Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Quella tangente di Mazzini…..continua

Posted by on Apr 6, 2017

Quella tangente di Mazzini…..continua

QUELLA RELAZIONE ENTUSIASTA

Il presidente della commissione per i Lavori Pubblici presentò una relazione così smaccatamente favorevole da sfiorare l’apologia. Il presidente della Camera, Urbano Rattazzi, in un singulto di obiettività, si senti in dovere di domandare: «Ma lei parla in nome del popolo che l’ha eletta o come relatore del signor Bastogi?».

Qualche settimana dopo il voto favorevole venne nominato il consiglio di amministrazione della società nella quale, su 22 membri, si trovarono 14 deputati scelti con oculatezza, in modo che fossero rappresentati gruppi, famiglie e potentati economici trasversali al potere politico.

Pietro Bastogi figurava come presidente. I suoi “vice” erano Bettino Ricasoli e Giovanni Baracco, l’uno eletto a Firenze e l’altro a Catanzare. L’ufficio del segretario venne affidato a Guido Susani, onorevole di Sondrio e quello di direttore tecnico all’onorevole di Ceva di Cuneo, Severino Gattoni. Per rendere ancora più appetibile il progetto, Bastogi si impegnò nella realizzazione di uno stabilimento, a Napoli, per la produzione delle locomotive. Il prototipo e l’antenato delle varie Alfa-sud.

L’intento – allora, come sempre – era quello di creare dei nuovi posti di lavoro anche se, poi, il risultato proponeva esborsi esorbitanti di capitali dello Stato.

UNA STRANA CONFESSIONE

Di questa vicenda degli appalti per le ferrovie, un paio d’anni più tardi, emersero altre circostanze inquietanti. Per caso.Persino la commissione d’inchiesta istituita per far luce sullo scandalo delle strade ferrate negò qualsiasi addebito

Un giorno l’avvocato di Torino Domenico Giuriati e un deputato toscano, Eugenio Pelosi, si incontrarono nell’alloggio di un altro deputato,Paolo Sinibaldi, che stava sdraiato nel suo letto, in preda a un attacco di febbre e divorato dalla paura di finire nei guai. Alcuni parlamentari, alla Camera, stavano preparando un’interrogazione a proposito di una fuga di notizie in seguito alla quale erano stati svelati alcuni segreti di Stato. Il documento e il dibattito che avrebbe provocato potevano procurare serie conseguenze politiche per Sinibaldi, che tutto indicava come il responsabile dell’affare.

Pelosi aveva voluto incontrarIo per suggerirgli di dimettersi in modo da non essere obbligato a rispondere in Aula delle questioni che gli ponevano. L’avvocato Giuriati lo aveva accompagnato perché, come uomo di legge, poteva individuare quali fossero le possibili conseguenze, civili, penali e amministrative.

Di quell’incontro, Giuriati lasciò una testimonianza scritta nel suo diario, che rappresenta un documento straordinario per comprendere il malcostume politico che, con noncuranza e, quasi, con neghittosità, si era impadronito della classe dirigente del paese.

Dunque. L’avvocato non riferì delle questioni che riguardavano la violazione del segreto di Stato per cui oggi, a proposito di quella specifica vicenda, non è possibile esprimere un giudizio. Quello che conta è lo scambio di battute che seguì e che Giuriati riportò fedelmente.

«Bada, peraltro – interloquì Pelosi rivolto al collega -bada che le maggiori sciocchezze non si commettono per le proprie convinzioni ma per interesse»,

La replica fu risentita e volendo portare maggiori contributi alla sua difesa finì per diventare potentemente auto-accusatoria. «Interesse io? – Sinibaldi si appoggiò con i gomiti sul materasso per tenere la schiena più dritta -Interesse io che ho sempre lavorato come un cane, contento di tutto, senza bisogni e senza desideri…?! Io che non sono mai stato cosi ricco come adesso che sono insegnante all’Università! Io che, grazie a Dio, ho sempre avuto una reputazione di probità e disinteresse da non temere confronti!». E, quasi per rafforzare con una prova tangibile l’elogio di se stesso, aggiunse: «Se non fossi stato tale, credete che mi sarebbe stato affidato l’incarico di distribuire ai deputati le partecipazioni per le Ferrovie Meridionali?».

Pelosi, alla toscana, non si trattenne dal pretendere un chiarimento. «Che? Che?».

«Certo! Le ho distribuite io!». La conferma venne in modo definitivo e senza margini di ambiguità. «Se avessi avuto sete di ricchezza – sottolineò – maneggiando ben 3 milioni e trattando con più di trenta deputati, che non mi sarebbe stato facile approfittarne? Se volevo lucrare?».

LA PROVA DEL MISFATTO

L’avvocato intervenne. «Ma si rende conto di quello che dice? Sta parlando di cose vere?». Sinibaldi non accettò di essere contraddetto. «La prego di non dubitare».

Alzò un poco la voce, forzando sulla sua malattia, come per sottolineare che non c’era da discutere sull’argomento. «Ma ha le prove di quanto afferma?».

«Sicuramente! Ho le cifre, i nomi e le date…tutto…Tutto meno le ricevute degli atti notarili».

Dovette pronunciare l’ultima frase con accenti involontariamente beffardi. La ricevuta della tangente non l’ha mai firmata nessuno.

Anche la magistratura si distinse per l’assoluta mancanza di iniziativa di fronte alla denuncia di un testimone

L’avvocato Giuriati registrò che la conversazione «andò avanti per un paio di ore» ancora ma, subito dopo essersi congedato dai suoi interlocutori, non rincasò e si presentò direttamente al procuratore del Re; Onorato Vigliani che conosceva da tempo. Era un uomo di legge, era venuto a conoscenza di particolari che configuravano reati di qualche spessore e non se la sentì di coprirli con un silenzio complice e menefreghista. Firmò un esposto-denuncia in piena regola che però restò insabbiato nei cassetti della magistratura.

Tuttavia, gli sforzi per nascondere la controversia non impedirono la circolazione delle chiacchiere che passarono da un salotto all’altro per finire velatamente accennate anche sui giornali antigovernativi.

Fu un deputato toscano a parlarne per la prima volta in Parlamento: Antonio Morandini di Montecatini invocò una commissione d’inchiesta che facesse luce sulla vicenda degli appalti delle ferrovie perché le maldicenze che si ascoltavano in proposito danneggiavano l’immagine stessa delle istituzioni.

Un intervento pacato e prudente. «Urge provvedere! – scandì le parole -Se non giungiamo a compiere (e presto…) l’arginatura, avremo lo straripamento della corruzione. I nomi più illibati sono fatti segno al sospetto e non resta reputazione intatta. Dobbiamo occuparcene».

Una buona fetta del Parlamento, i ministri e quel galantuomo di re ne avrebbero fatto volentieri a meno ma, di fronte a una richiesta pubblica, ufficiale e perentoria, era difficile rispondere negativamente.

LA COMMISSIONE D’INCHIESTA

La commissione d’inchiesta venne nominata ma furono scelte con cura le persone destinate a farvi parte, in modo che il risultato finale fosse assicurato ancor prima di iniziare il lavoro. Nel collegio d’indagine vennero chiamati i deputati che avevano più interesse a insabbiare la pratica e l’unico rappresentante dell’opposizione, Benedetto Musolino, non venne messo nella condizione di esercitare i suoi diritti.

Tre settimane per approfondire la questione e una dozzina di pagine per darne conto.

In questo modo, il 15 luglio 1864, Giovanni Lanza, scelto come presidente della commissione, fu in grado di rassicurare la Camera sulla correttezza dei colleghi. Tutto a posto, tranne – forse – una piccola irregolarità da attribuirsi all’onorevole di Sondrio, Guido Susani il quale, per alcune «prestazioni» di ordine professionale, aveva incassato dal banchiere Bastogi 675mila lire che gli erano state liquidate agli sportelli della Weiss-Norsa. La commissione non senti la necessità di verificare i motivi del passaggio di denaro e la qualità della collaborazione che l’onorevole aveva assicurato. Questo comportamento venne rubricato alla voce «cattiva condotta morale personale».

E la denuncia dell’avvocato Giuriati? Venne naturalmente accertato che esisteva una denuncia alla Procura di Torino ma sottolinearono che non c’era stato un seguito giudiziario. Non ritennero di contestare al magistrato alcuna accusa come, per esempio, l’omissione di atti d’ufficio e non ritennero nemmeno di chiedergli perché – secondo lui – quelle informazioni giurate erano buone soltanto per il cestino.

Giuriati si presentò alla commissione e,nei dettagli, riferì il contenuto della conversazione alla quale aveva assistito ma i suoi ricordi, pur cosi lucidi e circostanziati, non vennero ritenuti sufficienti per aprire un caso.

Forse occorreva la testimonianza diretta di Sinibaldi il quale avrebbe potuto confermare o smentire o chiarire. Il deputato era ancora ammalato, debilitato da quella stessa febbre dell’altra volta. Aveva solo cambiato materasso: non più quello frugale della mansarda di Torino ma quello nobile della sua residenza a Borgo a Mozzano. Non poteva presenziare alle sedute del Parlamento e i “grandi inquisitori” si risparmiarono le noie e le fatiche di un viaggio scomodo fin nel cuore della provincia di Lucca.

Decisero di affidarsi alla burocrazia. Presero carta e penna e scrissero per disteso tutte le contestazioni ma con il doppio garbo dovuto a un collega onorevole e a una persona che – fino a prova contraria – è un innocente. Spedirono il plico e attesero la risposta che, con la celerità della Posta Regia, arrivò. Sinibaldi vergò quattro pagine gronde di retorica e di buoni sentimenti e concluse «sul suo onore» di essere completamente estraneo a quella faccenda. Non trovarono motivo per non credergli sulla parola. La verità non la voleva nessuno e la maggior parte pensava che non c’era nemmeno da sforzarsi per cercarla.

di Giorgio da Batiorco

segnalato da Gianni Ciunfrini

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