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Antonio Tabucchi, scrittore impegnato di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mag 10, 2017

Antonio Tabucchi, scrittore impegnato di Alfredo Saccoccio

Lo scrittore Antonio Tabucchi è morto in Portogallo, sua seconda patria, a 68 anni. Egli ebbe il merito di far conoscere al nostro Paese Fernando Nogueira Pessoa.

Antonio Tabucchi è uno scrittore europeo, di formazione classica, ma risolutamente moderno nelle sue prestazioni e nelle sue concezioni. E’ poliglotta ed incerto, coltiva il dubbio e l’incompiutezza. I suoi maestri, Pirandello e Pessoa, sono dei campioni della sparizione. Nato in Toscana, a Pisa, nel 1943, figlio di un commerciante, portoghese d’adozione, francofono all’occasione, sembra di avere dappertutto una casa e un ristorante dove è ben conosciuto. Se avesse ricevuto il Premio Nobel, parecchie, vecchie nazioni avrebbero potuto rivendicarne gli allori. A 68 anni, egli era esile come un giovanotto, somigliante un poco al suo caro Pessoa, a causa dei suoi occhialini rotondi, a causa dei suoi baffi e, per la sua maniera di tenere le sigarette, ad una sorta di detective confuso e sempre all’erta, un Colombo più aereo.

Di questo seminatore di scintille, abbiamo molto apprezzato il romanzo “Sostiene Pereira”, che tratta di un giornalista che riesce a far passare, sul suo giornale, in piena dittatura salazarista, una critica feroce del regime. Quando inizia il libro, l’eroe di Tabucchi tuttavia non gli somiglia affatto, essendo incerto e un poco vigliacco, che poi matura la sua idea di libertà contrapponendosi alla dittatura di Salazar. Pereira, responsabile delle pagine culturali del giornale “Lisboa”, evita di interessarsi del mondo che lo circonda, del sala zarismo, della guerra civile spagnola, del rimbombo del nazismo e del fascismo in Germania e in Italia, dell’insieme dell’Europa del 1938, in preda al sinistro ribaltamento.

“Sostiene Pereira” è la presa di coscienza politica, per lungo tempo confusa ed infinitamente sottile, di un eroe da romanzo seppellito nella sua pinguedine e malato di cuore, che niente predisponeva al coraggio o all’impegno politico. E’ la deposizione fredda, laconica, di un uomo che rifiuta di vedere, comprende senza saperlo e che, cortesemente, quasi malgrado lui, finisce per commettere, per la prima volta nella sua esistenza, un atto politico: una resistenza senza far molto rumore, tutto alla sua misura, prima di abbandonare la scena. Eroe oblomoviano del risveglio, Pereira ha il suo posto tra i grandi miti della letteratura.

Quello che domina, in “Sostiene Pereira”, è un caldo torrido, la mediocrità, la paura. Poi, la morte: meno una certezza, un tema o un presentimento che un odore che si propaga nei recessi più infimi dell’esistenza più irrisoria. Si può vedere in Pereira un cuginetto di Bartleby, l’imbrattacarte di Melville, che oppone all’oppressione la forza derisoria di un “Preferirei non…”.

E’ quello che si chiama la bellezza del gesto. Una forma dolce e silenziosa dell’agire. In pura perdita. Pereira è un poco Cyrano de Bergerac sotto la dittatura.

Abbiamo già accennato al fatto che non si sa di quale patria è Antonio Tabucchi: dell’Italia, del Portogallo o di Parigi? L’Europa è un sogno e Tabucchi scopre, un giorno, Fernando Pessoa come un bambino ricevesse sulla testa un pallone rosso, infinitamente leggero, che, per magia, provocherebbe una commozione eterna, un terremoto. Se lo stato civile afferma che Tabucchi è nato a Pisa, nel 1943, la sua inclinazione per il sogno letterario ha trovato il suo centro di gravità, rotta verso l’ovest, nella Lisbona di Pessoa, che, in una deambulazione nella città bianca, scrive uno dei capolavori del XX secolo: “Il libro dell’intranquillità di Bernardo Soarès”.

Da Pessoa che moltiplicò eteronimi, identità e vite immaginarie, restando seduto sulla terrazza di un caffè, Tabucchi ereditò un senso dell’ironia, un punto di sospensione, un’ellisse e una sua riservatezza britannica. La sua ricerca delle coincidenze, la sua melanconia dei banchi portoghesi, la sua tentazione di tessere una memoria scintillante, il suo attaccamento ad un umanesimo decaduto, gli hanno fatto scrivere snelli, vertiginosi, allucinanti, quali “Notturno indiano”, “Requiem”, “Sostiene Pereira”.

Un crimine in una città di provincia

Una coscienza europea che si perde nei sotterranei di Borges. E’ così che si potrebbe provare ad afferrare il pensiero di Tabucchi. Il suo combattimento: i popoli civili contro i barbari. Erasmo da Rotterdam, Montaigne, Dante, Holderlin opposti al totalitarismo, lo spirito di dissidenza contro il terrore della norma. Il suo romanzo, “La testa perduta di Damasceno Monteiro”, accentua questa offensiva.

A Porto, nel Douro, fiume dell’estrema civiltà portoghese, è ritrovata la testa di un giovane gitano, Manolo, ai margini di una pineta. Un fatto diverso, pretesto per una digressione poetica sulle atrocità della fine del secolo scorso.

Non ci sono eroi in questo romanzo poliziesco e metaforico, che somiglia ad una pensione familiare, in cui tutti gli invitati sarebbero trattati con la stessa attenzione, la stessa eleganza discreta, ma dai secondi ruoli convincenti, portati via dalla corrente del fiume. Firmino è il reporter di ventisette anni che lavora in un giornale scandalistico per offrire vacanze alla sua fidanzata; don Fernando è l’avvocato obeso, fumatore di sigari, sosia dell’attore Charles Laughton, che cita, a raffiche, gli scrittori europei e che è deciso a smascherare il potere poliziesco deviato e mafioso; dona Rosa è la proprietaria della pensione; Manolo è il gitano; Wanda è il travestito; Titanio Silva è il turpe sergente della Guardia Nacional, mascalzone e trafficante di droga, uno dei due mandanti del delitto.

La meteorologia di Tabucchi si organizza intorno a conversazioni, ad affinità, ad opposizioni, a filiazioni, a dicotomìe. Porto, città della memoria del vino, del tempo distillato, affonda nel sordido e il suo fiume convoglia cadaveri. Firmino mette la sua penna al servizio di una stampa dubbia e sogna di scrivere un saggio sulla letteratura portoghese degli anni Cinquanta. Don Fernando, l’umanista raffinato, sarcastico e disperato, che perderà il primo processo, è l’erede dell’aristocrazia locale, che svende il suo patrimonio a nuovi ricchi e salva i dannati della terra, tessendo la sua rete di ragno benefico. “La testa perduta di Damasceno Moreno” ci rischiara sull’oscurantismo dei tempi moderni. Il sole e la morte possono guardarsi in faccia. Questo raffronto permette a Tabucchi di abbandonarsi ad una meditazione lacerante sulle certezze, sull’arbitrario e sull’indifferenza che minacciano le nostre piccole vite.

In ultima analisi, possiamo dire che Tabucchi, divenuto una delle figure centrali della letteratura italiana, era l’autore di parecchie opere che rifiutano di lasciarsi rinchiudere negli armadi a muro ben chiusi con un lucchetto di tale o talaltro genere letterario, avendo differenti registri, molteplici modi narrativi.

Alfredo Saccoccio

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