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«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (IV)

Posted by on Mar 4, 2021

«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (IV)

Carlo VII e il regno insperato


Fra i tanti italiani sparsi nelle corti d’Europa, ce ne fu uno, proprio a Madrid che, nella generale decadenza dei regni cattolici, riuscì a riportare la Spagna, anche se ancora per poco, alle antiche glorie: Giulio Alberoni, piacentino che, dalla protezione della piccola corte dei Farnese che gli avevan permesso di studiare, giunse ad essere primo ministro di Filippo V. Questo sacerdote mitissimo e geniale, che da umilissime origini salì, poi, fino alla porpora cardinalizia, rimasto sempre fedele e grato ai suoi benefattori, quando il suo so­vrano restò vedovo e volle risposarsi, fece in modo che la scelta ca­desse su Elisabetta, unica erede del Ducato di Parma e Piacenza.


Elisabetta, che lo stesso Alberoni, con ammirazione, diceva «consumata nelle arti più fini del regnare» e «scaltra come una zin­gara», occupato, con un carattere incredibile in una provinciale, fra i mille intrighi delle cortigiane, il posto che le competeva, non ebbe che una volontà: assicurare un trono ai suoi figli, meno fortunati di quelli di primo letto di Filippo V. Ci riuscì: a Filippo toccò il duca­to del nonno e a Carlo, il primogenito, i due regni di Napoli e di Si­cilia.


Nell’«una e nell’altra Sicilia», per questioni di successione, ai viceré spagnoli, nel 1707, erano subentrati quelli austriaci di Car­lo VI, che quattro anni dopo doveva diventare imperatore. Di fatto, i diritti di questo Asburgo “cugino” dei Borbone di Spagna non erano troppo chiari, tanto che, come al solito, la questione era stata risolta schierando un esercito in campo, ed essendo questo molto più appariscente di quello spagnolo, la questione era stata risolta “in famiglia” passandosi le consegne con pochi morti, qualche rancore e un trattato di pace.


Elisabetta, facendo inserire, con fortuna, la Spagna nelle be­ghe fra austriaci e polacchi, in un primo tempo, riuscì a far ricono­scere nei trattati il diritto di Carlo a un principato italiano e, al mo­mento opportuno, tutti quelli dei Farnese su Parma e Piacenza (e, per soprammercato, l’eredità, qualora mancassero discendenti ai Medici, del Granducato di Toscana). Ma fece ancora di più: profit­tando che l’Austria era impegnata in guerra con la Polonia, armò un bell’esercito per il figlio diciassettenne e lo mandò a conquistarsi il Regno del Sud. Era il 1734.


Carlo entrò a Napoli il 10 maggio, portato in trionfo dalla folla, giacché i napoletani, con quel ragazzo mezzo italiano e mez­zo spagnolo si ritrovavano con un re tutto per loro. Gli austriaci, anche per non perdere la faccia, mentre Carlo già s’era insediato a palazzo reale, chiesero di giocare un’ultima partita. Il 15 maggio i due eserciti si incontrarono alle porte di Bitonto e, dopo un lungo cerimoniale, si decisero a darsi battaglia. Un solo giorno e poi stra­vinsero quelli più numerosi, cioè i soldati di Carlo. Guerre d’altri tempi: con l’onore delle armi, gli austriaci fecero fagotto e all’esercito umiliato fu permesso di portarsi via finanche le casse delle paghe e tutte le salmerie. Per rappacificarsi con l’imperatore, Filippo V gli cedette i diritti sul ducato farnese e sulla Toscana.


Carlo, «accussì giovine», «nu figll’e mammà», aveva tutti i requisiti per piacere ai nuovi sudditi che infatti lo amarono molto e ne piansero la partenza quando, venticinque anni dopo, ritornò in Spagna a prenderne la corona. Giovanissimo dunque, e devotissimo alla madre che aveva dimostrato per lui, come dicono gli storici, «uno sconfinato amore», lasciò interamente alla sua famiglia gli af­fari esterni del regno, comprese le laboriose trattative per rimettere a posto le faccende con l’Austria. Furono i suoi genitori ad inviargli il precettore che aveva da bambino, il conte di Santostefano, a fargli da consigliere, e dai suoi genitori si fece guidare docilmente in ogni cosa del governo. A loro toccò anche trovargli una sposa e la scelta cadde sulla figlia del Re di Polonia, Maria Amalia di Sassonia, che aveva appena tredici anni.


Forse mai un matrimonio “combinato” fu più riuscito di quello. Innamorati l’uno dell’altro fin dal primo momento, Carlo e Maria Amalia condussero sempre, con i loro dieci figli, cinque femmine seguite da cinque maschi, una vita strettamente legata ai ritmi familiari. Quando nacque il primo dei maschi, chiamato Filip­po come il nonno, (e rivelatosi poi, purtroppo, minorato di mente) i napoletani fecero feste grandiose: la discendenza e il Regno erano assicurati.


La coppia reale però non amava le feste in casa. Carlo e Ma­ria Amalia vollero essere, e ci riuscirono, una famiglia esemplare per tutti i loro sudditi che beneficavano in tutti i modi. Il fasto un po’ tronfio dei viceré, i balli di gala, i banchetti, le mene di corte come in altre corti, non avevano posto nel palazzo che Carlo aveva restaurato, come è oggi, quasi dalle fondamenta, fornendolo di un piccolo teatro dove si davano concerti e commedie ritenuti più no­bili ed edificanti. Buona parte dell’anno, la famiglia reale al com­pleto, la passava allestendo un grande presepio, padre madre, bam­bine e bambini cucendo vestiti per le statuine e inventando scenari ed artifizi che lo facessero sembrare il più naturale possibile. Fu al­la corte di Carlo che nacque, di fatto, il presepio napoletano e fu la passione della famiglia reale a dare impulso alla fabbrica di cerami­che di Capodimonte, che in breve tempo si mise in gara con le più belle e famose maioliche di Francia e d’Europa.


Ma un re che oggi direbbero bacchettone (che, fra l’altro, aveva una grande passione per la caccia e cominciò a creare, con buona pace deli “ambientalisti”, le meravigliose riserve naturali che circondano Napoli, gli Astroni, Carditello, Capodimonte e il Lago d’Averno), non si limitava alle gioie della vita familiare e, come grande era d’animo, aveva grandi progetti e gusto per la bellezza, l’arte, le scienze, la magnificenza, tutte devolute a quel suo magni­fico regno che considerava abitato dalla più intelligente e buona gente del mondo.


A Napoli portò tutti i beni della sua famiglia materna, le fa­volose collezioni d’arte che i Farnese, famosi per il loro mecenati­smo, avevano raccolto fin da quando erano duchi di Castro. Con quelle cominciò a costituire quel Museo Borbonico che ancora og­gi, pur rapinato dai francesi e cambiato irrispettosamente di nome, è ancora uno dei più belli e ricchi del mondo. Sempre a sue spese, iniziati gli scavi di Ercolano, dopo il fortuito ritrovamento della città sepolta insieme a Pompei, comprese subito quale ricchezza quei re­perti potessero costituire per l’arte e per la scienza, Carlo fondò l’Accademia Ercolanense, il primo istituto d’archeologia d’Europa in quello che, oggi, costituisce il primo, più importante e più visita­to sito archeologico del mondo intero. La Biblioteca da lui volut ed iniziata, negli anni successivi non avrebbe fatto rimpiangere quella creata dagli Aragonesi.


Se il bello e il buono vanno sempre insieme, Carlo di Borbone creò la più grande struttura caritativa che mai fosse stata conce­pita: il Reale Albergo dei Poveri che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto ospitare tutti i diseredati del regno per assisterli, curarli e, se possibile, dargli un mestiere. L’architetto pontificio Ferdinando Fu­ga, già famoso per la facciata di Santa Maria Maggiore, fu chiamato a progettare quella che, al tempo, fu la più estesa costruzione mai fatta e rimane ancor oggi uno dei più grandi edifici del mondo (na­turalmente, mezzo diroccato). Dall’Albergo dei poveri furono ospitati migliaia di uomini e donne, vecchi e giovani che, anche se oggi può apparire “paternalistico” e senza patente di “solidarietà”, il Re considerava suoi figli più sfortunati a cui provvedere perché avessero la loro razione di felicità. Non sarà ozioso far notare che anche questo progetto grandioso non costò nulla ai sudditi giacché il sovrano ne sborsò il prezzo di tasca sua. In seguito, il «Reale Al­bergo» continuò a vivere coi lasciti dei napoletani e dei regnicoli. Un’ordinanza imponeva ai notai di raccomandare a chiunque faces­se testamento, se volesse lasciare qualcosa per quest’impresa colos­sale di carità.


Altrettanto non sarà ozioso far notare che l’Albergo dei po­veri precedette la costruzione della reggia di Caserta. Se ne potreb­be concludere, se vogliamo, che forse, nell’animo di chi governava (e comunque in quello di Carlo di Borbone), a quel tempo c’era un’altra graduatoria nella cosiddetta “scala dei valori”.


La Reggia di Caserta, appunto. Michelangelo Schipa, lo sto­rico famoso per i suoi studi sul Settecento borbonico, alla fine della sua carriera, dopo aver elogiato quel periodo e soprattutto ciò che poi compì Ferdinando IV, si rammaricava di non aver apprezzato nella giusta misura l’opera restauratrice e riformatrice di Carlo VII. E difatti, scrivendo di lui sulla “Treccani”, tutt’oggi “summa” vene­rata del sapere italiano, se n’esce con uno dei più bislacchi giudizi fra i tanti sparsi in quest’enciclopedia. Dopo una serie d’altri elogi, Schipa scrive: «Il nuovo trono accrebbe in misura straordinaria non solo l’importanza internazionale della personalità di C., ma altresì la fama delle sue virtù: parsimonia, religiosità, equilibrio di spirito, puntualità, purezza di costume, amore per la magnificenza delle ar­ti». E, più oltre: «Irreprensibili, peraltro, le sue qualità personali. Come sovrano amò i suoi popoli e ne cercò il bene, ma (e qui viene il bello: nota dell ‘autore) non si elevò al di sopra della mediocrità». E che diavolo avrebbe dovuto fare? camminare sull’acqua?


Non è finita: come se non bastasse, la voce «Carlo di Borbone» dell’Enciclopedia italiana, chiude così: «…la sua gloria come re di Napoli rifulse maggiormente perché lo precedette il lunghis­simo periodo di dominazione straniera e gli tenne dietro, salvo il periodo delle riforme, una monarchia vituperata per la sua ferocia reazionaria, per il suo oscurantismo e per la sua natura plebea». D’accordo, tanto più il “regime” (s’era nel 1931, Anno IX E.F.) non poteva concedere “debolezze” verso i Borboni e un accademico in carriera ne doveva tener conto. Ma almeno la logica…


Re di Napoli e Re di Sicilia (poi Re delle Due Sicilie), Re di Gerusalemme, Infante di Spagna, Gran Principe ereditario di To­scana, Duca di Castro, Duca di Parma e di Piacenza, Principe eredi­tario d’Austria, di Portogallo, di Borgogna, d’Angiò, di Lorena, di Fiandra, di Brabante eccetera eccetera eccetera: questi i titoli che avevano Carlo di Borbone e tutti i suoi successori fino a «Franceschiello». Discendenti dalla più antica dinastia vivente di re cristia­ni, i Capetingi, erano imparentati, in pratica, con tutti i re, i principi e gli imperatori d’Europa ed anche d’America (i Braganza del Bra­sile, gli Asburgo del Messico). Nella loro albero genealogico c’erano santi, papi, cardinali, arcivescovi e vescovi a profusione. Ancora oggi, nessuno dei discendenti, benché praticamente ridotti a vita modesta, s’è preso per moglie una ricca borghese né si è fatto sorprendere cuore a cuore in una discoteca con un’attricetta volgare e scollacciata. Ora, ciascuno, sulla nobiltà può avere le idee che vuole ma  perbacco!  avrà pure un significato «natura plebea»?


La Reggia di Caserta, appunto. Carlo, che aveva commis­sionato ad un altro famoso architetto pontificio, il Vanvitelli, la reggia che, per esser quella del regno più bello del mondo, nel mondo, per bellezza e maestà, non doveva avere uguali, vi stampò per sempre la sua grandezza. Anche questa volta (giova ripeterlo) senza spillare un solo quattrino all’erario.


V’è qualcosa nell’opera dell’uomo che ne coglie, senza intermediari, la grandezza. Come il Creatore si svela anche al bruto dalla magnificenza del creato ed è scritto che sono inescusabili co­loro che, pur vedendo le sue opere non lodano la sua gloria perden­dosi in ragionamenti ottusi (come dice San Paolo ai Romani), così, per riflesso e per analogia, la bellezza dell’arte svela a chiunque quanta nobile impronta ci fosse in chi ne rese possibile l’espressione.


Beh, la reggia di Caserta è lì, anche se il nuovo regno la vol­le sfregiare tagliandogli il prospetto con un bel fascio di binari e tanto di stazione ferroviaria. Chiunque non sia ottuso può vederla e farsi un’idea. È inutile spendere parole per quella gemma che, come il dono di uno sposo, Carlo di Borbone, depose nel grembo del Sud dell’Italia proclamandola Regina e consacrandola a lui e ai suoi di­scendenti. Riconfermando il patto concluso sei secoli prima, la not­te di Natale, da Re Ruggero del quale, pure, il sangue, per via di tanti principi, re e regine, scorreva ancora nelle vene dei Borbone.


La grandezza di un re si misurava allora (ma si misurerà sempre) dalla fedeltà con cui sapevano mantenere e tramandare quel patto che i loro antenati avevano stipulato con Dio e con il po­polo che gli era stato affidato: altro che la «mediocrità» stabilita dagli storici sul metro delle «felici sorti e progressive», che felici non furon mai e il cui progresso si perde in una notte sempre più lunga e tenebrosa.


Carlo fu uno di quei grandi re di quella Cristianità che ormai stava per finire. Napoli e il suo regno generoso parteciparono di quella luce e riuscirono a tenerla accesa, nonostante i venti di bufe­ra, ancora a lungo.


Quando, morto il fratellastro Ferdinando VI senza prole, Carlo, nel 1759, dovette assumere la corona di Spagna, lasciò al terzogenito Ferdinando, che aveva otto anni, l’eredità delle due co­rone di Napoli e di Sicilia. La capitale abbellita, arricchita, grande ormai quasi come Parigi e Londra, il regno prospero, le finanze in attivo, uomini geniali e preparati, pronti a continuare ciò che lui non aveva potuto portare a termine, un popolo che, se mai era resta­to fermo, ora camminava verso il futuro con rinnovata energia.


Dicono i cronisti che salendo sulla nave che l’avrebbe porta­to in Spagna, mentre salutava per l’ultima volta la sua Napoli, si tolse dal dito un anellino. «Fa parte del Tesoro di Stato» disse dan­dolo al figlio perché fosse restituito.


Roba che ormai non ci si crede più.

GUIDA ALLA LETTURA / 2.

Una visione storica articolata sul significato e la prassi delle guerra dal Medioevo al XVIII secolo, si trova in: GEORGES DUBY, Guglielmo e il maresciallo. L’avventura del ca­valiere, Laterza, Bari 1985 e in tutte le opere di questo autore. Inoltre in

FRANCO CARDINI, Quella antica festa crudele, Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Mondadori, Milano 1995 e in molte altre opere di quest ‘autore.

Sulla Santa Inquisizione:

FRANCO PAPPALARDO: «Lo “scandalo dell’Inquisizione”. Tra realtà storica e leggenda storiografica», in FRANCO CARDINI (a cura), Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, Ca­sale Monferrato 1994.

Questo libro è una vera miniera per chi vuole conoscere la storia sen­za “bugie “. Gli altri articoli passano in rassegna tutti gli argomenti che trattiamo in questi capitoli. Fra gli articoli più interessanti per i nostri argomenti:

FRANCO CARDINI, «Che cosa sono realmente le crociate»; MARCO TANGHERONI, «Cristoforo Colombo, l’espansione europea e la scoperta dell’America».

Ancora, per approfondire l’argomento dell ‘Inquisizione: JEANBAPTISTE GUIRAUD, Elogio dell’Inquisizione, Leonardo, Milano, 1994

fonte

https://www.eleaml.org/sud/storia/storia_del_sud_vista_dal_sud.html#NATO

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