Alta Terra di Lavoro

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RIBELLI E BRIGANTI (II)

Posted by on Lug 21, 2022

RIBELLI E BRIGANTI (II)

PRIME OPPOSIZIONI IN CALABRIA

L’episodio di Soveria che provoca la reazione di Carmine Caligiuri e la costituzione di una prima banda di insorgenti è l’inevitabile conseguenza del comportamento assunto dalle forze francesi i cui capi consentono il saccheggio dei paesi occupati. I contadini che hanno seguito il Caligiuri sulle montagne, assistono impotenti e pieni di odio all’incendio del loro paese disposto dai francesi per vendicare la morte del loro ufficiale ucciso perché aveva insidiato una donna del luogo.

La loro reazione è legittima: il 25 marzo attaccano un convoglio francese e il 26, sempre più numerosi, affrontano un reparto armato che non riesce a disperdere i ribelli e due giorni dopo, spintisi sul versante tirrenico, assalgono Scigliano. I francesi resistono all’attacco e questa volta hanno il sopravvento sugli insorti: caduto in combattimento Carmine Caligiuri, pochi sfuggono alla reazione francese. L’insurrezione di Soveria che avea per qualche momento turbata la quiete di una porzione della provincia di Cosenza – annunzia “Il Monitore” nel suo numero del 18 aprile – é interamente finita…Gli insurgenti parte sono stati uccisi, parte sbandati. Questi sono andati a rintanarsi nelle caverne e nei boschi onde scappar più non potranno, essendo circondati da truppe francesi e da numerose pattuglie di cittadini armati. Soveria e Conflenti centri d’insurrezione – si tiene a precisare nel giornale governativo – sono state divorate dal fuoco. Atterriti da questo esempio, gli altri paesi che avevano mostrato qualche pendenza alla novità, hanno mondato in folla deputazioni ad implorare perdono da’ generali.

La rivolta di Soveria estesasi nei paesi a sud della Sila fino al versante tirrenico, non ha insegnato nulla ai generali e ai soldati francesi. Essi persistono nei loro metodi incuranti del malcontento che il loro comportamento provoca nei paesi occupati. Episodio isolato è la decisione di sottoporre al giudizio di una Commissione Militare ilguardia magazzino di Lagonegro resosi responsabile di una serie di abusi nei confronti della popolazione di questa cittadina già immiserita dal sacco del 6 marzo.

I francesi continuano ad irritare con il loro comportamento e con le loro pretese le popolazioni dei paesi occupati: le maniere dei vincitori – scrive Luigi Maria Greco nei suoi

Annali calabresi – provocano contrasti ingranditi da discrepanza di favella, da stranezza diforme, da aggravi… da saccheggi… da ricerche di donne a vitupero, da chiese profanate fatte caserme, da requisizioni ingorde, da allegrezze che tra le pubbliche sofferenze sembravano strazi ed insulti per le popolazioni offese e vilipese.

Le fucilazioni indiscriminate, il saccheggio e l’incendio dei paesi ribelli producono un effetto contrario. Una “Lettera per la classe popolare calabrese” incitante alla rivolta contro coloro che intendono godere dei nostri sudori e delle nostre donne diffusa nel marzo del 1806, prova quale sia lo stato d’animo di queste popolazioni che a Pedace, nei primi giorni di maggio, insorgono contro i francesi.

Anche questa volta la reazione è violenta: il paese viene attaccato l’8 maggio da una colonna al comando del colonnello Doufeur e, domati i ribelli, il paese viene saccheggiato e dato alle fiamme.

Chi sfugge al massacro è tradotto a Cosenza e, sottoposto al giudizio di una Commissione Militare, il 18 giugno è consegnato al plotone di esecuzione. E dopo Pedace, nel giugno del 1806 insorgono Cotronei, Savelli e Cerenza; manifestazioni antifrancesi si verificano a Longobucco, a Corigliano e ribelli isolati raggiungono sulla Sila gli uomini di Pedace che, sfuggiti ai francesi, si sono organizzati in bande armate.

  1. PRIME MANIFESTAZIONI ANTIFRANCESI IN BASILICATA

Un profondo fermento è ovunque e non soltanto in Calabria. L’ordine che regna in Puglia non si verifica nelle altre provincie. In questa regione la conquista francese del Regno di Napoli non ha notevoli ripercussioni. I paesi pugliesi non vengono invasi da soldati avidi di bottino ed ai quali i loro comandanti tutto consentono. Presidiati sin dal 1801 da reparti francesi, essi accettano la trasformazione politica del paese che, in Puglia, si verifica pacificamente senza alcuna sostanziale opposizione. Soltanto Giovanni Battista Rodio non accetta la nuova situazione. Ma, nella impossibilità di organizzare una resistenza armata contro i francesi, egli abbandona il paese dirigendosi verso la Calabria per unirsi all’esercito borbonico. I pochi uomini che lo seguono non sono, però, in grado di difenderlo. Fatto prigioniero il 15 marzo da alcuni reparti francesi nella pianura ionica mentre si accinge a guadare l’Agri in piena, questo antico capomassa ora ufficiale di Ferdinando IV, verrà tradotto a Napoli e giustiziato il 27 marzo del 1806 dopo un processo che gli stessi francesi riterranno un assassinio.

Come in Calabria, anche nelle altre provincie del Regno la reazione contro i metodi e i sistemi delle armate francesi ha provocato, specie nei ceti più umili e più colpiti, l’opposizione armata sempre ferocemente repressa. I contadini e i ceti popolari delle province meridionali hanno sempre visto i propri nemici nel ricco proprietario, nell’avvocato, nel notaio, nell’usuraio senza scrupoli e nel ricco ed avido massaro. E contro costoro non hanno mai nascosto un astio profondo spesso esploso in sanguinose manifestazioni. Ora che i loro nemici di sempre accolgono le armate francesi che invadono da conquistatori il paese, questo rancore manifestano con maggiore violenza in una azione provocata da un metodo che spinge inevitabilmente alla rivolta isolata e alla insurrezione individui immiseriti ed indifesi, i più colpiti dalla presenza di un esercito invasore che non ammette che un paese possa difendersi e non giustifica, anzi condanna alla stregua del più volgare malfattore chi reagisce al sopruso e alla violenza dei conquistatori. Non soltanto sulle montagne abruzzesi, dove le masse contadine hanno subito il primo urto delle armate francesi, ma anche nelle alte provincie i contadini, i ceti popolari ed i civili si

lasciano facilmente suggestionare da coloro che, schieratisi nel 1799 contro le Municipalità repubblicane e postisi al servizio della reazione dopo la caduta della Repubblica Napoletana, temono ora, con il ritorno dei francesi, la vendetta di coloro che essi avevano perseguitato ed additato come giacobini. Timore questo che, avvalorato ora dalla condanna inflitta al marchese Rodio, rende ovunque sempre più audaci i vecchi sanfedisti.

La nuova situazione politica non sembra, in un primo momento, avere notevoli ripercussioni in Basilicata. Quanto avviene nel Vallo di Diano e nell’estremo lembo tirrenico della provincia, dove sono stanziate le retroguardie dell’armata borbonica fermatasi sulle falde del Pollino, sembra lasciare indifferente il resto della regione dove i notabili locali si affrettano a riconoscere il nuovo regime. Nonostante questa apparente tranquillità, non si dimenticano in Basilicata le tristi giornate del 1799 e soprattutto non le dimenticano coloro che, in difesa della Santa Fede, hanno colpito o cercato di colpire i propri avversari dopo la caduta della Repubblica Napoletana.

Prime manifestazioni antifrancesi si verificano anche in questa regione subito dopo la resa di Napoli. A Pescopagano, grosso centro nell’alta valle dell’Ofanto, Pasquale Miele, che era stato nominato sergente della Milizia Provinciale per essersi schierato nel 1799 contro la Repubblica Napoletana, nel febbraio del 1806, rimasto attaccato al passato governo, condanna apertamente l’adesione dei maggiorenti del suo paese al nuovo regime. Ma non riesce ad organizzare un movimento antifrancese perché viene arrestato immediatamente con il fratello Antonio per delitti di opinione e di reità di Stato.

L’episodio di Pescopagano non è un fatto isolato. Ancor prima della resa dell’esercito napoletano a Campotenese, nella zona nord occidentale della Basilicata, sul confine con il Principato, nelle montagne tra l’alta valle dell’Ofanto e quella del Tanagro, alle spalle delle armate borboniche che, lungo il Tanagro, si dirigono verso il Pollino, si è organizzata una banda armata con il proposito di ostacolare, con azioni di disturbo, l’avanzata dell’armata francese che da Salerno insegue, lungo il Tanagro, l’esercito napoletano in ritirata. La presenza di questa squadriglia, che raccoglie uomini che nel 1799 hanno seguito Sciarpa in Basilicata, rianima i vecchi sanfedisti che, specie a Muro e a Bella, temono il ritorno dei francesi e la vendetta degli antichi giacobini. Alle prime notizie della resa dell’armata napoletana a Campotenese, a Muro Lucano Arcangelo Barbieri, un prete che nel 1799 è stato relegato dalla Municipalità Repubblicana del suo paese a Caposele e che dopo la caduta della Repubblica Napoletana ha preteso dal visitatore borbonico la condanna dei suoi avversari, manifesta la sua avversione al nuovo regime ed incita i contadini del suo paese ad insorgere contro i francesi. I vecchi repubblicani di Muro, che non hanno dimenticato l’attività svolta ai loro danni da questo sacerdote, intervengono immediatamente. Arrestato sotto l’accusa di aver pubblicamente diffamato il nostro presente sovrano e di aver sparso voci sediziose ed allarmanti, viene consegnato al vescovo della Diocesi perché questi provveda nei suoi confronti. Relegato presso i Padri Redentoristi di Caposele, il Barbieri ritorna, però, dopo pochi giorni a Muro annunziando l’imminente ritorno dei Borboni. Intervengono nuovamente i vecchi giacobini di Muro e questa volta ad allontanare dal suo paese questo perturbatore, che altre volte è stato causa della distruzione di molte famiglie del suo paese e che ora vantasi essere in corrispondenza con i nemici dell’ordine pubblico, provvede direttamente il nuovo comandante militare della Provincia, il principe Francesco Pignatelli di Strongoli, disponendone l’arresto e la traduzione a Matera.

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