Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Preparativi di rivolta filoborbonica a Casalvieri

Posted by on Lug 26, 2016

Preparativi di rivolta filoborbonica a Casalvieri

lo storico laborino FERNANDO RICCARDI che pensa in napoletano e parla in italiano ne ha scritte tante ma cosi tante che spesso non le ricorda nemmeno lui, di seguito un articolo che ho ritrovato e già scritto su StudiCassinati che vi invito a leggere. per motivi di spazio ho omesso di inserire le note storiche, chi fosse interessato puo chiederle in qualsiasi momento.

La corposa documentazione conservata nei vari fondi dell’Archivio di Stato di Caserta relativa ai ‘fatti briganteschi’ che interessarono Casalvieri nel periodo post-unitario, segue praticamente tutta l’evoluzione del fenomeno, dalle origini fino al suo definitivo assopimento. Abbiamo scelto di fermare la nostra attenzione su di un accadimento che si verifica nei primi giorni dell’ottobre 1860, utile per fotografare la situazione che va maturando in quel periodo nelle province poste più a nord dell’ex regno di Napoli e, particolarmente, nell’alta Terra di Lavoro. Per inquadrare il contesto storico e cronologico dell’evento, occorre ricordare che il 6 settembre del 1860 il re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia di Baviera lasciano in tutta fretta Napoli e si rifugiano prima a Gaeta e poi a Roma1. Il giorno seguente Garibaldi fa il suo ingresso trionfale nella capitale del sud. Tutta l’Italia meridionale è ormai nelle mani dei garibaldini. Soltanto una parte degli Abruzzi e la Terra di Lavoro, al di là del Volturno, sulle cui sponde si sono ammassate le truppe borboniche superstiti, continuano a rimanere fedeli al Borbone, unitamente alle fortezze di Gaeta, Civitella del Tronto e Messina. La decisiva battaglia del Volturno (1-2 ottobre), dove il contrattacco dei soldati napoletani, sia pure con grande fatica, viene arginato, accelera sensibilmente il processo di unificazione. Dopo i plebisciti2, il 26 ottobre, a Teano o giù di lì, Garibaldi incontra Vittorio Emanuele II di Savoia. Il 2 novembre cessa la resistenza di Capua. Il 7 Vittorio Emanuele fa il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, abbandona la città (9 novembre) e si ritira a Caprera3. Luigi Carlo Farini viene nominato luogotenente generale di Napoli4. Da questa sintetica ricostruzione si evince come l’evento oggetto della nostra attenzione si verifica a Casalvieri pochi giorni dopo la battaglia del Volturno, in un momento di grande confusione, quando ancora non appare chiaro lo sviluppo preciso della situazione. La gran parte dell’alta Terra di Lavoro non è stata raggiunta dai reparti garibaldini e in molti non conoscono l’esito dello scontro finale. E’ probabile che anche Casalvieri si trovi in una situazione del genere, con le notizie che, frenetiche e contraddittorie, lasciano la popolazione confusa e disorientata. Proprio in tale contesto si verifica quello che, qualche mese dopo, la Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro configura come un “attentato nello scopo di distruggere il governo del Re Vittorio Emmanuele e ripristinare quello di Francesco 2°”5. Autore di questo tentativo di sommossa filo-borbonica un tal Michele Cembrola, “sergente dell’ex gendarmeria stanziato una volta in Arpino”. Egli, ai primi di ottobre del 1860 (i testimoni ascoltati nel dibattimento parlano del giorno 6 o 7), si reca, con alcuni compagni, a Casalvieri “per eseguire il disarmo ordinato da La grange ed in tale occasione esternò l’idea di andare molto bene le cose di Francesco secondo e che il generale Bosco aveva già conquistato L’Aquila”. Nella ricostruzione dei fatti operata dal regio giudice del circondario di Arpino nel gennaio del 1861, si sottolinea come il Cembrola “facendo parte dell’orda comandata dal famigerato Lagrange che ha desolato questo distretto per abbattere il governo di sua maestà il Re Vittorio Emmanuele, inveiva contro tutti coloro ch’eransi mostrati favorevoli alla causa italiana, recavasi in Casalvieri per eseguire arresti e faceva quanto di criminoso potevasi escogitare per ripristinare il caduto governo borbonico”. L’episodio, dunque, va ad inquadrarsi nella ‘spedizione Lagrange’, un tentativo messo in piedi dal governo borbonico nell’intento di risollevare le sorti di una situazione ormai disperata, quando ancora le truppe napoletane del generale Ritucci sono attestate lungo la linea del Volturno. Gli eserciti piemontesi di Cialdini e Fanti che scendono dal nord, dopo aver occupato le Marche e l’Umbria, sconfitti i papalini a Castelfidardo (18 settembre 1860), si apprestano ad invadere ciò che resta del regno di Napoli, ossia gli Abruzzi e la Terra di Lavoro, prendendo alle spalle le truppe sul Volturno. Per scongiurare la minaccia Francesco II ordina al generale Luigi Scotti Douglas e al barone colonnello Teodoro Federico Klitsche De Lagrange di marciare in direzione degli Abruzzi con reparti di truppa regolare e con il prezioso contorno di volontari raccolti cammin facendo, la cosiddetta ‘truppa a massa’6. Il colonnello organizza una brigata di 4 battaglioni e il 29 settembre parte da Itri alla volta di Sora. Lagrange ha inoltre intenzione di procurare “lo scioglimento della Guardia Nazionale e ripristino dell’Urbana, abolizione dei governi provvisori, arresto degli oppositori, requisizione di denaro pubblico, rispetto dell’ordine e della religione”7. Il 30 settembre la truppa borbonica giunge ad Arpino, Isola del Liri e Sora, ristabilisce il vessillo di re Francesco e va alla caccia dei reazionari liberali. Di qui la ‘missione’ del sergente Cembrola in quel di Casalvieri. “Il di lui incarico non era quello di eseguire il disarmo per ordine del colonnello Della Grange e che effettuò … cercava di molestare qualche liberale … avendo del livore con tal Pasquale Colella anche liberale, lo andava rintracciando per arrestarlo”. Un comportamento, quindi, perfettamente in linea con le ‘istruzioni’ impartite da Lagrange 8. Le testimonianze raccolte dagli inquirenti sulle azioni del Cembrola, successivamente assicurato alla giustizia e rinchiuso nel carcere di Santa Maria di Capua (l’odierna Santa Maria Capua Vetere), sono però contraddittorie. Infatti, se alcuni attestano che il sergente più volte abbia asserito “essere molto meglio il governo di Francesco secondo e che immancabilmente quello doveva essere il re di Napoli”, altri invece riferiscono di non aver udito dalla sua bocca propositi eversivi. C’è discordanza anche sulla attività di reclutamento a beneficio di Lagrange che il Cembrola avrebbe compiuto in quel frangente. Alcuni testimoni affermano che egli “unitamente ad altri gendarmi procurava arrollare gente per andare contro l’attuale governo” per la qual cosa “molti individui si arrollarono andando posteriormente in Sora, onde unirsi alla banda armata in quell’epoca diretta da Della Grange”. Altri sostengono che il Cembrola non fece niente di tutto ciò, dimostrando, anzi, di non essere affatto ostile al nuovo ordine di cose. Altri ancora, infine, riferiscono che “il Cembrola trovata aperta la caserma dovendosi mettere la Guardia Nazionale provvisoria di allora, fece non poco chiasso, soggiungendo la espressione fra giorni ce la vedremo”. Quale fu il comportamento dei giudici di fronte a queste risultanze testimoniali così contraddittorie? La sentenza, emessa dalla Gran Corte Criminale9 di Terra di Lavoro, presieduta dal giudice Fabrocini, il 23 marzo del 1861, “considerando che la istruzione non offre indizi sufficienti a tradurre in regolare giudizio l’imputato … a voti uniformi ordina conservarsi gli atti in archivio e che il Cembrola sia posto in libertà provvisoria”. Si tratta, in parole povere, di un proscioglimento per mancanza di prove certe e inconfutabili. Né la sentenza rimane isolata. Qualche mese dopo, infatti (27 giugno 1861), la Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro, presieduta dallo stesso giudice Fabrocini, proscioglie dall’accusa di “attentato avente per oggetto di distruggere l’attuale governo eccitando i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro lo stesso” il contadino roccaseccano Livio Mancini il quale aveva preso parte alla ‘spedizione Lagrange’10. Prima di concludere, due parole sull’epilogo del tentativo del barone prussiano. Dopo aver restituito il sorano all’autorità borbonica, il 5 ottobre Lagrange, con due battaglioni e due cannoni, si incammina in territorio abruzzese, procedendo lungo la valle di Roveto. Garibaldi, però, conosciuta la minaccia, ordina a Teodoro Pateras e a Giuseppe Fanelli di marciare con i loro uomini (400 Cacciatori del Vesuvio e 300 della Legione del Sannio) su Avezzano dove giungono il 3 ottobre. Lì trovano un centinaio di volontari che avevano seguito l’industriale arpinate Giuseppe Polsinelli11, riparatosi in Abruzzo per sfuggire ai filo borbonici. Lagrange intanto, dopo aver fatto sosta in Balsorano, il 6 ottobre giunge a Civitella Roveto dove avevano preso posizione gli uomini di Fanelli. Inevitabile lo scontro con i garibaldini che si ritirano con molte perdite in Pescocanale. Un ruolo decisivo nella vittoria borbonica svolge Luigi Alonzi, alias Chiavone12 che, camminando sulle montagne parallelamente al Lagrange, partecipa allo scontro con la sua banda di ‘selvaroli’. Il 9 ottobre a Sora giunge, passando per San Germano (l’odierna Cassino), il generale Scotti-Douglas. Torna in città anche la vittoriosa truppa di Lagrange la qualcosa è fonte di disordini, specie per le ruberie e i soprusi delle masse indisciplinate. Il 19, dopo un viaggio a Gaeta (sembra che anche il sergente Cembrola si sia recato a prendere ordini nella fortezza pontina), il colonnello Lagrange parte di nuovo per Avezzano. Il generale Douglas, invece, marcia alla volta del Molise e il 20 ottobre, al Macerone, si scontra con le truppe piemontesi di Cialdini riportando una rovinosa sconfitta. Lo stesso generale borbonico viene fatto prigioniero. Il 26 ottobre, giorno dell’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, Lagrange che si trova vicino L’Aquila, riceve l’ordine di ritirarsi dagli Abruzzi. Senza la copertura delle truppe di Douglas rischia di essere preso in mezzo e annientato dai piemontesi. Tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre la variegata compagnia di Lagrange ritorna nel sorano. Passando per Arce e Isoletta il colonnello si inoltra nello stato romano e il 6 novembre 1860, giunto nei pressi di Frosinone, scioglie definitivamente la sua brigata. Termina così l’avventura dei borbonici che pure era iniziata con buone prospettive. Ai componenti della ‘massa’ non resta che deporre le armi. Qualcuno si ferma in territorio papalino e trova impiego nelle opere di bonifica o nella costruzione della ‘strada ferrata’13. Altri tornano nei rispettivi paesi di origine. Altri ancora si danno alla macchia, fuggono in montagna e diventano briganti. Proprio da questo momento inizia, prospera e si intensifica quel fenomeno che interesserà la parte meridionale del nostro paese e che, tra recrudescenze e assopimenti, andrà avanti per tutta la durata del travagliato decennio post-unitario.

 

FERNANDO RICCARDI

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