Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

PONTELANDOLFO E CASALDUNI di ANTONIO CIANO

Posted by on Lug 5, 2022

PONTELANDOLFO E CASALDUNI di ANTONIO CIANO

Pontelandolfo e Casalduni sono due paesi del Matese e distano quasi 5 chilometri l’uno dall’altro. Nel 1861 il primo aveva 5 mila abitanti ed il secondo 3 mila; furono accomunati da un atroce destino. Nell’agosto di quell’anno infausto per il Sud, furono messi a ferro e fuoco dalle truppe piemontesi del generale Cialdini, e centinaia di cittadini furono trucidati nel sonno da due compagnie di bersaglieri che non combattevano contro soldati ma contro donne, bambini, vecchi ed infermi ……..

Il Sud era in fibrillazione sin dall’11 maggio del 1860, quando Garibaldi sbarcò a Marsala. Tumulti si susseguirono in tutti i paesi dove la fame e le ingiustizie dei governi prodittatoriali cominciavano a farsi sentire. Nel dicembre del 1860 il Giornale di Gaeta, che riportava i proclami insurrezionali di Francesco II, stampato in migliaia di copie, veniva diffuso in tutto il Meridione. Già intorno al 20 settembre del 1860 vi fu una feroce ribellione contro governi prodittatoriali ……. insorsero i contadini di Cantalupo, Macchiagodena, S. Pietro Avellana, Forlì del Sannio e Rionero del Sannio, Roccasicura, Cittanova e Castel di Sangro; i morti furono all’incirca 1.500. Tra il 19 e il 21 settembre i contadini assieme ai reparti borbonici sconfissero a Roccaromana e Caiazzo le truppe di Csudafy e Cattabeni e li rigettarono oltre il Volturno ……….. Si formarono ben presto compagnie sotto la direzione del ministro della polizia borbonica Ulbache aveva il compito di ripristinare ovunque il governo legittimista. Furono riconquistati verso la fine dell’ottobre del 1860 Pontecorvo, Sora, Teano, Venafro, Isernia e Piedimonte d’Alife. I borbonici batterono i cacciatori del Vesuvio, annientandoli a Civitella Roveto e raggiungendo Avezzano …….. Il 12 ottobre del 1860 le truppe piemontesi varcarono il Tronto con intenzioni certamente non pacifiche. Quel giorno iniziò la conquista del Sud da parte dei piemontesi, che trovarono una marea di partigiani negli Abruzzi, nel Molise ed in Ciociaria ……… I contadini del Sannio e del Molise, ricordandosi di appartenere alla stirpe degli antichi guerrieri che avevano sconfitto i Romani facendoli passare sotto le forche Caudine, scatenarono la loro rabbia repressa contro i liberali, rappresentanti illegali e servi dei piemontesi. Il Molise e l’Abruzzo ai primi di ottobre erano stati liberati; la bandiera borbonica sventolava su tutti i paesi ma il Piemonte mandò la sua armata agli ordini di Cialdini, visto che dappertutto i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi venivano bruciati e le bandiere savoiarde fatte a pezzi. La stessa cosa accadeva in Terra di Lavoro, in Capitanata, nel Gargano, in Basilicata, in Calabria…. […]L’ ECCIDIO DI PONTELANDOLFO E CASALDUNI

[…] Il regno delle Due Sicilie nell’agosto del 1861 era in fiamme, un vero inferno. Centinaia di paesi si erano sollevati contro l’oppressione, le fucilazioni erano all’ordine del giorno. Ad Auletta furono tricidati da mercenari ungherese, altra faccia immonda con coccarda azzurra in petto, 45 popolani, tra i quali quattro sacerdoti; questi poveri disgraziati furono seviziati con coltelli e fatti a pezzi dai barbari magiari sotto la guida piemontese-garibaldina. Altri 100 cittadini furono portati a marcire nelle carceri di Salerno. Il paese fu saccheggiato e dato alle fiamme. Nel Beneventano si sollevarono anche San Marco dei Cavoti, Molinara, San Giorgio La Molara, Pago, Pietrelcina, Paduli, Colle Sannita, Paolise, Bucciano, Forchia, Reina, Civitella. I fatti più gravi e sanguinosi si verificarono a Pontelandolfo e Casalduni. La reazione era voluta da tutto il popolo del Sud. Il nuovo regime si stava dimostrando, nei fatti, tirannico e famelico, assetato di sangue e di denaro: ogni ciminiera di Torino e Milano è stata costruita con sangue meridionale. I piemontesi mettevano tasse e balzelli ed i contadini affamati ed esasperati presero la strada senza ritorno della montagna. I liberali la facevano da padroni, finalmente erano riusciti a mettere le mani sulla cosa pubblica e sulle terre demaniali. I signorotti e i proprietari terrieri erano appellati galantuomini e da sempre erano i nemici dei contadini. Dagli Abruzzi, dal Molise, dalla Ciociaria arrivavano notizie di fucilazioni, notizie di donne violentate, di chiese saccheggiate, di bambini uccisi, di raccolti bruciati dai piemontesi e dai loro mercenari. L’8 luglio del 1861, Carlo Torre, governatore di Benevento, spedisce al segretario generale del Dicastero di Polizia in Napoli Silvio Spaventa una relazione allarmata sulla reazione borbonica nel Sannio (1). Il 24 luglio 1861 un altro allarmantissimo rapporto dell’Intendente di Cerreto Sannita, Mario Carletti, al governatore di Benevento Carlo Torre (2) la dice lunga sullo stato in cui versava la provincia beneventana: “I briganti scorazzanti pel Matese, corona di aspre ed intrattabili montagne poste a cavaliere di questa contrada, sono entrati nell’ardito intendimento di scendere al piano e aggredire l’abitato per consumarvi fatti di immane atrocità appena che la poca forza regolare qui stanziata se ne apparti per poco chiamata altrove …”. Il governatore di Benevento seguendo la voce della prudenza chiedeva altra truppa al luogotenente Cialdini. I partigiani scorrazzanti le montagne del Matese erano capeggiati da Cosmo (Cosimo) Giordano di Cerreto Sannita, ex sergente borbonico. La banda era costituita da circa duecento valorosi e coraggiosi guerrieri, votati alla morte con un giuramento fatto davanti a Dio. I pontelandolfesi erano: Nicola, Andrea e Michelangelo Mancini, Scudanigno; Salvatore Rinaldi, Matteo; Gennaro e Michele Rinaldi Sticco e loro padre Giuseppe; Antonio e Francesco Rinaldi di Romualdo; Saverio di Rubbio, Bascetta; Antonio Lese, Corso; Donato Paladino, Anguilla; Antonio e Francesco Perciosepe; Carlo Tomaso Bisconti; Giosuè del Negro; Antonio e G. B. Gugliotti; Tommaso Rinaldi, Falcone di Giuseppe; Pietro d’Addona Trippabella fu G. Battista; Donato Terlizzo; Giovanni Barbiero Vozzacchio e suo figlio; Giuseppe Borrelli di Domenicoantonio, Cellone; Giuseppe Bilotta, Lupo di Nicola; Giuseppe d’Addona fu Giacomo, Spaccamontagna; Filippo Lese d’Antonio, Riconto; Domenico d’Addona, Spaccamontagna di Francesco; Antonio Mancini, Cosetta, di Giuseppe; Pasquale Ranaudo, Mattone; Salvatore Biondi, Piroli, Vitantonio Ciarlo,; Pellegrini Sfeccio; Francesco, Domenico e Tommaso Ciarlo, Monaco e fratelli; Francesco, Domenico Petta, di Giuseppe; Vincenzo Longo, Giangiacomo; Giuseppe Ciarlo, Monaco, fu Nicola; Saverio Longo, Peppelongo, fu Giuseppe; Andrea Longo, Giangiacomo.(3) […]LA FIERA DI SAN DONATO – 1 agosto 1861

[…] Pontelandolfo si stava preparando alla fiera di San Donato; si sentiva nell’aria l’odore dell’estate. Il sole sembrava ardere il paese. I raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi; la cosa pubblica era nelle mani dei liberal-massoni, gente senza scrupoli, feccia della società, servi e lacchè del nuovo regime sanguinario dei Savoia. La gente aveva assistito, quasi incredula alle gesta del generale Garibaldi, che, nell’immaginario collettivo, passava per un socialista repubblicano. Ben presto il popolo si accorse che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti, dalla parte dei gentiluomini. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe e da che parte stava: era andato a fucilare i contadini siciliani per difendere i suoi padroni inglesi, da buon servitore. I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, delle razzie della guardia mobile, dei loro notabili che li stavano spremendo come limoni e, soprattutto, si sentivano ostaggi. Con le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione alla leva si agitavano ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa. Sindaco di Pontelandolfo era tale Lorenzo Melchiorre, liberale, avvezzo al potere e all’arricchimento; sicuramente contrario alle nozioni di libertà ed uguaglianza, tenace esecutore dei bandi e delle circolari delle autorità militari piemontesi. Assieme agli altri notabili del paese sannita aveva costituito un bel comitato d’affari. Suoi protettori in armi erano, Giuseppe De Marco, garibaldino e colonnello della Guardia Nazionale, e Francesco Perugino di Michelangelo, capo del Corpo di Guardia che, in quei giorni, il sindaco fece rinforzare. Del Comitato di affari facevano parte anche il delegato di P.S. Vincenzo Coppola, il notaio, l’architetto e decurione Antonio Sforza che era considerato come il rappresentante il principio liberale, e cioè colui il quale stabiliva le cose da arraffare. Il liberalismo è ideologia dei furbi, è ideologia dell’arricchimento a spese dei deboli, è ideologia dei ricchi, è ideologia dei Savoia, dei piemontesi, è guerra perché con essa devono arricchirsi determinate famiglie, è corruzione perenne. Il liberalismo è dominio di una classe su un’altra. E’ la tomba del Sud. E’ il monopolio del Nord sul Sud, è colonialismo, è sfruttamento. La Chiesa ed i contadini lo avevano capito, e così i Borbone, e si allearono per combattere i nuovi lanzichenecchi. A Pontelandolfo l’arciprete Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini; sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine. Durante una messa mattutina l’arciprete, rivolgendosi alla affollata chiesa di San Donato, disse: “Fratelli, l’augusto re Francesco presto ritornerà da vincitore sul suo trono, i partigiani si battono da leoni contro gli invasori, il generale Bosco fa stragi di piemontesi in Calabria e truppe austriache stanno sbarcando nelle Marche…”. Queste parole fecero il giro di Pontelandolfo e delle campagne circostanti. Finalmente un po’ di speranza, finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni. I contadini nei campi cantavano inni borbonici e, le donne, preghiere di ringraziamento. Finalmente, a liberazione avvenuta, i loro figli sarebbero potuti tornare sui campi a lavorare la terra e abbandonare la lotta armata. Finalmente il popolo poteva aver ragione dei nuovi usurpatori, delle guardie nazionali che razziavano i campi, degli amministratori corrotti che il governo piemontese aveva loro imposto, delle spie che si arricchivano, dei massoni che volevano distruggere la Chiesa cattolica. La gente odiava i Piemontesi ed i loro servi….. Cosmo Giordano dava la caccia alle guardie nazionali del colonnello De Marco, la cui colonna infame era famosa nel razziare chiese e raccolti nei campi: spesso s’erano sentite anche voci di violenze e stupri nei confronti delle donne della zona …. […]CASALDUNI – 1 agosto 1861

[…] A Casalduni il sindaco Ursini chiamò tutti i capifamiglia nella piazzetta antistante il comune e disse loro: – Concittadini, come sapete la legislazione sulla leva è stata cambiata il 30 giugno dal nuovo governo piemontese e, secondo gli obblighi che mi competono, devo dirvi che se i vostri figli non si presenteranno al distretto militare saranno guai per loro, saranno fucilati appena presi. Ecco cari amici, mi dispiace, sapete come la penso, le leggi emanate dal buon Ferdinando sono state soppresse. La gente mormorava, urlava. La rabbia era tanta, non contro il sindaco ma contro i nuovi usurpatori, contro i piemontesi. Si fece avanti un vecchio contadino, ben voluto da tutti per la sua onestà e la sua saggezza, tale Fusco, che secondo la legge avrebbe dovuto far presentare il figlio per la leva, e rivolgendosi al primo cittadino rispettosamente rispose: – Sig. Sindaco, ti ringraziamo per la gentilezza ed il senso civico che hai dimostrato di avere, ti ringraziamo di averci informati ufficialmente di ciò che già sapevamo ufficiosamente, ma… – rivolgendosi verso la folla come a trovare consenso negli occhi della gente e accentuando sempre più le sue parole – Ecco, un “ma”, sig. sindaco, c’è! Non possiamo mandare i nostri figli a combattere contro i bracciali e i terrazzani delle Calabrie, della Basilicata, dell’Apulia, degli Abruzzi, del Molise o contro i pastori degli Ausoni. Fratelli contro fratelli ci vogliono mettere! Parlano di Italia una, i piemontesi, ma, conoscendo i liberali, vi assicuro che a quelli dell’Italia una non importa niente; a quelli importano solo le ricchezze delle nostre terre, i nostri sacrifici, il sangue dei nostri figli per far guerre ed arricchirsi. Quella è gente che non ha mai lavorato, è il ceto dei parassiti, è il ceto borghese e vedo un futuro di morte. Sindaco, vedi queste mani? Sono piene di calli e mai hanno toccato un fucile ma, anche se son vecchio posso imbracciarlo ancora contro i soldati blu dei Savoia. Questi sig. sindaco, non vogliono l’Italia unita, vogliono i nostri tesori nascosti, vogliono saccheggiare le nostre chiese, vogliono i nostri risparmi, le nostre terre, le nostre fatiche, i nostri sacrifici. Hanno già razziato le riserve auree del Regno delle Due Sicilie e hanno fatto sparire i milioni del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli. I piemontesi non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiarare guerra a Re Francesco e, mentre la nostra regina Sofia stava combattendo sui bastioni di Gaeta, la corte sabauda e Cavour, a Torino, scialacquavano con baldracche o con ragazze vergini fatte rapire dai loro agenti segreti (4), mentre l’imperatore Napoleone se la spassava con la Castiglione e Nigra faceva il magnaccia. Questa gente porterà la nostra Patria alla rovina. Razzie, fucilazioni, ruberie e terrore porteranno solo fame e distruggeranno la nostra Patria; mio figlio sta sulle montagne a difendere il sacro suolo mentre Cavour ha ceduto alla Francia la Savoia, Nizza e la Costa Azzurra e i piemontesi cederanno la Sardegna non appena le loro truppe entreranno in Roma. Mai mio figlio andrà soldato sotto la bandiera azzurra sabauda, preferirei vederlo fucilato sotto gli occhi miei, anziché saperlo a sparare contro di me ed i suoi fratelli. Un’ovazione calorosa di applausi e grida di gioia raggiunsero Fusco e qualcuno gridò: – Sindaco, il Re sta sbarcando a Napoli, il generale Bosco sta sbaragliando i piemontesi; i partigiani in tutto il Regno si battono da leoni. A morte i Savoia! A morte i piemontesi! Viva Francesco! Viva il Regno delle Due Sicilie! Viva la Chiesa! Viva la Fede! Viva il Papa![…].PONTELANDOLFO – 2 agosto 1861

[…] Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il partigiano Gennaro Rinaldi di Giuseppe, detto Sticcosi presentò al primo cittadino di Pontelandolfo portandogli una missiva. Prima di consegnargliela, rivolgendosi con tono deciso verso Melchiorre, disse: – Senti, tu non sei il nostro sindaco, lo sai bene, sei un servo dei Savoia, un traditore; ti aspetta la morte. Hai rubato e diviso gli utili con De Marco, Sforza e la spia di Sepino. Sappiamo tutto. Perciò, – lo prese per il bavero – bastardo, leggi la lettera ed attieniti scrupolosamente ai suoi dettami, e andò via. Nella missiva c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante la brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al sindaco 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto. Melchiorre chiamò il delegato di P.S. Vincenzo Coppola e l’architetto Sforza, suoi soci in affari: – Sentite, i briganti vogliono 8.000 ducati e se non glieli diamo scendono dalle montagne e ci ammazzano. Vincenzo devi telegrafare subito a De Marco, le cose stanno precipitando; io telegrafo al governatore di Benevento, c’è bisogno di truppa o ci scanneranno tutti.[…]PONTELANDOLFO – 3 agosto 1861

[…] A Pontelandolfo fremevano i preparativi per la fiera di San Donato. Gli artigiani della zona, come ogni anno, si erano recati in massa nella cittadina sannita per vendere roncole, forche, borse, zappe, corbelle, cesti, panieri, funi. I contadini dei paesi vicini, chi a piedi, chi con carretto, si stavano dirigendo verso Pontelandolfo per esporre i loro prodotti e fare qualche buon affare. La fiera di San Donato era un’istituzione, permetteva scambi e conoscenze, permetteva di cantare e ballare, permetteva ai contadini di socializzare, ma quella del 1861 era ancora più importante. I contadini aspettavano il ritorno di Francesco Il ed il ripristino del vecchio agognato regime. Qualcosa stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Chiamato dal sindaco Melchiorre, arrivò in città il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Strada facendo i contadini lo invitavano ad andarsene, in quanto il generale Bosco stava marciando vittorioso su Benevento e Francesco II era prossimo a restaurare la sua corona. Nei pressi della chiesa di San Donato gli andò incontro Don Epifanio De Gregorio. De Marco: – Pace e bene e prosperità ai Savoia. De Gregorio: – Pace e bene al Regno delle Due Sicilie e ai suoi augusti sovrani. De Marco, allarmato dalle voci che davano per imminente il ritorno dei Borbone, non infierì sul prelato e si diresse verso piazza del Tiglio, ove fece abbeverare i cavalli della sua truppa aspettando che arrivasse il sindaco a dargli il benvenuto. De Marco era odiato dai contadini; dove passava con i suoi mercenari non cresceva più erba, razziava persino il fieno per i cavalli. Appresso alla colonna infame del De Marco c’era sempre un carretto che serviva come cassaforte mobile della refurtiva. Ad un certo punto, una cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli altri cominciarono, strada per strada, vicolo per vicolo, a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. A cotanta sfida e arroganza non poteva esimersi il sindaco Melchiorre dal far pubblica rimostranza e si avvicinò al colonnello dicendogli: ….., ma che stai combinando? Fa rientrare i tuoi uomini! I partigiani sono nei dintorni e se la gente si ribella siamo fritti. De Marco: – Senti, qui dobbiamo prendere tutto; la situazione sta precipitando. Il Sud sta esplodendo, la reazione dappertutto è viva e pericolosa. I borbonici stanno riorganizzandosi e non vi è provincia in cui non si hanno notizie di rivolta. Dimmi dove possiamo stazionare questa notte, domani chiederò la tassa di guerra ai proprietari reazionari e chiederò altri uomini; se non me la danno andremo via. Melchiorre: – Va bene, darò disposizione di farvi alloggiare nella chiesa di San Rocco, che è ricca di ori e argenti. Tu sai cosa fare. Dobbiamo organizzarci e prepararci a qualsiasi evenienza. Vado ad avvertire il delegato e l’architetto. Intanto gli uomini di De Marco, dopo aver razziato collane, anelli, ori, bracciali e orologi, presero alloggio nella chiesa di San Rocco, che in un batter d’occhio venne saccheggiata. […]PONTELANDOLFO 4 agosto 1861

[…] Pontelandolfo era un bollore: nelle campagne si cantavano inni e canzoni dei briganti ed i versi andavano di bocca in bocca. Tutto il Sannio sembrava essere la platea di un teatro il cui palcoscenico si era trasferito nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni. Il sentimento borbonico era forte dappertutto, non vi era paese del Sud che volesse i nuovi invasori. Il colonnello De Marco tastava, udiva, sapeva d’essere un corpo estraneo, sapeva che da un momento all’altro poteva scoppiare la rabbia contadina e andò al municipio a parlare col Melchiorre– Senti, stamattina mando i miei corrieri a Morcone, a Fragneto, a S. Croce, a Campolattaro a chiedere rinforzi e denaro a quei sindaci. Abbiamo bisogno di soldi; intanto tu manda il banditore per le strade e per le masserie a chiedere, in nome di Vittorio Emanuele, soldi per la truppa. – Vabene, speriamo bene! – rispose il sindaco. – A San Lupo c’è Jacobelli, sta facendo un buon lavoro – riprese De Marco – speriamo che questa colletta ci dia almeno mille ducati. – Colonnello – rispose Melchiorre – ho avvertito i nostri di tenersi pronti a qualsiasi evenienza, di preparare le loro cose in caso di fuga. Verremmo con te, solo tu con la tua truppa puoi salvarci, ormai i Borbone torneranno al potere, tutto il Sud è in rivolta. – Allora facciamo presto, che altro possiamo prendere? – disse con caparbietà De Marco – Potremmo saccheggiare la chiesa di San Donato, che ne dici?. – Io non lo consiglio, vi ammazzerebbero tutti, Don Epifanio non lo permetterebbe e poi c’è la fiera lì; è piena giorno e notte, sarebbe come accendere la scintilla. – Hai ragione – chiuse De Marco. Verso sera cominciarono ad arrivare i corrieri mandati nei paesi vicini; nessuno portò soldi né rinforzi, nemmeno un maledetto ducato! Anzi il sindaco di Casalduni, Ursini aveva avuto la faccia tosta di chiederne in quanto la popolazione era affamata. Una cosa i corrieri avevano capito benissimo e cioè che era tempo di scappare, dappertutto la gente era pronta a rivoltarsi, lo si sentiva nell’aria e fu riferito al loro colonnello. La colletta fatta fare dal sindaco Melchiorre diede un solo frutto: qualcuno aveva posato all’ingresso del comune un vassoio d’argento ricoperto di un fazzoletto di pizzo rosso, simbolo dei Borbone, con sopra una pallottola di fucile […].PONTELANDOLFO 5 agosto 1861

[…] La notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo sembravano brulicare di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alle popolazioni, scoramento e paura ai liberali. I mercenari del colonnello De Marco erano inquieti; sapevano che se fossero stati attaccati in paese, sarebbero morti come topi, non avrebbero avuto scampo; bastava che i partigiani bloccassero l’entrata del paese nei pressi della chiesa di San Donato. Il colonnello garibaldino consigliato dai suoi luogotenenti e dalla paura decise di partire, diede ordine alla sua colonna di prepararsi a lasciare Pontelandolfo e mandò cinque sottufficiali ad avvertire il sindaco Melchiorre, l’architetto Sforza, il delegato di P.S. Coppola e pochi altri liberali, insomma tutta la feccia del paese, tutti i ladroni delle sostanze del popolo. I contadini erano stremati, affamati. Il governo piemontese, nel giro di un anno era riuscito a massacrare l’economia meridionale, d’altronde le casse torinesi erano vuote da tanto tempo ed i banchieri londinesi non davano tregua ai governanti sabaudi. Questi erano i veri moventi dei criminali di guerra scesi dal Nord e non altri: dovevano eliminare i resistenti, i partigiani regi per avere libero accesso ed un controllo totale sui beni e sulle ricchezze del Sud e sui suoi commerci. I contadini meridionali sapevano tutto questo, avvertivano sulla loro pelle che dovevano combattere per il loro Re per non perdere la libertà e la certezza di un tozzo di pane; avvertivano che una volta asserviti al Piemonte per loro sarebbe stata la fine; sapevano che i liberali appoggiavano i nuovi padroni ed i liberali rappresentavano solo la classe degli agrari. Al Sud si combatteva una guerra non dichiarata tra i contadini ed i loro nemici di classe, tra i contadini poveri ma dignitosi e gente assatanata di dominio e di denaro; al Sud si combatteva una guerra tra una dinastia illuminata e cattolica che aveva dato prosperità a tutto un popolo ed una monarchia votata alla consorteria massonica e servile; si combatteva una guerra decisiva tra una nazione, quella napoletana, libera da gioghi stanieri e quella piemontese asservita alle forze occulte. I contadini combattevano contro i liberali, contro l’Inghilterra, contro la Francia, contro i mercenari ungheresi, russi, polacchi, slavi, tedeschi, contro i garibaldini, contro le truppe piemontesi. Molti contadini del Nord avvertendo la lotta di classe in corso disertarono la truppa savoiarda; molti furono fucilati, altri raggiunsero le bande partigiane. Intanto a Pontelandolfo il sindaco Melchiorre ed i suoi scherani stavano per lasciare la città; verso mezzogiorno De Marco diede l’ordine di partire, la sua colonna scortava 10 carri pieni di casse appartenenti alla feccia liberale del paese sannita. Come a sfregio, Melchiorre, prima di partire deliberò che la fiera di San Donato non doveva svolgersi. La colonna si diresse verso San Lupo, impaurita. Dai campi ed in tutta la valle si sentivano le note dell’inno libertà…… […].PONTELANDOLFO 6 agosto 1861

[…] La mente della rivolta risiedeva nel popolo tutto, l’arciprete Epifanio De Gregorio ne era solo la voce parlante. Il religioso era solo colui il quale raccoglieva il pensare della gente, del popolo……. Epifanio De Gregorio chiamò Filippo Tommaselli, da tutti conosciuto come il Generale, a sostituire Melchiorre, che era fuggito con la cricca liberale, e ad istituire un governo provvisorio. Secondo le disposizioni del fuggitivo Melchiorre la fiera di San Donato non doveva svolgersi per non turbare l’ordine pubblico, ma la gente era in paese a festeggiare sia la solennità religiosa, sia la fiera, sia i Borbone. Una delegazione di popolani si recò da Don Epifanio per conferire con lui. Al suo cospetto, i contadini si tolsero il cappello e baciarono il crocifisso. Uno di loro prese la parola: – Reverendo, siamo venuti a conferire con la sua autorità per chiederle il permesso di poter far venire i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore, se può intercedere presso Giordano. Il popolo vuole festeggiare i suoi eroi, vuole i partigiani a Pontelandolfo. Don Epifanio: – Avete ragione, ma i partigiani fanno la guardia ai nostri monti e alle nostre anime, comunque manderò degli emissari a chiamarli, son giornate di giubilo e di festa, Dio li protegga. Gli emissari di Don Epifanio si misero al galoppo e raggiunsero l’accampamento di Giordano. Erano Saverio Di Rubbo detto Bascetta, Salvatore Rinaldi, detto Matteo, Andrea, Nicola e Michelangelo Mancini, Scudanigno, Carlotommaso Bisconti, Gennaro e Michele Rinaldi di Giuseppe ed i figli di Romualdo Rinaldi. Sentite le parole della delegazione di pontelandolfesi Giordano guardò Di Rubbo come a volere un suo assenso; lui si sentiva un soldato, uno a cui spettavano solo sacrifici, non era un politico; i trionfi spettavano ad altri, a lui toccava solo dare la caccia ai piemontesi. Di Rubbo si rivolse al capo partigiano con parole convincenti: – Comandande, andiamo a Pontelandolfo. Vi aspettano tutti, il paese è con noi, abbiamo fatto fuggire i liberali e con loro De Marco ed i suoi mercenari. Il generale Tommaselli vi aspetta per formare il governo provvisorio. Giordano: – Va bene, verrò con una trentina di uomini. Gli altri staranno di guardia qui […]LA SCINTILLASAN LUPO 7 agosto 18617

[…] San Lupo era diventata la base delle scorrerie dei mercenari garibaldini di De Marco e della soldataglia piemontese, che dal Molise, agli ordini dell’assassino e criminale di guerra Pinelli, scorrazzava per quelle fertili valli a saccheggiare campi e chiese e a fucilare centinaia di contadini. Il Sannio era una fucina di guerriglieri; i sanniti, guerrieri di stirpe antica s’erano destati, consapevoli d’essere assoggettati per sempre se avessero perso. La carica fu data da un vecchio contadino che, vedendo entrare nel suo paese dei soldati piemontesi, uscì dalla casa sventolò una bandiera borbonica e gridò: – Cittadini, cacciamo i piemontesi! A morte i piemontesi! Viva il papa! Viva la Santa Fede! Viva la religione! Viva Francesco II, Viva il Regno delle Due Sicilie! Cittadini ammazziamo i piemontesi, sono servi degli inglesi, hanno venduto la Savoia e Nizza alla Francia e stanno consegnando l’Italia alla massoneria inglese. Maledetti assassini, ci stanno ……… La frase del vegliardo fu interrotta da una scarica di pallottole: quindici soldati acquattati e quindici in piedi eseguirono la spietata esecuzione. Erano questi soldati? No, semplicemente assassini, criminali di guerra. I partigiani udirono gli spari, sentirono la scarica del plotone d’esecuzione dei bersaglieri di Pinelli e dal Piano della Croce si diressero a San Lupo, dove ingaggiarono una sparatoria con i savoiardi. Due partigiani caddero a terra feriti mentre i piemontesi assaliti, fuggirono. I guerriglieri si diressero verso Pontelandolfo, ove erano attesi dal popolo festante che già aveva liberato alcuni prigionieri ed aveva innalzato la bandiera gigliata nel comune di San Lupo […].PONTELANDOLFO 7 agosto 1861

[…] La brigata “Frà Diavolo” era composta da trenta partigiani e dopo l’azione di guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo con i suoi velocissimi cavalli, alla cui testa cavalcavano Cosimo Giordano ……. Pontelandolfo era in festa, la fiera in pieno svolgimento e la gente vestita come nelle grandi occasioni. Il viale che porta dalla provinciale alla piazza principale di Pontelandolfo, attraverso lo spiazzo della chiesa di San Donato, era gremitissimo: contadini di Casalduni, di Morcone, di San Lupo, di Sepino, di Campolattaro, di Fragneto, di Guardia. Almeno cinquemila persone; qualcuno era lì per la festa religiosa, qualcun altro per la fiera, ma tutti aspettavano con pazienza l’arrivo dei loro eroi, l’arrivo dei partigiani regi comandati dal mitico Giordano che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli piemontesi. L’orologio del campanile stava rintoccando la quinta ora pomeridiana, il sole era ancora cocente ed ecco che un boato ruppe il silenzio dell’attesa. – Eccoli! -Sì,stanno arrivando, ecco i nostri eroi – Evviva, evviva!…….. i prodi guerrieri cavalcavano sulla strada sterrata; gli zoccoli dei cavalli alzavano un gran polverone bianco visibile da Pontelandolfo. La gente era tanta, accalcata sul viale, urlava, gridava felice e buttava in cielo i cappelli in segno di giubilo. A San Donato c’erano proprio tutti: ragazze vestite a festa, ragazzi, contadini, operai e c’era la banda pronta per la processione. Al passar della brigata d’eroi, la folla si restrinse ai lati della strada come l’onda del mare che si aprì al passaggio di Mosè …….. La gente aspettava Giordano ed i suoi regi come il Messia, vedeva in lui il liberatore, la sicurezza, la libertà, la dignità che il Sud stava perdendo, vedeva in lui l’eroe solitario che combatteva contro un esercito agguerrito e ben armato, i cui capi erano liberal massoni e parlavano francese ……. L’arciprete cominciò a laudare il Signore con il Te Deum per ringraziare Francesco II …….. Finito il canto di ringraziamento, Giordano baciò il crocifisso inginocchiandosi davanti a Don Epifanio, e tutto il popolo fece la stessa cosa facendosi il segno della croce …….. Tutti baciarono la croce che Don Epifanio offriva loro; alcuni la baciavano con tale ardore che sembrava lo facessero per l’ultima volta prima d’una condanna a morte. Poi fu la volta di Giovanni Barbiero, Andrea Longo, Antonio e Francesco Parciasepe e Giosuè Del Negro, che mantenevano contatti tra l’arciprete e Giordano. Finita la genuflessione, Giordano ed i suoi guerriglieri, seguiti da oltre tremila popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di Vittorio Emanuele II e Garibaldi furono fatti in mille pezzi, le suppellettili furono messe sottosopra. Gregorio Perugini fu Luca staccò la bandiera tricolore e strappò dal panno bianco lo stemma sabaudo mentre, Gregorio Polletta ne infrangeva l’asta di legno ……….. Il popolo eccitato, come ubriacato dall’avvenuta libertà, urlava, gridava la propria gioia. Qualcuno andò in chiesa a ringraziare il Signore, altri parteciparono con Giordano ed i suoi partigiani al festoso banchetto ……… Saverio Di Rubbo diede la caccia a quello che riteneva essere la spia dei piemontesi, lo scovò rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e lo freddò con un colpo di fucile; si chiamava Angelo Tedeschi di San Lupo. Tra schiamazzi e spari in aria, si verificò che un colpo vagante colpì, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un altro colpì in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale. I partigiani regi davano la caccia ai liberali, rei di aver causato l’invasione piemontese e rei di latrocini continui ai danni della comunità in generale e dei contadini in particolare. Il partigiano Gregorio Perugini guidò Luciano Donato, Gennaro di Rubbo di Saverio e Salvatore Rinaldi detto Matteo nella casa dell’esattore delle imposte Michelangelo Perugino, liberal massone e reo di aver spremuto e ricattato i contadini. L’esattore fu ammazzato e la casa bruciata. Il popolo finalmente poteva sfogare la propria rabbia, rabbia repressa da un anno di sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze subite e mal celate. Finalmente era giunto il giorno del giudizio, la gente poteva sfogare la propria ira contro coloro i quali avevano venduto ai piemontesi la propria dignità e la propria libertà, traendone ricchezza e potere e affamando la collettività. La folla esultava, era estasiata, stordita ed esaltata; d’istinto si mosse verso la casa del sindaco Melchiorre; che era fuggito due giorni prima: venne completamente rovistata e scardinata. La stessa sorte toccò alle case di Iadonisio, del medico condotto Dionisio Lombardi e dell’architetto Sforza, tutta gente dedita alla causa unitaria. I partigiani visitarono le case dei galantuomini e proprietari terrieri, sicuri che avrebbero dato offerte in favore della causa antipiemontese; dettero il loro appoggio con denaro e viveri i signori Samuele PeruginiGaetano FuscoNicola Rinaldi e Tommaso PesceCosmo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si diressero verso la casa comunale, ove distrussero i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nella città sannita. Dopo aver appiccato il fuoco all’ufficio anagrafe, i partigiani si diressero nella sala del sindaco ed abbatterono gli stemmi sabaudi; la bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto venne issata quella borbonica, tra le grida festanti e gli evviva della gente. Tremila persone erano in delirio, tutte felici e contente, tutte a caccia di qualche fantasma liberale. Non trovando nessuno, alcuni si diressero verso il carcere per liberare i prigionieri e altri presso la giudicatura per bruciarne i registri. Giordano andò a trovare il generale Filippo Tommaselli e i suoi stretti collaboratori borbonici. Con la benedizione di Don Epifanio, si diressero tutti sull’antico torrione per issarvi la bandiera del Regno delle Due Sicilie e per istituire un governo provvisorio. Ai partigiani di Giordano si unirono uomini di Casalduni e Campolattaro […].CASALDUNI 7 agosto 1861

[…] Il comune di Casalduni era retto dal sindaco Ursini, di idee legittimiste, borbonico, uomo saggio e probo. Convinto che i suoi concittadini sarebbero scesi in piazza da un momento all’altro Ursini, cercava di infondere il buonsenso nella gente. C’era aria di sollevazione, di turbamenti. Il sindaco conosceva la rabbia del popolo affamato da un anno di regime piemontese. Il Piemonte esigeva solo giovani per la leva e tasse, in cambio dava solo decreti repressivi e morte. Ursini era in continuo contatto con Tommaselli, ritenuto la mente civile della reazione e capo indiscusso, colui il quale manteneva i contatti con il Comitato Centrale Religioso di Napoli e le bande partigiane del Matese capeggiate da Giordano e Angelo Pica. Il buonsenso e la saggezza di Ursini erano riconosciuti da tutti, anche dai liberali del luogo, che furono avvertiti dal primo cittadino circa i pericoli in cui sarebbero incorsi in caso di sollevazione contro il regime piemontese. I contatti tra Tommaselli e Giordano erano mantenuti dal partigiano Vincenzo Maffei, amico intimo e fidato di Ursini. Il sindaco non faceva mai mancare ai guerriglieri regi viveri e cibaria varia, e questo era apprezzato anche dai proprietari terrieri, in quanto così facendo li teneva lontano dai poderi e dalle masserie. L’arruolamento tra le file partigiane era condotto da Giuseppe Ursini, fratello del primo cittadino. Per volontà di Francesco II, e per comunicazione scritta del generale Bosco, ogni arruolato riceveva 50 ducati per l’ingaggio e 40 grana al giorno di paga. Il 7 di agosto Casalduni era quasi deserta in quanto molti suoi abitanti s’erano trasferiti à Pontelandolfo per la fiera, ma verso le 18.00 qualcuno, cavalcando, portò la notizia che a San Donato erano arrivati Giordano e la sua banda, che dappertutto i vessilli borbonici sventolavano e che avevano ammazzato l’esattore Michelangelo Perugini e proclamato il governo provvisorio. Altre voci si aggiunsero alle prime, e cioè che Giordano sarebbe arrivato da un momento all’altro, ed in un baleno tutti i balconi e le finestre furono tappezzati ed abbelliti dalle bianche bandiere borboniche e le strade del paese illuminate …….. La gente si ammucchiava, cresceva di numero. Arrivati al posto di guardia, i popolani trovarono la porta chiusa, la scardinarono e si impadronirono delle armi e delle munizioni ivi depositate, abbattendo ogni cosa che puzzasse di Piemonte, ossia stemmi sabaudi e bandiere tricolori. Un altro gruppo di persone si diresse verso il comune. Erano i più esagitati; volevano incendiarlo, ma trovarono sull’uscio il sindaco Ursini che disse: – Amici, cosa volete fare? Ritornate nelle vostre case. Qui ci sono io e non Melchiorre, c’è uno di voi. Sapete come la penso, ho sempre difeso i contadini dalle grinfie dei “galantuomini”. Io sono qui, assieme a voi; Melchiorre, sindaco di Pontelandolfo è fuggito, significa che aveva l’anima sporca. Amici, ho fatto preparare il bando affinché la guardia nazionale ed i galantuomini siano disarmati, perciò vi diffido dal compiere atti che potrebbero ritorcersi contro la nostra città. Il discorso del primo cittadino fu molto efficace e la gente si disperse andando nelle proprie case […].CAMPOLATTARO 7 agosto 1861

[…] Come in tutte le città del Sannio, anche a Campolattaro si era in attesa degli eventi e della cacciata dei barbari venuti dal Nord, ossia quella progenie di mentecatti chiamati soldati e che altri non erano che assassini e predoni mercenari. Nemmeno i liberali si sentivano sicuri, vedevano con i loro occhi la gente felice per il ritorno dei Borbone, udivano con le loro orecchie le lamentele e le contumelie contro i savoiardi, contro Garibaldi, contro i massoni. Anche a Campolattaro, come in altri comuni, la gente era tutta per Francesco II. Clericali, borbonici, soldati sbandati, contadini, artigiani, giovani riottosi alla leva, stanchi dei soprusi liberaleschi e delle ingiustizie piemontesi, affamati dall’amministrazione terroristica savoiarda aspettavano la scintilla per capovolgere le istituzioni. La sera del sette di agosto Sigismondo Cifaldi e Prospero Nardone, ritornando dalla fiera di San Donato, in groppa ai loro cavalli, si fermarono al centro della piazza principale di Campolattaro e chiamarono a raccolta i cittadini gridando a squarciagola: – Cittadini, accorrete! Vi portiamo nuove notizie da Pontelandolfo. Notizie belle, notizie di giubilo, sentite!. Subito fu calca attorno ai due coraggiosi, per cui Sigismondo continuò il suo breve discorso animosamente: – Sentite, il generale Bosco ha sbaragliato le truppe piemontesi ed ora è entrato a Pontelandolfo assieme a Giordano ed ai suoi partigiani regi. La città è in festa. Nella chiesa di San Donato hanno cantato il Te Deum di ringraziamento in onore di Francesco II. I liberali, compreso il sindaco sono fuggiti, è rimasto solo Michelangelo Perugini ed è stato ucciso, la sua casa è stata bruciata. La folla, in un tripudio gioioso, disarcionò i due cavalieri e li issò in aria più volte, esultando e gridando: Viva Francesco! Viva il Papa!. La gente cominciò a cantare l’inno dei partigiani: Libertà; e pian piano il canto, con la notte, si incuneò in tutti i vichi della città. Dopo un quarto d’ora arrivarono Vincenzo di Mella e Saverio Nardone, che lavoravano a Pontelandolfo, e confermarono le cose dette da Prospero e Sigismondo. La folla si eccitò ancor di più. Di Mella cercò di calmare la gente: –Compagni, amici, silenzio per favore, devo dirvi una cosa, silenzio!. La folla ammutolì di colpo. – Sentite, abbiamo bisogno di uomini, Giordano ha bisogno di uomini e di fucili. Dobbiamo cacciare quei bastardi figli di puttana di piemontesi. Sono venuti nelle nostre terre a rubare le nostre ricchezze e a violentare le nostre donne. Vogliono il nostro sangue, sono peggio dei vampiri, sono criminali, dobbiamo scannarli tutti! Noi non siamo andati in Piemonte. Questi bastardi dicono di combattere per fa re l’Italia una e hanno venduto la Savoia alla Francia! Traditori, vigliacchi! Chi si vuole arruolare?. Subito si presentarono venti giovani. Campolattaro era in festa, le bandiere borboniche spuntavano da tutti i lati e la baldoria continuò per tutta la notte […].CASALDUNI 8 agosto 1861

[…] Verso mezzogiorno, una cinquantina di casaldunesi si avviarono verso il municipio, portavano legato il garibaldino Rosario De Angelis, ritenuto traditore e quindi da processare. Per la gente del Sud, e a ragione, sia i garibaldini sia i liberali erano servi della borghesia del Nord cioè nemici del popolo e per questo motivo da eliminare: d’altronde la repressione vigliacca dei piemontesi non dava altre possibilità. Il sergente borbonico Leone andò incontro alla folla a cui si rivolse con la dovuta autorità: – Questo garibaldino lo prendo in consegna io; non dobbiamo essere incivili, lui è solo un credulone, un idealista, gli hanno fatto credere che l’unità politica dell’Italia avrebbe portato giovamento al popolo meridionale. Ha portato solo fame e morte! I Savoia sono dei bastardi ed i liberali famelici ladri e assassini. Non dobbiamo spargere sangue fraterno. – Ma questi non hanno pietà di noi – rispose un giovanotto – sono peggio dei piemontesi. – Rosario, tu vieni con me in prigione. Non vedi cosa sta succedendo nelle nostre province? E’ possibile che credi ancora al concetto di Patria? Non vedi che la massoneria si è servita di Garibaldi ed ora lo ha isolato? Si son serviti di voi creduloni: la nostra patria è il Regno delle Due Sicilie. I piemontesi parlano un’altra lingua, sono qui solo per saccheggiare le nostre ricchezze. De Angelis: – Sergè, aggio creduto in una Italia repubblicana e aggio combattuto pe’ chisti figli ‘e puttana, senza saperlo. Vulevo n’Italia democratica, n’Italia felice e unita, n’Italia una dalle Alpi a Capo Passero, e m’a ggio sbagliato. Nun songo cecato e aggio visto le schifezze, le nefandezze e le ruberie. Se steve meglio primme. Leone: – Il Piemonte ha comprato generali ed alti ufficiali dell’esercito e funzionari. La sua politica di rapina ha provocato l’insurrezione. Ora pensa di poterla domare con il terrorismo e le fucilazioni, ma sortiscono nella gente l’effetto contrario. Un popolo affamato, religioso e civile prima di essere asservito combatte, vende cara la pelle. Un esercito di duecentomila soldati si trova sbandato e senza paga. Il governo piemontese non ha riconosciuto i gradi degli eroi di Gaeta e solo perché hanno difeso il loro re, la loro sacra bandiera, ma per i savoiardi ciò non è cosa buona. Quei militari furono fatti prigionieri e mandati a morire di freddo e di fame a Genova e a Torino, a migliaia. La gente chiede lavoro ed arrivano operai torinesi, impiegati che non sanno parlare nemmeno italiano. Che male abbiamo fatto? Siamo italiani come loro? Così intendono l’unità? In pochi mesi hanno fucilato ventimila nostri fratelli. Quei bastardi e barbari piemontesi un giorno la pagheranno! La vittoria, comunque vadano le cose, sarà degli oppressi. La storia ha sempre condannato gli oppressori. Quanta gente è costretta a fuggire sulle montagne! Son costretti a girovagare come belve per le valli ed i monti e trovare riparo in grotte ed antri e gli orfani aumentano, poveri ragazzi! I piemontesi si stanno macchiando di delitti atroci, disumani, sono dei criminali di guerra. Cominciò Bixio a Bronte, a Niscemi, a Regalbuto: fucilò centinaia di contadini, lo sapevi Rosario? – Non è possibile! Non ci credo! – E’ dura, lo so, ma quei gran bastardi stanno mettendo a ferro e fuoco un regno pacifico e prospero. Gente napoletana viene scorticata viva, viene passata per le armi senza nemmeno una parvenza di processo, basta una semplice delazione, un semplice sospetto per aver aiutato un partigiano e si è morti, e senza i conforti religiosi che per un cattolico è la cosa più grave. Molti feriti vengono lasciati morire dissanguati nelle carceri ed altri negli ospedali; molti vengono lasciati morire letteralmente di fame nelle celle ed altri ancora vengono tramortiti e buttati in mare mentre vengono trasferiti dal Sud al Nord. I prigionieri vengono fucilati sul posto. Nei pressi di Lecce tempo fa i piemontesi presero 13 prigionieri borbonici e li fucilarono, a Montefalcione hanno fucilato 47 contadini in una chiesa ove si erano rifugiati. A Somma Vesuviana altri sette. Orrori su orrori. Questi assassini un giorno la pagheranno cara, la vendetta divina non può né potrà mancare. Il destino dei popoli è nelle mani dei ministri per poco tempo, la storia è fatta di corsi e ricorsi. La maledizione divina, un giorno si abbatterà sui Savoia e sul Piemonte. Il Piemonte ha sparso sangue fraterno e su quelle popolazioni andrà la maledizione di Caino. Il sangue scorre a fiumi nelle nostre contrade. Che siano maledetti per sempre il Piemonte ed i suoi governanti. Noi vogliamo una Italia civile e concorde, noi borbonici così l’abbiamo sempre intesa e ciò ci ha dato pace e benessere. I piemontesi la vogliono una ed indivisibile perché vogliono dividere solo i loro debiti. Ora vieni in prigione con me e voi tutti – rivolgendosi alla folla – andate nelle vostre case, a De’Angelis penso io. Il garibaldino fu trascinato nel carcere di Pontelandolfo, ma il nuovo governo provvisorio decise di liberarlo; verso Fragneto, riconosciuto, fu ammazzato da alcuni contadini […].CAMPOLATTARO 8 agosto 1861

[…] Il vice di Cosimo Giordano ……… si recò di corsa, col suo cavallo veloce, a Campolattaro per dare disposizioni se notizie a Carlo Tommaso Bisconti, acerrimo nemico dei piemontesi e patriota ardente e sincero. Arrivato al suo cospetto riferì: – Tommà, tutto il Sud è in rivolta, aimmo pigliate Casalduni e Pontelandolfo, ovunque sventolano le bandiere gigliate, viva il Regno delle Due Sicilie! Devi arruolare più gente che puoi, i piemontesi non staranno a guardare. Bisconti: – Non c’è problema, chiamo Di Mella e Saverio Nardone, loro già sanno a chi rivolgersi. Dopo un’ora si presentarono venti persone, che ……… si diressero al vicino corpo di guardia, disarmarono i presenti e presero tutto ciò che poteva servire. Prima di andare, abbatterono il busto di Vittorio Emanuele Il, lo stemma sabaudo e la bandiera tricolore, che venne sostituita da quella borbonica. Intanto s’era sparsa voce che nel paese era arrivato il vice di Giordano e la gente cominciò a tripudiare e gridare: – Evviva! Evviva! A morte i piemontesi, andiamo ad ammazzare chi ci ha affamato!. I liberali erano fuggiti la sera precedente. Sentite le notizie provenienti da ogni dove, la folla incendiò le case di Don Luigi Tedeschi e di suo fratello Salvatore e quella di Don Carlo Nardone, liberali affamatori […]PONTELANDOLFO 9 agosto 1861

[…] A Pontelandolfo l’amministrazione comunale insediatasi due giorni prima, prioritariamente stava organizzando i soccorsi ai più bisognosi e indigenti. La fame stava distruggendo intere famiglie; i liberali erano fuggiti con tutte le loro sostanze. Tommaselli diede ordine ai partigiani di assaltare la diligenza del Sig. Pedata. Il Comune aveva bisogno di soldi, servivano pane e farina, a pagare dovevano essere quelli che avevano causato il disastro economico e civile, cioè i liberali ed i piemontesi. In verità avrebbero dovuto organizzare un esercito di 100.000 uomini, sbarcare a Genova, saccheggiare tutti i paesi della Liguria e del Piemonte e massacrare i loro abitanti, ma i popoli meridionali sono sempre stati civili, non hanno mai invaso territori altrui e sono diventati belve quando hanno visto insidiate le loro donne e la loro libertà. Pontelandolfo in quei giorni era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio; nel suo territorio erano confluiti i guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e Campolattaro. Erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II. Dopo mesi di stenti, i primi a patire la fame furono i vecchi, i malati ed i bambini. Per strada si vedevano relitti umani, rinsecchiti e ridotti a pelle e ossa, i più deboli perirono, e furono molti, molto più dei fucilati e degli imprigionati dai vigliacchi piemontesi. Vittorio Emanuele II, Cavour e Ricasoli, la destra storica, i liberali, la massoneria tutta saranno maledetti per l’eternità dalle popolazioni meridionali e tutte le strade e scuole a loro intitolate dopo l’unità d’Italia un giorno saranno cancellate dalla toponomastica e le loro statue abbattute. Trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra. La carrozza era scortata da truppe scelte e, quando arrivò nei pressi di San Donato, fu attaccata dai partigiani ……… Francesco ParciasepeAntonio Longo CristoforoDomenico Petronzio fu Giovanleonardo e da Antonio Ciarlo fu Libero Monaco, mentre gli altri coprivano le loro spalle appostati sui ciglioni della strada ……… In un baleno i venticinque guerriglieri acquattati sui ciglioni della strada balzarono nei pressi della carrozza con i fucili spianati, disarmarono la scorta e fecero uscire i passeggeri; tra loro vi era anche un capitano piemontese, tale Campofreda. L’azione fu incruenta: a nessuno fu torto un capello, a tutti furono rubati i soldi ed i loro preziosi. Il capitano piemontese tremava, pensava tra sé e sé che era giunta la sua ultima ora, ma ai partigiani non importava nulla della sua vita, a loro importava solo il denaro …….. Domenico Petronzio con una pietra sfondò la parte della carrozza ove era situato lo stemma sabaudo, altri due suoi compagni sfilarono i cavalli e tutti insieme, con le bandiere bianche al vento; cavalcarono verso la chiesa di San Donato. Si affiancarono altri cento guerriglieri che stazionavano in località Prainella indossavano tutti camicie bianche racchiuse da una benda rossa, simbolo dei Borbone. Da San Donato a Piazza del Tiglio furono accompagnati dalla banda musicale, che suonò l’inno nazionale di Paisello. Fino a notte inoltrata tutta Pontelandolfo festeggio i partigiani. Finalmente molti bambini potettero mangiare un pezzo di pane. Su a le Campetelle si ballava la tarantella e a Piazza del Tiglio si cantava l’inno dei partigiani Libertà. Mentre la gente si divertiva, Giordano stava interrogando la presunta spia garibaldina Libero d’Occhio, che faceva la spola tra i manutengoli ed i liberal massoni Iadonisio e De Marco, che riferivano ai piemontesi. Avendo saputo le cose che voleva sapere, Giordano fece fucilare Libero d’Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria […].CAMPOBASSO 9 agosto 1861

[…] Il Sannio ed il Molise erano praticamente liberi. In tutti i paesi le bandiere borboniche sventolavano sui pennoni più alti; anche Cerreto Sannita era praticamente isolata e così Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fece arrivare questa informativa a Cialdini“Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio si trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni” […].CAMPOLATTARO 10 agosto 1861

[…] Campolattaro era in festa, tutta la città era imbandierata di bianco; la bandiera borbonica sventolava dappertutto1 la gente era felice e la rabbia repressa e nascosta per mesi nei loro animi, di volta in volta esplodeva castigando i liberali e le loro case che venivano incendiate. Verso sera la folla si diresse verso la casa del Notaio Armando Nardone, ne abbatterono la porta a colpi di scure e qualcuno gridò: –Incendiamo tutti i registri e le schede notarili, i liberali si sono appropriati dei beni demaniali, della nostra terra, dove porteremo le nostre pecore? Dove andremo a far legna? Quando c’era Francesco Il questo non succedeva. Le terre demaniali sono sacre e permettevano a noi tutti di vivere bene. Forza! tutti all’assalto!. Fu un via vai di gente; tutti a portare quelle cartacce in piazza; furono bruciate tra canti di gioia ed urla. Altri si diressero verso la casa del Cav. Giosuè D’Agostino, che venne svaligiata. Si dice che vi trovarono, nascosti in una botte, 12 mila ducati; veramente una fortuna, un tesoro, che certamente era stato accumulato dal liberale speculando spremendo e affamando i contadini. Dopo aver saccheggiato le case dei liberali, i ribelli reazionari presero strade diverse; alcuni andarono a ringraziare il Signore nella chiesa del paese, altri tornarono nelle proprie case, altri ancora andarono ad unirsi con i partigiani di Giordano, mettendo a disposizione della causa comune i soldi sequestrati nella casa del D’Agostino […].CAMPOBASSO 10 agosto 1861

[…] Il governatore di Campobasso era allarmato e stava m continuo contatto con la Luogotenenza di Napoli e col governatore di Benevento. Cialdini, da Napoli, aveva mandato ordini precisi al generale De Sonnaz: stroncare col sangue qualsiasi accenno o fermento di ribellione. Il colonnello del 36° Fanteria ordinò al tenente Cesare Augusto Bracci di portarsi verso Pontelandolfo “per fare argine ai briganti e di battersi solo se sicuro di vincere”. Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci, a capo di trentasette bersaglieri e cinque carabinieri, partì da Campobasso. Appena fuori dalla città molisana la truppa piemontese cominciò a razziare i campi e le case dei contadini. Alla stessa ora cinquanta partigiani ……… con i loro cavalli veloci, si diressero verso Guardia Sanframondi, ove disarmarono la guardia nazionale e assalirono la casa del cassiere del Comune di Faicchio, prelevando fucili e denaro […].PONTELANDOLFO 10 agosto 1861

[…] Tirava aria di festa a Pontelandolfo; era sabato e qualcuno finalmente cominciò a riassaggiare un tozzo di pane. Con i soldi sequestrati dai partigiani, Tommaselli, come prima cosa, pensò di sfamare le famiglie che più avevano bisogno. I bambini, saputo che al comune distribuivano il pane, facevano festa e corsero tutti in frotta nei pressi del Torrione medievale ……….. La città era in festa; finalmente era amministrata dal popolo vero, vivo. I liberali erano fuggiti. Quella mattina, oltre alle bandiere gigliate, i cittadini ebbero la sorpresa di vedere i muri delle case tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. Le case di Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro e dei paesi liberati furono imbiancate dai manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano, era il proclama del Comandante in Capo Chiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni ……… Le parole del proclama erano alte e toccanti e infiammarono ancor di più gli animi della gente che era decisa più che mai a lottare contro la barbarie piemontese. Mentre a Casalduni la folla cantava il Te Deum nella piazza principale, Giordano si diresse verso San Lupo a caccia di armi che ottenne dalla guardia nazionale. Il liberal massone Jacobelli, spia di Melchiorre, ex sindaco di Pontelandolfo, riuscì a sfuggire alle grinfie dei partigiani regi. Era nascosto a San Lupo […].CASALDUNI 11 agosto 1861

[…] La voce dei disordini di Pontelandolfo arrivò fino a Napoli. Il macellaio piernontese Cialdini covava vendetta nel suo animo; da tutto il Meridione arrivavano notizie di città e paesi liberati dai partigiani borbonici e Casa Savoia era allertata al massimo, per cui dà Torino arrivavano a Napoli dispacci allarmanti e duri. I contadini, organizzati militarmente nelle bande partigiane, anche se male armati, davano lezioni di guerriglia; l’armata piemontese veniva umiliata continuamente. Era quella una guerra non dichiarata, l’esercito piemontese non aveva di fronte un altro esercito, e la cosa che più faceva imbestialire gli alti comandi savoiardi, era il fatto che quei “briganti” non osavano affrontarli in campo aperto e loro molte volte erano costretti a prendere a cannonate gli Appennini, ammazzando qualche camoscio e qualche cervo con i cannoni rigati, gli stessi che avevano bombardato e rasa al suolo Gaeta, città martire. Ad ogni disfatta dei suoi uomini il criminale di guerra, nonché macellaio, Cialdini, dava ordini di ritorsione terribili, che, secondo la sua ottusa e mostruosa immaginazione dovevano servire a rendere mansuete le popolazioni del Sud. Tali ritorsioni consistevano nel fucilare senza pietà la classe infima composta da contadini, operai e artigiani, gente colpevole solo di difendere la propria terra dagli incendi che, senza pietà, i bersaglieri appiccavano ai pagliai e ai raccolti. I piemontesi rubavano tutto: galline, pecore, maiali, conigli. Questi erano gli ordini. Non poche volte si diedero agli stupri di massa. La rabbia dei contadini aumentava di giorno in giorno e si scaricava in sommosse spontanee contro i centri di potere che rappresentavano i barbari cisalpini e contro i liberali loro servi e lacchè. La gente del Sud era fondamentalmente buona, timorata di Dio, attaccata alle tradizioni secolari e gelosa fino al parossismo dei propri costumi, delle feste religiose, della propria lingua, dell’attaccamento alla casa regnante borbonica; gelosa della famiglia che riteneva sacra ed indivisibile. Si concepivano tanti figli quanti una famiglia ne potesse sostentare; i contadini erano gelosi delle loro donne come lo erano della proprietà e delle terre demaniali che i sovrani borbonici lasciavano sfruttare al popolo con leggi adeguate. La gente del Sud era attaccata ai valori ed ai comandamenti della chiesa cattolica, ai suoi dogmi, alle sue leggi, alla sua morale; venerava e frequentava i sacri templi. I piemontesi osarono attaccare le fondamenta della società meridionale ed i contadini si ribellarono; presero subito coscienza che qualcosa di grande si stava abbattendo sulle loro teste, sulle loro famiglie. I cafoni, la classe infima, abituata da sempre ai sacrifici, al duro lavoro dei campi, al peso della zappa, al freddo polare degli inverni della dorsale appenninica e al caldo torrido delle estati di quelle zone, presero il fucile e ad ogni sparo sentivano qualcosa di bello liberarsi dentro l’anima. I contadini dovevano difendere il loro Re, la loro religione, la loro terra, i loro boschi, le loro donne, la loro dignità, la loro libertà dalle mani luride ed appiccicose dei piemontesi. A Pontelandolfo voci davano per certo ed imminente lo sbarco di Francesco II a Napoli; tutto era tranquillo, era domenica ed il caldo era tremendo. Nella chiesa di San Donato il prete stava celebrando la messa cantata mattutina, quando tra le gente si sparse la voce che una compagnia di piemontesi stava razziando le campagne attorno a Pontelandolfo. – I piemontesi stanno saccheggiando i nostri raccolti, setacciano le case e si stanno dirigendo qui! – gridò qualcuno. – Armiamoci, sono sfuggiti al generale Bosco, ammazziamoli, dobbiamo vendicare i nostri fratelli molisani ed abruzzesi – gridò qualcun altro. Infatti era vero, il luogotenente Cesare Augusto Bracci stava conducendo una compagnia del 36° fanteria da Campobasso a Pontelandolfo. Aveva fatto tappa a Sepino per rifocillare la truppa, ma, non trovando buona accoglienza, proseguì, impaziente di imbattersi con i partigiani, verso Pontelandolfo (5). Bracci era stato mandato a Pontelandolfo, con quaranta bersaglieri e quattro carabinieri, per ristabilire l’ordine piemontese e le regole che Cialdini aveva dettato a Napoli il giorno del suo arrivo. Non erano regole ma ordini del più forte: fucilazioni, fucilazioni e poi ancora fucilazioni. Man mano che la pattuglia si avvicinava al paese, il tenente Bracci s’accorgeva dell’ostilità della gente verso i piemontesi: Andate via! gridavano dai campi. – Andate via, morirete tutti! Pallanzoni, andatevene, non vi vogliamo, il generale Bosco vi massacrerà. – Dov’è il generale Bosco? – E’ arrivato a Benevento. Il comandante della pattuglia non si sentiva più sicuro; sentendo la messa mattutina cantata nei pressi di San Donato, gli suonò come un triste presagio e decise di mettere uno straccio bianco sulla baionetta del suo fucile, in segnò di pace. In fila indiana la sua pattuglia si diresse verso piazza del Tiglio; vedendo i muri tappezzati col proclama del generale Chiavone, qualche bersagliere fu preso da raptus patriottico e istintivamente strappò qualche manifesto. Non appena arrivati in località Borgotello udirono dei colpi di fucile. Un bersagliere rimase stecchito. Le campane suonavano a stormo per dare l’allarme, la gente scappava sulla montagna a piedi o a cavallo, mentre i bersaglieri piemontesi si accostarono ai muri delle case con i fucili spianati verso la folla che si stava accalcando sulla piazza. I militari savoiardi rimasero sorpresi nel vedere la città imbandierata di bianco, vedevano bandiere borboniche dappertutto e i manifesti di Chiavone, parlottavano fra loro in dialetto piemontese, incomprensibile agli indigeni. La gente li osservava, scrutava ogni mossa dei bersaglieri e ne seguiva i movimenti. Il tenente Bracci vide un signore avvicinarsi e gli chiese: – Senti, quelli che stanno scappando sulla montagna sono briganti?. Golino, era il nome di quel signore, che rispose alla domanda dell’ufficiale livornese: – No, sono pacifici cittadini; hanno paura che succeda qualcosa e vanno in montagna per farsi proteggere dai partigiani. Bracci: – E le autorità? Dove sono?. Golino: – Son fuggiti tutti. Qui, Signor Tenente, sono tutti dalla parte dei Borbone. Il sindaco e gli altri sono fuggiti ed ora la città è amministrata da un governo provvisorio. Bracci: – Portaci qualcosa da mangiare, abbiamo razziato ben poco. Golino: – Non c’è niente da mangiare, se mi vedono portarvi qualcosa i paesani mi ammazzano. In quel momento giunse un soldato rimasto indietro e con affanno rivolgendosi al suo ufficiale, disse: Sior tenente, sono riuscito a scappare dalle mani di questa gente, sono tanti, hanno ammazzato uno dei nostri. Bracci: – Dio cane! Dobbiamo metterci al riparo, sono tanti; forza, andiamo lassù!. La pattuglia si diresse verso Pian della Croce; i soldati si appostarono e cominciarono a sparare alla cieca sulla folla ferendo molti cittadini. Questo episodio incarognì la gente. Due soldati che erano rimasti in una bettola all’ingresso del paese, e che stavano tracannando vino a scrocco, vennero accerchiati dai partigiani ……… il vice di Giordano, in un baleno disarmò i due, sottraendoli ai suoi compagni che avrebbero voluto ammazzarli. Questi ultimi furono fermati con decisione da Domenico Brugnetti, cocchiere di Don Giovanni Perugini, che, rivolgendosi al guerrigliero Michelangelo Pistacchio disse: – Michè, lasciali stare, sono di leva e sono contadini come te, guarda le loro mani, vengono comandati ……….Dal Piano della Croce i soldati piemontesi passarono alla masseria di Don Saverio Golino. Appena giunto al casino del Golino, il tenente Bracci gridò come un ossesso: – Prendetemi i contadini, sono tutti briganti, li fucilo tutti senza pietà!. Sentendo quelle parole, il padrone della masseria rispose: – Sig. Tenente, non faccia fesserie, qui ci scannano tutti se torcete un capello ad un pontelandolfese; piuttosto faccia rifocillare i suoi soldati, qui ce n’è per tutti. Bracci: – Grazie, dio cane! Qui siamo esposti, se ci attaccano moriremo come topi. Golino: – Andate nella torre medievale, è inespugnabile, lì siete al sicuro in attesa di rinforzi. Bracci: – Avete ragione, compagniaaaa!!! Avanti, march!!!. Si incamminarono di nuovo verso Pontelandolfo, portandosi a mo’ di ostaggio il Golino. Arrivati a Pontelandolfo, i militari piemontesi scavalcarono il muro di cinta della torre medievale e si accamparono nel giardino. Il tenente Bracci, confortato dal Golino, si rivolse ai proprietari della torre e chiese del vitto che regolarmente fu portato assieme a del buon vino. Intanto si sentivano echeggiare colpi di fucile in aria, Bracci era nervoso, si sentiva accerrchiato, si sentiva come un corpo estraneo, si sentiva odiato dalla gente e soprattutto, da buon toscano, stava prendendo coscienza di una cosa molto semplice: il Sud non voleva saperne dei piemontesi. Comunque doveva difendere la sua bandiera ed i suoi uomini: decide di mettere delle sentinelle sulle mura di cinta. Una di esse dopo poco avvertì il suo ufficiale che molti contadini stavano riunendosi nella piazza e che avevano cominciato a sparare contro la torre. Il tenente Bracci, forse inesperto, forse ingenuo, ascoltò i consigli, certamente interessati del Golìno, e pagò un prezzo altissimo. Infatti, il Golino, per timore della sua vita, temendo di passare per spia piemontese, consigliò al tenente di sloggiare la torre e dì incamminarsi con la sua truppa verso San Lupo, che era un posto più tranquillo …… Dalla piazza i contadini sparavano contro la torre, i piemontesi rispondevano al fuoco mentre abbandonavano quel posto sicuro. Raggiunsero le Campetelle; da lassù sì videro molti partigiani a cavallo nei pressi della masseria Guerrera e, per paura che i guerriglieri li raggiungessero, si diedero alla fuga in ordine sparso. La gente del paese seguiva le mosse dei soldati del 36° fanteria e, vedendo quei militi fuggire, pensò che stesse per arrivare il generale Bosco con il suo esercito. Qualcuno gridò: – Inseguiamoli, non hanno palle, sono coraggiosi solo contro donne e bambini, uccidiamo quei maledetti piemontesi. Le grida si facevano più assillanti. Le donne erano le più feroci in quanto da qualche tempo non avevano più cosa mettere sul fuoco per far mangiare i loro figli; buttavano pietre contro i soldati, i quali, attraverso la via Molino di Sotto erano riusciti ad arrivare presso la via consolare Benevento-Campobasso. Intanto i partigiani di Giordano, assieme ad un gran numero di contadini riunitosi sulla Prainella, dopo una breve consultazione, cominciarono ad inseguire i piemontesi. I savoiardi, arrivati sulla sommità della collina San Nicola, accorgendosi che la strada per San Lupo era bloccata dai partigiani si diressero verso Casalduni, inseguiti dalla folla inferocita. Arrivati nei pressi della cappellina De Angelis, i soldati piemontesi, inorriditi e stanchi, udirono il suono delle campane di Casalduni. Le campane, che dapprima suonavano a stormo per allertare la popolazione, trasformarono il loro suono in un rintocco mortale. I piemontesi erano stati condannati a morte. A Pontelandolfo la fuga dei militari savoiardi venne salutata col tripudio dei suoi abitanti, che videro in essa la resa del Piemonte. Finalmente la giustizia stava trionfando e la bandiera borbonica sventolava alta sulla torre medievale. – Viva Francesco! Viva lu rre! gridava la gente. Intanto i soldati piemontesi nelle vicinanze della cappellina De Angelis, presso Casalduni, s’erano sdraiati per terra. Erano stanchissimi, da ventiquattr’ore praticamente stavano marciando senza riposo; e mentre stavano per godersi quel riposo vennero sorpresi dal sergente borbonico Angelo Pica e dal suo vice Pellegrino Meoli, che erano a capo di una trentina di soldati sbandati del disciolto esercito napoletano. Cominciò una sparatoria tremenda ed i partigiani di Pica accopparono due militi piemontesi. Dopo questo episodio, un subalterno si rivolse al tenente Bracci insultandolo: – Toscano di merda, chi ti ha dato i gradi di tenente? Tu non sai comandare nemmeno una femminuccia; sei un bastardo, sei peggio dei cafoni! Dal fucile del milite partirono due colpi: il cuore del tenente Bracci fu spappolato. L’ufficiale livornese morì all’istante, mentre il militare insubordinato, quasi preso dalla follia, ridendo, disse ai suoi commilitoni: – Ora ci lasceranno stare; eh, eh, eh, il capo è morto!- e rivolgendosi ai partigiani: – Sentite, il tenente è morto, ci arrendiamo!. Il destino di quei poveri disgraziati stava per compiersi. Un sergente non volle consegnarsi ai partigiani e rimase nascosto nella boscaglia, tra i rovi. Il sergente Pica ed i suoi uomini, dopo averli disarmati, fecero incolonnare i piemontesi e si diressero verso Casalduni, ove i militari napoletani furono accolti da una folla festante che gridava: – Morte agli scomunicati! Morte agli infrancesati! Viva Francesco! Uccidiamoli tutti! A morte! A morte! Sono ladri ed assassini!. La piazza di Casalduni era piena di gente, forse curiosa di vedere da vicino i soldati piemontesi sconfitti. – A morte! a morte! – continuava a gridare la gente. Tra la folla venuta a salutare i soldati napoletani in piazza vi era persino il vice sindaco Nicola Romano, che aveva fatto brogli durante il Plebiscito di annessione; anche lui gridava contro i militari piemontesi: – A morte! A morte! Mi hanno obbligato, mi hanno ricattato, – ma il popolo conoscendo gli scempi che costui aveva consumato in danno della Patria napoletana lo condannò a morte. Fu legato ad un albero della piazza e fu fucilato istantaneamente. Quella era la morte che spettava ai traditori. I militari piemontesi erano bersaglio di sputi e di insulti; d’altronde si erano fatti odiare dalla gente per le rapine, per i saccheggi e per gli stupri. Il sergente Pica voleva salvare i soldati piemontesi – erano lì non per colpa loro, erano stati comandati, erano esecutori di ordini – e li portò in Largo Spinella. Il militare piemontese che aveva assassinato il tenente Bracci si rivolse al Pica: Senti, terun, vi abbiamo battuti a Gaeta, vi battiamo ovunque; siete un esercito di merda, lascia teci andare o appena saranno arrivati i nostri vi farò fucilare tutti. Pica: – Intanto qui comando io, e questa volta a perdere siete voi piemontesi, ma, bastardo che non sei altro, vieni a dire a me che faccio parte di un esercito di merda? Ho combattuto a Milazzo, a Calatafimi, sul Volturno, sul Garigliano e a Gaeta, e se ci troviamo in queste còndizioni è perché i nostri generali si sono venduti. Ho visto come trattate i prigionieri, ho visto come trattate il popolo, ho letto i vostri bandi, ho visto migliaia di contadini appesi, impiccati o fucilati. Dovresti vergognarti di appartenere al genere umano, siete peggio delle belve; ho visto donne e bambini violentati e sgozzati, ho visto interi raccolti bruciati, case arse. Il viso di Pica diventava sempre più teso, paonazzo; il sangue nelle vene gli ribolliva, piano piano lo sentiva salire al cervello, la mente si offuscava. L’odio per gli invasori stava riempendo il suo animo, la rabbia stava esplodendo. In quel frangente la mente del sergente Pica era assalita dalle immagini di migliaia di morti visti nei campi di battaglia, dei cadaveri di contadini impiccati come capretti. La mente del sergente Pica fu devastata da immagini di chiese spogliate, della sua adorata Patria saccheggiata, mortificata. Ad un tratto egli si rivolse ai trentasette militari piemontesi e disse loro: – Brutti bastardi e vigliacchi, senza aver dichiarato guerra avete invaso la mia patria e vi siete macchia ti di delitti efferati, siete degli infami e sarete processati dal popolo che avete affamato. Si tenne un processo sommario: i soldati borbonici sbandati volevano salvare la vita ai piemontesi, ma i cittadini di Casalduni optarono per la morte. Furono fucilati tutti. Erano le 22,30 dell’11 agosto del 1861. Il loro reato fu giudicato gravissimo: avevano invaso un regno pacifico senza dichiarazione di guerra; avevano fucilato migliaia di contadini e giovani renitenti alla leva piemontese […].LA FUCILAZIONE

[…] La fucilazione avvenne in Largo Spinella. I militari piemontesi furono spogliati delle divise e portati alla morte come delinquenti comuni. Unico a salvarsi fu il sergente che si era nascosto nella boscaglia; essendo stato scoperto fu portato dai contadini a Pontelandolfo, ove, sotto l’incalzare della folla, si accucciò sui gradini della chiesa, si inginocchiò e giurò sui suoi morti e sui sacramenti della chiesa che se lo avessero lasciato libero, mai più avrebbe combattuto contro Francesco II. Fu liberato e si diresse verso Benevento. Avverti il Generale De Sonnaz dell’accaduto […].12 AGOSTO 1861

[…] A Pontelandolfo sembrava essere tornata la calma dei tempi andati: i contadini erano intenti al lavoro dei campi e gli artigiani alla costruzione dei loro oggetti. La gente era allegra, parlava dei fatti successi il giorno precedente e della fucilazione dei soldati piemontesi avvenuta a Casalduni. I partigiani stazionavano tutti sull’altura della Prainella, come a guardia dei paesi sanniti in rivolta. La notizia degli avvenimenti di Casalduni arrivò alle orecchie del cavaliere Iacobelli in quel di San Lupo, il quale, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate pensò di dirigersi verso la città del sindaco Ursini. Strada facendo, si accorse ben presto che la sua sarebbe stata un’azione suicida; le montagne erano controllate dai partigiani e la gente, tutta, era dalla parte degli insorti. Decise, il triste Iacobelli, di dirigersi verso Morcone, ove c’era il coordinatore liberal massonico da cui prendeva ordini. I due, vedendo la situazione precipitare di giorno in giorno, stabilirono di spedire al luogotenente Cialdini una missiva, che praticamente decretava la fine di Pontelandolfo e Casalduni. Eccone il testo:

“Eccellenza, Quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d’Italia, il giorno il agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell’abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’esempio alle altre popolazioni del sud”. IACOBELLI

Ecco i servi del Piemonte, ecco i lacchè, ecco la malvagità umana diventare barbarie, ecco chi ha fatto l’Italia una. Questo signore invoca il ferro ed il fuoco; questo signore per farsi grande nei confronti del criminale di guerra Cialdini chiede a quest’ultimo di arrostire tutti gli abitanti dei due paesi sanniti! Viva l’Italia una ed Indivisibile! Viva i liberali! Viva Vittorio Emanuele Il, viva la democrazia liberale che per bocca di Iacobelli ammette che il popolo tutto accorse ad accoppare i soldati piemontesi e per questo motivo doveva essere castigato! Ma la democrazia non è consenso? Per i piemontesi no, quei signori non hanno mai conosciuto la parola democrazia nella loro storia. Intanto Cosimo Giordano ed Angelo Pica furono chiamati a Pontelandolfo per prendere nuovi ordini dal Generale Filippo Tommaselli e per stabilire un piano per respingere eventuali attacchi. Infatti al Tommaselli erano arrivate notizie circa duecento bersaglieri che stavano marciando verso Pontelandolfo con alla testa il garibaldino De Marco. I soldati si erano fermati a Solopaca in attesa di ordini; a San Lupo stazionavano altre duecento guardie nazionali. Ciò allarmava Tommaselli […].AVANTI SAVOIA!PONTELANDOLFO 14 agosto 1861

[…] A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni, la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II. Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno propendeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue. Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era comandata dal generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato migliaia di Meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari. I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini. Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del 14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché ad un eccidio, che, a memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava. Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava dirigendosi verso Casalduni. Era composta da 400 uomini ed aveva per guida il liberal massone Jacobellitraditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari. Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz. Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte. L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per questo. La banda di Cosimo Giordano bivaccava ad un chilometro da Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominavano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta ……. Erano tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti a lunghe cavalcate per scoscesi sentieri ……… Il Colonnello Negri, impettito e baldanzoso, sicuro di sé, a testa alta, in sella al suo cavallo nero, attorniato dai suoi sottoposti, con alla destra il traditore De Marco e alle spalle altri due feccisti liberali del paese nonché spie, avanzava spedito verso Pontelandolfo, e rivolgendosi al garibaldino disse: – De Marco, oggi assisterai ad una pagina che sarà scritta sui libri di storia; daremo una lezione a questi cafoni, la notizia si spargerà in tutto il Sud che ha osato ribellarsi ai voleri di casa Savoia…. Una scarica di pallottole interruppe il colonnello piemontese. Tutti scesero dai cavalli, qualcuno cadde morto, altri furono feriti, altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare sul mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò non più di dieci minuti, fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo, si diedero alla fuga ……… I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine ad un plotone di comporre le salme dei soldati caduti. – Tutti in sella! – ordinò il colonnello ai componenti la colonna: -Avanti!!! – con piglio militaresco ed autoritario, deciso. Con la mano destra indicò la strada che conduceva a Pontelandolfo. – Avanti Savoia!!! In nome di Vittorio Emanuele massacriamo questa canaglia. Un soldato avrebbe dato la caccia a quelli che Negri chiamava briganti e che avevano steso venticinque suoi uomini, ma l’ufficiale piemontese, come la maggior parte dei militari savoiardi, era un assassino spietato, un delinquente, un codardo, un pusillanime, e preferì essere iscritto per l’eternità nell’albo dei più feroci criminali di guerra. I cinquecento bersaglieri circondarono il paese, tutti ben appostati, fucili alla mano, pronti a far fuoco. Ad un cenno del colonnello Negri, un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Prelevarono dalle loro abitazioni Giovanni Perugino e Iadonisio. Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Dar fuoco alle case fu cosa facilissima, in quanto i bassi erano colmi di fieno e stipati di legna secca che i contadini erano soliti mettere al riparo per usarla d’inverno. I bersaglieri di alcuni plotoni erano intenti a mettere fascine dì paglia agli ingressi delle stalle; con calci buttavano a terra le porte e con le torce appiccavano il fuoco. I vicoli erano sbarrati da tre o quattro soldati, la città in meno di mezz’ora era diventata un immenso rogo. Iniziò così l’eccidio di Pontelandolfo. L’ora mattutina e soprattutto la convinzione della restaurata libertà facevano fare sonni tranquilli e beati alla popolazione. Alzarsi di botto e vedere quegli assassini che stavano incendiando le loro case, provocò, in molti un’autodifesa naturale. Molti si armarono di roncole e forche ma i fucili dei pennuti piemontesi avevano la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto; altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio. Pochi riuscivano a raggiungere la fine del vicolo, subito abbattuti dai piemontesi, senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti di bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e fuoco. Tutto il paese bruciava; i lamenti salivano al cielo, ed ancora grida ed urla. Nicola Biondi, contadino di sessantanni, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni e la violentarono a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna e per il dolore. Il bersagliete che la stava violentando, quasi indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alzò e le sparò. Il padre della ragazza cercava di slegarsi, usava tutte le sue forze, cercava di liberarsi dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue usciva dalla sua pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero perfino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della diletta figlia Concettina. Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio, stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più esagitato; dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco, forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da meno, sparavano, sparavano, sparavano. I cadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle loro case. Ad un certo punto Negri gridò: – Questo paese ha seimila abitanti, li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, perciò briganti e quindi nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, nemici dei bersaglieri, nemici del mondo. Essere nemici della nostra patria è peccato mortale. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, andateli a scovare nelle loro tane, nei loro nascondigli, nei pozzi, nelle cisterne. Ammazza teli tutti, senza pietà, uomini, donne, vecchi e bambini, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti. Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri così ha descritto quell’episodio: “,… il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresa glia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi mani poli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo.. (6). Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri ed il generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia ufficiale sabaudorisorgimentale, molte strade e molte piazze sono ancora oggi a loro intitolate: Via Rossi, Maggiore ed Eroe Di Pontelandolfo; Via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo; Via De Sonnaz, Conte e generale piemontese, eroe di Casamari, Perugia e Pontelandolfo; Via Cialdini eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, Montefalcione, Auletta, ecc., ecc. Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano l’unità d’Italia! Il generale Cialdini, aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De Sonnaz, altro azzurro con coccarda. ll De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che amava incendiare interi paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Witt. Ebbene, questi delinquenti di guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci nel Lombardo-Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e massacrando i loro fratelli napoletani. L’eccidio cominciò alle quattro di mattina. I partigiani, che erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato 25 piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a suonare a stormo le campane ….(7) Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio ….. Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano che era andato a suonare l’allarme sul campanile) … Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia… Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza. Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti. Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti, qualche parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: – Piastre! Piastre – dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: – Dove avete le piastre, piastre o morte. I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti. La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861. Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise. Due dei giovani, che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto! I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il Re Borbone. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante a Pontelandolfo. I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco. L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: – Sig. Colonnello, siamo venuti qui da liberali, da unitari e nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza per quello che sta accadendo nel paese. Negri: – Cosa sta accadendo? Rinaldi, così si chiamava l’avvocato: – I bersaglieri stanno incendiando tutte le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti. In nome di Dio, li fermi!. Negri: – Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?. Rinaldi: – Sig. Colonnello, ciò che lei dice contro le più elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e giudicati da un tribunale. Negri: – Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello che stai vedendo. La vendetta militare. Rinaldi: – Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa. Negri: – Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte. Rinaldi: – Sig. Colonnello, questo è un eccidio, passerete alla storia come un criminale di guerra, un assassino!. Negri: – Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucila teli, sono come gli altri, sono terroni, liberali o non liberali, fucilateli! I veri liberali stanno a Torino. Dieci bersaglieri presero i Rinaldi, li svuotarono dei soldi che avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione; gli fu negato. Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando ai piemontesi: – Assassini maledetti! – furono raggiunti dai pallettoni mentre sputavano verso il plotone d’esecuzione. L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato colpito da nove pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri, si avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta. La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata, incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette. Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda azzurra come segno di fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano alla casta militare piemontese, tutti di fede massomca. Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuavano senza sosta come pure gli assassinii. Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state denudate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffiò a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari. Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Due di quei soldati, di fede cattolica, rubarono il mantello della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa. Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri i due eroi piemontesi, credendo crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo e implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato con lui la chiesa era morto inspiegabilmente. Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre, madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto è al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento. Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri ascoltarono quest’ultimo: – Soldati, oggi avete scritto una pagina memorabile per la storia d’Italia. Vi siete comportati da eroi, da veri soldati. Tutto il ricavato del saccheggiò è vostro e vi sarà concessa pure una breve licenza premio. Forza Italia! Viva l’Italia! Ed ora in marcia verso Benevento, siamo a secco di munizioni e se arrivano i briganti non potremo difenderci, avanti marchhhh!!!. La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo motivo dai beneventani fu chiamata caserma del Gesù […].CASALDUNI A FERRO E FUOCO

[…] Il 25 aprile del 1861, Carlo Melegari, bersagliere di Sua Maestà Vittorio Emanuele II, fu promosso Maggiore e prese il comando del 18° battaglione di stanza a Borgo San Donnino. Dopo due mesi di dure esercitazioni in montagna, il neo promosso maggiore ebbe ordine dal Comando della Divisione di Piacenza di partire per Napoli agli ordini del luogotenente Generale Cialdini. Era il 3 agosto ed il caldo soffocante fiaccava le forze della truppa. Cialdini, sapendo che l’ozio origina sempre i vizi, per mantenere in forma i suoi soldati, li spedì sulle Mainarde a conoscere il terreno e a riparare i fili del telegrafo che i partigiani sudisti avevano distrutto. L’11 agosto il maggiore Melegari ricevette l’ordine tassativo di rientrare immediatamente in Napoli con il suo battaglione. I giornali riportavano la notizia della rivolta contadina di Pontelandolfo e Casalduni; poiché ormai la stampa era solo filogovemativa, la notizia venne artatamente data dalle redazioni della Luogotenenza. Il Cialdini era consapevole che bisognava ubriacare l’opinione pubblica di sdegno contro i briganti, e perché ciò si avverasse abbisognava che i quotidiani più importanti, a tiratura locale e nazionale, parlassero continuamente delle nefandezze e delle malvagità contadine. Le popolazioni del Sud venivano dipinte come primitive, barbare, invasate di religione, analfabete; i partigiani regi venivano fatti passare per briganti che scannavano e decapitavano i soldati piemontesi. Il 12 agosto al maggiore Melegari fu ordinato di presentarsi dal generale Cialdini; con solerzia si recò alla luogotenenza, dove lo ricevette il generale Piola-Caselli, che lo fece accomodare e gli disse: – Maggiore, lei avrà sentito parlare di sicuro del doloroso ed infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo; ebbene, il generale Cialdini non ordina, ma desidera che quei due paesi debbano fare la fine di Gaeta, ossia devono essere rasi al suolo ed i suoi cittadini massacrati. Ella, Sig. Maggiore, ha carta bianca ed è autorizzata a ricorrere a qualunque mezzo, e non dimentichi che il generale desidera che siano vendicati i soldati del povero Bracci. Infligga a quei due paesi la più severa delle punizioni e ai suoi abitanti faccia desiderare la morte. Ha ben capito?. Melegari:- Signorsì, so benissimo come si devono interpretare i desideri del generale Cialdini. Sono stato con lui in Crimea e con lui ho fatto tutta la campagna del 1859, cosa devo fare. Cialdini in un’altra stanza stava istruendo il generale De Sonnaz che doveva dirigere le operazioni. Melegari partì con una compagnia di quattrocento soldati e il 13 mattina giunse a Solopaca; a mezzogiorno nei pressi di Guardia. Alle due del mattino del 14 agosto Melegari ed i suoi quattrocento eroi avevano invaso San Lupo; fece svegliare il capitano della Guardia Nazionale al quale disse: –Capitano, mi occorrono duecento uomini, devo attaccare i briganti. – Maggiore, i briganti sono tanti e bene armati. Ci faranno a pezzi se andiamo sul loro terreno! – rispose l’ufficiale della guardia nazionale. Melegari: – Capitano, niente di tutto questo, non sono venuto qui per combattere contro Giordano, ora è troppo forte. Sono venuto qui per punire gli abitanti di Casalduni; a Pontelandolfo sta dirigendosi De Sonnaz. So cosa devo fare. Lei deve occupare il promontorio da cui si domina la valle ed aspettare miei ordini. Qualcuno, forse qualche parente del capitano della guardia nazionale, corse ad avvertire il sindaco di Casalduni, Ursini. Da quel momento iniziò l’esodo dei casaldunesi verso le montagne difese dai partigiani di Giordano .….. Ursini, conoscendo la storia del Piemonte, conoscendo la barbarie dei suoi ufficiali e la viltà di Cialdini, conoscendo bene le idee liberali massoniche e sapendo che quelle erano idee di conquista, idee di sopraffazione dell’uomo sull’uomo, idee di arricchimento di pochi a spese dei più, di libertà di pochi sui più; idee di democrazia limitata, democrazia di ladri e ladroni; libertà di imbrogliare la gente, libertà di fare brogli elettorali, libertà di ingannare il popolo; idee di conquistare un regno felice e ricco, dove per tutti c’era lavoro; idee di rubare ai Meridionali le loro ricchezze per trasferirle al Nord, fece spargere per la città la voce che i piemontesi stavano per arrivare. Tutti, o quasi, corsero sui monti. Rimasero in paese solo qualche malato e qualcuno che non credeva ad una dura repressione; qualche altro pensava di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino il 18° battaglione, comandato dal maggiore Melegari e guidato verso Casalduni dal liberale Jacobelli e dalla spia Tommaso Lucente, ricco nobilotto di Sepino, aveva già circondato il paese. Melegari si attenne agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli e fece disporre a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna. Dovevano aprire il fuoco di fila per incutere paura ai partigiani, che, secondo le informazioni ricevute, avrebbero dovuto difendere Casalduni da attacchi esterni; e poi attaccare il paese, baionetta in canna, di corsa, concentricamente. Le quattro compagnie ebbero il comando di carica alla baionetta dall’eroico Melegari e cominciarono la carneficina ed il saccheggio delle case e delle chiese come erano soliti fare per poi passare ad incendiarle. La prima casa ad essere bruciata fu quella del sindaco Ursini, indicata alla truppa dal servo nonché traditore Tommaso Lucente da Sepino. Sentendo gli spari e le grida dei bersaglieri, i pochi rimasti in paese uscirono quasi nudi; cercavano la montagna e trovarono la morte, infilzati dalle baionette dei piemontesi. Un certo Lorenzo D’Urso commerciante, fattosi sull’uscio per salutare i soldati, fu crivellato di colpi e poi infilzato dalle baionette; e così moltissimi cittadini inermi. L’eccidio fu meno feroce che a Pontelandolfo perché appunto, la gente, avvertita, era scappata. Dopo aver messo a ferro e fuoco Casalduni ed aver sterminato gli abitanti ivi rimasti, l’azzurro ed eroico maggiore Melegari chiamò a sé il tenente Mancini e gli ordinò di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dopo un’ ora il tenente ritornò, scese da cavallo e rivolgendosi al suo maggiore disse: – Possiamo tornarcene a San Lupo il colonnello Negri ha distrutto completamente Pontelandolfo. Ho visto mucchi di cadaveri, forse cinquecento, forse ottocento, forse mille, una vera carneficina!. Melegari: – Ci hanno fregati quelli del 36° fanteria! Casalduni era quasi vuota, qualcuno ha avvertito la popolazione!. Dalle alture i partigiani osservavano ciò che stava accadendo nei due paesi sanniti. Vedevano tanto fumo, sentivano gli spari dei bersaglieri, si sentivano impotenti di fronte a tanto orrore …… Molti volevano attaccare i piemontesi, anche sapendo di andare incontro a morte certa, visto il divario delle forze in campo …….. Giordano e i suoi scortarono oltre duemila casaldunesi fino alle porte di Benevento. Una volta in città Ursini chiese udienza al governatore. Fu incarcerato! I morti furono tanti a Pontelandolfo e Casalduni, molti di più che a Montefalcione, San Marco e Rignano, pure eccidiate ed incendiate ……. A Pontelandolfo e Casalduni i morti superarono sicuramente il migliaio, ma le cifre reali non furono mai svelate dal governo piemontese, come mai è stato svelato il numero dei morti della guerra civile del 1860-70. Il Popolo d’Italia , giornale filo governativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità sui morti, indicò in 164 le vittime di quell’eccidio (8), destando l’indignazione persino del giornale francese Patrie, filo unitario, e quella del mondo intero. Ma nessuno intervenne presso il governo dei carnefici piemontesi. L’invasione del Sud costò la vita, l’espatrio, il carcere ed il manicomio ad un milione di persone, costò la libertà e la dignità del popolo meridionale, ma, una cosa è certa, la gente del Molise, degli Abruzzi, del basso Lazio, della Terra di Lavoro, del Sannio, della Capitanata, della Basilicata ha venduto cara la propria pelle; ha dimostrato ai piemontesi ed al mondo di avere carattere e coraggio. Francesco II e la Regina Sofia sui bastioni di Gaeta disprezzarono la morte. Vittorio Emanuele III di Casa Savoia nel 1943 ha dimostrato di essere un codardo. Così il generale Cialdini, un vero assassino e criminale di guerra, a Custoza scappò come un coniglio di fronte all’esercito austriaco. Il colonnello Gaetano Negri (9), milanese purosangue, scrivendo al padre dopo l’eccidio di Pontelandolfo, non mostrò alcun segno di pentimento e di umanità. Questo signore fu eletto sindaco del capoluogo lombardo negli anni ottanta. Riportiamo qui di seguito uno stralcio di quella lettera:

Napoli, agosto 1861- Carissimo papà, Le notizie delle province continuano a non essere molto liete. Probilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo. Gli abitanti di questo villaggio commisero il più nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara. Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto. La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizza tori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte, le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta. Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe più giustamente inflitto, e i risultati più sicuri e più pronti.. (10)

Una vera bestia immonda. Se simili personaggi hanno fatto l’Italia una, oggi non dobbiamo piangere sulle due Italie: una ricca e prospera e l’altra povera. Questi personaggi hanno distrutto le ricchezze del Sud, hanno massacrato e fucilato gli uomini migliori, mentre hanno costretto all’emigrazione una grande moltitudine di Meridionali. Il 15 agosto 1861 il Generalissimo Enrico Cialdini, dalla sede dell’alto Comando di Napoli, telegrafò al ministro della guerra piemontese e quindi al mondo intero: “ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni” […].16 AGOSTO 1861

[…] Molti dei superstiti rifugiatisi sui monti ……… ritornarono nei due paesi sanniti per vedere con i loro occhi le nefandezze commesse dai bersaglieri savoiardi. I morti erano tanti e dovevano essere seppelliti. Il 36° fanteria guidato dal colonnello Negri ed il 18° battaglione comandato dal Maggiore Melegari si erano ritirati a San Lupo a fare baldoria, anziché dare cristiana sepoltura alle loro vittime. A San Lupo i soldati piemontesi, stanchi di sparare contro degli innocenti e ubriachi del buon vino sannita, sbronzi fino al midollo, non osarono attaccare i partigiani scesi da Pontelandolfo e Casalduni; d’altronde non osavano se non sicuri di vincere, e se ne stavano a cantare canzonette risorgimentali. Qualcuno, astemio, pensava a contare le piastre, gli ori, le catenine, gli orecchini e gli oggetti sacri razziati. A Casalduni il 16 di agosto si celebra la festa di San Rocco, la tradizione venne rispettata anche nel 1861, ma con dolore immenso seppellendo i morti lasciati per i vicoli dai barbari calati dal Nord […].17 AGOSTO 1861

[…] I partigiani regi di Giordano erano scesi dalla montagna per dare conforto ai loro paesani. Con i loro occhi avevano constatato quanta rovina si fosse abbattuta sui due paesi eccidiati. La rabbia era tanta; tutti gridavano vendetta. Si udivano urla di disperazione, grida di costernazione, pianti di dolore. I superstiti erano disperati, avevano perso tutto: la casa, i familiari, i loro beni, i loro affetti. I loro soldi erano finiti nelle tasche dei soldati del Nord, liberatori. Le loro case bruciate e tutto in nome di Vittorio Emanuele II. I pontelandofesi ed i casaldunesi, aiutati dai partigiani, cominciarono a scavare fosse e a sotterrare i cadaveri mutilati; alcuni di essi si potevano riconoscere solo dai vestiti o dai capelli, tanto erano sfigurati dalle sciabolate e dalle pallottole. Un eccidio, una vigliaccata di cui il Piemonte andò fiero; una pugnalata alle popolazioni laboriose del Matese. Gli autori di questi massacri saranno ricordati per sempre come criminali di guerra. Nei pressi della chiesa di San Rocco, a Pontelandolfo, il colonnello Negri aveva fatto bruciare i 25 uomini persi nello scontro del 14 agosto. Il sangue italiano era corso a fiumi per le strade di due paesi martiri. Sotto un sole cocente continuò fino a sera la sepoltura di quei poveri disgraziati, tutti immolati alla causa Unitaria Italiana …….. La sera, a Piazza del Tiglio, Giordano riunì la sua banda e parlò ai pontelandolfesi scampati all’eccidio …… Finito il discorso, i partigiani, stanchi dell’immane fatica sostenuta per seppellire i morti, si diressero sui monti. Allontanatisi i partigiani, i piemontesi si fecero coraggio e decisero di ritornare nei due paesi messi a fuoco. Avevano ricevuto ordini precisi: dovevano completare l’opera iniziata il 14 agosto. Cialdini voleva ancora sangue umano, sangue fraterno. I bersaglieri, impettiti e baldanzosi, guidati dai servi liberali del luogo, senza ritegno e senza rispetto, rastrellarono per le strade e nei cimiteri dei due paesi non meno di 400 uomini che furono tutti arrestati; alcuni furono riconosciuti come probabili esecutori dei soldati di Bracci e fucilati subito; altri percossi col calcio dei fucili e punti dalle baionette furono portati a Benevento ed imprigionati. Dopo tali fatti numerose proteste furono inoltrate alle autorità preposte, alle istituzioni traballanti o inesistenti. Alcuni cittadini firmarono una lettera diretta al Governatore di Benevento: “Signore. E’ risaputo in diritto pubblico che il Governo deve abbattere le opposizioni. Nell’esercizio però di questo diritto, deve reggere la Giustizia contro coloro che le promossero e non già contro coloro che ne furono alieni, e molto meno contro i loro beni. Nè si dica che nelle reazioni questo riguardo non deve osservarsi, poiché è pur risaputo in dritto, che desse non accennano a stato di guerra ma bensì a singolari prove di fellonia singolarmente punibili e non già in globo. Da ciò, Signore, che il paese di Pontelandolfo abitato da seimila individui, quantunque avesse offerto al Governo scandali e reazioni, queste dovevano punirsi e la pena doveva esercitarsi contro gli individui e non già contro l’università e molto meno contro gli abitanti. E tanto più doveva tenersi questa norma di dritto, quanto che la reazione fu procurata da briganti esterni e dalla maggior parte dei contadini che non abitavano l’interno del paese, ma vivevano in campagna e lo sono tuttora, ove hanno la somma delle loro cose intatte. Quindi è che i sottoscritti individui di Pontelandolfo si rivolgono alla di Lei giustizia ed esponendo che nonostante la loro professione liberale e l’allentamento sostenuto dal detto paese fin dal giorno 7 corr., epoca in cui fu invaso dai briganti, per non essere accagionati di sospensione reattiva, hanno sofferto l’incendio delle loro case, la perdita dei loro beni, la morte dei loro innocenti amici e parenti, ed oggi si rattrovono nudi, miseri ed infelici e vittime di ogni sciagura; epperò implorano quelle provvidenze che il Governo libero, giusto ed umano, saprà applicare. Così l’Europa dirà che se da un lato in Italia per i reazionari si vedono gli effetti del terrore, dall’altro, ris plen dono per i liberali quelli dell’amore!”. Firmato Girolamo Gentile, Francesco Perugini, Salvatore Longo, Antonio D’Addona, Lorenzo Pulzella, Florindo Perugini (11).

Non sappiamo quanto veritiero fosse il contenuto di questa lettera; sicuramente la mano di Gentile ha fatto sentire la sua pesante ironia: ….. Così l’Europa dirà che se da un lato in Italia per i reazionari si vedono gli effetti del terrore, dall’altro, risplendono per i liberali quelli dell’amore”. Amore fraterno, si intende! Il Governatore di Benevento trasmise tali richieste alla Luogotenenza di Napoli, adducendo che i sottoscrittori della missiva “…avevano abbandonato il paese in momenti difficili…”; perciò non erano da tenere nemmeno in considerazione, in quanto dubbia la loro fede verso la patria e le libere istituzioni […].22 AGOSTO 1861

[…] L’eccidio dei due paesi non bastò agli invasori piemontesi. Un improvvisato consiglio di guerra condannò a morte il sarto Giovanni Melloni di Casalduni ed il contadino Michelangelo Cataudo di San Leucio del Sannio, che furono immediatamente fucilati. Furono accusati di aver partecipato al massacro dei bersaglieri. Altro sangue fraterno […].29 SETTEMBRE 1861

[…] I piemontesi davano la caccia ai borbonici, ai reazionari, a coloro i quali la pensavano diversamente per completare l’opera di pulizia voluta da Cialdini. Il 25 settembre a Pontelandolfo arrestarono altri quaranta reazionari. Furono processati dal solito tribunale di guerra e dodici di essi furono fucilati: Donato LucianoGregorio PeruginoSaverio BarbieriDomenico Guerrieri detto Mango, Nicola SforzaDomenico Fusco. Sul posto dell’esecuzione fu graziato Vincenzo Barbieri di Pasquale. Il 16 e 17 ottobre a Casalduni e Campolattaro furono catturati trentasette reazionari e passati per le armi, altri sei se ne fucilarono a Pontelandolfo il 18 ottobre, ossia Gennaro Di MicheleAngelo Frangiosa e Nicola Magioli di Campolattaro e Sigismondo CifaldiAngelo Cifaldi e Simone Nardone di Casalduni. Nessun monumento ricorda queste vittime della barbarie piemontese; nessuna lapide porta inciso i loro nomi. Questi martiri aspettano giustizia; questi eroi hanno versato sangue per una causa giusta, santa. A fine agosto furono convocati da Cialdini, nel palazzo luogotenenziale, due ufficiali superiori, ai quali si rivolse, più o meno, in questi termini: – Vi ho convocato qui per darvi disposizioni dolorose per dei militari. Dovete recarvi a Cerreto, paese del capobrigante Giordano, punire i suoi parenti e tutti coloro che puzzano di reazionario e dovete fare terra bruciata attorno a quei delinquenti che osano sfidare le mie truppe invincibili. Non aggiungo altro. Vi do carta bianca, siete ufficiali e giudici, potete fucilare chiunque, potete sterminare il paese, raderlo al suolo!. I due ufficiali si guardarono in faccia, salutarono il Generale e si diressero verso il paese sannita. Lì trovarono solo contadini che lavoravano come bestie dalla mattina alla sera ed onesti artigiani; non trovarono traccia dei “briganti”. Cialdini aspettava notizie dai due ufficiali; aspettava notizie di fucilazioni, di carcerazioni e, non ottenendo risposte ai suoi desideri, li richiamò in sede. Al loro posto mandò un certo Zittiri, maggiore dell’esercito, il quale giunse a Cerreto il 12 settembre del 1861. Questa bestia immonda e disumana, addestrato ad uccidere e massacrare innocenti, cominciò da quel giorno una mattanza inaudita. Il criminale di guerra Zittiri, appena arrivato a Cerreto, convocò i sindaci della zona facendosi riempire liste di proscrizione: liste di gente che aveva il solo torto di non pensarla come i piemontesi, oppure di gente invisa al Signor Barbarini, tenente della Guardia Nazionale di Pontelandolfo, o al Signor Marchesiello, Delegato Distrettuale. Furono fucilati centinaia di contadini, centinaia di soldati sbandati. Ogni giorno carabinieri e guardie nazionali formavano plotoni di esecuzione, ogni giorno i fucili di quegli assassini mietevano vittime innocenti, sangue fraterno, sangue meridionale. Tra i fucilati vi furono Enrico Giordano, fratello di Cosmo, accusato d’essere attivo provveditore di briganti, e un certo Santangelo, accusato d’aver partecipato al massacro dei soldati del tenente Bracci […].

NOTE

1. Samnium – IV, 1928, – Biblioteca Provinciale di Benevento, pag.94.

2. Archivio di Stato di Napoli Alta Polizia, fascicolo 180.

3. Alfredo Zaz– Samnium 1951, N° 3, Biblioteca Provinciale di Benevento, pagg. 88 – 89

4. La verità sopra gli uomini e le cose del Regno d’Italia – Rivelazioni di J.A. (Filippo Curletti) già agente segreto del Conte di Cavour.

5. Alfredo Zazo – Samnium, Nuovi documenti sulla reazione di Pontelandolfo, 1951, n. 3, Biblioteca Provinciale di Benevento, pag. 20

6. Angiolo De Witt – Storia politico – militare del brigantaggio nelle provincie meridionali d’Italia, Arnoldo Forni Editore, pagg. 45 – 46

7. Vincenzo Mazzacane – Samnium – Biblioteca Provinciale di Benevento, pag. 76

8. Civiltà Cattolica, 4° serie, vol. XI, anno 1861, Biblioteca Comunale di Gaeta, pag. 618

9. Michele Scerillo – Gaetano Negri alla caccia dei briganti, opera di G. Negri, Hoepli, Milano, 1905.

10. Michele Scerillo – Gaetano Negri alla caccia dei briganti, (Lettere al padre), Milano, 1905.

11. Alfredo Zaz– Samnium, Biblioteca Provinciale di Benevento, pag. 20

(*) da: “I Savoia e il massacro del sud” – Grandmelò, ROMA, 1996

fonte

http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Casalduni1.htm

1 Comment

  1. Lessi il suo libro quando usci’, ma, detto fra noi, sono rimasta delusa che, lui assessore a Gaeta, non trovassero dì meglio che mettere al centro della mouette a pochi passi da dove s’imbarco’, aihme’, per non piu’ tornare, il giovane re Francesco, una colonna mozza romana, che non c’entra…diciamo per essere gentili…un fico secco! si e’ voluto forse fuggire dalla storia tragica piu’ recente rifugiandosi in quella datata demila anni fa!? caterina ossi

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