigante non per natura, ma perché costretto dalle più dure e dolorose necessità. Cercava lavoro e trovava la più squallida delle miserie: cercava giustizia e trovava la più infame delle ingiustizie la prepotenza rivestita e mascherata di legalità”. Erano, gli emigranti (dal 1870 in poi oltre 50.000 ogni anno dal solo Mezzogiorno continentale) gli eredi della sconfitta di quell’ultima guerra sociale che fu il brigntaggio post unitario anche se l’agiografia post risorgimentale (a parte ovviamente gli autori legittimisti, citiamo soltanto il De Sivo), ha rilevato solo il lato “bestiale” e “turpe” della professione di brigante. Furono, è pur vero, uomini feroci e assetati di sangue, responsabili di innumerevoli delitti. Ma, se è vero che la rivoluzione contadina si nutrì di fiamme e di sangue, la repressione non fu da meno. La realtà proletaria del Mezzogiorno aveva ancora una volta (come dopo il 1799 e dopo il decennio francese) cercato di inserirsi nello Stato e ancora una volta era stata respinta con le canne dei fucili dei combattimenti e dei plotoni di esecuzione. Il brigantaggio post-unitario italiano, pertanto, evade dai limiti strettamente nazionali dei suoi confini geografici: ha dimensioni universali, come universali sono state e rimangono le figure di Pancho Villa e di Emiliano Zapata (cui Crocco ex pastore di capre e poi generale contadino singolarmente assomiglia, con i suoi briganti che non si discostano molto dai peones) come universale è sempre la vicenda dell’antica lotta dei poveri per assicurarsi più civili condizioni di vita, un avvenire ai figli, contro gli interessi e gli egoismi delle classi più fortunate. Crocco generale contadino era stato pastore di capre sulle montagne del Vulture, e la sua banda e tutte le altre bande della Calabria, del Cilento, degli Abruzzi, dell’AveIlinese erano l’esercito dei disperati e dei morti di fame che ingannati dalla rivoluzione unitaria (Viva Vittorio Emanuele!) avevano tentato una loro rivoluzione (Viva Francesco!), un esercito disordinato e slegato che Borjes non riuscì a riunire (e pagò con la vita il suo insuccesso). Fu, il brigantaggio, una manifestazione di carattere sociale, una grande rivolta contadina, come ora, da poco, si comincia universalmente a riconoscere, fenomeno che va guardato e compreso anche in relazione alle analisi e alle prospezioni sociologiche su una società in corso di trasformazione come, nonostante tutto, nella morsa della evoluzione storica, è anche la società meridionale.

di LUDOVICO GRECO

da: “PIEMONTISI, BRIGANTI E MACCARONI” Guida editore, Napoli, 1975

fonte

http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Definizioni.htm#parliamo

2 Comments

  1. Prima di tutto Francesco II di Borbone delle Due Sicilie, non fuggì, ma fu costretto a lasciare il suo Regno ormai invaso e conquistato dai nemici piemontesi!
    Non fu ospite del Papa ma si rifugiò a palazzo Farnese che era un palazzo dei Borboni di Napoli ricevuto in eredità tramite Carlo III DI BORBONE figlio di Elisabetta Farnese ultima discendente di questa famiglia!

  2. Non sono assolutamente d’accordo con il titolo “ Parliamo male di Garibaldi” per una serie di ragioni che proverò ad esporre in chiave meridionalista:
    Premesso che Garibaldi è stato il killer di un delitto che nonostante le sue presunte capacità, non sarebbe stato in grado di portare a termine senza chi c’era dietro. La sua “impresa” non avrebbe mai potuto concretizzarsi senza che i suoi mandanti, parlo di quelli nascosti e non di quelli dichiarati formalmente, avessero fornito i mezzi e l’appoggio per realizzarla.
    Vediamo quali sono le sue responsabilità e principalmente quali responsabilità non sono a lui riconducibili.
    Non mi dilungo sul come mai il personaggio è ammantato di irresistibile credibilità persuasiva che giocò un rilevante ruolo nel dare speranza a chi la desiderava. Faccio solo alcune considerazioni che confermano la mia tesi: Lui diventa “Eroe dei 2 mondi” perché è costretto a scappare dai Savoia che lo condannarono alla pena di morte ignominiosa in contumacia in quanto considerato nemico della Patria e dello Stato. Diventa un massone e svolge una serie di imprese corsare in Sudamerica connotate sempre da obiettivi di appropriazione violenta di proprietà monetarie altrui comandando imprese finalizzate anche negli interessi della corona britannica.
    Premesso ciò non ritengo credibile che egli venisse messo a capo dell’impresa dei mille con il piacere dei Savoia ma senz’altro imposto da chi aveva il potere di imporre il personaggio a questa casa regnante. Ciò è provato anche dal tentativo di tenere per sé il frutto dell’impresa dei mille ma non aveva fatto i conti con i suoi veri mandanti che avevano comprensibili obiettivi diversi: Dare ai Savoia il controllo del Regno delle Due Sicilie e distruggere un Regno che dava molto fastidio principalmente perché, non allineato, possedeva la terza marineria commerciale dell’epoca egemonica su un Mediterraneo che stava per essere collegato tramite il canale di Suez all’oceano Pacifico. Per quanto detto si comprende chiaramente che il Regno delle 2 Sicilie è stato oggetto di una conquista organizzata dai poteri forti dell’epoca ed il ruolo di Garibaldi nell’accaduto lo considererei marginale e le sue promesse alle popolazioni contadine, forse fatte anche in buona fede, dipendevano dal fatto che egli si riteneva l’unico responsabile del loro mantenimento ma come sappiamo non sarà così con l’agiografica affermazione “Obbedisco” consegnerà il bottino nelle mani di chi poi lo gestirà malissimo. Da queste mie parole si comprende quindi perché non ritengo Garibaldi il principale responsabile di quello che successe dopo l’unificazione italiana. Ma quando poi lui diventa per gli italiani di allora e fino ad oggi il personaggio che conosciamo permettetemi di “utilizzarlo” a favore delle rivendicazioni meridionaliste. Non so se avesse una coscienza molto marcata ma nella lettera, oramai famosa del 7 luglio 1868 egli fa delle affermazioni che possiamo ritenere fondanti delle rivendicazioni meridionaliste. Ma se Garibaldi diventa un meridionalista, abbiamo anche appreso dalla viva voce della, da poco scomparsa, Anita Garibaldi sua pronipote che suo figlio Ricciotti va a combattere al fianco dei NON Briganti comprenderete il mio disappunto nel ritenere Giuseppe Garibaldi il principale responsabile di quanto accaduto nel meridione d’Italia dopo la sua impresa. I veri responsabili sono da ricercare altrove e vi invito a farlo senza sosta. Garibaldi è il condottiero di un’impresa organizzata da altri, loro sono i veri responsabili dell’impresa. Per quanto attiene poi le discutibili, deprecabili, incapaci, ingiuste, inaccettabili modalità gestionali con cui i governi italiani, che si sono succeduti tra la monarchia e la repubblica, hanno amministrato il meridione d’Italia, tali azioni gestionali è ovvio che non le possiamo imputare a Garibaldi che poi scrisse la lettera citata in aperta contestazione delle stesse. 11 febbraio 2021 Giancarlo Chiari

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