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Quando si fece l’Italia e si disfece il Sud (1860-1870)

Posted by on Dic 16, 2019

Quando si fece l’Italia e si disfece il Sud (1860-1870)

C’est assez pour aujourd’hui. Gardez-moi cela pour domain.

Non v’è dubbio che anche noi meridionali, quando si parla della unificazione, abbiamo le idee così distorte da oltre un secolo di falsità e di omissioni che non riusciamo a mettere a fuoco le origini del dualismo sociale ed economico di questo paese.

Finiamo per cadere in delle semplificazioni – ovviamente parliamo per noi, magari gli altri hanno capito tutto ed hanno le idee chiarissime – che non aiutano a spiegare il passato e non aiutano a progettare il futuro.

La storia che si dipana dallo sbarco dei Mille a Marsala l’11 maggio del 1860, procedette attraverso una serie di aggiustamenti in itinere, di eventi fortuiti e di aiutini interessati da parte di potenti forze straniere (1), ma soprattutto si giocò sul fronte interno. Fronte che vide uno scontro epocale fra Nord e Sud – usiamo questi termini solamente per esemplificare il discorso.

Da questo scontro nacquero le basi fondanti della Italia futura, alla quale sarebbe stato consegnato un apparato statuale in cui i meridionali avrebbero avuto un ruolo determinante sul piano politico, ma non su quello delle scelte strategiche di tipo economico-militare, perlomeno non sul fronte interno.

Il livello militare in genere nella storiografia viene tenuto in ombra ed in ossequio alle storiografie di stampo marxiano si pone l’accento sul piano economico che tutto condizionerebbe. Se guardiamo anche all’oggi dovremmo invece dare il giusto peso al piano militare ed all’uso che si fa della forza per mantenere i privilegi da parte di alcune nazioni. Nazioni che, grazie all’uso della forza, non solo mantengono i privilegi ma li moltiplicano in quanto il controllo delle risorse diventa poi un volano per un ulteriore sviluppo economico.

Torniamo però al nostro tema principale, la storia del tracollo del Regno delle Due Sicilie. Un tracollo dovuto alla contraddizione fra un dinamismo economico notevole ed un apparato politico-statuale vecchio, in decomposizione, da rinnovare. Non si spiega altrimenti la “passeggiata” (2) dell’eroe dei due mondi, pur riconoscendone le capacità rivoluzionarie di sollevazione popolare che dimostrò sul campo. Soprattutto in Sicilia, dove col decreto del 2 giugno 1860, sulla spartizione delle terre fra chi avrebbe combattuto per la patria, riuscì a portare una buona fetta della popolazione dalla sua parte e ne fece massa di manovra contro l’esercito napoletano. Da ricordare un importante elemento che in Sicilia giocò a favore del Garibaldi (3): sotto i borboni i siciliani erano esentati dalla leva obbligatoria e l’esercito napoletano era considerato da molti isolani come esercito occupante.

Pensare che un esercito di centomila uomini si sia disciolto come neve al sole per i numerosi tradimenti degli alti gradi vuol dire non capire perché gli eventi presero una certa piega e perché Garibaldi giunse a Napoli in treno!

Il Sud era in profonda trasformazione economica e mentre una buona parte dell’apparato industriale poteva avere interesse a puntellare una monarchia illuminata che l’aveva aiutato a nascere, vi erano altri settori economici – nel commercio e in agricoltura – che vedevano di buon occhio un cambiamento della struttura politica e una maggiore liberalizzazione dell’economia (4).

In tanti paesi del Sud – prima che giungessero i garibaldini – comitati più o meno spontanei avevano già fatto il ribaltone ed avevano sostituito o si apprestavano a farlo le vecchie amministrazioni borboniche.

Non si è mai visto un condottiero che preceda le sue truppe nell’impossessarsi di una grande città! Nel Sud si vide anche questo: a Napoli Garibaldi fece il suo trionfale ingresso – fra ali di popolo osannanti, con tanti esponenti della Bella Società Riformata (5) chiamati a far da poliziotti e muniti per l’occasione di paroccole (6) e coccarde tricolori – il 7 settembre 1860, mentre il grosso dei garibaldini giunse in città il 9 settembre (7).

L’11 ottobre 1860, mentre a Torino Cavour chiedeva l’annessione incondizionata delle provincie meridionale, Garibaldi indice il plebiscito:

ITALIA E VITTORIO EMANUELE.

“Il Dittatore dell’Italia Meridionale”

In compimento del decreto dell’8 corrente ottobre, che convoca il popolo per votare il plebiscito all’intento di riconoscere la regolarità di tutti gli atti relativi, e di determinare quindi la successiva incorporazione dell’Italia Meridionale nell’Italia una e indivisibile, decreta:

Art. 1. E’ convocata per il primo novembre prossimo nella città di Napoli un’Assemblea di Deputati per le province continentali dell’Italia Meridionale.

Art. 2. I Deputati dell’Assemblea saranno nominati per suffragio universale.

Art. 3. Il Prodittatore di Napoli fisserà il numero dei Deputati, la circoscrizione elettorale e tutto ciò che sarà necessarlo per la riunione dell’Assemblea.

Art. 4. Il Prodittatore e i Ministri in Napoli sono incaricati dell’esecuzione della presente legge. “

Il plebiscito del 21 ottobre 1860 sancirà – sotto l’aspetto formale – la scelta per le provincie napolitane dell’abbraccio mortale col Piemonte liberatore.

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/zde_Quando_si_fece_l_Italia.html

1 Comment

  1. mamma mia! come non e’ cambiato niente!.. le farse ingannevoli che chiamarono Plebiscito!… e sarebbero quelle il fondamento dell’unita’?.. per il potere, ma non per i popoli!.. che vengono invece strumentalizzati e devitalizzati da un’omologazione imposta! caterina ossi

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