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PERCHÉ SI POSSONO (E SI DEVONO) RIMUOVERE LEGALMENTE (E NON ABBATTERE) LE STATUE DEI “PADRI DELLA PATRIA” AL SUD

Posted by on Giu 19, 2020

PERCHÉ SI POSSONO (E SI DEVONO) RIMUOVERE LEGALMENTE (E NON ABBATTERE) LE STATUE DEI “PADRI DELLA PATRIA” AL SUD

Ovvero: nascita della collusione tra potere criminale e Stato unitario

Stamattina ho condiviso dal quotidiano “TP24.IT” che riportava una notizia di Salvini a Marsala, in Sicilia, a cui è stato impedito di scendere dall’auto da parte di cittadini che si erano riuniti per contestarlo. Naturalmente in privato mi sono arrivate contestazioni e anche insulti (quelli sono il vocabolario piuttosto ristretto di taluni soggetti) da parte dei fans di Salvini. Mi è venuta l’idea di rispondere a questi signori e prego loro di vincere la noia e le difficoltà di inciampare in qualche termine a loro ignoto e di non esitare a ricontattarmi per chiedermi ulteriori chiarimenti. Ecco perché credo che di gente come salvini al Sud ne abbiamo bisogno come della sciarpa di lana ad agosto!
Il documento è estratto dal mio libro sulle Due Sicilie che ho già provveduto a registrare alla SIAE con regolare codice ISBN e tra poco tempo sarà edito, questo per dire loro che conosco molto bene queste fasi storiche da affermarle in un libro senza timore di sconfessioni. Le fonti a cui ho attinto negli anni sono molteplici, certe e accurate e molte di queste risalenti alla cronaca quotidiana del momento. Dobbiamo rimuovere legalmente con mozioni, referendum e raccolte di firme, interrogazioni a sindaci e comuni, le statue, i monumenti e i nomi dalle strade del Mezzogiorno italiano di tutte le figure controverse del Risorgimento, sarà questo il primo passo verso una riscrittura della Storia nazionale, quella delle Due Sicilie! Non per spaccare l’Italia ma, per riacquistare onore, dignità, rispetto.

SE NON VI ANNOIATE:

Il ministro di Polizia di re Francesco Secondo di Borbone, Liborio Romano, escogitò un piano per assumere personalmente il controllo della capitale: assoldare criminali appartenenti alle organizzazioni malavitose presenti in città e metterli ai propri ordini. Approfittando del decreto di amnistia concesso insieme alla costituzione, potè coinvolgere gli uomini della Camorra “ripuliti” dei reati e dei misfatti compiuti in passato. Ben presto convocò il capo di questi, Salvatore De Crescenzo conosciuto in città come “Tore ‘e Criscienzo”. Offrì lui un ricchissimo ventaglio di offerte molto appetibili, la cancellazione di tutti i reati commessi in precedenza, l’incarico della sorveglianza dell’ordine pubblico in città sostituendosi a molti dei funzionari di Polizia, il controllo del territorio spalleggiati dal governo, uno stipendio corrisposto dal governo. I camorristi provenienti da ogni quartiere di Napoli non se lo fecero ripetere due volte e accettarono. Con una coccarda tricolore al bavero della giacca, regolarono i vecchi conti con gli uomini della Polizia, agguati, aggressioni, assalti agli archivi delle caserme e delle prefetture, migliaia di documenti distrutti. Anni di lotta e documentazione di reati e criminali perduti per sempre. Tutto questo grazie al folle disegno di un uomo che sognò il tradimento della sua cultura, il suo popolo, il suo Stato per darsi in “omaggio” a chi lo rifiutò come un cencio usato e ormai inutile! Il vecchio dibattito sulla criminalità organizzata si è sempre imperniato su un concetto base: “L’istituzionalizzazione della banda criminale” per cooptazione da parte del potere politico. La camorra a Napoli e l’onorata società a Palermo, avevano sempre agito fino a quel momento come corpi separati dal tessuto connettivo delle città anche se erano in qualche maniera presenti. Le loro azioni e attività delittuose a scopo di lucro, incontravano una resistenza morale da parte degli uomini dello Stato e la loro persecuzione a norma delle legge. Esisteva una netta differenza tra chi rubava e chi lo perseguiva. Il processo di avvicinamento e di apparentamento con le istituzioni di uno Stato morente ha determinato la nascita di un nuovo Stato, quello italiano che si ritrovò già con il fardello in mano fin dal primo giorno di vita del regno D’Italia. Ormai, era già troppo tardi, il connubio era già in atto. Da forza criminale e parassitaria del tessuto sociale del Regno Delle Due Sicilie, era diventata un parente dello Stato e delle istituzioni italiane, la cosa più grave è che non solo non è mai stata combattuta ma addirittura incoraggiata come la storia ci informa negli anni successivi. Durante lo sbarco degli americani in Sicilia, le avanguardie che penetravano nell’entroterra isolano, erano soldati e ufficiali italo-americani che andavano alla ricerca dei capi locali di Cosa Nostra per favorire le operazioni di occupazione del territorio. Ancora dopo, negli anni del dopoguerra, la politica si servì della manovalanza dei criminali per vincere le elezioni e per controllare i voti. Siamo arrivati fino agli anni ’90 del secolo scorso con il drammatico e doloroso sacrificio di uomini dello Stato (Falcone, Borsellino e tutte le vittime innocenti del crimine) sempre in virtù di accordi scellerati tra uomini delle istituzioni e crimine. Oggi, l’intreccio criminalità-istituzioni è così complesso e ingarbugliato che scioglierlo significherebbe mettere in crisi il concetto stesso di difesa della nazione, che come sappiamo si muove su binari di garanzia dei diritti dei cittadini (anche per i capi mafiosi) e della Costituzione naturalmente. I primi anni del Regno D’Italia, sono stati di abbandono del Sud al proprio destino da parte delle istituzioni governative di Torino prima e Roma poi. Una precisa strategia da parte dello Stato, ha portato all’invio al Sud, nelle prefetture, negli uffici statali, negli organi di Polizia e nelle magistrature, come nella scuola e anche nelle Forze Armate, di inetti, incapaci e meritevoli di punizioni e censure. Chi non era all’altezza delle proprie responsabilità, era spedito al Sud e questi, sognava al più presto di ritornare dalle sue parti. Il dirigente pubblico inviato nel Mezzogiorno diffondeva l’idea che, lasciar correre era la migliore soluzione, tanto, a Torino poco importava se una banda criminale imperversava ai danni dei poveri cittadini inermi ma, non sarebbe stato così da lì a pochi anni, quando lo Stato italiano impiegò la ferocia paragonabile a quella nazista del secolo dopo, per affrontare il cosiddetto “Brigantaggio” (la guerra civile di liberazione del Sud da parte di formazioni lealiste composte da contadini, ex militari del disciolto esercito borbonico e altri soggetti). Con questo stato di cose, la criminalità crebbe in efficienza e fascino per i derelitti e i risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti. Con l’emigrazione, se ne andavano i più volitivi e determinati, i soggetti migliori, quelli non ancora rassegnati, restavano solo i più deboli, quelli che vivevano di espedienti e alla giornata, facili obiettivi delle bande criminali. Quindi a ben vedere possiamo accollare certamente tutte le responsabilità a chi volle unificare la penisola con il ferro, il fuoco e aggiungiamo anche la corruzione e il malgoverno: i Savoia e tutti gli uomini, al Nord come al sud, assoldati per questo compito, perseguirono questo obiettivo.

[Dal capitolo secondo, paragrafo XIV – 2.14 – “Napoli da capitale vecchia di sette secoli a capoluogo di provincia”]

Secondino Tranquilli

1 Comment

  1. Leggendo quanto oggi ricevo da Voi, ho voluto recuperare quanto inviai, ed era già il terzo tentativo… la statue ingombranti si potrebbero anche recuperare e metterle in qualche museo cittadino, a memoria… a Budapest le collocarono in un cimitero fuori città quando cadde il regime di Stalin… a memoria, certo! perché il passato non si può distruggere anche perché senno non spiegheremmo l’oggi che stiamo vivendo.… caterina ossi

    “Leggete, Vi prego, aprendo il sito qui sotto, quello che nessuno di noi ha mai appreso negli anni di studio… e capirete perché per la terza volta scrivo al mio Comune di nascita e ora, da pensionata, di residenza stabile, perorando un aggiornamento “dovuto” alla verità storica che non si può più ignorare: togliete dal posto più bello della nostra città la esagerata enfasi di elogio a Garibaldi, ai piedi di quella stazione dei treni da cui sono partiti migliaia di nostri concittadini veneti verso mete estere, costretti dalle situazioni di estremo disagio dopo l’annessione forzata e ingannevole del Veneto all’Italia… anche noi manipolati poi da falsi miti che la lapide continua a osannare!
    Dovremmo ancora e sempre rimanere succubi della propaganda di regime?
    Potremmo dedicarla quella lapide con un restiling “a quanti costretti dagli eventi partirono dalle nostre terre e ne portarono altrove la civiltà il ricordo e il rimpianto”… o a chiunque altro, ma non a Garibaldi! lui stesso lasciò scritto che non avrebbe mai fatto quello che ha fatto se ne avesse previsto il disastro… però col lauto compenso potè ritirarsi tranquillamente a Caprera, come d’altra parte anche Cavour prima di morire, un anno dopo il misfatto, potè ripianare tutti i suoi debiti di gioco e lasciare intatte le sue terre al nipote…l’Inghilterra e la massoneria sono di parola!”

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