Alta Terra di Lavoro

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QUANDO IL NORD ERAVAMO NOI di C. Lucio Schiano (Parte terza)

Posted by on Mar 20, 2021

QUANDO IL NORD ERAVAMO NOI  di C. Lucio Schiano (Parte terza)

     Quanto detto fin qui non è da ritenere uno dei tanti tentativi  di parte esperiti per   riabilitare ad ogni costo il proprio passato e restituire, quindi, dignità ed onore a generazioni e terre “ritenute” ingiustamente offese.

E’ noto a tutti che il Piemonte (o Regno di Sardegna) era lo Stato meno florido dal punto di vista economico ed il più indebitato di Europa,  consistendo il suo problema nel mancato rispetto della “ convertibilità “ della propria moneta. Lo Stato sabaudo, infatti, aveva adottato un sistema monetario basato sull’emissione di carta-moneta a cui non corrispondeva, però, un equivalente controvalore in oro o argento nella sua Banca Nazionale. Sicché, la valuta piemontese non era poco più, ma era  semplicemente carta straccia. Il sistema monetario delle Due Sicilie, invece, emetteva solo monete d’oro o d’argento alle quali corrispondeva l’esatto controvalore in metalli preziosi versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie … quelle,per intenderci,totalmente depredate dal liberatore Giuseppe Garibaldi.

     Per tutto questo esistono documenti che , purtroppo, gli storici, chi per convinzione e chi per opportunismo, continuano ad ignorare. Chiedo a questo punto la licenza di un esempio con il quale, ricorrendo alla “logica del sagrestano”, vorrei tentare di chiarire l’argomento.

       Se, per far quadrare il bilancio familiare, sono costretto a vendere gli oggetti preziosi di famiglia, nessuno potrà dire che verso in una situazione economica florida! E se nello stesso condominio in cui vivo io con la mia famiglia un altro gruppo familiare riesce a vivere senza essere costretto a privarsi dei propri beni, vuol dire che tra i due nuclei familiari esistono, evidenti e palpabili, condizioni economiche differenti. Questo esempio si può calare pari pari nella storia del periodo oggetto del nostro interesse. Da documenti esistenti e verificabili da chiunque,risulta che al 30 giugno 1860, infatti, la situazione economica   dei vari Stati della Penisola era la seguente:

Regno delle Due Sicilie: 445,2 milioni di lire-oro[1] ;

Lombardia:8,1 ;

Ducato di Modena:0,4 ;

Parma e Piacenza:1,2 ;

Romagna,Marche,Umbria:55,3 ;

Piemonte : 27,0 ;

Toscana : 85,2.

 (in G. Savarese – La finanza napoletana e la finanza piemontese. Dal 1848 al 1860, Ed. Controcorrente Napoli)

     Inoltre, dallo studio effettuato dal Nitti (non certamente simpatizzante borbonico), la situazione generale degli Stati preunitari era la seguente: « Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. Bisogna , a questo punto, riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande. »

La ricchezza del Regno delle Due Sicilie era di ben 16 volte e mezza superiore a quella del Piemonte e cinquantacinque volte quella della tanto decantata Lombardia! E questo spiega il perché del chiodo fisso di Vittorio Emanuele e di Cavour.

     Inoltre, chi tra i due Stati,versava in condizioni economiche precarie, non era certo il Regno di Napoli, ma quello del Piemonte. Infatti, mancando di liquidità economica, il tanto osannato  Piemonte alienò i seguenti beni demaniali:

 (1) Tenuta di Torino,per 6.100.000 lire (legge 8 febbraio 1851)

(2) Chieri,Gassino,Casella,per 2.278.422,32 lire (legge 11 luglio 1852)

 (3) Chivasso,Genova,Cuneo per 4.628.436,29 lire (legge 19 maggio 1853)

 (4) Stabilimento di San Pier d’Arena,per 800.000 lire (legge 9 giugno 1853).

      Di contro, il Regno di Napoli non ebbe bisogno di alienare alcun bene. (Alle persone dotate di onestà intellettuale l’esame di tali dati).

     Continuiamo ora a seguire il progressivo procedere della trama ordita per la forzata unificazione dell’Italia,ideata e diretta da Cavour. Essa continua con  l’arruolamento  di Virginia Oldoini Verasis[2] per sedurre Napoleone III e facilitarne lo schieramento a fianco del Piemonte contro il resto degli Stati della Penisola. Anche quest’altra mossa era stata studiata già da tempo con un’intesa a quattro tra due zii di Virginia (il generale Enrico Cigala e l’avvocato Ranieri Lamporecchi) Vittorio Emanuele II e Cavour. Proprio per questo suo ruolo non proprio diplomatico, Urbano Rattazzi definì la Castiglione la vulva d’oro del Risorgimento Italiano e la stessa contessa ebbe a dire che la vera bandiera dell’Italia non sarebbe dovuto essere il tricolore, ma la vestaglia da notte con cui aveva sedotto Napoleone III. 

     Altra maglia della rete fu l’ incontro a Plombières del 20 luglio 1858  tra l’imperatore di Francia Napoleone III ed il conte Camillo Benso di Cavour. Quest’incontro fu organizzato per escogitare i pretesti per spingere l’Austria a dichiarare guerra ,affinché il Piemonte, trovando la scusa per intervenire, potesse impossessarsi del Lombardo – Veneto. Fu messo a punto, inoltre, un vero e proprio complotto per  fomentare, tramite l’invio in loco di sobillatori all’uopo assoldati (e che costituiranno uno dei tanti capitoli di  uscite prive di pezze d’appoggio  che non faranno quadrare i bilanci del nuovo Stato),  rivolte nei Ducati di Parma e Modena, nel Granducato di Toscana, nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie.  L’accordo prevedeva tra l’altro il sacrificio della principessa Maria Clotilde, data in sposa al cugino dell’ imperatore, Gerolamo Bonaparte e la cessione alla Francia di Nizza  e della Savoia operazione , questa, condotta con un cinismo ed uno spregio dei valori più elementari  della correttezza di cui proverebbe vergogna perfino una prostituta. Ed infatti, quando Garibaldi venne a conoscenza della cosa, confidò al suo medico e amico Enrico Albanese: << La patria non si baratta,né si vende per Dio ! Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento italiano,vi troveranno cose da cloaca.>>

     A proposito di complotto riportiamo quanto annotato dallo stesso Cavour nel suo Carteggio :

 “ … Ci mettemmo insieme (Cavour e Napoleone III ) ad esaminare tutti gli Stati d’Italia, per cercarvi questa causa di guerra così difficile da trovare … Arrivammo quasi senza accorgercene a Massa e Carrara e là scoprimmo quel che cercavamo con tanto ardore … Convenimmo di provocare un indirizzo degli abitanti a V. M.(Vittorio Emanuele II) per chiedere la sua protezione nonché di reclamare l’annessione di questi ducati alla Sardegna. V. M. non accetterebbe l’offerta, ma, prendendo le parti di queste popolazioni oppresse, rivolgerebbe al duca di Modena una nota altera e minacciosa” (in Denis Mack Smith – Il Risorgimento Italiano – Laterza , Roma – Bari,1999,pag. 339). Questo costituisce l’ antefatto del grido di dolore, al quale il buon re Vittorio Emanuele non sarebbe rimasto insensibile. All’escamotage “ Non siamo insensibili al grido di dolore” … , suggerito dallo stesso Napoleone III, il Cavour fece aggiungere la premessa “Dobbiamo rispetto ai trattati”. Per cui il testo definitivo del copione che avrebbe dovuto recitare Vittorio Emanuele divenne :  “ Dobbiamo rispetto ai trattati, ma non possiamo rimanere insensibili al grido di dolore che ci viene da tante parti dell’Italia”. E questo dà la misura del senso e del grado di correttezza e di moralità dello “statista” piemontese.

     Contemporaneamente Cavour, che  – come detto era massone, come tantissimi altri, tra cui Napoleone III e Garibaldi, attivò le massonerie di tutto il mondo per raccogliere fondi (4)  da destinare alle camicie rosse per la liberazione dei popoli oppressi.  Inoltre fece mettere a disposizione una grossa somma di denaro in monete d’oro dal banchiere Costantino Garavaglia ,operazione resa nota dallo stesso banchiere in una sua lettera:” … il giorno dopo d’Azeglio mi mandò in rimborso tante sue (di Cavour – n. d. r.) accettazioni di £ 50.000 cadauna pagabili presso il gabinetto del ministro Cavour. Due o tre giorni dopo si seppe della partenza di Garibaldi da Quarto. Mi parve di capire.” 

     Ancora:il 25 aprile 1860, sempre Cavour, fa acquistare dal diplomatico piemontese Salvatore Pes di Villamarina un consistente numero di carte geografiche della Sicilia ed una dozzina di copie della carta del Regno di Napoli dello Zanoni da consegnare a Garibaldi in modo che questi non potesse commettere errori che avrebbero potuto compromettere l’esito di un’ operazione studiata così a lungo e per la quale, profondendo tanti sforzi, si era riusciti ad  ottenere la complicità sia della Francia che dell’ Inghilterra, eterne nemiche.

      Arriviamo, così, al momento in cui viene messo in atto l’altro falso storico del furto delle navi Piemonte e Lombardo.  I piroscafi erano stati regolarmente acquistati per atto notar Bedigni di Torino su cui , però, non figuravano né la firma del compratore (Garibaldi), né quella del sovrano, né quella del ministro (Farini), ma quelle di compiacenti prestanome.  Sul fatto, Garibaldi, per le future generazioni di mitografi, lasciò altri due falsi storici da far passare come verità: una lettera di scuse “ ai Signori Direttori dei vapori nazionali per essersi impadronito dei due vapori” e una al re per spiegargli  che l’impresa era stata intrapresa per “motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici”. (G. Fasanella – A. Grippo “1861” Sperling & Kupfer,2010).

      Completata l’operazione del furto dei piroscafi, si dà avvio alla  partenza per la Sicilia, anche questa meticolosamente preparata.

      L’11 maggio 1860 le camicie rosse sbarcano a Marsala. Il Piemonte e il Lombardo, dal porto di partenza fino a quello d’arrivo, come vere e proprie navi corsare, non avevano issata alcuna bandiera di riconoscimento (no flags, come annotarono nei registri di bordo i comandanti delle  navi inglesi).  Ma, appena a Marsala, per farsi riconoscere dalle navi amiche schierate a protezione dello sbarco, issarono Sardiniam streams o Sardiniam colours (come annotarono gli stessi comandanti nei loro registri di bordo).

     Ci si à mai chiesto  perché Garibaldi sbarcò proprio a Marsala e non in un altro porto della Sicilia?  Perché Marsala era la zona della Sicilia ove tutte le fabbriche dell’omonimo liquoroso vino (Hoops, Ingham, Whitaker, Woodhouse ) erano in mano agli inglesi e costituiva, quindi,  una specie di zona franca che godeva  di una vera e propria condizione di  extraterritorialità. Per cui, sbarcare a Marsala e non altrove, offriva una garanzia sulla riuscita dell’operazione. Questo dovrebbe chiarire a chi si ostina ancora ad essere miope  perché la mattina del 10 maggio ,cioè il giorno prima dello sbarco, alle due cannoniere Argus e Intrepid, arrivò dall’Anmmiragliato inglese l’ordine di dirigersi a Marsala ( “ Ship to Marsala “) , quando il giorno ed il luogo dello sbarco non erano noti neppure alle persone imbarcate sul Piemonte, come ebbe a scrivere lo stesso garibaldino Giuseppe Bandi nelle sue Memorie: “ Non sapevamo quando avremmo sbarcato,né dove” . Che questo corrisponda a verità è ricavabile anche dal discorso pronunciato dallo stesso Garibaldi in occasione della sua visita in Inghilterra nell’aprile del 1864 , quando affermò:” Napoli sarebbe ancora dei Borbone senza l’aiuto di Palmerston; senza la flotta inglese io non avrei potuto passare giammai lo stretto di Messina”

     Ancora:dalla lettera di Cavour all’ammiraglio Persano del 3 agosto 1860 (in La liberazione del Mezzogiorno,vol. II pag. 8), cioè con più di un mese di anticipo sui fatti … e questa la dice lunga sul “complotto” ,<<Un movimento insurrezionale scoppierà in Umbria e nelle Marche dal dì 8 al 12 settembre. Represso o non represso noi interverremo. Il generale Cialdini (con 30.000 piemontesi contro 3.000 pontifici,n. d. r.) entrerà nelle Marche e si porterà rapidamente avanti Ancona.>> 

     Se non è premeditazione questa !

     Quante nefandezze si debbono ancora sottoporre alla pubblica attenzione perché ci vengano restituiti la dignità, l’onore e l’orgoglio di cui siamo stati rapinati? Lo stesso Garibaldi, senza il cui apporto, Cavour e la Casa Savoia starebbero ancora sognando di impossessarsi delle nostre terre, ebbe a dire : << … gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili … non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale,temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.>>

     Che dire, poi, dell’altro falso dei plebisciti per le annessioni?

     Non vogliamo sollevare polemiche inutili e pretestuose, parlando della squallida figura e dell’ abominevole ruolo che nell’operazione ebbe un altro grande personaggio – Don Liborio Romano – né la funzione di pubblica sicurezza affidata incredibilmente  alla camorra locale, come era già avvenuto in Sicilia con l’arruolamento  dei picciotti .

      Anche per quest’altra farsaci limiteremo ad analizzare solo documenti di “amici” in modo da fugare ogni dubbio di partigianeria.

     In merito l’ammiraglio inglese ( alleato del Piemonte) sir George Rodney Mundy annotò:<< … Il 21 ottobre 1860 ogni elettore doveva innanzi tutto mostrare il certificato rilasciatogli dal Sindaco, comprovante il suo diritto a prendere parte alla votazione; poi passando tra due fila (sic) di guardie nazionali, doveva salire alcuni gradini, pervenendo così su una piattaforma dove erano collocate le urne. Quelle poste a destra e a sinistra distavano parecchi piedi da quella centrale e recavano dipinte in grandi caratteri le parole SI e NO. L’elettore doveva quindi camminare verso una di esse, sotto gli sguardi di una dozzina di scrutatori, immergervi il braccio ed estrarvi una scheda. Ciò significava naturalmente votare pubblicamente, nel più chiaro senso della parola … Tuttavia siccome i votanti dovevano consegnare i documenti d’identità,i loro nomi e stati sociali erano ben noti … Un plebiscito a suffragio universale regolato da tali formalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti di un paese>> ( G. R. Mundy – La fine delle Due Sicilie e la marina britannica. Diario di un ammiraglio. 1859 – 1861 Berisio Napoli 1966).

   << … Appena 19 su 100 votanti sono rappresentati dalle votazioni in Sicilia e Napoli, ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate … Il voto è stata la farsa più ridicola che si poteva immaginare e non c’era stata nemmeno la pretesa di limitarlo a quelle persone che erano qualificate.>> (Henry Elliot,ambasciatore inglese. In D. Mac Smith “Cavour contro Garibaldi”).

     << … Questi voti sono una mera formalità dopo un’insurrezione, o una ben riuscita invasione;né implicano in sé l’esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si sono dati.>> (John Russel ministro degli Esteri inglese).

     Un altro inglese,il deputato Patrick O’ Clary ebbe a notare:<< … Nel giorno del plebiscito il voto fu influenzato in forma assolutamente tangibile. La Guardia Nazionale con le baionette innestate presidiava le urne. Un uomo che votò “NO” a Montecalvario  fu ripagato della sua baldanza con una pugnalata. Tutti i garibaldini, molti dei quali erano del Nord Italia, furono autorizzati a votare con la qualifica di liberatori>> (P. O’ Clary,op. cit.)

     Ora, dopo di aver esaminato notizie provenienti unicamente da fonti “amiche” o addirittura da carteggi  degli stessi protagonisti  e dei loro amici, molti dei quali complici ed alleati dell’ annessione forzata dei vari Stati d’Italia al Regno di Sardegna, io mi domando : “ Uno storico che per professione si nutre di documenti del genere , come può continuare a mentire dopo che ha dinnanzi tante ammissioni di colpa, come può  perseverare nel  parlare dell’Unità d’Italia come di un moto spontaneo? Se ciò rispondesse al vero, non ci sarebbe stato bisogno di un esercito, di un lungo stato d’assedio, di leggi marziali e di esecuzioni in massa, ma si sarebbe assistito ad un abbraccio fraterno di quei cafoni per i loro liberatori. Invece, proprio perché non si era trattato di una richiesta di liberazione, ma di una invasione (tra l’altro proditoria, come per altri Stati del Nord), erano stati mandati   giù quei sobillatori proprio perché agli occhi delle altre nazioni  l’invasione piemontese (che già anni prima si era deciso che passasse alla storia come il soccorso offerto da un re che non poteva rimanere insensibile a quelle grida di dolore) apparisse come un’azione resasi necessaria per scongiurare che il malcontento serpeggiante nei vari Stati, che aveva tutte le caratteristiche di una rivoluzione, potesse sconfinare e turbare la tranquillità della penisola intera. In virtù di un tale comportamento e grazie all’enorme quantità di bugie, falsi e calunnie messi in atto con rigore scientifico, anch’io, come     miei  tanti conterranei,  sono vissuto per molti anni in uno stato di ignoranza. Tanto lo debbo  all’ opera di coloro che, nonostante avessero scelto come professione quella di docente, forti del potere e del prestigio loro derivante dal ruolo e dalla posizione raggiunta, ci hanno imbottiti di menzogne, che, per ordini superiori, ci hanno  spacciati per verità vera. Ignoro quanti tra questi – se pure ce ne sono stati – avranno sofferto, sapendo che con la loro acquiescenza stavano mortificando la propria intelligenza, prostituendo la propria indipendenza intellettuale nel raccontare storielle, solo per non perdere la sicurezza di garantire il pane alle loro famiglie. E’ probabile che alcuni, ingannati a loro volta dai propri insegnanti, non fossero pienamente coscienti di quanto stavano facendo, come ho potuto constatare – a seguito della costante ricerca che porto avanti su questo momento della nostra storia – dalla coraggiosa confessione del professor Nicola Bruni,  docente in  pensione. [3]    (Continua)


[1] Un Ducato napoletano equivarrebbe attualmente a 31.223,47 lire, pari a 16,13 euro, dato che era in oro e quindi la equivalenza è stata fatta secondo la quotazione di questo metallo. Moltiplicando per 445,2 milioni si otterrebbe l’astronomica cifra di circa 14 triliardi di lire! E’ da notare, inoltre, che tutto il sistema monetario duo – siciliano era garantito in oro nel rapporto di 1/1, mentre la lira piemontese era garantita nel rapporto di 3/1, ogni tre lire in circolazione, cioè, erano garantite da una sola lira oro).

[2] Virginia Elisabetta Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini (Firenze 23 marzo 1837 – Parigi 28 novembre 1899) , figlia del marchese Filippo, divenuta contessa a seguito del matrimonio con Francesco Verasis Asinari, conte di Costigliole d’Asti e Castiglione Tinella. Poco prima del matrimonio aveva perduto la verginità con lo spezzino Ambrogio Doria(ma si era data anche agli altri fratelli), incidente che costrinse i genitori a correre prontamente ai ripari col matrimonio col Verasis. Oltre ad essere stata l’amante di Napoleone III, lo fu anche del re Vittorio Emanuele II e probabilmente di Costantino Nigra .

[3] <<Chiedo perdono a quegli ex alunni ai quali insegnai, in buona fede, una storia del Risorgimento italiano falsificata, censurata, mitizzata e addomesticata  per fini di educazione patriottica, secondo la versione ufficiale: con un falso Re Galantuomo, un falso Cavour, un falso Mazzini, un falso Garibaldi, una falsa Impresa dei Mille …  Chiedo perdono per aver ignorato, nelle mie lezioni, la persecuzione contro la Chiesa cattolica  attuata prima dai governi massonici del Regno di Sardegna e poi da quelli dello Stato italiano,  con la soppressione degli ordini religiosi dichiarati “inutili”, la confisca dei loro beni e la cacciata dalle loro case (i conventi) di ben 57.492 frati, monaci e monache, dai gesuiti ai francescani, dai benedettini ai domenicani, dalle clarisse alle carmelitane, tra il 1848 e il 1873. Sudditi incolpevoli, gettati sul lastrico, privati anche del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, della vita che avevano scelto, spogliati con la calunnia della loro dignità, maltrattati e talora incarcerati, come rievoca Angela Pellicciari nel libro intitolato “L’altro Risorgimento – Una guerra di religione dimenticata”, ed. Ares (Milano 1998), riportato nel n. 34 della Rivista Tradizionalista “L’Alfiere” di maggio 2002.
Chiedo perdono per non aver spiegato ai miei studenti che lo slogan “Libera Chiesa in libero Stato”, attribuito a Cavour, era una menzogna: perché i governi sabaudi non rispettavano per i cattolici (che erano la quasi totalità della popolazione) i diritti di libertà, di proprietà e di inviolabilità del domicilio sanciti dallo Statuto. A mia parziale discolpa, ricordo che sulla storia del Risorgimento ero stato ingannato da tutti i miei insegnanti, fino alla laurea in lettere, e ancora dopo dai libri di testo, dal conformismo di illustri storiografi e dalla propaganda di Stato, ammantata anche di monumenti celebrativi e intitolazioni di scuole e di strade >>. Nicola Bruni  – da La Tecnica della Scuola – 25 gennaio 2014

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