Alta Terra di Lavoro

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PIETRARSA – INDUSTRIALI E INDUSTRIA

Posted by on Lug 19, 2021

PIETRARSA – INDUSTRIALI E  INDUSTRIA

” Pochi esempi offre la storia come quello della situazione in cui venne a trovarsi il piccolo regno sardo-piemontese, che contava poco più di quattro milioni di abitanti, allorché nello spazio di circa due anni dovette affrontare i problemi giganteschi derivantigli dall’assorbimento di oltre 17 milioni di altri italiani (più di 9 milioni dal Regno delle Due Sicilie ed 8 dagli Stati dei centro-nord) in conseguenza del risultato dei plebisciti d’annessione….. l’insufficienza dei quadri della competente burocrazia da destinare alle nuove province per assicurarvi un omogeneo andamento della cosa pubblica;… il sopravvenire delle due campagne del 1866 e del 1870; la frettolosa estensione di talune leggi di prevedibile contenuto impopolare (ad esempio la coscrizione obbligatoria e l’imposizione della carta moneta oltre alla tassa sul macinato successiva al 1866) nei territori annessi; infine, errori di valutazione come quello, ad esempio, dello scioglimento delle formazioni militari borboniche, dal quale derivò la formazione di una criminalità così imponente (pretestuosamente politica, poi ambientale) da determinare una campagna supplementare di occupazione militare” . Cosi inizia il capitolo sul brigantaggio di www.carabinieri.it  ma di Pietrarsa non si parla. 

La crisi economica che si verificò all’indomani dell’unificazione d’Italia spinse il governo a privatizzare la gestione dell’opificio di Pietrarsa. La sospensione dal lavoro di molti operai era il provvedimento più semplice per il nuovo proprietario che voleva vederci chiaro sulla competitività. Gli impegni assunti di far rientrare in fabbrica tutti gli operai sospesi e a rilanciare il ruolo dell’insediamento produttivo non ebbero un seguito. Alle proteste sia occupazionali che salariali si rispose con il licenziamento di 60 operai. Gli operai diedero allora avvio alla occupazione della fabbrica, mentre i dirigenti lasciavano Pietrarsa. Per timore di rappresaglie questi richiesero l’intervento della forza pubblica per sedare la rivolta e le polveri presero fuoco quel 6 agosto del 63. 

6 Agosto 1863. Bersaglieri, carabinieri, guardie civiche sparano su una folla di operai esasperati: due morti e numerosi feriti (12)(chi dice quattro morti: versioni diverse danno anche numeri più alti ). (Archivio di Stato di Napoli, fondo Questura, fascio 16). All’epoca, come detto da più parti (Esposizione industriale – Firenze 1861 e Londra 1862), l’officina di Pietrarsa con oltre 1.000 operai era un fiore all’occhiello dell’industria sia nazionale che meridionale. A Pietrarsa fu però preferita l’Ansaldo (l’Ansaldo, prima del 1860 contava soltanto 500 dipendenti e dopo due anni li raddoppia), di Giovanni Ansaldo (vedi sotto storia) finanziata come sempre con soldi pubblici. Al Sud non restò neanche la commessa per le locomotive regionali. Solo un centinaio su 600 locomotive fu appaltato a Pietrarsa che, dopo vari passaggi di proprietà, nel 1885 venne addirittura declassata a officina di riparazione. Facevano ala a questa produzione gli altoforni di Mongiana (Calabria) e Atina che vengono chiusi nel 1874. Il 25 giugno 1874, in “ottemperanza” alla Legge 23/6/73, Mongiana venne chiusa e fabbriche, officine, forni di fusione, boschi, segherie, terreni, miniere, alloggi e caserme, tutto il complesso diventò la “casa di campagna” di Achille Fazzari, ex garibaldino. La Calabria si era sostenuta fino ad allora con piccole miniere locali e altoforni che funzionavano a legna. La cosa  non era più possibile, sia per ragioni ambientali che di concorrenza col carbone.  http://www.vocedimegaride.it/html/Articoli/IndustriePesanti.htm 

A parziale compensazione delle cancellazioni produttive a partire dal 1904 il Governo Giolitti varò la “Legge speciale per il Risorgimento di Napoli”. Fu la base per la costruzione nel 1909 dello stabilimento siderurgico ILVA che con i 12 ettari di superficie ed i tre altoforni da 150 tonnellate, costituirà per un trentennio uno dei più importanti poli industriali del Mezzogiorno. Arriverà ad occupare nel 1919 oltre 4.000 operai, e nel 1973 quasi 8.000. Con la crisi del 29 l’Iri acquisisce l’impianto. Lo stabilimento è rimasto nell’ambito del così detto Ospedale delle Industrie fino alla definitiva dismissione all’inizio degli anni ‘90. Nel 1962 diventò Italsider, affiancandosi agli altri tre impianti italiani, quello di Genova Cornigliano, quello di Terni ed il nuovo stabilimento di Taranto. Tornò ILVA solo verso la fine degli anni ’70 quando iniziò anche la grande crisi del settore. 

Che i Savoia  al Sud, nonostante tutto, a distanza di quasi 100 anni godessero ancora di larga considerazione lo dicono i risultati del referendum istituzionale indetto nel ’46 che sancì per il Re (al sud) una percentuale vicina al 64%. A fronte di un dato nazionale finale per la Repubblica del 54,3% (che cancellò la monarchia) le regioni meridionali, dal Lazio in giù isole comprese, portarono una dote di 5.930.000 (63,84% che non è poco) voti contro i 3.359.000 per la Repubblica.

« Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. » (Francesco Saverio Nitti) http://it.wikipedia.org/wiki/Revisionismo_del_Risorgimento 
Il ministro delle Finanze del Regno di Sardegna Giovanni Nigra, dopo il ’49, si era rivolto alla banca Rothschild di Parigi «per cominciare a pagare le riparazioni di guerra dovute a Vienna». Quando Cavour gli successe alla guida del ministero «continuò ad utilizzare i Rothschild, ma volle anche introdurre una qualche concorrenza. Il suo primo prestito fu ottenuto nel 1851 per il tramite della piccola banca Hambro di Londra; e benché i Rothschild replicassero tentando di deprimere il corso dei titoli piemontesi a Parigi, l’operazione si concluse con un successo» (D. Mack-Smith, Cavour, Milano 1984, p. 68). Più tardi, dopo la guerra di Crimea, Cavour, facendo a braccio di ferro coi Rothschild, «contro il cui tentativo di ‘ebraizzarlo’ protestò più di una volta, […] utilizzò altri banchieri: Laffitte, Hambro e il Crédit Mobilier dei fratelli Péreire» (ibid, p. 117). Qualcuno disse molto semplicemente che l’Unità d’Italia venne fatta a spese dei vinti come di seguito «Nella discussione del 9 febbraio 1859 il marchese Costa di Beauregard denuncia: “Il Conte di Cavour vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione in cui ci ha collocati la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci schiaccia, e di rispondere agli impegni che ha preso”, il bilancio del regno di Sardegna di quell’anno “ha un deficit di 24 milioni di lire che porta il debito pubblico complessivo ad un totale spaventoso di 750 milioni di lire” . Era quindi sull’orlo della bancarotta sia a causa della bilancia commerciale, da anni in passivo, sia soprattutto per la costosissima politica estera, in questa situazione l’unica possibilità per evitare il tracollo finanziario era la conquista di nuovi territori e come disse l’influente deputato sabaudo Boggio : “Ecco dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta”.» (Il sud e l’Unità d’Italia, p. 55).

Giovanni Ansaldo (1815-1859), fondatore dell’Ansaldo (1852). 
Laureato in architettura (1836) e ingegneria, intraprese la libera professione. Dopo il 1840 viaggiò in Europa per studiare i problemi della costruzione di locomotive. Da Wikipedia: L’Ansaldo nacque per interessamento del conte di Cavour, fermamente intenzionato a salvare le moderne strutture della Taylor & Prandi, sfortunata azienda meccanica fondata nel 1846 per la costruzione di piroscafi in ferro che per difficoltà finanziarie, aveva chiesto l’intervento dello Stato. Nel 1852, il ministro Cavour riuscì a coalizzare una solida compagine imprenditoriale, composta dal banchiere Carlo Bombrini, dall’armatore Raffaele Rubattino e dal finanziere Giacomo Filippo Penco, alla quale impose, promettendo commesse statali, la direzione del giovane e brillante ingegnere meccanico Giovanni Ansaldo, scelto tra i docenti dell’ateneo torinese. Le intenzioni di Cavour erano di dare vita ad una industria piemontese per la produzione di locomotive a vapore e materiale ferroviario, in modo da eliminare le costose importazioni dei macchinari dall’Inghilterra e dal regno delle due Sicilie. La produzione poi si volse al settore navale, motoristico e degli armamenti. Furono aperti nuovi cantieri e nuovi stabilimenti a Sampierdarena, acciaierie, fonderie ed officine elettriche che partivano dalla sede originaria per giungere fino a Campi, Cornigliano e Sestri Ponente. In breve Ansaldo divenne un’industria con oltre 10 000 dipendenti in ben sette stabilimenti.
L’era Perrone e la grande guerra
Nel 1904 Ferdinando Maria Perrone diventa proprietario unico dell’Ansaldo e, con i figli Mario e Pio, lega il nome di famiglia alla storia della società. Durante il primo ventennio del XX secolo Ferdinando Maria lavora per realizzare una completa autonomia produttiva per l’Ansaldo sia nel campo siderurgico, sia in quello degli armamenti, meccanico e marittimo, grazie ad una forte integrazione verticale e grazie alla congiuntura bellica (ma gli manca l’energia). 
Gli stabilimenti salirono a dieci poi a 18, con 60.000 dipendenti. Nel 1914 alla vigilia della guerra il capitale sociale è di 30 milioni di lire, nel 1918 arriva a 500,grazie ai ricavi ottenuti dalla produzione bellica (46% di tutta l’artiglieria costruita in Italia durante la guerra, 3.000 aerei, 1574 motori avio, 96 navi da guerra, 200.000 t di naviglio mercantile e 10 milioni di munizioni. Cadorna arriverà a dire che metà del merito della vittoria è loro). Nel 1918 l’Ansaldo controlla società come la A. Cerpelli & C., Banca Industriale Italiana (BIS), Cantieri Officine Savoia, Dinamite Nobel, Gio.Fossati & C., Lloyd Italico, Nazionale di Navigazione, Pomilio, Società Idroelettrica Negri, S.P.A., Transatlantica Italiana.  I Perrone saranno anche i protagonisti di una scalata al potere capitalistico in Italia per scalzare gli Agnelli che potevano vantare alle loro spalle istituti di credito come Credito Italiano, Banco di Roma, Banca Commerciale…… continua a

Ndr: Con la fine della guerra ha fine anche la stagione delle vache grasse. Nel 1921, con le dimissioni dall’Ansaldo, i Perrone cessano ogni impegno in campo industriale continuando, soprattutto, nell’attività editoriale. L’Ansaldo fallirà alcuni anni dopo.
Nei sette anni della sua direzione furono prodotte 34 locomotive per la nascente rete nazionale. Furono costruite perforatrici Sommelier usate per la costruzione della galleria dei Giovi, deviatoi, piattaforme per le strade ferrate, calderine, tettoie, macchine a vapore, macchine utensili, turbine e cannoni rigati per la guerra contro l’Austria (1859-66) 
http://www.fondazioneansaldo.it/manufatti epoca cimeli.htm museo  

Carlo Bombrini
Grande Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia, Senatore del Regno d’Italia dal 15-XI-1871. Fu Direttore Generale della Banca di Genova dal 1845 al 1849,  Direttore Generale della Banca Nazionale degli Stati Sardi dal 1849 al 1861, Governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia dal 1861 (nel Sud la moneta nazionale veniva indicata come quella di Bombrini). Nel 1852 rilevò l’Azienda Meccanica Taylor-Prandi di Sampierdarena assieme a Giovanni Ansaldo, Raffaele Rubattino e Giacomo Filippo Penco e con essi dette vita agli Stabilimenti “Gio. Ansaldo & C.”, registrati al Tribunale di Genova nel gennaio 1853, la maggior azienda italiana privata nel campo della siderurgia. Fu fervente Patriota ed intimo amico di Mazzini (*Genova 3-X-1804, +Roma 15-III-1882). 

Giovanni Bombrini Il figlio
Cavaliere della Legion d’Onore, Cavaliere al Merito del Lavoro, Senatore del Regno d’Italia dal 14-XII-1890, Ufficiale d’Artiglieria del Regio Esercito Sardo dal 1859 al 1866, Direttore Generale degli Stabilimenti “Gio. Ansaldo & C.” dal 1882, Presidente della Società BPD (Bombrini-Parodi-Delfino, fabbrica di esplosivi con sede a Segni) dal 1912, Presidente della Società dell’Acquedotto Pugliese (una delle poche grandi realizzazioni fatte al sud) e Presidente della Società delle Ferrovie Salentine (*Genova 21 o 31-XII-1838, +Isola del Cantone 13-II-1924) 

Vincenzo Florio (1799-1868)
Uno dei primi imprenditori meridionali a intuire l’importanza dello sviluppo industriale e cantieristico della Sicilia: fondò una società di navigazione e diventò senatore del regno d’Italia. Suo figlio Ignazio (1838-1891) diede grande impulso all’iniziativa, creando nel 1881, con Rubattino di Genova, una nuova società sotto la denominazione di Navigazione Generale Italiana. Il nipote Vincenzo (1883-1959) fu tra i pionieri dell’automobilismo.

fonte

https://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/pietrarsa.htm

1 Comment

  1. Quanto ai plebisciti di annessione, meglio lasciar perdere…una farsa se non piuttosto tutto un tragico imbroglio… basta leggere i dettagli raccontati da Curletti, segretario di Cavour e suo factotum che pubblico’ in Svizzera un diario dettagliato… Purtroppo la storia e’ storia e non si puo’ che prenderne atto!.. Ma rassegnarsi non credo… caterina OSSI

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